home / Archivio / Diritto Civile - Raccolta del 2021


Diritto Civile le ultime

Il diritto di cronaca e di critica e la responsabilità civile del giornalista rispetto alle dichiarazioni rese dall'intervistato

(Cass. Civ., Sez. I, 25 luglio 2022, n. 23166) stralcio a cura di Francesco Taurisano

Locazione commerciale: volontà delle parti nella determinazione del canone e accertamento del divieto di eludere la clausola ISTAT

(Cass. Civ., Sez. III, 25 luglio 2022, n. 23145) stralcio a cura di Camilla Ragazzi

Responsabilità per diffamazione a mezzo stampa: criteri di individuazione e liquidazione del danno non patrimoniale

(Cass. Civ., Sez I, 25 luglio 2022, n. 23175) stralcio a cura di Vito Quaglietta

Al lavoratore spetta un'indennità se il mancato godimento delle ferie dipende da causa a lui non imputabile

(Cass. Civile, Sez. Lavoro, 15 giugno 2022, n. 19330) stralcio a cura di Francesco Taurisano

La liquidazione del danno alla salute in favore del danneggiato portatore di una pregressa patologia

(Cass. Civ., Sez. III, del 20 luglio 2022, n. 22724) stralcio a cura di Giulia Solenni  

Il coerede che dopo la morte del de cuius sia rimasto nel possesso del bene ereditario può usucapire la quota degli altri eredi, senza necessità di interversione del titolo del possesso

(Cass. Civ., Sez. VI - 2, 18 luglio 2022, n. 22504) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Rapporto tra disciplina dell'usura ed interessi moratori e corrispettivi

(Cass. Civ., Sez. III, 12 luglio 2022, n. 21973) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Violazione del principio di buona fede in pendenza della condizione sospensiva ex art. 1358 c.c.

(Cass. Civ., Sez. II, 06 luglio 2022, n. 21427) stralcio a cura di Francesco Taurisano

Decadenza dalla responsabilità genitoriale

(Cass. Civ., Sez. I, 24 marzo 2022, n. 9691) stralcio a cura di Daniela Evoluzionista
nota di Antonio Di Santo     La Corte di Cassazione è tornata a riflettere su una delle questioni più delicate che negli ultimi anni ha travagliato il diritto di famiglia: l’elaborazione e l’applicazione della cosiddetta ‘Sindrome da alienazione parentale’ (PAS), consistente in un pernicioso condizionamento da parte di un genitore che ostacola o impedisce l’istaurarsi di un proficuo e continuativo rapporto con l’altro genitore. La Suprema Corte afferma chiaramente i limiti e le criticità di siffatta creazione della psicologia più recente, elevando l’interesse del minore a principio guida nelle scelte compiute dai togati. La dolorosa fine di una relazione extraconiugale, dalla quale era nato un figlio, è la premessa di una difficile gestione dell’affidamento condiviso: un decreto del Tribunale per i Minorenni di Roma aveva disposto la decadenza dall’esercizio della potestà genitoriale della madre e l’immediato allontanamento del minore dalla dimora familiare, nonché il collocamento dello stesso presso una casa-famiglia e la sospensione di ogni rapporto tra madre e figlio. La motivazione della grave decisione era rinvenuta nell’improcrastinabile necessità di consentire al minore la legittima instaurazione di un rapporto con il padre: la madre ne avrebbe, infatti, costantemente ostacolato la frequentazione, generando, secondo la CTU, una sindrome da alienazione parentale. La Suprema Corte di Cassazione, dopo avere preliminarmente dichiarato ammissibile il ricorso, accoglieva sei dei nove motivi, trattandoli unitariamente e, attraverso un argomentare accurato e appassionato censurava l’atteggiamento delle Corti territoriali di primo e secondo grado, che avrebbero compiuto l’errore, nell’intento di soddisfare il legittimo diritto del padre al rapporto con il figlio, di separare con violenza quest’ultimo dalla figura materna, lacerando consuetudini di vita e legami affettivi. Il principio della bigenitorialità e la preminente protezione del minore: la composizione degli interessi e lo spettro della PAS. La decisione in esame si muove alla ricerca di un nuovo bilanciamento tra due principi fondamentali del diritto di famiglia: la bigenitorialità e la protezione del minore. La bigenitorialità è una mera espressione del più generale interesse del minore, ma molto spesso, anche a causa di costruzioni prive di fondamento empirico, come la PAS, risulta soverchiante rispetto alla difesa del soggetto più debole. Il richiamo alla bigenitorialità è ormai da tempo penetrato sia nella nostra legislazione, con la generale previsione dell’affidamento condiviso, sia nella giurisprudenza di legittimità, declinato quale affermazione del diritto del minore a crescere contando sulla presenza di entrambi i genitori, costruendo con essi relazioni stabili e un percorso affettivo soddisfacente e sereno (cfr. Cass. Civ. n. 28723/2020; n. 9764/2019; n. 18817/2015; n. 11412/2014). Anche rispetto a tale obiettivo, però, l’interesse del minore deve prevalere, essendo, come afferma la Corte di Cassazione, ‘superiore’ e ‘sostanziale, rappresentato dalla previsione dell’art. 337-ter c.p.c. e art. 8 Cedu e dalla ratifica, operata dall’Italia con la legge n. 176/1991, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: “il miglior interesse del minore configura un principio giuridico interpretativo fondamentale: se una disposizione di legge è aperta a più di un'interpretazione, si dovrebbe scegliere l'interpretazione che corrisponde nel modo più efficace al superiore interesse del minore”. Giunge a conclusioni conformi anche l’arresto esaminato, affermando che “pur riconoscendo all'autorità giudiziaria ampia libertà in materia di diritto di affidamento di un figlio di età minore, ha precisato che è comunque necessario un rigoroso controllo sulle "restrizioni supplementari", ovvero quelle apportate dalle autorità al diritto di visita dei genitori, e sulle garanzie giuridiche destinate ad assicurare la protezione effettiva del diritto dei genitori e dei figli al rispetto della loro vita familiare, di cui all'art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo” (ex multis, Corte Edu, 4 maggio 2017, Improta v. Italia). Specificamente, la novità della sentenza n. 9691/2022 consiste nell’avere ridefinito i confini della bigenitorialità, da ritenersi valore ancillare e funzionale alla difesa del minore, sferrando un deciso colpo alla ‘teorica della PAS’. In particolare, la Corte ritiene che la ‘sindrome da alienazione parentale’, che si concretizza in una sorta di ‘patto di lealtà’ stretto tra il minore e il genitore alienante, nonché ogni suo “più o meno evidente, anche inconsapevole, corollario, non può dirsi legittimo, costituendo il fondamento pseudoscientifico di provvedimenti gravemente incisivi sulla vita dei minori, in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre” (Cass. Civ., n. 13217/21). In altre parole, l’alienazione messa in atto da un genitore deve essere provata secondo i consueti strumenti processuali, non potendosi dedurre da essa, ipso iure, la decadenza della potestà genitoriale (come avvenuto nel caso in esame). Considerazioni conclusive: la sentenza in commento si fonda sull’idea che la bigenitorialità non possa essere perseguita fino al punto da mettere in discussione il preminente interesse del minore: essa è un diritto del minore, prima ancora che del genitore e, semmai, quello che deve essere provato non è l’esistenza o meno di un comportamento alienante (criterio privo di verificabilità scientifica), quanto il concreto danno o, addirittura, l’irrecuperabilità del rapporto genitore/figlio. D’altra parte, il diritto sovranazionale aveva già chiarito l’illegittimità di una decisione che, come sanzione alla mera difficoltà (quant’anche cagionata da uno dei genitori) di esercizio del ruolo parentale, preveda una brusca interruzione della vita familiare e un brutale annientamento della vita emotiva del minore: la tutela del minore si tramuterebbe nel peggior danno che gli possa venire cagionato.

Liquidazione del danno da perdita parentale e danno biologico, scelta tra le tabelle milanesi e quelle romane

(Cass. Civ., Sez. VI, 23 giugno 2022, n. 20292) stralcio a cura di Vito Quaglietta

I crediti di una società commerciale estinta non possono ritenersi rinunciati per il solo fatto che non sono stati evidenziati nel bilancio finale di liquidazione

(Cass. Civ., Sez. III, 26 gennaio 2021, n.1724) stralcio a cura di Carla Bochicchio
nota di Vito Forte     Con la sentenza in commento, sulla scorta di quanto affermato obiter dictum dalle Sezioni Unite, in data 12 marzo 2013, con sentenza n. 6070, la Suprema Corte, cassando con rinvio, precisa che i crediti di una società commerciale estinta non possono intendersi rinunciati per il solo fatto che non risultano riportati nel bilancio finale di liquidazione - attraverso un mero meccanismo automatico - eccettuata l’ipotesi in cui detta omissione sia accompagnata da ulteriori circostanze idonee a far emergere la volontà della società di rinunciare al credito de quo. Il provvedimento trae origine da una vicenda giudiziaria riguardante l’acquisto di un autoveicolo ad opera di una società, successivamente cancellata dal registro delle imprese, che aveva instaurato a carico della venditrice un giudizio, dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, per chiedere la risoluzione del contratto e la condanna di controparte alla restituzione del prezzo (art. 1493 c.c.). All’esito del secondo grado del giudizio redibitorio, la Corte d’Appello di Napoli dichiarava risolto il contratto, condannando la venditrice alla restituzione del prezzo. A seguito della pronuncia della Corte partenopea, gli ex soci della società acquirente estinta, avviavano nei confronti della venditrice apposito procedimento di esecuzione forzata, notificando a quest’ultima due atti di precetto. La venditrice si opponeva al secondo dei predetti precetti, deducendo i seguenti motivi: a) ai creditori non era consentito notificare un secondo atto di precetto per il medesimo credito; b) il credito in questione non era stato appostato nel bilancio finale di liquidazione della società creditrice, onde per cui doveva intendersi rinunciato. L’opposizione veniva dapprima rigettata dal Tribunale di Napoli Nord e successivamente accolta dalla Corte d’Appello di Napoli, poiché il mancato inserimento nel bilancio finale di liquidazione della società del credito, unitamente alla indubbia consapevolezza della sua esistenza in capo al liquidatore, dimostravano per facta concludentia la volontà della società creditrice di rinunciarvi. Gli ex soci della società acquirente estinta proponevano quindi ricorso per cassazione, affermando, in particolare, l’impossibilità di rintracciare una volontà abdicativa tacita nell’operato del liquidatore della società. La Suprema Corte, sulla questione, nel solco già tracciato dalle Sezioni Unite,[1] precisa che la sorte delle sopravvenienze attive e dei crediti non risultanti dal bilancio di liquidazione «non può essere stabilita ex ante in base ad una regola generale, uniforme ed automatica», rigettando l’idea per cui la mancata iscrizione di un credito nel bilancio finale di liquidazione possa rappresentare ex se tacita remissione dello stesso. La remissione del debito è regolamentata all’art. 1236 c.c. che, invero, si occupa unicamente di disciplinare gli effetti della dichiarazione e non anche le modalità di perfezionamento del negozio; dichiarazione che estingue l’obbligazione quando è comunicata al debitore, salvo che questi dichiari, in un congruo termine, di non volerne profittare. La congruità del termine non è stabilita dalla legge, però si ritiene che l’opposizione del debitore debba essere ad ogni modo comunicata al creditore nel termine stabilito da quest’ultimo ovvero richiesto dalla natura degli affari o dagli usi, in forza dell’applicazione analogica dell’art. 1326 c.c.[2] Con la remissione del debito, qualificata dalla dottrina e dalla giurisprudenza dominante[3] quale negozio unilaterale a carattere recettizio, il creditore rinunzia gratuitamente in tutto o in parte al proprio diritto di credito.[4] Secondo una parte della dottrina, tuttavia, la remissione non si identifica, per struttura e per effetti, con la rinunzia, poiché quest’ultima è diretta alla semplice dismissione del diritto di credito e non comporta necessariamente l’estinzione dell’obbligazione (v. art. 1301, co. 2, c.c.). Inoltre, la rinuncia, che a differenza della remissione del debito non è soggetta a condizione, non può essere impedita dal debitore e non ha il carattere della recettizietà.[5] La dichiarazione di remissione del debito, in difetto di un’espressa previsione normativa, non richiede una forma solenne e può quindi essere desunta da una manifestazione tacita di volontà (compreso un comportamento concludente), purché in grado di manifestare in modo univoco la volontà abdicativa del creditore, risultante da circostanze logicamente incompatibili con la volontà di quest’ultimo di avvalersi del diritto di credito.[6] A parere della Suprema Corte «un comportamento tacito può ritenersi indice della volontà del creditore di rinunciare al proprio credito solo quando non possa avere alcun'altra giustificazione razionale, se non quella di rimettere al debitore la sua obbligazione». A tal proposito, si precisa quindi che il silenzio del creditore non può ritenersi idoneo di per sé stesso a valere come manifestazione tacita di volontà in grado di integrare il consenso, bensì può assumere tale portata qualora risulti corroborato da ulteriori circostanze oggettive e/o soggettive.[7] È compito del giudice di merito stabilire caso per caso se possa presumersi ex art. 2727 c.c. una volontà abdicativa di rinuncia al credito, tenuto conto in specie di tutte le circostanze. Pertanto, la mancata appostazione di un credito nel bilancio finale di liquidazione di una società commerciale non possiede ex se i requisiti di inequivocità di cui sopra. L’operato del liquidatore, infatti, può essere dettato da varie ragioni, diverse dalla remissione del debito ed incompatibili con quest’ultima (es. l’intenzione dei soci di cessare al più presto l’attività sociale). Ne consegue che «i crediti di una società commerciale estinta non possono ritenersi rinunciati per il solo fatto che non siano stati evidenziati nel bilancio finale di liquidazione, a meno che tale omissione non sia accompagnata da ulteriori circostanze tali da non consentire dubbi sul fatto che l'omessa appostazione in bilancio altra causa non potesse avere, se non la volontà della società di rinunciare a quel credito». Orbene, la sentenza in epigrafe delinea due precipue questioni giuridiche: da un lato, la possibilità, per la società cancellata, di rinunciare ad un proprio credito anche tacitamente, ma a condizione che la dichiarazione di remissione dello stesso risulti inequivoca; dall’altro, l’irrilevanza di una possibile aspettativa ingenerata dal titolare del diritto di credito nei confronti del debitore, che non vede iscritto il proprio debito nel bilancio finale di liquidazione.[8] In particolare, sotto quest’ultimo profilo la giurisprudenza si era già pronunciata nel senso che l’inerzia prolungata del creditore nel riscuotere il proprio credito, protratta per un tempo comunque inferiore al termine di durata della prescrizione estintiva, non può essere interpretata quale volontà abdicativa del credito, in quanto tale comportamento omissivo non costituisce una dichiarazione inequivoca di rimessione del debito.[9] Il ritardo del creditore (così come la mancata appostazione dei crediti nel bilancio finale di liquidazione), in virtù del criterio di buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 c.c.), potrebbe rappresentare semplicemente una mera tolleranza all’inadempimento, non rappresentando una dichiarazione di rimessione del debito. In conclusione, non si può che condividere quanto affermato dalla Suprema Corte nel caso di specie; da considerarsi indubbiamente in linea con i principi di diritto già espressi dagli ermellini, in via generale, in tema di remissione del debito.   [1] Cfr. Cass. civ., Sez. Un., 12 marzo 2013, n. 6070. La sentenza in esame ha fissato tre principi di diritto con i quali disciplinare la sorte dei crediti vantati da una società estinta: a) l’estinzione della società dà vita ad un fenomeno successorio; b) dal lato passivo, tale successione comporta che dei debiti sociali rispondano i soci, nei limiti di quanto ad essi pervenuto per effetto del bilancio di liquidazione; c) dal lato attivo, tale successione comporta che i crediti sociali risultanti dal bilancio di liquidazione si trasferiscono ai soci pro indiviso. [2] Cfr. Di Prisco, I modi di estinzione delle obbligazioni diversi dall'adempimento, in Tratt. Rescigno, 9, I, Torino, 1984, 298. [3] P. Rescigno, Manuale di diritto privato, Milano, 2000, 625. [4] È possibile rinunciare a tutti i diritti di credito, ad eccezione di quelli indisponibili da parte del titolare (es. diritti alimentari). Il credito, tuttavia, deve essere determinabile o determinato. [5] Cfr. P. Perlingieri, Dei modi di estinzione delle obbligazioni diversi dall'adempimento, in Comm. Scialoja, Branca, sub artt. 1230-1259, Roma, 1975, 168. [6] Cfr. Civ. civ., 18 maggio 2006, n. 11749, in Foro It., 2007 [7] Cfr. Cass. civ., Sez. II, 14 giugno 1997, n. 5363, in Leggi d’Italia. [8] Cfr. P. Rescigno, voce Obbligazioni, in Enc. dir., Milano, 1979, 150. [9] Cfr. Cass. civ., Sez. III, 24 giugno 2004, n. 11749, in Leggi d’Italia.

