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Sulla configurabilità della c.d. aggravante del “metodo mafioso”

Argomento: Reati associativi
Sezione: Sezione Semplice
(Cass. Pen., Sez. I, 21 febbraio 2022, n. 6035)
Stralcio a cura di Giulio Baffa
“Deve, invece, ritenersi infondato il motivo di ricorso, con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, in riferimento all’art. 416-bis.1 c.p., conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto delle ragioni che imponevano l’applicazione della circostanza aggravante oggetto di contestazione [c.d. aggravante del metodo mafioso. NdA], il cui riconoscimento derivava dal travisamento delle emergenze probatorie, che non consentivano di ricondurre la scorreria armata, né direttamente né indirettamente, alla sfera di operatività del clan OMISSIS e alle modalità tipiche di una consorteria camorristica (…) Non può, invero, non rilevarsi che avvalersi del metodo mafioso ovvero delle condizioni previste dall’art. 416-bis c.p. significa utilizzare la forza intimidatrice del vincolo associativo e la condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva. Questa aggravante, infatti, è stata inserita nell’ordinamento per contrastare le forme di criminalità promananti da soggetti in grado di intimidire e coartare le vittime, che sono forzate ad accontentare spontaneamente i loro aggressori, non tanto per la loro fama criminale, ma soprattutto per la caratura che gli proviene dal milieu consortile in cui si muovono, ritenuto idoneo a suscitare paura di rappresaglie tramite complici, affiliati e soggetti contigui. La struttura della circostanza aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso, dunque, non presuppone necessariamente l’esistenza di un’associazione ex art. 416-bis c.p., né che l’agente ne faccia parte, essendo sufficiente, ai fini della sua configurazione, il ricorso a modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso, certamente riscontrabile nel caso in esame. Ne consegue che, come affermato da questa Corte fin da epoca risalente, la ratio della disposizione “di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 7 non è soltanto quella di punire con pena più grave coloro che commettono reati utilizzando metodi mafiosi o con il fine di agevolare le associazioni mafiose, ma essenzialmente quella di contrastare in maniera più decisa, stante la loro maggiore pericolosità e determinazione criminosa, l’atteggiamento di coloro che, siano essi partecipi o [continua ..]

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