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Interesse del minore e adozione da parte del coniuge del genitore

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Contratto di compravendita: l´onere della prova del danno da ritardo è a carico dell´acquirente.

(Cass. civ. sez. II, 6 aprile 2022, n.11126) stralcio a cura di Carla Bochicchio

I presupposti di applicazione della solidarietà all'obbligazione risarcitoria: concorso tra responsabilità contrattuale e responsabilità aquiliana da omessa vigilanza.

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(Cass. Civ., Sez. II, 20 aprile 2022, n. 12606) stralcio a cura di Gianmarco Meo

Negozio dissimulato: necessaria la forma scritta per ricorrere ai mezzi di prova

(Cass. Civ., Sez. II, 5 Aprile 2022, n. 10933) stralcio a cura di Francesco Taurisano
nota di Cesare Valentino     Con la sentenza 10933/2022 la Suprema Corte interviene sulla vexata quaestio afferente ai limiti di prova che le parti contraenti incontrano in presenza di un negozio dissimulato "formale". Purtuttavia, al fine di più proficua comprensione delle conclusioni interpretative cui addiviene il giudice della nomofilachia, si rende necessaria una preliminare ricognizione del complesso sostrato fattuale sottostante la decisione. Nella specie due coniugi agivano in giudizio al fine di ottenere la risoluzione per inadempimento di un contratto di compravendita stipulato con una società cooperativa ed avente ad oggetto un immobile del valore di lire 300.000.000 sostenendo che la quietanza contenuta nel rogito risultava simulata, atteso che l'acquirente giammai aveva corrisposto il prezzo della vendita. La società convenuta si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto della domanda attorea, in quanto la stessa risultava infondata. Infondatezza derivante dalla circostanza che il mancato pagamento da parte della società stessa non era affatto un inadempimento, ma rientrava in un più articolato programma negoziale nell'ambito del quale il trasferimento immobiliare costitutiva la controprestazione alla rinuncia da parte della società a richiedere il rimborso di somme di cui uno dei coniugi si era illegittimamente appropriato nel momento in cui aveva rivestito la carica di amministratore nella cooperativa. Nella sostanza le parti avevano dissimulato, dietro un'apparente vendita, una datio in solutum. La domanda di risoluzione di parte attrice verrà rigettata sia in primo che in secondo grado, determinando la stessa a ricorrere per Cassazione. Di seguito, con sentenza n. 23971/2013 la Suprema Corte cassava con rinvio la decisione d'appello, rilevando che la società aveva sempre ammesso il mancato pagamento, giustificandolo in quanto alla base dello stesso vi era una simulazione relativa, peraltro mai provata. In sede di rinvio si doveva pertanto stabilire se il mancato pagamento configurasse un inadempimento contrattuale o una datio in solutum. Il giudice del rinvio propendera' nel secondo senso, in quanto dalle risultanze processuali era emerso che le parti, dietro l'ombrello di un'apparente vendita, avevano inteso dissimulare una datio in solutum. Pertanto, il mancato pagamento del prezzo, discendente dall'aver le parti dato luogo ad una datio in solutum (che doveva compensare il danno subito dalla societa'), non essendo qualificabile come inadempimento, conduceva al rigetto della domanda di risoluzione. I due coniugi, soccombenti nel giudizio di rinvio, decidevano di impugnare la sentenza emessa in tale sede attraverso ricorso per Cassazione, che si concluderà con l'accoglimento delle censure prospettate dagli stessi. Ricostruito il complesso quadro fattuale sotteso alla decisione, occorre soffermarsi sulla vexata quaestio su cui si innesta il dictum della Suprema Corte, afferente in particolare i limiti che le parti contraenti incontrano nella prova di un negozio dissimulato "formale". È tale il negozio del quale le parti, nell'ipotesi di simulazione relativa[1], vogliono gli effetti, e che viene occultato dietro l'apparenza del negozio simulato, inefficace tra le parti e ostentato verso terzi. Nel caso deciso dalla Suprema Corte tale questione era strettamente connessa alla qualificazione del mancato pagamento lamentato dai ricorrenti, che poteva non integrare inadempimento se solo il medesimo risultava giustificato dalla sussistenza di una datio in solutum immobiliare, come riconosciuto anche dal giudice d'appello. Al riguardo la Suprema Corte richiama innanzitutto i principi generali che governano la prova del congegno simulatorio, desumibili dall'impianto codicistico, e determinanti una netta differenziazione probatoria[2] tra le parti contraenti e i terzi. Ed infatti mentre per questi ultimi la prova della simulazione può esser data con qualsiasi mezzo (finanche testimoni e presunzioni), le parti incontrano limiti nel provare l'operazione di simulazione. In particolare, alle stesse sarà preclusa la prova della simulazione tramite testimoni o presunzioni, disponendo di regola della controdichiarazione scritta[3]. L'applicazione di tali principi all'ipotesi di contratto dissimulato formale conduce la Suprema Corte a ritenere che la prova del medesimo ad opera delle parti può esser fornita solo tramite la controdichiarazione scritta, la cui sussistenza consente il rispetto del vincolo formale discendente dal combinato disposto degli art. 1414 c. 2 e 1350 c.c. ed incidente sulla stessa validità del negozio. In tale prospettiva il Supremo Collegio rileva non solo che la confessione non può giammai supplire alla carenza di un onere formale imposto per la validità del negozio[4], ma che tale onere neppure può ritenersi soddisfatto per il tramite del negozio simulato, attesa la mancanza di una formalizzazione scritta di un elemento essenziale dello scambio, ovverosia la controprestazione del trasferimento immobiliare[5].       [1] Per una trattazione sistematica della simulazione sia consentito il rinvio a: C.M. BIANCA, Il contratto, Milano, 2019, p. 652 e ss.; M.C. DIENER, Il contratto in generale, Milano, 2015, p. 733 e ss.; L. GUAGLIONE, Il contratto, Torino, 2018, p. 430; A. TORRENTE - P. SCHLESINGER, Manuale di diritto privato, (a cura di) F. Anelli e C. Granelli, Milano, 2021, p. 650 e ss. [2] La ratio di tale differente articolazione probatoria si ricollega alla difficoltà per i terzi di mettere le mani sul documento dal quale risulti l'intesa simulatoria. In ordine alla suindicata differenziazione probatoria si vd. A. TORRENTE - P. SCHLESINGER, op. cit., p. 659 e ss.; C.M. BIANCA, op. cit., p. 665 e ss. [3] Per le parti non vi sono limiti per la prova della simulazione allorquando intendano far valere la illiceità del contratto dissimulato. [4] Che pertanto doveva risultare per iscritto, ed in particolare dalla controdichiarazione. [5] Sul punto anche SS.UU. Cass. n. 7246/2007.

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(Cass. Civ., Sez. I, 5 aprile 2022, n. 10989) stralcio a cura di Daniela Evoluzionista

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La responsabilità del conducente per l'investimento del pedone che tiene un comportamento imprevedibile

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Amministrazione di sostegno: compatibilità tra la normativa interna e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità

(Cass. Civ., sez. I, 31 marzo 2022, n. 10483) stralcio a cura di Giulia Solenni

Giudicato implicito per il difetto di giurisdizione non contestato con l'impugnazione della sentenza di primo grado

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La contestazione della riconduzione dei fatti accertati è sindacabile in sede di impugnazione del lodo.

(Cass. Civ., Sez. VI, 25 marzo 2022, n. 9735) stralcio a cura di Francesco Taurisano

La vincolatività della statuizione interna sulla giurisdizione viene meno soltanto all'esito della decisione della Corte di Giustizia adìta ex art. 267 TFUE

(Cass. Civ., Sez. Unite, 4 aprile 2022, n. 10860) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

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In tema di danno da lesione della salute, il giudice può incrementare la misura standard con motivazione analitica.

(Cass. Civ., Sez. VI, 24 marzo 2022, n. 9612) stralcio a cura di Gianmarco Meo

Revoca del pagamento in favore del creditore pignoratizio ex art. 67 l. fallimentare e diritto del creditore ad insinuarsi nel passivo del fallimento.

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L'esame clinico strumentale quale mezzo idoneo a fornire la dimostrazione della sussistenza della lesione dell'integrità psico-fisica

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Anche la divisione stragiudiziale presuppone l'accettazione tacita dell'eredità

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Il motivo sulla nullità della citazione di primo grado per vizi della vocatio in ius onera la Corte alla rinnovazione degli atti compiuti in primo grado

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Azione revocatoria nei confronti dell'imprenditore fallito entro un anno dalla vendita dei beni

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In tema di collazione, la cessione di quote societarie va tenuta distinta da quella d'azienda

(Cass. Civ., Sez. VI, 27 gennaio 2022, n. 2505) Stralcio a cura di Francesco Taurisano

La validità dell'accordo stipulato tra genitori non coniugati e non conviventi al fine di disciplinare la modalità di sostentamento ai figli

(Cass. Civ., Sez. I, 11 gennaio 2022, n. 663) stralcio a cura di Gianmarco Meo

Quando ricorrono i presupposti dell'azione di garanzia, il compratore, che ha subito danno a causa dei vizi della cosa, può esercitare la sola azione di risarcimento

(Cass. Civ., Sez. II, 17 gennaio 2022, n. 1218) stralcio a cura di Gianmarco Meo

Il contratto di compravendita è nullo ex art. 1418 co. 1 c.c. se il debitore trasferisce un bene immobile quale pagamento del debito usurario

(Cass. Civ., Sez. II, 17 gennaio 2022, n. 1221) stralcio a cura di Daniela Evoluzionista

La rivalutazione del credito e il calcolo gli interessi legali sulla somma rivalutata.

(Cass. Civ., Sez. II, 19 gennaio 2022, n. 1627) stralcio a cura di Daniela Evoluzionista

Ai fini della dimostrazione del possesso non è sufficiente la coltivazione del fondo ed il requisito della non clandestinità sussiste anche nel caso in cui il fondo sia intercluso

(Cass. Civ., Sez. II, 28 gennaio 2022, n. 2682) stralcio a cura di Ilaria Marrone

L'accettazione della cessione del credito da parte del debitore ceduto non costituisce ricognizione tacita del debito

(Cass. Civ., Sez. I, 25 gennaio 2022, n. 2091) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Responsabilità da cose in custodia: il comportamento imprudente del danneggiato interrompe il nesso tra fatto ed evento dannoso

(Cass. Civ., Sez. VI, 4 marzo 2022, n. 7173) stralcio a cura di Giulia Solenni

Emotrasfusioni risalenti nel tempo e responsabilità del Ministero della salute

(Cass. Civ., Sez. VI - 3, 15 marzo 2022, n. 8419) stralcio a cura di Giulia Solenni

No nullità ex 1418 c.c. per la fideiussione prestata da un c.d. «confidi minore»

(Cass. Civ. Sez. Unite, 16 marzo 2022, n. 8472) stralcio a cura di Giulia Solenni

Risarcimento del danno da fatto illecito: gli interessi non sono automaticamente dovuti

(Cass. Civ., Sez. VI, 26 novembre 2021, n. 36878) stralcio a cura di Ilaria Marrone
nota di Roberto Landi     La pronuncia in esame si innesta sulla violazione dell’obbligo di sicurezza ex art. 2087 c.c. da parte dell’azienda datrice di lavoro – riconosciuto in ambedue i precedenti gradi di merito –,  per aver tardivamente provveduto sulla legittima istanza della lavoratrice di essere esonerata da specifiche e circoscritte attività, in ragione delle patologie di cui era affetta. La ricorrente denuncia, in particolare, violazione e falsa applicazione degli artt. 1223 e 1226 c.c. (nonché omesso esame di un fatto decisivo ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c.), contestando la C.T.U. per la stima del danno asseritamente riduttiva e la Corte territoriale per non aver operato un’adeguata personalizzazione. Il leitmotiv della decisione di ultima istanza concerne il risarcimento del danno derivante da fatto illecito, segnatamente il profilo relativo all’an e al quantum dei correlati interessi. Suddetto risarcimento costituisce debito di valore e, in caso di ritardato pagamento di esso, gli interessi non costituiscono un autonomo diritto del creditore, ma svolgono una funzione compensativa tendente a reintegrare il patrimonio del danneggiato, qual era all’epoca del prodursi del danno, e la loro attribuzione costituisce una mera modalità o tecnica liquidatoria[1]; ne consegue che il giudice di merito può procedere alla liquidazione della somma dovuta a titolo risarcitorio e dell’ulteriore danno da ritardato pagamento, utilizzando la tecnica che ritiene più appropriata al fine di reintegrare il patrimonio del creditore. La predetta liquidazione può avvenire mediante riconoscimento degli interessi nella misura legale o in misura inferiore, oppure non riconoscendoli affatto, ammettendosi quali parametri di valutazione il  tasso medio di svalutazione monetaria ovvero la redditività media del denaro nel periodo considerato, o ancora applicando, dalla data in cui si è prodotto il nocumento fino a quella della liquidazione, un saggio equitativo d’interessi sulla semisomma tra il credito rivalutato alla data della liquidazione e lo stesso credito espresso in moneta all’epoca dell’illecito ovvero sul credito espresso in moneta all’epoca del fatto e poi rivalutato anno per anno[2]. Peraltro, oltre alla rivalutazione, possono essere sì liquidati gli interessi compensativi, ma la determinazione non è automatica, né presunta iuris et de iure, occorrendo che il danneggiato provi, anche in via presuntiva, il mancato guadagno derivatogli dal ritardato pagamento, analogamente a quanto richiesto, sul piano probatorio, per la dimostrazione del maggior danno nelle obbligazioni di valuta, ma secondo criteri differenti[3]; successivamente, sull’importo costituito dalla sommatoria di capitale e accessori maturano interessi al saggio legale, ai sensi dell’art. 1282 c.c., comma 1. L’obbligazione risarcitoria da fatto illecito costituisce un tipico debito di valore e, pertanto, sulla relativa posta sono dovuti gli interessi legali al saggio legale ex artt. 1282 e 1284, primo comma, c.c., nonché la rivalutazione monetaria[4], dalla data del fatto generatore del risarcimento al saldo. Laddove, tuttavia, la somma capitale risulti già quantificata all’attualità, nonché in ragione della difficoltà di procedere alla devalutazione, gli interessi possono essere calcolati sulla somma rivalutata in toto, ma da un momento intermedio tra il fatto e la sentenza[5]. È ipotizzabile, nondimeno, che la rivalutazione monetaria dell’importo liquidato all’epoca dell’illecito, ovvero la diretta liquidazione in valori monetari attuali, non soddisfino integralmente il creditore, che non si pone, dunque, nella medesima condizione economica ove si sarebbe trovato se il pagamento fosse stato tempestivo. In tal caso, è onere del creditore comprovare, anche sulla scorta di rilievi presuntivi, che la somma rivalutata (o liquidata in moneta attuale) sia inferiore a quella di cui avrebbe disposto, alla data della pronuncia, se il pagamento della somma dovuta ab initio fosse occorso nei tempi. Tale effetto si innesta sul rapporto tra rimuneratività media del denaro e tasso di svalutazione nel periodo considerato: laddove il primo termine sia inferiore al secondo, non è normalmente configurabile un danno da ritardo. Gli interessi c.d. “compensativi”, invece, costituiscono una mera modalità liquidatoria del danno da ritardo dei debiti di valore, sicché non è configurabile alcun automatismo nel riconoscimento degli stessi[6]. Da ultimo, la Cassazione ha riconosciuto che nella domanda di risarcimento del danno è implicitamente inclusa la richiesta di riconoscimento sia degli interessi compensativi sia del danno da svalutazione monetaria, quali componenti indispensabili del risarcimento, tra loro concorrenti, attesa la diversità delle rispettive funzioni[7]. Ai fini dell’integrale risarcimento del danno non patrimoniale, quindi, occorre riconoscere al danneggiato sia la rivalutazione monetaria che attualizza al momento della liquidazione il nocumento subito, sia gli interessi compensativi, volti a compensare la mancata disponibilità di tale somma fino al giorno della liquidazione del danno, sia gli interessi legali sulla somma complessiva risultante dal giorno della pubblicazione della sentenza in avanti[8]. Nel caso di specie, è da ritenere che i giudici d’appello abbiano stimato il risarcimento del danno all’attualità del momento decisorio (udienza di discussione del 22 gennaio 2019) sulla base delle tabelle milanesi del 2018, riconoscendo poi gli interessi legali sulla somma complessiva risultante con decorrenza dalla sentenza; il che si pone in coerenza con la pluralità e alternatività dei criteri liquidativi individuati dalla giurisprudenza di legittimità, senza che la ricorrente offra alcun diverso apporto ermeneutico[9]. Inoltre, quanto al mancato riconoscimento della rivalutazione monetaria successiva alla aestimatio, per detti importi opera comunque il divieto di cumulo con gli interessi stabilito per i dipendenti privati di enti pubblici non economici per i quali ricorrono, ancorché i rapporti di lavoro risultino privatizzati, le ragioni di contenimento della spesa pubblica che sono alla base della disciplina differenziata secondo la ratio decidendi prospettata da Corte Cost. n. 459 del 2000; il richiamato principio non è stato derogato neanche in relazione a somme aventi contenuto risarcitorio, riconosciute ex art. 32 della L. n. 183 del 2010 (cfr. Cass. n. 15272 del 2017) o liquidate ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18 (cfr. Cass. n. 21192 del 2018), considerando la ratio del divieto di cumulo, valorizzata invece dalla Corte Costituzionale, alla luce della quale si deve ritenere che il legislatore abbia utilizzato l’ampia dizione “emolumenti di natura retributiva, pensionistica ed assistenziale” per ricomprendere tutti i crediti ai quali, in difetto della previsione derogatoria, sarebbe stata applicabile la norma speciale prevista dal richiamato art. 429 c.p.c. (in termini: Cass. n. 12877 del 2020)[10]. Sulla scorta dei summenzionati rilievi, dunque, la Suprema Corte rigetta il ricorso de quo, con liquidazione delle spese come da dispositivo in favore dell’azienda controricorrente.       [1] Cass. civ., Sez. Un., 10 luglio 2017, n. 16990. [2] Cass. civ., Sez. Un., 5  aprile 2007, n. 8520. Si veda, inoltre, Cass. civ., sez. III, 14 ottobre 2014, n. 21396, ove gli Ermellini hanno statuito che il giudice chiamato a liquidare il danno non patrimoniale alla salute deve adottare un criterio in grado di garantire due principi: (a) da un lato, assicurare la parità di trattamento a parità di danno, attraverso l’adozione di un criterio standard uniforme; (b) dall’altro, garantire adeguata considerazione alle specificità del caso concreto, attraverso la variazione in più od in meno del parametro standard. Nel motivare le ragioni della propria decisione, pertanto, il giudice di merito deve: (a) indicare quale sia il parametro standard adottato; come sia stato individuato e quali ne siano i criteri ispiratori e le modalità di calcolo; (b) indicare se nel caso di specie, per quanto dedotto e provato dalle parti, sussista la necessità di variare in più od in meno il criterio standard. [3] Cass. civ.,  sez. III, 8 novembre 2016, n. 22607. [4] Trib. Torino, sez. spec. Impresa, 24 maggio 2021, n. 2570. [5] Trib. Reggio Emilia, sez. II, 19 febbraio 2020, n. 293. [6] Cfr. Cass. civ., sez. III, 13 luglio 2018, n. 18564, ove, in applicazione del principio, la S. C. ha cassato la sentenza impugnata che, in ordine al danno derivato da anticipazioni di crediti non recuperati, aveva liquidato gli interessi, sul capitale rivalutato progressivamente, in modo automatico, senza alcuna valutazione del profilo probatorio. [7] Cass. civ., sez. VI, 18 febbraio 2022, n. 5317. [8] Corte d’Appello di Venezia, sez. IV, 24 dicembre 2021, n. 3156. [9] Cass civ., Sez. Un., 21 marzo 2017, n. 7155. [10] In ordine ai criteri di calcolo nella rivalutazione e negli interessi, si rinvia a Cass. civ., Sez. Un., 17 febbraio 1995,n. 1712.

La domanda di usucapione abbreviata può esse proposta per la prima volta in appello

(Cass. Civ., Sez. II, 17 novembre 2021, n. 34819)  stralcio a cura di Ilaria Marrone

Contratto d'opera e squilibrio economico, non applicabilità dell´art. 33 cod. cons.

(Cass. Civ., Sez. VI, 25 novembre 2021, n. 36740) stralcio a cura di Ilaria Marrone
nota di Laura Calvaruso     La questione posta al vaglio della Suprema Corte nella sentenza in commento attiene alla configurabilità della nullità della clausola da cui si desuma una sproporzione tra l’obbligazione di prestazione d’opera professionale e l’obbligazione di pagare il corrispettivo per l’opera compiuta. Nel caso sottoposto all’esame della Corte si censurava, in particolare, la clausola con cui il professionista aveva convenuto con il cliente un compenso tale da determinare uno squilibrio economico tra le prestazioni, giustificante, a detta della parte ricorrente, l’applicazione della sanzione della nullità per violazione del II comma dell’art. 2233 cod. civ. e dell’art. 33 cod. cons. Il Collegio ha rilevato che la ratio della previsione di un’adeguatezza del corrispettivo, parametrata all’importanza e al decoro della professione di cui all’art. 2233 cod. civ., è da rinvenire nella tutela della posizione del professionista ogniqualvolta non sia predeterminato dalle parti il compenso spettante al professionista ed il giudice sia chiamato a liquidare il suddetto corrispettivo. Il II comma della norma è un indice alla stregua del quale il giudice deve attenersi nella determinazione in via equitativa del compenso al fine di non svilire il decoro professionale e l’importanza dell’opera svolta. Stando alle parole del Collegio giudicante, l’enunciazione dei criteri predetti, lungi dal configurare un’autonoma causa di nullità dell’accordo in caso di discostamento dagli stessi, “mira ad assicurare, nel caso in cui sia stata carente una predeterminazione consensuale del compenso, ed il giudice sia chiamato a procedere alla determinazione giudiziale del corrispettivo del professionista, una liquidazione che risulti appunto adeguata al decoro della professione svolta, impedendo quindi che la somma riconosciuta sia del tutto irrisoria e mortificante”. Pertanto, la disposizione costituisce una “previsione posta a tutela del professionista, e non anche del cliente, potendo il richiamo al decoro ed all’importanza dell’opera al più operare in funzione correttiva di una determinazione eccessivamente ridotta del compenso, tale appunto da mortificare il decoro della professione svolta”. È opportuno dunque rintracciare se nell’ordinamento esista un diritto all’equilibrio economico delle prestazioni. Nella fase fisiologica del rapporto, il contratto ha forza di legge tra le parti e nell’ambito dell’ampia autonomia contrattuale riconosciuta alle parti, esse sono libere di ponderare la convenienza dell’affare alla stregua di valutazioni soggettive. L’intervento del legislatore è limitato alle sole fattispecie patologiche, tali da incidere sul sinallagma contrattuale, quali la rescissione per lesione o la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta. Quand’anche vi fosse un’alterazione dell’equilibrio delle prestazioni (che non sconfini pur sempre nell’usura) che sia stato accettato e voluto dalle parti, poste in condizione di contrarre liberamente, è esclusa un’intromissione ope legis o ope iudicis nel regolamento negoziale. A tale orientamento pare aderire la Corte nel caso citato laddove, pur nella consapevolezza dell’esistenza di una tesi dottrinale che ritiene applicabile il II comma dell’art. 2233 cod. civ. anche alle fattispecie in cui il corrispettivo sia predeterminato dalle parti, ritiene che i criteri dell’importanza dell’opera, del decoro professionale, delle tariffe e degli usi, siano suppletivi e sussidiari e siano applicabili in difetto di una pattuizione espressa. Per l’opposto orientamento, avallato anche da una risalente pronuncia della Suprema Corte, l’adeguatezza del compenso all’importanza dell’opera e del decoro professionale è un criterio destinato a prevalere anche a fronte di un patto in deroga. Con riferimento all’applicabilità della nullità prevista dall’art. 36 cod. cons. alle clausole che determinino un significativo squilibrio economico tra le prestazioni è d’obbligo tracciare preliminarmente l’ambito applicativo della disposizione. La nullità di protezione costituisce una sanzione che incide sulla validità delle clausole contrattuali ed è azionabile dal solo consumatore, al quale è rimessa la scelta di rimanere vincolato alle clausole predette. La ratio della tutela è da rinvenirsi nella necessità avvertita dal legislatore di colmare l’asimmetria informativa e lo squilibrio contrattuale del consumatore rispetto al professionista. Il consumatore è, infatti, definito come colui che agisce per scopi estranei all’esercizio dell’attività professionale, imprenditoriale, artigianale o commerciale eventualmente svolta e non è quindi in possesso delle conoscenze necessarie e sufficienti per ponderare adeguatamente le condizioni del contratto che è chiamato a concludere, nonché le relative conseguenze giuridiche. Solo la ricorrenza di tale squilibrio e la conseguente natura vessatoria della clausola con cui si convenga un compenso sproporzionato al valore della prestazione legittimerebbe l’invocazione della nullità di protezione. L’art. 33 cod. cons. definisce come vessatorie le clausole che determinano un significativo squilibrio a carico del consumatore di diritti ed obblighi derivanti dal contratto ed al secondo comma individua talune fattispecie in cui la vessatorietà è presunta. L’elencazione delle fattispecie, lungi dal considerarsi tassativa, è meramente esemplificativa. Dal dettato normativo non è dato rinvenire alcun riferimento allo squilibrio economico tra le prestazioni. Interpretata letteralmente, la disposizione attribuisce rilevanza al solo squilibrio giuridico, inteso come sproporzione tra i diritti e gli obblighi discendenti dal contratto. La questione deve quindi essere risolta vagliando se lo squilibrio economico tra le prestazioni sia idoneo ad essere ricompreso nella nozione di squilibrio giuridico o se possa configurare un’autonoma fattispecie idonea ad essere qualificata come clausola vessatoria. La disposizione di cui all’art. 33 cod. cons. deve essere letta in combinato disposto con l’art. 34 cod. cons., nel quale il legislatore ha avuto cura di precisare che il carattere vessatorio della clausola non attiene alla determinazione dell’oggetto del contratto, né all’adeguatezza del corrispettivo dei beni e servizi forniti, purché tali elementi siano individuati in maniera chiara e comprensibile. Come rilevato all’uopo dalla Corte, non è ammessa una sindacabilità sulla convenienza economica dell’affare concluso tra consumatore e professionista, in quanto “la nozione di significativo squilibrio ivi contenuta fa esclusivo riferimento ad uno squilibrio di carattere giudico e normativo e non anche economico” L’insindacabilità della clausola de qua non deve però essere intesa in senso assoluto. Implicitamente la Corte ammette una censura quando il professionista violi i doveri di trasparenza e gli obblighi informativi sullo stesso incombenti, per cui si rende necessario colmare quella asimmetria tra le posizioni contrattuali in principio enunciata. Nel caso sottoposto alla Corte, “la censura della ricorrente non deduce una violazione dei criteri di chiarezza e comprensibilità dell’accordo, ma si limita solo a contestare una sproporzione di carattere meramente economico tra le prestazioni dedotte in contratto, sproporzione che però non può trovare rimedio nella disciplina in tema di vessatorietà delle clausole di cui ai contratti tra professionista e consumatore”. Come ha avuto modo di osservare un’attenta dottrina, lo squilibrio economico acquista rilevanza nel giudizio di validità del contratto quando vengano violati i doveri di trasparenza e gli obblighi informativi posti a tutela del contraente debole, nonché quando vengano predisposte delle clausole che non consentano al consumatore di ponderare adeguatamente la sussistenza di uno squilibrio economico, il quale sarà scevro da censure quando non vengano violati i suddetti principi. La suddetta conclusione è tratta da un’interpretazione sistematica delle norme. L’art. 33 cod. cons., nell’elencazione delle clausole che si presumono vessatorie, alla lett. “o)”, qualifica come vessatoria la clausola con cui il professionista aumenti il prezzo del bene o del servizio senza che il consumatore possa recedere se il prezzo finale è eccessivamente elevato rispetto a quello in origine convenuto. Anche dal menzionato dato normativo deve desumersi una prevalenza dell’autonomia contrattuale delle parti, la quale è però destinata a soccombere laddove sia preminente una tutela del contraente debole, esigenza che si esplica quando lo squilibrio economico tra le prestazioni non sia censurabile in quanto tale, ma in quanto espressione di una violazione degli obblighi di trasparenza ed informazione, che trovano il loro sostrato costituzionale nel dovere di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost. Sulle parti incombe quindi il dovere di tutelare la posizione di controparte, qualora ciò non comporti un apprezzabile sacrificio della propria posizione giuridica. Del pari, lo squilibrio economico può dirsi rilevante quando il consumatore non sia posto nelle condizioni di valutare ex ante la convenienza dell’affare a causa di clausole che consentano al professionista unilateralmente di aumentare il prezzo del bene o del servizio, obbligando il consumatore a rimanere vincolato nelle strette maglie del contratto.

Il rilievo d'ufficio della nullità si basa solo su fatti accertati e non su fatti ipotetici

(Cass. Civ., Sez. Lav., 13 ottobre 2021, n. 36353) stralcio a cura di Ilaria Marrone
nota di Laura Calvaruso     Nel caso sottoposto all’esame della Suprema Corte veniva promosso ricorso, fondato sulla violazione degli artt. 1418 e 1421 cc e dell’art. 55 bis, comma 4 d.lgs. n. 165/2001, avverso la sentenza emessa in grado di appello che aveva rigettato l’impugnativa del licenziamento di parte ricorrente. In particolare, la censura sollevata da parte ricorrente muoveva dal principio espresso nell’art. 1421 cc, a mente del quale la nullità può essere rilevata d’ufficio dal giudice, salvo diversa disposizione di legge. In altri termini, parte ricorrente, sul presupposto di una tardiva formulazione in rito dell’eccezione di nullità, sollecitava l’esercizio del potere officioso del giudice, al fine di rilevare la nullità del licenziamento per incompetenza territoriale, ai sensi dell’art. 55 bis, comma 4 d.lgs. n. 165/2001, vigente ratione temporis. Preliminarmente è opportuno tracciare i confini applicativi della pronuncia in esame. La Suprema Corte non si è espressa con riferimento al contrasto giurisprudenziale affrontato dalle Sez. Unite n. 10531 del 2013 in ordine alla rilevabilità d’ufficio delle eccezioni fondate su fatti non tempestivamente allegati dalle parti prescindendo dall’osservanza del principio della domanda. La sentenza in commento si colloca piuttosto in una fase anteriore alla suddetta annosa questione. Il collegio giudicante è stato, infatti, chiamato a pronunciarsi in ordine alla rilevabilità d’ufficio delle nullità i cui fatti costitutivi non emergono dalle allegazioni processuali delle parti, tale da sopperire alle carenze processuali di parte. Come noto, nell’ambito del rito speciale del lavoro, i poteri officiosi del giudice sono più ampi di quelli che l’organo giudicante esercita nel rito ordinario di cognizione, mentre l’attività di allegazione dei fatti e di richiesta di prove delle parti è fisiologicamente limitata agli atti introduttivi del giudizio. Solo qualora si riscontrino nel processo situazioni patologiche è consentito alle parti effettuare tale attività anche nel corso del processo. Conformemente al principio dell’acquisizione, tutti i fatti che emergano dagli atti di causa possono costituire il fondamento della decisione del giudice, anche se non specificamente allegati dalle parti, purché risultino in ogni caso legittimamente dagli atti di causa. Come acutamente osservato dalla dottrina, tale principio incontra tuttavia un limite: “esso non opera rispetto ai fatti costitutivi, identificatori di una situazione sostanziale diversa da quella dedotta in giudizio e rispetto alle eccezioni in senso stretto”. Il fondamento di tale preclusione ai poteri officiosi del giudice deve essere rintracciato nel principio di rilevanza costituzionale, di cui all’art. 111 Cost., di terzietà ed imparzialità del giudice, il quale comporta, come sostenuto dalla dottrina, che il giudice non possa sopperire “all’inattività od alle omissioni colpevoli delle parti, ma l’esercizio dei suoi poteri officiosi deve essere di ausilio all’attività delle parti”. Da ciò ne consegue l’ulteriore corollario, invero non richiamato dalla Corte nella pronuncia in commento, ma che per ragioni di completezza si ritiene di dover qui rammentare, per cui laddove il giudice sia posto nelle condizioni di esercitare i suoi poteri di rilevazione d’ufficio, al fine di garantire il rispetto del diritto di difesa ai sensi dell’art. 24 Cost. e dei principi del giusto processo ai sensi dell’art. 111 Cost., deve essere pur sempre sollecitato il contraddittorio tra le parti sulle questioni oggetto di rilievo officioso. Nonostante le preclusioni innanzi citate, i poteri officiosi del giudice assolvono alla funzione di garantire la giustizia della decisione, quale valore primario del processo. Come rilevato dalla Suprema Corte, tale primaria funzione resterebbe svisata laddove anche i poteri officiosi del giudice fossero soggetti alle preclusioni in ordine agli oneri di allegazione e prova valevoli per le parti e, nella specie, per le eccezioni in senso stretto. Ne consegue dunque che “il rilievo d’ufficio delle eccezioni in senso lato non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ed è ammissibile anche in appello, dovendosi ritenere sufficiente che i fatti risultino documentati “ex actis”. Ed in ciò si rinviene, infatti, il discrimen tra le eccezioni in senso stretto, sollevabili nel rigoroso rispetto dei limiti anche di natura temporale previsti dal codice di rito e le eccezioni in senso lato, rilevabili a fronte dell’emersione dagli atti di causa di fatti legalmente acquisiti nel corso del giudizio. Come ritenuto anche dalla dottrina che si è pronunciata sul punto, ciò che rileva è la legale acquisizione dei fatti agli atti di causa, per tale intendendosi l’acquisizione dei fatti conformemente alle norme del codice di rito, la cui violazione non può essere “sanata” dall’esercizio del rilievo officioso da parte del giudice, il quale si sostanzierebbe altrimenti nell’ammissibilità di prove ed eccezioni atipiche, in contrasto con il principio di legalità cui anche il giudice deve soggiacere. Il potere del giudice non può sopperire ad una intempestiva allegazione di parte, non potendo sconfinare in un’indagine su circostanze estranee alla causa. Il potere del giudice di rilevare d’ufficio eccezioni deve essere quindi ristretto pur sempre entro i confini dell’attribuzione di rilevanza giuridica a circostanze che non siano state adeguatamente valorizzate dalle parti entro i termini preclusivi, ma che risultino pur sempre acquisiti a processo. A tali conclusioni perviene la Corte nella sentenza in commento laddove, a fronte della denuncia di incompetenza territoriale dell’organo che aveva irrogato la sanzione del licenziamento per violazione dell’art. 55 bis d.lgs. n. 165/2001, che attribuisce la competenza ad avviare i procedimenti disciplinari e ad irrogare le relative sanzioni all’ufficio per i procedimenti disciplinari che ciascuna amministrazione individua secondo il proprio ordinamento quando il responsabile della struttura ove è prestato il servizio non ha la qualifica dirigenziale, rileva che il potere di rilevazione d’ufficio “non va sovrapposto all’introduzione nel processo di una circostanza che già non gli appartenesse, né con la proposizione di ipotesi o di percorsi di indagine finalizzati ad addivenire, da un fatto del processo, all’acquisizione al dibattito di un altro fatto, costitutivo o tale da integrare eccezione, ancora ad esso estraneo”. Il giudice non può quindi sopperire alle carenze di allegazione delle parti ed esercitare i suoi poteri su fatti di cui il giudice solo ipotizzi l’esistenza e che non risultino dagli atti di causa. Prescindendo, infatti, dall’onere probatorio, è la stessa esistenza del fatto che deve emergere dal processo ed anche se non ritualmente allegata, quantomeno deve promanare dalle risultanze istruttorie. Nel caso di specie dagli atti di causa, non emergeva che il licenziamento fosse stato irrogato da un organo non preposto all’ufficio per i procedimenti disciplinari che ciascuna amministrazione individua secondo il proprio ordinamento quando il dipendente non ha la qualifica dirigenziale ex art. 55 bis d.lgs. n. 165/2001. Dagli atti era evincibile solo che la sanzione fosse stata irrogata da un organo territorialmente situato in un ufficio diverso da quello in cui il lavoratore espletava le funzioni, in piena aderenza con il dettato e con la ratio dell’art. 55 bis sopracitato che, lasciando impregiudicato un margine di discrezionalità della pubblica amministrazione in ordine all’individuazione dell’ufficio competente, assolve alla funzione di garantire la terzietà e l’imparzialità dell’organo che irroga la sanzione, sottraendo la relativa competenza al dirigente immediatamente preposto al lavoratore, anche al fine di tutelare il lavoratore medesimo. L’imperatività della norma deve quindi essere limitata soltanto alla garanzia della terzietà ed indipendenza dell’organo che avvia il procedimento ed irroga la sanzione, come può evincersi dalla circostanza per cui il legislatore non ha imposto ulteriori vincoli alle amministrazioni, richiamando nel tenore letterale della norma, gli ordinamenti di ciascuna amministrazione, lasciando impregiudicati ampi margini discrezionali sul punto. Il fatto posto a fondamento dell’eccezione di nullità, ossia la mancata collocazione dell’organo che aveva irrogato la sanzione all’ufficio per i procedimenti disciplinari, non risultava dagli atti di causa ed il giudice non avrebbe dunque potuto “aprire l’esplorazione su un tema di fatto…che costituiva un’ipotesi, traducendosi altrimenti l’attività processuale non nella “rilevazione” di una possibile nullità, ma nell’avvio di un percorso di indagine rispetto all’acquisizione di circostanze ancora estranee al materiale di causa”. La proposizione intempestiva delle circostanze a fondamento dell’eccezione di nullità non può dunque essere sanata mediante la sollecitazione del potere di rilevazione officiosa della nullità da parte del giudice, esulando dai limiti di operatività innanzi citati dell’art. 1421 cod. civ. Sulla scorta di quanto precede, la Suprema Corte ha dunque formulato il seguente principio di diritto: “La rilevazione d’ufficio di una nullità sostanziale può avere corso esclusivamente se basata su fatti ritualmente introdotti o comunque acquisiti in causa, secondo le regole che disciplinano, anche dal punto di vista temporale, il loro ingresso nel processo, non potendosi essa fondare su fatti di cui il giudice (o la parte, tardivamente rispetto ai propri oneri) soltanto astrattamente possa ipotizzare la verificazione e che per essere introdotti presuppongano l’esercizio di un potere di allegazione ormai precluso in rito”.  

Compenso professionale: obbligazione pecuniaria portable o querable?

(Cass. Civ., Sez. VI, 17 novembre 2021, n. 34944) stralcio a cura di Ilaria Marone

Sui presupposti della servitù di uso pubblico

(Cass. Civ., Sez. II, 19 ottobre 2021, n. 28869) stralcio a cura di Francesco Taurisano 

Elementi accidentali del contratto: i diversi aspetti della condizione

(Cass. Civ., Sez. VI, 4 novembre 2021, n. 31728) stralcio a cura di Francesco Taurisano

Sul contratto autonomo di garanzia

(Cass. Civ., Sez. III, 31 maggio 2021, n. 15091) stralcio a cura di Francesco Taurisano

Sui presupposti del contratto a favore di terzi

(Cass. Civ., Sez. VI, 3 giugno 2021, n. 15442) stralcio a cura di Francesco Taurisano

Bene in comunione fra coniuge defunto e terzo

(Cass. Civ., Sez. II, 20 ottobre 2021, n. 29162) stralcio a cura di Francesco Taurisano
nota di Antonella Castaldo   Per la Suprema Corte, la locuzione "di proprietà del defunto o comuni", di cui all'art. 540, comma 2 c.c., va interpretata alla luce della ratio del diritto di abitazione e della sua stretta connessione con l'esigenza di godere dell'abitazione familiare. Il legislatore, prevedendo l'ipotesi della casa comune, si è riferito esclusivamente alla comunione con l'altro coniuge, tenuto conto che il regime della comunione è quello legale e quindi presumibilmente il più frequente a verificarsi; inoltre, ove comproprietario sia un terzo non possono verificarsi i presupposti per la nascita del diritto di abitazione, non essendo in questo caso realizzabile l'intento del legislatore di assicurare in concreto al coniuge il godimento pieno del bene oggetto del diritto (...) Il Collegio ritiene che vada altresì escluso che il coniuge superstite (...) possa ricevere l'equivalente monetario del predetto diritto, in quanto si finirebbe per attribuire "un contenuto economico di rincalzo al diritto di abitazione che, invece, ha un senso solo se apporta un accrescimento qualitativo alla successione del coniuge superstite, garantendo in concreto l'esigenza di godere dell'abitazione familiare" (…) Ad avviso dei ricorrenti (...) nulla era dovuto a titolo di equo compenso per l'uso esclusivo dell'abitazione (...) Il giudice d'appello ha confermato la decisione di primo grado che ha riconosciuto ai controricorrenti l'indennità di equo compenso per l'uso esclusivo dell'immobile a decorrere dalla data della lettera spedita (...) con la quale i coeredi (...) avevano manifestato la pretesa al riconoscimento di un indennizzo per l'uso esclusivo dell'immobile, senza che avesse rilievo la mancata precedente formulazione di richieste o intimazioni di pagamento (…) la Corte d’Appello avrebbe erroneamente confermato la decisione di primo grado, che non ha considerato come i frutti civili sono un debito di valuta e non di valore (…) Come ha precisato la Corte, non vi è stata indebita rivalutazione ad opera del primo giudice, che ha correttamente quantificato il debito (...) così che l'importo stabilito è frutto della modalità di calcolo scelta e non della sua trasformazione in debito di valore (...)"                                                                                                              Nota di Antonella Castaldo   La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza in esame, è tornata ad occuparsi di un tema molto dibattuto nella prassi successoria e riguardante il diritto di abitazione del coniuge superstite sulla casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredano. L’ordinanza in epigrafe trae origine dal giudizio di scioglimento di una comunione ereditaria, nel quale la moglie superstite aveva proposto domanda riconvenzionale per l’accertamento in proprio favore, del diritto di abitazione, ex art 540 c.c. secondo comma, sulla quota di proprietà del marito (e pari ad 1/3), della casa adibita a residenza familiare, nella quale la convenuta assumeva di aver vissuto per oltre vent’anni con il coniuge e i loro figli, ovvero in via subordinata, la liquidazione per equivalente monetario della menzionata quota. Entrambe le domande, tuttavia, venivano rigettate dal Tribunale e, successivamente, dalla Corte di Appello adita, la quale nel confermare la sentenza di primo grado, poneva a fondamento della propria decisione l’orientamento giurisprudenziale che riserva al coniuge superstite il diritto di abitazione sulla casa familiare solo se, al momento dell’apertura della successione, era del coniuge defunto o comune. Contestualmente, veniva rigettato il preteso diritto all’equivalente monetario della quota di proprietà del de cuius. La moglie soccombente ricorreva perciò in Cassazione. Da qui il delinearsi, quale nodo centrale dell’ordinanza in esame, della configurabilità o meno del diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare, in favore del coniuge superstite, quando ne è oggetto un immobile del de cuius in comproprietà con terzi. Tale dubbio è stato risolto dagli Ermellini i quali chiariscono il significato della locuzione contenuta nel secondo comma dell’art. 540 c.c., “di proprietà del defunto o comuni”, oggetto di numerosi dibattiti dottrinali e giurisprudenziali, che “va interpretata alla luce della ratio del diritto di abitazione e della sua stretta connessione con l’esigenza di godere dell’abitazione familiare”. Al riguardo, l’art. 540, secondo comma, c.c., attribuisce il diritto di abitazione al coniuge superstite, sulla casa utilizzata come residenza familiare, anche in presenza di altri chiamati all’eredità e di uso dei mobili presenti nell’abitazione, sempre che siano di proprietà del defunto o di proprietà comune. Il dibattito sopra menzionato, ha perciò riguardato il significato da attribuire alla parola “comuni”, ovverosia se il legislatore, nel formulare l’art. 540 c.c., secondo comma, abbia inteso riferirsi esclusivamente alla comproprietà con l’altro coniuge, o abbia voluto comprendere anche l’ipotesi di comproprietà dell’immobile tra de cuius e altri chiamati alla successione o terzi. L’orientamento giurisprudenziale prevalente, ritiene che tale formulazione vada interpretata alla luce dell’intento iniziale del legislatore, di consentire al coniuge superstite la persistenza nel godimento della casa adibita a residenza familiare e dei mobili che la corredano, preservando quell’ambiente etico-affettivo in cui è convissuto con il de cuius[1]. Pertanto, laddove il comproprietario della casa adibita a residenza familiare sia un terzo, non si potrebbero verificare i presupposti per la nascita del diritto di abitazione, posto che non sarebbe più realizzabile il proposito del legislatore, di garantire al coniuge superstite quel pieno e totale godimento del bene in oggetto. I giudici di legittimità osservano infatti che, affinché possano sorgere in favore del coniuge superstite i diritti di abitazione della casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredano, occorre che la suddetta casa e i relativi arredi, siano di proprietà del “de cuius” o in comunione tra lui e il coniuge e, al contrario, si deve negare la configurabilità di tali diritti quando il bene sia in comunione con terzi. Secondo la Suprema Corte, nel caso in esame, non sorge alcun diritto in favore della moglie superstite, dato che la casa adibita a residenza familiare e i relativi mobili che la corredavano, non appartenevano interamente al de cuius, ma erano in comproprietà tra quest'ultimo e i suoi fratelli. In conclusione, la comproprietà tra de cuius e terzi del medesimo cespite adibito a residenza familiare, non permette di soddisfare quell’esigenza abitativa sottesa all’art. 540, secondo comma, c.c. e, di conseguenza, non fa sorgere il diritto di abitazione in favore del coniuge superstite. La Corte di Cassazione ha poi affermato che deve essere altresì escluso l’equivalente monetario del diritto di abitazione in favore del coniuge superstite, nei limiti della quota di proprietà del de cuius poiché, in caso contrario, si finirebbe per attribuire un contenuto economico di rincalzo al diritto di abitazione che, invece, ha un senso solo laddove apporti un accrescimento in termini qualitativi alla successione del coniuge superstite, garantendo quell’esigenza abitativa sopra citata ovverosia il concreto godimento dell’abitazione familiare[2]. In altri termini, secondo gli ermellini, dall’impossibilità di configurare in capo al coniuge superstite il diritto di abitazione sul cespite adibito a residenza familiare e di uso dei mobili che lo corredano, deriverebbe l’impossibilità per la ricorrente, di conseguire l’equivalente monetario della quota di proprietà del defunto marito. Infine, ad avviso della ricorrente, nulla era dovuto a titolo di equo compenso per l’uso esclusivo dell’abitazione. La Corte di Cassazione ha confermato il principio applicato dalla Corte d’Appello in forza del quale, l’utilizzo esclusivo di un bene da parte di un comproprietario, in assenza del consenso degli altri comproprietari, rispetto ai quali ne resta precluso l’uso, determina un danno, in quanto le facoltà domenicali vengono compresse, sia per il venir meno del godimento del bene da parte degli altri comproprietari, sia per l’impossibilità degli stessi di trarre dalla res una qualche utilità che il cespite è idoneo a produrre[3]. Per tali ragioni il motivo è infondato. Con il terzo dei motivi denunciati, la ricorrente affermava che la Corte di Appello aveva considerato i frutti civili come debito di valore e non di valuta. I frutti civili, in base alla formulazione dell’art 820 c.c., sono obbligazioni di valuta, in quanto aventi ad oggetto, sin dall’origine, una somma di denaro determinata, o anche solo determinabile e, pertanto, soggette ex art 1227 c.c., al principio nominalistico. Al contrario, nei debiti di valore, la dazione di una somma di denaro rappresenta l’equivalente monetario di una diversa obbligazione che, pertanto, non è soggetta al principio nominalistico. Anche il terzo motivo, secondo i giudici di legittimità, è infondato dal momento che la Corte di Appello avrebbe ben correttamente quantificato il debito in base all’ammontare del canone figurativo, calcolandone l’importo anno per anno. Quest’ultimo, dunque, è infatti frutto di una modalità di calcolo adottata dai giudici di Appello e non della sua trasformazione da debito di valuta, in debito di valore. Pertanto, il calcolo è corretto e la qualificazione anche.   [1] In tal senso Corte di Cass. n. 2754/2018. [2] Corte di Cass. n. 6691/2000; in senso opposto Cass. n. 2474/1987. Si veda anche Cass. n. 14594/2004. [3] Sul punto, Corte di Cass. n. 19215/2016; Corte di Cass. n. 11486/2010.

Nullità della procura alle liti con sottoscrizione illeggibile

(Cass. Civ., Sez. III, 18 febbraio 2021, n. 4421) stralcio a cura di Daniela Evoluzionista

Contestualità della garanzia ipotecaria risetto al sorgere dell'originario credito

(Cass. Civ., Sez. I, 9 aprile 2021, n. 9193) stralcio a cura di Daniela Evoluzionista

Autoriduzione del canone nelle locazioni commerciali

(Cass. Civ., Sez III, 29 gennaio 2021, n. 2154) stralcio a cura di Daniela Evoluzionista

Attivi di gestione in condominio

(Cass. Civ., Sez. IV, 9 febbraio 2021, n. 3043) stralcio a cura di Daniela Evoluzionista

Fumi nocivi ed intollerabili emessi dalle canne fumarie

(Cass. Civ., Sez. VI, 03 giugno 2021, n.15441) stralcio a cura di Carla Bochicchio
nota di Ciro Maria Ruocco     La pronuncia in esame analizza la problematica attinente alle intollerabili emissioni di fumi nocivi dalle canne fumarie, nel caso in cui sia presente un regolamento comunale che stabilisca distanze minime rispetto alle luci o vedute più prossime. In particolare, la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso presentato avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma, la quale, a differenza della pronuncia di primo grado del Tribunale di Rieti, che aveva ritenuto insussistente alcuna lesione della situazione possessoria invocata dalla ricorrente, accoglieva il gravame proposto dalla parte appellante. Nello specifico, il problema riguardava il fabbricato che ospitava gli appartamenti delle due parti in causa e che risultava coperto da due tetti strutturalmente autonomi dei quali quello che copriva l’appartamento del convenuto, sul quale era installata la canna fumaria in questione, era posto più in basso rispetto al “colmo del tetto”, ovvero la parte più alta dell’intero fabbricato. La questione giuridica ruota intorno all’art. 890 c.c., rubricato “distanze per fabbriche o depositi nocivi e pericolosi”, che sancisce l’obbligo per chi, presso il confine, anche se su questo si trova un muro divisorio, voglia fabbricare forni, camini, magazzini di sale, stalle e simili, o voglia collocare materie umide o esplodenti o in altro modo nocive, ovvero impiantare macchinari, per i quali può sorgere pericolo di danni, di osservare le distanze stabilite dai regolamenti e, in mancanza, quelle necessarie a preservare i fondi vicini da ogni danno alla solidità, salubrità e sicurezza. A questo proposito, la Suprema Corte chiarisce che le canne fumarie assolvono alla stessa funzione dei camini e pertanto soggiacciono alla disciplina di cui all'art. 890 c.c.  I manufatti apposti nei pressi del confine con un fondo altrui devono osservare le distanze stabilite dai regolamenti oppure, in mancanza, quelle necessarie ad assicurare la sicurezza, la solidità e la salubrità dei fondi finitimi. Specifica, inoltre, la Corte che in presenza di un regolamento anche locale che disciplini il profilo delle distanze, secondo orientamento costante (Cassazione civile sez. II, 22/10/2009, n. 22389; Cassazione civile sez. II, 22/02/2011, n. 4286; Cassazione civile sez. II, 3/10/2013, n. 22635; Cassazione civile sez. II, 16 aprile 2018, n. 9267), vige una presunzione assoluta di pericolosità , la quale preclude qualsiasi accertamento concreto mentre, in difetto di una disposizione regolamentare, si ha pur sempre una presunzione di pericolosità, sebbene relativa, che può essere superata ove la parte interessata al mantenimento del manufatto dimostri che si possa ovviare al pericolo o al danno del fondo vicino. Nella vicenda oggetto della pronuncia in commento, era presente un apposito regolamento comunale, che all’art. 32 sanciva, testualmente, che "tanto gli impianti collettivi di riscaldamento che quelli singoli, nonché gli scaldabagni... e i camini debbono essere muniti di canne fumarie indipendenti, prolungate per almeno un metro al di sopra del tetto o della terrazza; la fuoriuscita dei fumi deve verificarsi a non meno di 10 m. da qualsiasi finestra a quota uguale o superiore". Pertanto, il giudice di prime cure concludeva per la piena conformità del manufatto alle prescrizioni urbanistiche, dimostrata dal fatto che la canna fumaria del convenuto si ergeva, rispetto alla falda del tetto sul quale era ubicata, per un’altezza ben superiore a quella minima di un metro e che la stessa, era più alta della finestra della parte ricorrente, per cui non doveva la distanza minima stabilita dal regolamento summenzionato. Di contro, la Corte d’Appello di Roma riteneva che l’altezza che doveva essere presa in considerazione per verificare la conformità della canna fumaria alle prescrizioni del regolamento non fosse quella del tetto sul quale la stessa canna insisteva, bensì quella del colmo della più alta copertura del fabbricato comune, in ossequio a quella che è la ratio legis del regolamento citato, ovvero quella di evitare che fumi nocivi ed intollerabili emessi dalle canne fumarie invadessero le abitazioni. Infine, a seguito di ricorso in Cassazione, la Suprema Corte, stabilendo che la ratio anche dell’art. 890 c.c. è proprio quella di evitare che fumi nocivi ed intollerabili emessi dalle canne fumarie invadano le abitazioni e, trattandosi di tetti che coprono il medesimo fabbricato ad altezza diversa, tale scopo può essere raggiunto avendo come riferimento, per il calcolo delle distanze, il c.d. "colmo del tetto", cioè la parte più alta dell'intero fabbricato e non già il tetto di copertura della porzione più bassa del medesimo fabbricato. Dunque, il dubbio se calcolare la misura minima indicata dal regolamento comunale considerando la parte più alta o la parte più bassa del tetto viene risolto dalla Giurisprudenza di legittimità, aderendo all’impostazione più rigorosa: al fine di tutelare i fondi finitimi la soglia del tetto da considerare per misurare la distanza minima è quella del “colmo del tetto”. Ad avviso di chi scrive, è condivisibile la decisione adottata dalla Suprema Corte in quanto le regole in materia di edilizia, nel prevedere i limiti che devono essere osservati dai proprietari, tendono a conciliare due tipi di interessi: da un lato l’interesse del proprietario allo sfruttamento del proprio bene e dall’altro l’interesse generale pubblicistico ad un uso equo e razionale del bene immobile, alla tutela del paesaggio, dell’ambiente e, nel caso in esame, della salute. Non vi è dubbio che i due interessi siano perfettamente bilanciati solo se il calcolo delle distanze avvenga dal “colmo del tetto”, essendo tale soluzione idonea a tutelare la salubrità dei luoghi adiacenti senza incidere in modo eccessivo sul diritto del proprietario.

I costi per i lavori di ristrutturazione eseguiti nella casa della ex convivente costituiscono obbligazione naturale se non sono sproporzionati al patrimonio e alle condizioni sociali del solvens

(Cass. Civ., Sez. VI, 01 luglio 2021, n.18721) stralcio a cura di Carla Bochicchio
nota di Elisa Angela Cravero       In rigetto delle pretese del ricorrente circa l’errata applicazione dell’art. 2041 c.c., la Suprema Corte interviene in questa occasione per ribadire un principio consolidato in tema di rimborsi tra ex conviventi more uxorio, ripreso anche recentemente con la sentenza n. 5086/2022, secondo il quale è possibile esperire l’azione generale di arricchimento anche in presenza di pregresso legame tra le parti purché “in presenza di prestazioni a vantaggio dell’altro esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza”. Nel caso di specie, l’attore, in primo grado, aveva vittoriosamente esperito la predetta azione, dando prova sia della breve durata dell’affectio sia delle ulteriori spese sostenute per la gestione familiare, insistendo principalmente sull’esclusivo vantaggio ricavatone dalla convenuta, proprietaria dell’immobile adibito a residenza comune, tramite l’esborso di importi decisamente al di sopra dei propri redditi. Tale decisione era stata, però, successivamente ribaltata in sede di appello, laddove il Giudicante aveva invece ritenuto, conformandosi alla pregressa giurisprudenza di legittimità, come risultasse inconciliabile l’applicazione dell’art. 2041 c.c. ai rapporti di convivenza, nell’ipotesi di prestazioni rese da un convivente a favore dell’altro per ristrutturare o costruire la dimora, posto che tali elargizioni sono di natura senza dubbio spontanea, e, pertanto, ricadenti nell’alveo dell’art. 2034 c.c., senza possibilità di ripetizione. Ragionamento confermato in Cassazione, laddove le sezioni semplici, al di là del motivo di impugnazione, tra l’altro, non meritevole di accoglimento in quanto attinente al merito della causa, hanno rilevato la proporzionalità delle opere realizzate dal ricorrente, nell’adempimento di un dovere morale e sociale assunto anche verso la prole. Pertanto, veniva respinto anche il secondo motivo di gravame attinente alla prova del vantaggio esclusivo dell’apporto patrimoniale verso la ex convivente, in quanto nella tesi del ricorrente l’esborso aveva incrementato il valore di un bene di proprietà della controparte “senza essere strumentale alle concrete esigenze quotidiane”. Ebbene, sul punto, è bene chiarire come l’irripetibilità delle spese sostenute da un convivente nei confronti dell’altro non possa essere considerata come assoluto, posto che l’azione ex art. 2041 c.c. possa certamente essere esperita anche nei rapporti familiari interrotti, purché venga provato l'effettivo squilibrio patrimoniale derivante dall'eccessivo importo speso per il benessere della famiglia. In buona sostanza, il parametro relativo alla proporzionalità e all'adeguatezza tra le risorse economiche spese e l'adempimento dei doveri morali e sociali incide non solo sul quantum ai fini dell'indennizzo, ma anche sull'an, in quanto in assenza della prova, circa il superamento del medesimo, alcun importo può essere riconosciuto all'ex convivente depauperato, in piena coerenza con il granitico orientamento vigente in tema di rapporti coniugali. Invero, “anche se un coniuge contribuisce alla realizzazione di un edificio situato sul fondo di esclusiva proprietà dell'altro non acquista alcun diritto sullo stesso, nè esso può costituire oggetto di comunione. Il coniuge non proprietario potrà tutt'al più, chiedere la ripetizione di quanto versato, purché sia in grado di provarne i conferimenti (Cass. civ., sez. I, 30 settembre 2010, n. 20508)”. Se ne deduce come, anche nella famiglia di fatto, non possa derogarsi al regime delle obbligazioni naturali, laddove l'apporto fornito dal convivente sia, anche perché destinato al godimento comune del bene, coerente con le proprie finanze, in quanto inserito in un progetto di vita che, indipendentemente dalla durata, esclude qualunque profilo di arricchimento in capo all'altro. Dunque, non si vede ragione per non evidenziare anche in tale fattispecie la sussidiarietà dell'azione di arricchimento ingiustificato, posto che, non essendoci alcun rapporto contrattuale tra le parti, e non potendo il depauperato essere considerato terzo a seguito di scioglimento dell'unione, non è applicabile alcuna altra azione per la tutela del proprio diritto, nemmeno invocando l'art. 936 c.c., il quale “ trova applicazione soltanto quando l'autore delle opere sia realmente terzo, ossia non abbia con il proprietario del fondo alcun rapporto giuridico di natura reale o personale che gli attribuisca la facoltà di costruire sul suolo (cfr. Cass. n. 5072 del 1993; Cass. n. 895 del 1997; Cass. n. 11835 del 2003; Cass. n. 12550 del 2009)”. Segnatamente, proprio la natura ambivalente dell'istituto ex art. 2041 c.c. ne ha permesso l'applicazione nell'ambito del diritto di famiglia e dei diritti della persona, anche per l'aspetto equitativo della predetta azione giudiziale, laddove si sia determinato uno spostamento patrimoniale non giustificato nella sfera dei due ex conviventi, quando le attribuzioni reciproche “esulino dall'adempimento del dovere di assistenza e contribuzione, nonché travalichino i limiti di proporzionalità ed adeguatezza” ( cfr. Cass. n. 2392/2020). Si conclude, dunque, per l'esclusione, salvo prova contraria, del diritto all'indennizzo in capo all'ex convivente, in quanto da un lato solvens di un'obbligazione naturale insita nel rapporto de facto, e dall'altro quale detentore qualificato (non terzo) del bene adibito a residenza comune, nonostante la contribuzione alle spese di costruzione/ristrutturazione, anche in caso di proprietà esclusiva dell'altro convivente.

I danni da infiltrazioni provenienti dal lastrico solare ad uso esclusivo

(Cass. Civ., Sez. VI, 08 luglio 2021, n. 19556) stralcio a cura di Carla Bochicchio
nota di Cesare Mele     La pronuncia in esame analizza l’annosa problematica attinente all’imputazione di responsabilità in caso di danni derivanti da omessa riparazione del lastrico solare, nel caso in cui le infiltrazioni verificatesi siano dovute a difetti di progettazione o di esecuzione dell’opera. In particolare, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato avverso la sentenza della Corte d’Appello di Napoli, la quale, a differenza della pronuncia di primo grado che aveva ritenuto corresponsabili il proprietario esclusivo del lastrico solare ed il condominio ai sensi dell’art. 1126 c.c., aveva affermato la responsabilità unicamente del medesimo proprietario esclusivo ex. art. 2051 c.c. Come è noto, l’art. 2051 c.c. disciplina la responsabilità speciale per danno da cose in custodia, prevedendo che chi ha in custodia una cosa risponde del danno originato da essa, salva la prova del caso fortuito. Il custode risponde per colpa presunta, la quale è giustificata dal fatto che l’idoneità della cosa a produrre un danno impone al custode di adottare le misure idonee a renderla innocua. Il custode risponde per violazione del suo dovere di sorveglianza; parte della dottrina ritiene che nella specie si sia in presenza di una responsabilità oggettiva.   Presupposti della responsabilità ex art. 2051 del codice civile sono il nesso di causalità tra il danno e la cosa nonché il rapporto di custodia con la stessa. Innanzitutto, è necessario che il danno derivi dalla cosa ovvero che sia esplicazione della sua concreta potenzialità dannosa per effetto di una sua connaturale forza dinamica o per l’effetto di concause umane o naturali essendo, invece, irrilevante il requisito dell’intrinseca pericolosità al bene. Per custodia, invece, si intende il potere di effettiva disponibilità (materiale e giuridica) e controllo della cosa. Difatti, è qualificato come custode non solo il proprietario, ma anche il possessore, il detentore ed anche il condominio.   In ordine, poi, alla responsabilità da infiltrazione è possibile operare una distinzione a seconda della origine della stessa: se l’acqua giunge dall’unità immobiliare di proprietà esclusiva, è obbligato al risarcimento il singolo condomino proprietario; se l’infiltrazione giunge da una parte comune del condominio, invece, sarà tenuto al risarcimento l’intero condominio per i danni derivanti dalla cattiva manutenzione dell’edificio. Salvo che il regolamento condominiale preveda diversamente, il lastrico solare è qualificato come parte comune del condominio e, quindi, in caso di danno da infiltrazione, è considerato responsabile l’intero condominio. Nella vicenda oggetto della pronuncia in commento, però, risultando il lastrico solare di proprietà esclusiva di un condomino, si pongono problemi in merito all’individuazione del soggetto responsabile dei danni arrecati. La questione è stata affrontata dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass., Sez. Un., 10 maggio 2016, n. 9449), le quali hanno chiarito che, laddove l’uso del lastrico solare non è comune a tutti, dei danni da infiltrazioni rispondono sia il proprietario o l’usuario esclusivo, quale custode del bene ai sensi dell’art. 2051 c.c., sia il condominio in forza degli obblighi inerenti l’adozione dei controlli necessari alla conservazione delle parti comuni incombenti sull’amministratore ex art. 1130, comma 1, n. 4, c.c., nonché sull’assemblea dei condomini ex art. 1135, comma 1, n.4, c.c., tenuta a provvedere alle opere di manutenzione straordinaria. Siffatta corresponsabilità, regolata ai sensi dell’art. 1126 c.c., viene meno ogniqualvolta si provi che il danno sia riconducibile ad un fatto del titolare esclusivo del diritto sul lastrico solare. Invero, nel caso in esame è stato accertato che la causa dei danni non è rinvenibile nella mancanza di manutenzione della cosa da parte del condominio, ma a difetti originari di progettazione e di esecuzione dell’opera, indebitamente tollerati dal proprietario esclusivo. Nella individuazione del soggetto responsabile si sono registrati in giurisprudenza due differenti orientamenti: per un primo orientamento, sussisterebbe la responsabilità del condominio per i danni arrecati dai beni e servizi comuni alla porzione di proprietà esclusiva di uno dei condomini anche se i danni siano imputabili a vizi edificatori dello stabile, con responsabilità concorrente del costruttore-venditore (Cass., Sez. III, 20 agosto 2003 n. 12211; Id., 17 ottobre 2019 n. 26291); per un secondo orientamento, invece, vi sarebbe responsabilità del solo proprietario del lastrico solare e non anche del condominio (Cass., Sez. II, 21 novembre 2016 n. 23680; Id., 15 aprile 2010 n. 9084; Cass., Sez. III, 18 giugno 1998 n. 6060; Id., 19 giugno 2013 n. 15300). La pronuncia in esame aderisce a questo secondo orientamento in quanto ritiene che “in tema di condominio negli edifici, dei danni da infiltrazioni cagionati dal lastrico solare o dalla terrazza a livello di uso esclusivo, imputabili non alla omissione di riparazioni del bene, quanto a difetti di progettazione o di esecuzione dell’opera, indebitamente tollerati dal singolo proprietario, risponde soltanto quest’ultimo, agli effetti dell’art. 2051 c.c., e non anche -sia pure in via concorrenziale- il condominio, il quale è obbligato ad eseguire le attività di conservazione e di manutenzione straordinaria del bene, e non ad eliminare vizi costruttivi originari”. Pare condivisibile la decisione adottata dalla Suprema Corte in quanto, pur dovendo i singoli condomini contribuire proporzionalmente alle spese derivanti dal normale deterioramento del lastrico, sarebbe irragionevole addossare agli stessi anche le spese occorrenti per eliminare danni cagionati dolosamente o colposamente da taluno soltanto dei condomini (in questo caso il proprietario esclusivo del lastrico solare), avendo lo stesso tollerato i difetti costruttivi e di progettazione senza in alcun modo intervenire per la loro eliminazione. La necessità del dolo o della colpa del proprietario esclusivo del lastrico conferma, infine, la validità dell’orientamento che esclude la qualificazione della responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. come responsabilità oggettiva, prescindendo del tutto da ogni considerazione della condotta e della colpa del custode. Invero, la responsabilità del custode va qualificata come responsabilità aggravata per colpa presunta, la cui ratio riposa nel generale dovere di diligenza che impone a chi ha la disponibilità di una cosa di tenerla in condizioni di non pericolosità. È fatta salva comunque per il proprietario esclusivo del lastrico solare l’azione di rivalsa nei confronti del costruttore-venditore.

Il danno biologico deve tener conto della lesione dell'integrità psicofisica sotto il duplice aspetto dell'invalidità temporanea e di quella permanente.

(Cass. Civ., Sez. III, 12 marzo 2021, n. 7126) stralcio a cura di Carla Bochicchio

La responsabilità della casa farmaceutica per i danni conseguenti a sperimentazione clinica

(Cass. Civ., Sez. III, 20 aprile 2021, n. 10348) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Onere della prova in ambito sanitario

(Cass. Civ., Sez VI, 22 aprile 2021, n. 10592) stralcio a cura di Ida Faiella

La natura giuridica della pronuncia dichiarativa della risoluzione del contratto

(Cass. Civ., Sez. VI, 26 novembre 2021, n. 36918) stralcio a cura di Gianmarco Meo

Il riparto dell'onere probatorio negli incidenti occorsi negli edifici scolastici

(Cass. Civ., Sez. III, 17 marzo 2021, n. 7410) stralcio a cura di Gianmarco Meo

In tema di testamento olografo, non rileva l'errore formale nell´indicazione della data

(Cass. Civ., Sez. VI, 29 novembre 2021, n. 37228) stralcio a cura di Gianmarco Meo
nota di Giuseppe Piccardo   La vicenda oggetto della sentenza in commento trae origine dall’impugnazione di un testamento olografo, innanzi al Tribunale di Bari, da parte di alcuni degli eredi nominati. Il Tribunale dichiarava, con sentenza non definitiva, la validità del testamento contestato, rigettava la domande proposte dal convenuto, volte a fare accertare l’invalidità della scheda testamentaria, per difetto di forma in relazione alla data del testamento e per incapacità naturale del testatore: contestualmente, con sentenza non definiva, il giudice di prime cure individuava i coeredi, le quote e i beni rientranti nella massa ereditaria mentre, con sentenza definitiva, operava la divisione in conformità a quanto statuito con la sentenza non definitiva, suddetta. Avverso le sentenze del Tribunale (definitiva e non definitiva), veniva proposto appello, rigettato dal Giudice di secondo grado, in quanto “l’appellante, con riferimento alla data del testamento (27.0994), si era limitato a reiterare l’eccezione di invalidità del testamento per errata indicazione della data, senza null’altro aggiungere a sostegno di tale asserita erroneità e della valutazione in merito operata dal tribunale”. Inoltre, respingeva il motivo d’appello riguardante il riconoscimento, operato dal primo giudice, della capacità del testatore, nonché l’ulteriore censura mossa dall’appellante, il quale pretendeva che fosse esclusa dal compendio oggetto di divisione una tettoia, sostenendo trattarsi di bene di sua proprietà esclusiva. A seguito del rigetto del ricorso in sede di gravame, la parte soccombente in secondo grado proponeva ricorso per Cassazione, sulla scorta di due motivi. Con il primo motivo - rubricato “omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tre le parti ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Invalidità del testamento per omessa indicazione della data ai sensi dell’articolo 602 c.c.,”, evidenziava che il testamento recava quale data una serie numerica “27.0994” e, quindi, una data non certa. Il Tribunale aveva ritenuto che la sequenza “0994” indicasse il mese e l’anno di redazione del testamento, opinando che la mancata apposizione del punto fra tali cifre dovesse considerarsi una dimenticanza. Secondo il ricorrente, invece, le considerazioni del giudice di primo grado, integravano una mera deduzione, come tale non oggettiva, senza alcuna specifica valutazione sul punto. Con il secondo motivo, l’appellante deduceva che la Corte d’appello avrebbe confermato la decisione del Tribunale in relazione alla tettoia di un immobile caduto in successione, in assenza di un effettivo accertamento sulla regolarità edilizia del manufatto. Il ricorrente rilevava, altresì, che il consulente tecnico aveva segnalato che la tettoia in oggetto era priva di identificazione catastale e che risultava depositata. presso gli uffici comunali, un’autorizzazione in sanatoria, ma che la documentazione correlata a tale autorizzazione non era stata in alcun modo valutata dal Giudice, benché fosse possibile farlo d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio. La Suprema Corte decideva il ricorso nel senso di ritenere che “l’indicazione erronea della data nel testamento olografo, dovuta ad errore materiale del testatore per distrazione, ignoranza od altra causa, anche se concretantesi in una data impossibile, non voluta, però, come tale, dal testatore, può essere rettificata dal giudice, avvalendosi di altri elementi intrinseci della scheda testamentaria, così da rispettare il requisito essenziale della autografia dell’atto”. I Giudici proseguivano con il precisare che l’apprezzamento del giudice del merito circa la sussistenza di un mero errore materiale del testatore al riguardo e circa l’esclusione dell’intenzione del testatore d’indicare, invece, intenzionalmente, una data impossibile - che renderebbe annullabile il testamento, perché equivalente a data inesistente- deve essere considerata una valutazione di merito, non censurabile in sede di giudizio di legittimità, da effettuare caso per caso, mediante accurata analisi dell’intera scheda testamentaria, in tutti i suoi elementi intrinsechi. La Cassazione, nella sentenza in commento richiama, quale precedente, la decisione del medesimo organo giurisdizionale del 5 giugno 1964, numero 1374 (reperibile per esteso in Giustizia Civile, 1964, I, 1750), la quale si era espressa nel senso di ritenere che nel caso di testamento contenente un data impossibile, per errore del testatore, da accertare in concreto dal Giudice, mediante indagine sulla volontà del testatore, il giudice stesso può correggere la data, se quella esatta possa essere desunta dalla scheda testamentaria, in modo che sia rispettato il requisito dell’autografia dell’atto. Tuttavia, qualora ciò non fosse possibile, la data dovrà essere considerata inesistente, con conseguente annullabilità del testamento, ai sensi dell’articolo 606 c.c., in quanto elemento essenziale per accertare la capacità del testatore e l’efficacia tra più schede testamentarie. Il principio posto dalla sentenza in commento si pone in continuità, non solo con la decisione sopra citata, ma anche con una più recente pronuncia di legittimità, precisamente la sentenza numero 10613 del 23 maggio 2016, secondo la quale l’inesatta indicazione della data, dovuta ad errore materiale del testatore (per distrazione, ignoranza od altra causa), pur se essa, senza essere così voluta dal “de cuius”, sia impossibile (nel caso di specie il “12-112-1990” ), può essere rettificata dal giudice, ricorrendo ad altri elementi intrinseci della scheda testamentaria, sì da rispettare il requisito essenziale della autografia dell’atto. Autografia che costituisce elemento essenziale del testamento, in quanto atto personalissimo e non può essere ricostruita mediante atti esterni alla scheda testamentaria. In dottrina, invece, si distingue tra l’ipotesi dell’assenza di data e di data non veritiera nel testamento, dalla data impossibile, cioè inesistente o irreale, per un errore materiale, come nel caso di specie. Secondo alcuni autori, in caso di impossibilità di sua correzione, la data impossibile, al di fuori dei casi in cui è ammessa la prova della falsità, è comunque formalmente valida, a meno che non venga accertata una volontà non seria del testatore, mentre secondo altra tesi essa deve essere considerata mancante. Ad avviso dello scrivente, è preferibile accedere alla prima tesi esposta, in quanto maggiormente conforme al dettato dell’articolo 602, comma 3 c.c., che sembra voler separare, in modo netto, il trattamento giuridico dei casi in cui è ammessa la prova della non veridicità della data del testamento, da tutti gli altri, in cui, invece, essa sarebbe validamente apposta, compreso nel caso di data impossibile. Circa l’onere della prova della non veridicità della data per volontà del testatore, essa può essere data con ogni mezzo, non incontrando limiti.    Per completezza, ed in via meramente incidentale, a conclusione del presente commento, si sintetizza, di seguito, il principio di diritto che la Suprema Corte ha espresso, nella sentenza, in relazione al secondo motivo di ricorso proposto, relativo alla questione, sopra accennata, delle nullità urbanistiche connesse al fabbricato caduto in successione. Al riguardo, la Corte di Cassazione in continuità con quanto espresso dalle Sezioni Unite, con la sentenza numero 8230 del 22 marzo 2019, precisa, in particolare, che la nullità comminata dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46 e dalla legge n. 47 del 1985,artt.17E 40, deve essere ricondotta nell’alveo del comma 3 dell’art. 1418,c.c., di cui costituisce una specificazione, e deve qualificarsi, quindi,come nullità “testuale”,con tale espressione dovendo intendersi un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile; titolo che deve esistere realmente e deve esser riferibile, proprio, a quell’unità immobiliare. Di conseguenza, in presenza nell’atto della dichiarazione dell’alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto deve essere considerato valido, indipendentemente dalla conformità o della difformità della costruzione realizzata, al titolo menzionato.

La reintegrazione nel possesso e le azioni in autotutela del proprietario

(Cass. Civ., Sez. II, 28 luglio 2021, n. 21613) stralcio a cura di Gianmarco Meo

L'estensione della nullità del contratto alla clausola compromissoria

(Cass. Civ., Sez. I, 29 novembre 2021, n. 37266) stralcio a cura di Gianmarco Meo

Nozione di prodotto difettoso e vizio del prodotto: differenze tra art. 117 cod. cons. e art. 1490 c.c.

(Cass. Civ., Sez. III, 10 maggio 2021, n. 12225) stralcio a cura di Fabrizia Rumma
nota di Martina Nicolino       Nel 1999, il sig. R.T., medico di base, assumeva il farmaco Lipobay 0,2 della Bayer S.p.A. Durante tale assunzione, lamentava una serie di disturbi quali “astenia, facile irritabilità, affaticamento e dolenza muscolare”. All’esito di accertamenti clinici, da cui emergeva “un elevato livello di CPK” nel sangue, sospendeva il trattamento, avvenuto per due mesi. Nonostante l’interruzione del farmaco, le condizioni di salute del medico peggioravano progressivamente. Nel maggio 2003, al secondo dei tre ricoveri effettuati, veniva confermata la diagnosi di “miopatia ai cingoli a lenta evoluzione e pneumopatia con deficit ventilatorio restrittivo di grado lieve”. Pertanto, il sig. R.T. agiva in giudizio contro la Bayer S.p.A. innanzi il Tribunale di Venezia che, con sentenza n. 64 del 2013, riconosceva all’attore una somma a titolo di risarcimento dei danni dal medesimo sofferti all’esito dell’assunzione del farmaco Lipobay 0,2, “dalla su indicata società immesso sul mercato italiano e dalla medesima successivamente ritirato, che gli aveva provocato la c.d. miopatia dei cingoli”. Avverso tale pronuncia del Giudice di prime cure, la Bayer S.p.A. proponeva appello, proponeva ricorso in via incidentale il sig. R.T. La Corte di Appello di Venezia, “rigettato quello in via incidentale, in parziale accoglimento del gravame interposto dalla società Bayer S.p.A. e in conseguente parziale riforma della pronunzia di primo grado, rideterminava in diminuzione l’ammontare del risarcimento”. Contro tale provvedimento la Bayer S.p.A. proponeva ricorso per Cassazione, denunziando che la Corte di merito: non avrebbe considerato che “il problema della difettosità non può coincidere con la semplice possibile insorgenza di effetti collaterali nocivi, ma deve invece ricondursi al problema di un corretto bilanciamento del rapporto rischio/beneficio relativo alla somministrazione dello stesso”; non avrebbe spiegato come mai “potesse costituire un "risultato anomalo" rispetto alla normalità delle aspettative" la patologia lamentata dalla controparte (...) chiaramente segnalata nell'informativa fornita con il prodotto”, non avrebbe valutato “le emergenze processuali ed in particolare della espletata CTU, essendosi limitata ad “aderire passivamente alle valutazioni (erronee) svolte dal giudice di prime cure circa la presunta esaustività e completezza dell’analisi peritale svolta nel corso del primo grado di giudizio”. Resisteva con controricorso il R.T. che spiegava ricorso incidentale, lamentando la confusione della Corte “tra danno non patrimoniale e danno patrimoniale, nonché erroneamente escluso il danno patrimoniale da incapacità lavorativa specifica”. Non si sottacciono, osservazioni preliminari degli Ermellini rispetto all’inidoneità delle censure mosse dai ricorrenti, che avranno un peso sulla decisione finale, atteso che: “non sono infatti sufficienti affermazioni - come nel caso - apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione”. I requisiti di formazione del ricorso per cassazione, ex art. 366 c.p.c., rilevano, infatti, “ai fini della giuridica esistenza e conseguente ammissibilità del ricorso, assumendo pregiudiziale e prodromica rilevanza ai fini del vaglio della relativa fondatezza nel merito, che in loro difetto rimane invero al giudice imprescindibilmente precluso”. Con riferimento al ricorso in via principale, la Suprema Corte specifica, in primo luogo che “all'art. 117 del Codice del consumo (e già al D.P.R. n. 224 del 1988, art. 5) viene definito "difettoso" non già ogni prodotto insicuro bensì quel prodotto che non offra la sicurezza che ci si può legittimamente attendere in relazione al modo in cui il prodotto è stato messo in circolazione, alla sua presentazione, alle sue caratteristiche palesi alle istruzioni o alle avvertenze fornite, all'uso per il quale il prodotto può essere ragionevolmente destinato, ai comportamenti che in relazione ad esso si possono ragionevolmente prevedere, al tempo in cui il prodotto è stato messo in circolazione[1]”. All’uopo, la Corte ha ritenuto doveroso precisare, proprio in relazione al concetto di sicurezza del prodotto, la differenza tra la nozione di “difetto” e di “vizio”. Mentre la prima, riconducibile al difetto di fabbricazione ovvero all’assenza o carenza di istruzioni, è strettamente connessa al concetto di sicurezza, la nozione di “vizio” di cui all'art. 1490 c.c., che descrive di un'imperfezione del bene può anche non comportare un'insicurezza del prodotto. Proprio in merito al concetto di sicurezza, la Corte ha stabilito che “il livello di sicurezza prescritto, al di sotto del quale il prodotto deve considerarsi difettoso, non corrisponde a quello della sua più rigorosa innocuità, dovendo farsi riferimento ai requisiti di sicurezza dall'utenza generalmente richiesti in relazione alle circostanze specificamente indicate all'art. 117 Codice del consumo (e già al D.P.R. n. 224 del 1988, art. 5), o ad altri elementi in concreto valutabili e concretamente valutati dal giudice di merito, nell'ambito dei quali debbono farsi rientrare gli standards di sicurezza eventualmente imposti dalle norme in materia[2]”. Per la verità, gli Ermellini chiariscono che “la verificazione del danno di per sé non deponga per la pericolosità del prodotto in condizioni normali di impiego, ma solo per una sua più indefinita pericolosità, invero insufficiente a fondare la responsabilità del produttore laddove non venga in concreto accertato che la stessa pone il prodotto al di sotto del livello di garanzia e di affidabilità richiesto dalle leggi in materia o dall'utenza[3]”. Infatti, l'onere della prova ex art. 120 del Codice del consumo prevede che sia il danneggiato a provare il danno, il difetto e la connessione causale tra difetto e danno; mentre il produttore deve provare i fatti che possono escludere la responsabilità ex art. 118 Codice del consumo: “la responsabilità da prodotto difettoso integra, pertanto, un'ipotesi di responsabilità presunta (e non già oggettiva), incombendo al danneggiato che chiede il risarcimento provare gli elementi costitutivi del diritto fatto valere. La prova della difettosità del prodotto può essere peraltro data anche per presunzioni semplici[4]”. Considerato, di converso, che ad escludere la responsabilità del produttore di farmaci “non è invero sufficiente nemmeno la mera prova di aver fornito - tramite il foglietto illustrativo (c.d. “bugiardino”) - un'informazione che si sostanzi in una mera avvertenza generica circa la non sicurezza del prodotto (cfr. Cass., 15/3/2007, n. 6007), essendo necessaria un'avvertenza idonea a consentire al consumatore di acquisire non già una generica consapevolezza in ordine al possibile verificarsi dell'indicato pericolo in conseguenza dell'utilizzazione del prodotto bensì di effettuare una corretta valutazione (in considerazione delle peculiari condizioni personali, della particolarità e gravità della patologia nonché del tipo di rimedi esistenti) dei rischi e dei benefici al riguardo, nonché di adottare tutte le necessarie precauzioni volte ad evitare l'insorgenza del danno, e pertanto di volontariamente e consapevolmente esporsi al rischio (con eventuale suo concorso di colpa ex art. 1227 c.c., in caso di relativa sottovalutazione o di abuso del farmaco)”, la corte di merito, secondo la Cassazione, ha fatto sostanzialmente corretta applicazione di tutti i principi appena enunciati. In ordine all’ultimo profilo, emerge in maniera evidente, come “le deduzioni del ricorrente (...) in realtà si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell'inammissibile pretesa di una lettura dell'asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932)”. All'inammissibilità e infondatezza dei motivi consegue il rigetto dei ricorsi, principale e incidentale. Stante la reciproca soccombenza, veniva disposta la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.   [1] v., da ultimo, Cass., 20/11/2018, n. 29828. [2] v. Cass., 20/11/2018, n. 29828; Cass., 29/5/2013, n. 13458. [3] v. Cass., 29/5/2013, n. 13458; Cass. 13/12/2010, n. 25116. [4] A tale stregua, acquisita tramite fonti materiali di prova (o anche tramite il notorio o a seguito della non contestazione) la conoscenza di un fatto secondario, il giudice può in via indiretta dedurre l'esistenza del fatto principale ignoto (nella specie, il difetto del prodotto), sempre che le presunzioni abbiano il requisito della gravità, della precisione, della concordanza (v. Cass., 29/5/2013, n. 13458. Cfr. altresì Cass., 26/6/2008, n. 17535; Cass., 2/3/2012, n. 3281).  

Il possesso non è un diritto tale da modificare la titolarità del bene

(Cass. Civ., Sez. II, 30 aprile 2021, n. 11470) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Contratto di locazione: inerzia ed abuso del diritto del locatore nei confronti del conduttore

(Cass. Civ., Sez. III, 14 giugno 2021, n. 16743) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

L'annullamento del contratto per dolo ai sensi dell'art. 1439 c.c.

(Cass. Civ., Sez. VI, 24 settembre 2021, n. 25968) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Gli effetti dell'attribuzione congiuntiva di beni ereditari

(Cass. Civ., Sez. II, 16 dicembre 2021, n. 40426) stralcio a cura di Fabrizia Rumma
nota di Nicola D'Onofrio     La pronuncia in esame muove dalla richiesta di un erede, il quale conveniva in giudizio le tre sorelle e la propria madre, per procedere alla divisione dei beni caduti nella successione ab intestato del padre (richiesta non opposta dai convenuti). Nel corso del giudizio decedeva anche la madre, cui ex lege succedevano i quattro figli. Dopo l’espletamento di due consulenze tecniche d’ufficio, le tre sorelle dell’attore chiedevano l’attribuzione congiunta di taluni beni dell’asse, con conguaglio – per la differenza - a favore di queste da versare da parte del fratello, al quale venivano destinati, invece, altri cespiti appartenenti al de cuius, di valore commerciale superiore. Il Tribunale di Napoli autorizzava il progetto così come innanzi indicato, ma senza previsione di conguagli, con condanna dell’attore alla refusione di metà delle spese, per il proprio comportamento processuale. Avverso tale sentenza proponeva appello il fratello, il quale – tra gli altri motivi – si doleva della circostanza che non ci fosse una omogeneità tra la quota congiunta assegnata alle sorelle, le quali pertanto costituivano un unico centro d’interesse, e quella ricevuta dall’appellante uti singuli. La Corte d’Appello di Napoli, all’esito del giudizio di gravame, confermava quanto statuito dal Tribunale, riformando solo la parte della sentenza di primo grado relativa alla condanna alle spese, le quali venivano compensate integralmente tra le parti. Il fratello, avverso tale pronuncia, insorgeva dinanzi la Corte di Cassazione sulla base di sette motivi. Dirimente, ai fini del commento in oggetto, è il terzo motivo di ricorso, ove viene denunciata dal ricorrente la violazione ex artt. 360 c.1 n.4 e 132  c.2 n.4 c.p.c. del provvedimento impugnato per una omessa motivazione della Corte d’Appello di Napoli su alcuni rilievi critici del germano, concernenti differenze qualitative e quantitative tra la propria quota e quella attribuita congiuntamente alle sorelle. L’attribuzione congiunta di beni a queste ultime, infatti, a detta del ricorrente, avrebbe creato una situazione di svantaggio, poiché avrebbe destinato i cespiti di più ingente valore al gruppo di coeredi, pregiudicando la quota del fratello, la quale risultava – nella prospettazione di parte - più modesta. La Suprema Corte, preliminarmente, rileva che la fattispecie de quo non rientra nel regime dell’art. 720 c.c. rubricato “immobili non divisibili” -  la quale, in tema di divisione di immobili non comodamente frazionabili, statuisce che questi 1) vanno attribuiti per intero a uno degli eredi, con addebito dell’eccedenza, o 2) attribuiti congiuntamente, o come extrema ratio, 3) venduti all’incanto – in quanto il Tribunale ha posto in essere una divisione in natura (incompatibile con il  regime dell’art. 720 c.c.). Infatti le res, costituenti l’asse, sono state suddivise dal Giudice di Merito tra due centri di interesse: le tre sorelle da una parte, le quali avevano espresso la volontà di rimanere in comunione di una quota parte dei beni, ed il fratello dall’altra. Ciò detto, la Cassazione si sofferma sul concetto di “comoda divisibilità dei beni”, la quale deve necessariamente tenere conto a) della massa di beni da dividere; b) del numero delle quote; c) del numero dei condividenti. La “comoda divisibilità della massa” è attuabile con diverse modalità: essa, infatti, sarebbe possibile sia ripartendo il bene comune in tante parti quanti sono i numeri e le quote dei condividenti, ma anche mediante la sopra richiamata attribuzione congiunta, ove garantisca l’utilizzo della res sul piano funzionale ed economico senza spese rilevanti ed imposizione di vincoli a carico di altra porzione. La Cassazione, infatti, già con la pronuncia avente n.8599/2004 aveva rilevato che l’attribuzione congiuntiva di beni ereditari – proponibile per la prima volta anche in appello - produce, di fatto, uno scioglimento dell’asse, con applicazione della disciplina della comunione a quel gruppo di beni  congiuntamente attribuiti agli eredi.   Vale la pena evidenziare che, se da una parte, i coeredi hanno diritto ad una proporzionale divisione dei beni compresi nelle tre categorie di “immobili, mobili e crediti”, dall’altra, va evitato un eccessivo frazionamento del relictum. Quando vi sono più immobili, come nella fattispecie de quo, il giudice deve accertare se il diritto dei singoli condividenti sia meglio soddisfatto attraverso il frazionamento delle singole entità immobiliari oppure con l'assegnazione ad essi di beni interi. Nell’attribuzione congiuntiva non si pone una questione di indivisibilità o non comoda divisibilità, essendo comunque ottenuta ripartizione dei vari cespiti nel rispetto del valore di ciascuna quota. Sulla base di ciò, applicando i già menzionati principi al caso di specie, il Giudice di Merito, per la Cassazione, aveva fatto corretta applicazione dei criteri in materia, dal momento che le quote assegnate agli eredi, anche usufruendo dell’istituto dell’attribuzione congiunta, erano rispettose dei valori da attribuire a quest’ultimi. Il Supremo Collegio è giunto così ad enunciare il seguente principio, per cui “in tema di divisione, la richiesta, proveniente da alcuni coeredi e suscettibile di essere avanzata per la prima volta anche in appello, di rimanere in comunione, al fine di scongiurare gli effetti legali derivanti dalla non comoda divisibilità della massa comune, non integra una domanda nuova, trattandosi di una mera sollecitazione al giudice a rinnovare il giudizio sulla divisibilità in natura dei beni, alla luce del mutato assetto del numero e della consistenza delle quote da comporre ed in vista dell'obiettivo tendenziale di assicurare con la divisione una distribuzione in natura dei beni tra i condividenti, scongiurando che i diritti di alcuni di essi vengano tacitati solo in denaro.”.

La coltivazione del fondo è sufficiente a dimostrarne l'usucapione?

(Cass. Civ., Sez. VI - 2, 23 dicembre 2021, n. 41380) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Sulla tutela riconoscibile al soggetto che abbia stipulato un contratto di fideiussione a valle

(Cass. Civ., Sez. Unite, 30 dicembre 2021, n. 41994) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Ai fini di provare il perfezionamento della procedura notificatoria non è sufficiente la prova dell'avvenuta spedizione della raccomandata

(Cass. Civ., Sez. Unite, 15 aprile 2021 n. 10012) stralcio a cura di Eleonora Branno

L'evento metereologico imprevedibile e responsabilità ex art. 2051 cc.

(Cass. Civ. , Sez. Unite, 04 giugno 2021, n. 15574) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Il dato costituito dalla chiave di accesso al sistema di chiusura e apertura del veicolo è configurabile quale dato personale.

(Cass. Civ., Sez. I, 07 luglio 2021, n. 19270) stralcio a cura di Ilaria Marrone

La condanna ex art. 96 co. 3 c.p.c. disposta in favore del Procuratore generale presso la Corte dei Conti è legittima?

(Cass. Civ., Sez. Unite, 21 luglio 2021, n. 20824) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Garanzia assicurativa e circolazione su aree equiparate a strade di uso pubblico

(Cass. Civ., Sez. Unite, 30 luglio 2021 n. 21983) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Validità della procura nel ricorso per cassazione avverso il provvedimento sfavorevole in materia di protezione internazionale

(Cass. Civ., Sez. Unite, 01 giugno 2021, n. 15177) stralcio a cura di Ilaria Marrone

La determinazione della giurisdizione sulla base della domanda nel caso di provvedimenti sanzionatori

(Cass. Civ., Sez. Unite, 21 settembre 2021, n. 25476) stralcio a cura di Carla Bochicchio
nota di Cesare Valentino     Con la sentenza in commento la Suprema Corte affronta la vexata quaestio afferente al riparto di giurisdizione in materia di atti regolamentari presupposto di successivi provvedimenti sanzionatori emessi dalla Consob[1]. Una più proficua comprensione delle conclusioni interpretative cui addiviene il giudice della nomofilachia passa attraverso una preliminare ricognizione del sostrato fattuale che ha dato adito alla vicenda poi sfociata nella sentenza in commento. Nella specie, tre soggetti, nella qualità di membri del collegio sindacale di una società quotata risultavano destinatari di sanzioni amministrative comminate dalla Consob per violazione del dovere di vigilanza di cui all'art. 149, c. 1, lett. a) T.U.F.  Avverso i provvedimenti sanzionatori in parola i suddetti proponevano, senza successo, opposizione dinanzi alla Corte d'Appello di Milano. Il provvedimento di rigetto del giudice di secondo grado veniva impugnato tramite ricorso per Cassazione. Nelle more del suindicato giudizio di opposizione, i soggetti sanzionati ricorrevano congiuntamente dinanzi al Tar Lazio al fine di ottenere l'annullamento di una serie di atti della Consob, di natura regolamentare, afferenti i procedimenti sanzionatori di competenza di tale autorità. Il Tar Lazio adito dichiarava l'inammissibilità del ricorso ritenendo sussistente nel caso di specie la giurisdizione del g.o. A diversa conclusione interpretativa perveniva il Consiglio di Stato, dinanzi al quale veniva impugnata la sentenza del giudice amministrativo di primo grado. Ed infatti il Supremo organo di giustizia amministrativa perveniva all'accoglimento delle doglianze dei ricorrenti, affermando la giurisdizione del g.a. in relazione alla domanda di annullamento degli atti di natura regolamentare recanti la disciplina dei provvedimenti sanzionatori di competenza della Consob. Quest’ultima, tuttavia, avverso il suddetto pronunciamento del Consiglio di Stato, proponeva ricorso per Cassazione ex art. 362 c.p.c. e 110 d.lgs. 104/2010, articolato su tre motivi, con i quali chiedeva in sostanza la declaratoria della sussistenza in materia della giurisdizione del giudice ordinario. Ricorso che la Suprema Corte, attraverso la sentenza in analisi, accoglieva, cassando la sentenza impugnata e dichiarando la giurisdizione del g.o. Ricostruito il quadro fattuale sotteso alla pronuncia della Suprema Corte, conviene spostare il baricentro dell'analisi sulle conclusioni interpretative raggiunte dal giudice della nomofilachia in ordine alla vexata quaestio afferente il riparto di giurisdizione in ordine agli atti regolamentari presupposto di successivi provvedimenti sanzionatori di competenza della Consob. La questione è stata risolta dal Consiglio di Stato sbrigativamente, sostenendo la sussistenza in materia del giudice amministrativo. A diverse conclusioni interpretative pervengono invece, con la sentenza in commento, le Sezioni Unite della Suprema Corte, sulla base di un ragionamento che muove anzitutto dal quadro normativo, ed in particolare dall'art. 133 c. 1, lett. l) d.lgs. 104/2010, così come reinterpretato all'esito di una pronuncia della Corte Costituzionale[2], che dichiarava l'incostituzionalita' della norma de qua nella parte in cui attribuiva al g.a. tali controversie[3]. Non è il solo quadro normativo a costituire un valido supporto argomentativo alle conclusioni interpretative cui perviene il giudice della nomofilachia, ad avviso del quale le medesime troverebbero un avallo finanche nel principio generale di unità dell'agere amministrativo, che applicato al caso di specie precluderebbe al giudice la separazione tra provvedimenti sanzionatori "presupponenti" e atti amministrativi o normativi "presupposti" incidenti sul procedimento sanzionatorio. Dal che, discenderebbe, quale logico corollario, la devoluzione delle controversie sugli atti da ultimo citati alla competenza (funzionale) del giudice ordinario. A favore della soluzione interpretativa cui si approda, la Suprema Corte adduce finanche un rilievo di tipo "funzionale". Posta, infatti, in generale la giurisdizione del giudice ordinario in materia di provvedimenti sanzionatori emessi dalla Consob, la tenuta e il rispetto del principio del contradditorio[4], unitamente al principio di concentrazione delle tutele, porta a ritenere che tale giudice debba conoscere anche degli atti presupposto incidenti sul procedimento sanzionatorio. L'ultima considerazione svolta dalla Suprema Corte nella sentenza in analisi, una volta affermata la giurisdizione del giudice ordinario in ordine a tali atti, involge il profilo dell'effettivita' della tutela giurisdizionale ordinaria[5]. Il giudice della nomofilachia, infatti, si chiede se la giurisdizione del giudice ordinario[6], nonostante al medesimo sia precluso il potere di annullamento dell’atto amministrativo, assicuri comunque una tutela adeguata conforme al principio del giusto processo[7]. Al quesito il Supremo Collegio fornisce soluzione affermativa, muovendo dalla considerazione che il rispetto del principio di effettività delle tutele possa essere adeguatamente assicurato dal potere di disapplicazione del provvedimento regolamentare presupposto "illegittimo". In realtà tale conclusione interpretativa, volta a fornire, anche sul versante processuale, un ulteriore supporto argomentativo al ragionamento condotto dalla Suprema Corte, non si sottrae a rilievi critici. Risulta innegabile, infatti, che dal punto di vista effettuale la disapplicazione ad opera del g.o. costituisca un minus rispetto alla tutela demolitoria di competenza del g.a., atteso che a differenza di quest'ultima opera incidenter tantum e non già erga omnes. Con la conseguenza che il medesimo atto potrà esser applicato da parte di un altro giudice se lo stesso, diversamente dal primo giudice, ritiene il provvedimento legittimo[8].       [1] Per un inquadramento generale della Consob si segnala L. GIANI, Le funzioni di regolazione del mercato, in Diritto Amministrativo, (a cura di) F.G. Scoca, Torino, 2019, p. 533 e ss. [2] Corte Cost. sent. n. 162/2012. [3] Declaratoria di incostituzionalità motivata dalla violazione, da parte del legislatore delegato, dei limiti desumibili dalla legge delega n. 69/2009 (art. 44 c. 1 e 2), che imponeva allo stesso di tener conto della giurisprudenza della Corte Costituzionale e delle giurisdizioni superiori nell'assicurare la concentrazione delle tutele. [4] Sul principio del contradditorio "procedimentale" si vd. M. D'ALBERTI, Lezioni di diritto amministrativo, Torino, 2017, p. 44 e ss. [5] Al riguardo si segnala C.E. GALLO, Manuale di giustizia amministrativa, 2018, Torino, p. 21 e ss. [6] Sui poteri del g.o. avverso la p.a. si vd. E. CASETTA, Manuale di diritto amministrativo, (a cura di) F. Fracchia, Milano, 2018, p. 781 e ss. [7] Per una puntuale ricognizione dei principi che governano il processo amministrativo si vd. E. CASETTA, op. cit., p. 852 e ss. [8] Sul punto C.E. GALLO, op. cit., p. 26.

Nel caso di proposizione del ricorso per cassazione la procura alle liti deve esser conferita in data successiva alla comunicazione del decreto impugnato.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 30 giugno 2021 n. 18489) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Finalità e limiti per l'accesso di taluni soggetti alla carica di consigliere dell'Ordine forense

(Cass. Civ., Sez. Unite 12 maggio 2021 n. 12601) stralcio a cura di Eleonora Branno

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(Cass. Civ., Sez. Unite, 13 maggio 2021, n. 12903) stralcio a cura di Eleonora Branno

La controversia sul corrispettivo per la gestione del servizio di raccolta dei rifiuti spetta al GO

(Cass. Civ., Sez. Unite, 19 luglio 2021, n. 20539) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Usucapione da parte della P.A.: la giurisdizione spetta al Giudice Ordinario?

(Cass. Civ., Sez. Unite, 04 giugno 2021, n. 15571) stralcio a cura di Ilaria Marrone 

Escussione polizza fideiussoria da parte della P.A.: di chi è la giurisdizione?

(Cass. Civ., Sez. Unite, 17 giugno 2021, n. 17329) stralcio a cura di Ilaria Marrone

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(Cass. Civ., Sez. Unite, 12 aprile 2021, n. 9543) stralcio a cura di Eleonora Branno

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(Cass. Civ. Sez. Unite, 16 aprile 2021, n. 10105) stralcio a cura di Eleonora Branno

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(Cass. Civ., Sez.Unite, 19 aprile 2021, n. 10244) stralcio a cura di Eleonora Branno

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(Cass. Civ. Sez. Unite, 7 maggio 2021, n. 12151) stralcio a cura di Eleonora Branno

Danni subiti dal privato e affidamento incolpevole

(Cass. Civ., Sez. Unite, 25 maggio 2021, n. 14324) stralcio a cura di Eleonora Branno

Convenzione urbanistica e applicabilità dell'arbitrato

(Cass. Civ., Sez. Unite, 11 maggio 2021, n. 12428) stralcio a cura di Eleonora Branno 

Sul criterio di individuazione della giurisdizione fissato dall'articolo 7, n. 2, del Regolamento Cee n. 1215 del 2012

(Cass. Civ., Sez. Unite, 9 febbraio 2021, n. 3125) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Assegno divorzile e instaurazione di una nuova convivenza di fatto: limiti applicativi

(Cass. Civ., Sez. Unite, 05 novembre 2021, n. 32198) stralcio a cura di Ilaria Marrone
nota di Giuseppe Piccardo   Con la sentenza numero 32198 del 5 novembre 2021 in commento, la Corte di Cassazione, a Sezioni unite, con una decisione che si discosta dall’alternativa estinzione-non estinzione dell’assegno,  ha composto il contrasto sollevato con ordinanza 17 dicembre 2020, numero 28995, relativa alla controversa questione del mantenimento dell’assegno divorzile nel caso in cui il coniuge percettore instauri una convivenza more uxorio, successivamente al divorzio. La via scelta dal Giudice di legittimità, può essere riassunta nei principi di diritto che, testualmente, si riportano: “L’instaurazione da parte dell’ex coniuge di una convivenza di fatto, giudizialmente accertata, incide sul diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio o alla sua revisione nonché sulla quantificazione del suo ammontare, in virtù del progetto di vita intrapreso con il terzo e dei reciproci doveri di assistenza morale e materiale che ne derivano, ma non determina, necessariamente, la perdita automatica e integrale del diritto all’assegno. Qualora sia giudizialmente accertata l’instaurazione di una stabile convivenza di fatto tra un terzo e l’ex coniuge economicamente più debole questi, se privo anche dell’attualità dei mezzi adeguati o impossibilitato a procurarseli per motivi oggettivi, mantiene il diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio a carico dell’ex coniuge in funzione esclusivamente compensativa. A tal fine, il richiedente dovrà fornire la prova del contributo offerto alla comunione familiare; della eventuale rinuncia concordata ad occasioni lavorative e di crescita professionale in costanza di matrimonio; dell’apporto alla realizzazione del patrimonio familiare e personale dell’ex coniuge. Tale assegno, anche temporaneo su accordo delle parti, non è ancorato al tenore di vita endomatrimoniale né alla nuova condizione di vita dell’ex coniuge ma deve essere quantificato alla luce dei principi suesposti, tenuto conto, altresì della durata del matrimonio”.  La decisione delle Sezioni Unite di non riconoscere, nel caso di convivenza di fatto successiva al divorzio, la prosecuzione della corresponsione dell’assegno di divorzio, da parte del coniuge obbligato, si fonda, in particolare, su due argomentazioni, e precisamente:   a) l’impossibilità di applicare analogicamente l’art. 5, comma 10 della legge sul divorzio, che prevede l’estinzione dell’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile, in caso di nuove nozze del coniuge che ha diritto di percepire l’assegno; b) la natura compensativa dell’assegno di divorzio, che verrebbe meno nel caso in cui si ritenesse che la convivenza determinasse automaticamente l’estinzione dell’assegno suddetto. La sentenza si segnala non solo per l’importanza pratica della problematica che affronta, alla luce dei cambiamenti sociali che interessano la famiglia, ma anche perché l’adesione delle Sezioni Unite alla prospettazione secondo la quale l’assegno di divorzio avrebbe natura meramente compensativa si pone in contrasto con l’orientamento più recente della stessa Corte di Cassazione. Infatti, la suprema Corte, sempre a Sezioni unite, con la nota sentenza 11 luglio 2018 numero 18287, ha affermato la natura composita dell’assegno divorzile, vale a dire assistenziale, compensativa e retributiva. Così opinando, la sentenza in commento, di fatto, valuta in modo differente la situazione matrimoniale da quella della convivenza di fatto e contribuisce ad una diversità di trattamento tra i casi in cui l’instaurazione di una nuova convivenza non determina l’estinzione automatica dell’assegno divorzile ed il caso del matrimonio, in relazione al quale opera l’estinzione automatica dell’assegno.    La sentenza in esame, dunque, pone fine ad un contrasto interpretativo, sia in dottrina, che in giurisprudenza, che vedeva contrapposti, tre orientamenti, che possono essere così sintetizzati:1) tesi della permanenza o, eventualmente, di una mera rimodulazione dell’assegno, indipendentemente dall’instaurazione di una convivenza di fatto del coniuge avente diritto, in quanto rapporto non necessariamente stabile e duraturo  ( tra le altre, Cass. 4 novembre 2014 n. 24832); 2) estensione dell’assegno divorzile per tutta la durata della convivenza ( ex multis, tra le altre, Cass. 11 agosto 2011 n. 17195); 3) cessazione automatica dell’assegno di divorzio, a seguito dell’instaurazione di una convivenza di fatto del coniuge percettore dell’assegno, in forza del principio di autoresponsabilità del coniuge che, liberamente, instaura una convivenza di fatto, successivamente al divorzio ( di recente, Cass. 19 dicembre 2018 n. 32871; Cass. 28 febbraio 2019 n. 5874; Cass 29 dicembre 2020 n. 29781).   Per completezza, si dà atto che il suddetto, più recente, orientamento, è stato criticato, in dottrina, da chi ritiene non condivisibile che il coniuge più debole venga privato dell’assegno divorzile, in ottica della funzione compensativa e perequativa dell’assegno, al fine di riconoscere i sacrifici di un coniuge a beneficio della famiglia, così come argomentato dalla citata sentenza a Sezioni Unite 11 luglio 2018, numero 18287, sopra citata.  Sul piano probatorio, nella prospettazione recepita dalla Suprema Corte con la sentenza in commento, come meglio precisato contraria all’orientamento giurisprudenziale più recente, se il coniuge richiedente l’assegno per il riconoscimento della componente compensativa, abbia instaurato una stabile convivenza, dovrà dimostrare in giudizio la mancanza di mezzi adeguati e, se tale mancanza dipenda da decisioni comuni prese durante il matrimonio; la suddetta prova  potrà essere data anche per presunzioni gravi, precise e concordanti. Infine, ad avviso dello scrivente, di particolare interesse e rilievo, nella sentenza in commento, è la considerazione della Suprema Corte, secondo la quale “il filo della solidarietà post-coniugale, assottigliato dalle scelte della vita ma non per questo del tutto reciso, può servire, in virtù di quel contributo dato in passato alle fortune familiari e mai retribuito, a fondare il diritto ad un assegno”. Le Sezioni Unite, con questa affermazione, aprono alla possibilità che gli ex coniugi possano prevedere un contributo a favore di quello più debole, sussistendone le condizioni, eventualmente a tempo, come avviene in alcuni ordinamenti giuridici europei, non legato al tenore di vita endomatrimoniale, né alla nuova situazione di vita familiare dell’ex coniuge, in quanto quantificato alla luce dei principi suesposti, tenuto conto, tra l’altro, della durata del matrimonio.    Inoltre, i Giudici, seppur nell’impossibilità di assumere diverse iniziative, in assenza di una diversa normativa, pongono un’importante sottolineatura sulla necessità di una riforma dell’assegno di divorzio, del quale il legislatore ha già preso atto, così come risulta da diversi progetti di legge presentati in Parlamento, di diversi disegni di legge, in relazione alla questione oggetto di disamina da parte della Corte di Cassazione, anche sulla scorta di importanti contributi della dottrina in materia. Un rapido intervento normativo, ad avviso dello scrivente, è quantomai necessario, al fine di adeguare la disciplina della solidarietà post coniugale all’attuale società ed ai nuovi modelli di famiglia, nonché ad avvicinare la legislazione nazionale a quella europea; vedremo se il legislatore coglierà lo stimolo offerto, in tal senso,dalla sentenza in commento.

La gestione dei fondi pubblici erogati ai gruppi partitici dei consigli regionali è soggetta alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di responsabilità erariale.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 15 gennaio 2021, n. 622) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Appartiene al g.o. la lite per opposizione all'intimazione di rilascio con deduzione del diritto al subentro nell'assegnazione

(Cass. Civ., Sez. Unite, 15 gennaio 2021, n.621) stralcio a cura di Carla Bochicchio 

Annullamento di una concessione per la derivazione di acqua a fini idroelettrici: condizioni necessarie per autorizzare la continuazione provvisoria del prelievo

(Cass. Civ., Sez. Unite, 15 gennaio 2021, n. 620) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Decide il g.o. sulla controversia relativa all'idoneità del dirigente medico a svolgere turni notturni e festivi

(Cass. Civ., Sez. Unite, 15 gennaio 2021, n. 618) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Il G. O. decide sul risarcimento dell'imprenditore per la lesione dell'affidamento riposto nella condotta della pubblica amministrazione

(Cass. Civ., Sez. Unite, 15 gennaio 2021, n.615) stralcio a cura di Carla Bochicchio 

Trasferimento di diritti reali su beni immobili nell'ambito della separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 29 luglio 2021, n. 21761) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Sull'annullamento della delibera assembleare di ripartizione delle spese condominiali

(Cass. Civ., Sez. Unite, 14 aprile 2021, n. 9839) stralcio a cura di Eleonora Branno

Adozione di minore da parte di coppia omoaffettiva maschile

(Cass. Civ., Sez. Unite, 31 marzo 2021, n. 9006) stralcio a cura di Carla Bochicchio
nota di Ilenia Seminerio   l riconoscimento della genitorialità cd. “sociale” alle coppie samesex che adottano un minore è questione che, negli ultimi anni, ha investito sempre più frequentemente le aule dei tribunali civili italiani, richiedendo in più occasioni nientemeno che l’intervento risolutivo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Da qualsiasi angolazione la si guardi, la giurisprudenza che, conseguentemente, si è sviluppata attorno al tema sconta la colpa di essere chiamata a colmare le lacune endemiche di un sistema legislativo interno evidentemente non più adeguato a tutelare la genitorialità, specialmente nelle forme non tradizionali che essa ha repentinamente assunto. Ne è prova lo sforzo interpretativo con cui le S.U. n. 9006/2021 hanno rigettato il ricorso presentato dal sindaco di un comune italiano avverso l’ordinanza con cui la Corte d’Appello di Milano ordinava la trascrizione nei registri di stato civile del provvedimento giurisdizionale estero di adozione piena e legittimante del figlio minore dell’appellante, un cittadino italiano, naturalizzato statunitense e sposato con un cittadino americano. Il procedimento, più in particolare, traeva origine dal rifiuto, da parte dell’ufficiale di stato civile italiano, a trascrivere l’adoption order emesso dalla Surrogate Court di New York e presentato dalla coppia omoaffettiva con cui, per l’appunto, il cittadino italiano chiedeva il riconoscimento anche all’interno dell’ordinamento italiano dello status filiationis del minore adottato. L’ufficiale, invero, si opponeva ritenendo si trattasse di un caso di adozione internazionale e che, pertanto, fosse di competenza del Tribunale dei Minorenni; la Corte di Appello di Milano, tuttavia, escludeva tale circostanza e, invocata la propria competenza a decidere, riteneva compatibile con i principi di ordine pubblico internazionale il provvedimento giurisdizionale estero oggetto del decisum, disponendone, per l’appunto, la trascrizione. La questione, inizialmente rimessa alla prima sezione della Corte di Cassazione, veniva, infine, devoluta alle Sezioni Unite con ordinanza interlocutoria n. 29071/2019. L’iter logico-giuridico della sentenza si sviluppa a partire da un’attenta ricognizione delle norme di diritto internazionale privato ritenute astrattamente applicabili alla fattispecie dedotta in giudizio. Vengono, anzitutto, escluse le disposizioni speciali della L. n. 184/1983, concernenti la procedura di adozione internazionale, in quanto il Collegio ritiene ne difettino radicalmente le condizioni soggettive. Viene pure ritenuta inapplicabile la normativa contenuta nel D.P.R. n. 396/2000, posto che, ai sensi degli articoli 95 e 96, il Tribunale ordinario viene dichiarato competente a decidere sul rifiuto dell’ufficiale dello stato civile ad eseguire la trascrizione dei soli atti formati in Italia. La sola disposizione che secondo il Collegio risulta applicabile al caso di specie è, in definitiva, l’art. 67 della L. n. 218/1995: la norma, invero, per un verso disciplina il procedimento di riconoscimento delle sentenze straniere, e per l’altro, rinviando all’art. 30, comma 1, del d.lgs. 150/11, attribuisce alla Corte d’Appello la competenza a decidere, in unico grado, sull’eventuale rifiuto a trascrivere da parte dell’ufficiale di stato civile. Dopo aver chiarito questi aspetti, le S.U. ritengono di dover preliminarmente definire il perimetro del sindacato giurisdizionale in tema di riconoscimento di provvedimenti giurisdizionali esteri. Il controllo sull’atto, argomenta il Collegio, è limitato ai soli effetti che esso è destinato a produrre all’interno dell’ordinamento e non alla conformità della legge estera, posta a base del provvedimento, alla legge interna regolativa degli stessi istituti: un controllo di tipo contenutistico sul provvedimento non è, pertanto, consentito. Ne consegue che, nel caso di specie, l’oggetto del sindacato verte sulla “compatibilità dello status genitoriale, di natura intrinsecamente adottiva, acquisito da coppia omogenitoriale maschile con i principi attualmente costituenti l’ordine pubblico internazionale”. La concezione che, sul punto, viene condivisa dai giudici è quella consolidatasi con le pronunce delle S.U. n. 16601/17 e 12193: tale giurisprudenza, in un’ottica progressista, riconosce ai principi di ordine pubblico “non soltanto la funzione di limite all’applicazione della legge straniera ed al riconoscimento di atti e provvedimenti stranieri”, ma anche quella di “promozione e garanzia di tutela dei diritti fondamentali della persona, attraverso i principi provenienti dal diritto dell’Unione Europea, delle Convenzioni sui diritti della persona cui l’Italia ha prestato adesione e con il contributo essenziale della giurisprudenza della Corte di Giustizia e della Corte Europea dei diritti umani”; a tali principi, poi, si aggiungono anche i valori della Costituzione italiana e il complesso di leggi ordinarie, le quali “come nervature sensibili, fibre dell’apparato sensoriale e delle parti vitali di un organismo, inverano l’ordinamento costituzionale” (S.U. 16601/2017). Definita la scala valoriale sulla scorta della quale effettuare la verifica di compatibilità del provvedimento estero, il Collegio ne precisa i principi in tema di genitorialità adottiva: vengono alla luce, anzitutto, il principio fondante l’autodeterminazione e le scelte del minore e degli aspiranti genitori (art. 2 Cost e 8 CEDU) ed il principio di origine convenzionale del the best interest of the child, ma anche il principio di non discriminazione, volto sia ad evitare ingiustificate disparità di trattamento tra status filiale dei minori – i quali, adottivi o meno, godono del diritto all’identità e del diritto di crescere nel nucleo familiare che meglio garantisca il loro sviluppo psico-fisico –, sia a non limitare l’accesso alla genitorialità esclusivamente in base all’orientamento sessuale della coppia richiedente, e il principio solidaristico che, unitamente al diritto vivente, ha ispirato l’opera riformatrice in materia di famiglia, riconoscendo nel nostro ordinamento molteplici modelli di genitorialità adottiva. Enucleato il quadro uniformante di principi di ordine pubblico internazionale che non possono essere travalicati, le S.U. passano, poi, a darne un’interpretazione ordinata, in ossequio alle pronunce che, negli anni, sono state emesse dalla stessa Corte in materia di riconoscimento della genitorialità adottiva. Chiariscono, anzitutto, che l’orientamento sessuale non incide sull’idoneità del soggetto richiedente all’assunzione della responsabilità genitoriale (sentenza n. 14007/18): tale circostanza, precisano ancora, vale non solo in relazione alle controversie, nate a causa di conflitti familiari, riguardanti l’affidamento di minori (Cass. n. 601/13), ma anche nei casi in cui si discuta proprio dell’accesso all’adozione non legittimante delle coppie omoaffettive (Cass. n.12962/16). Mancano, invero, “riscontri scientifici sulla inidoneità genitoriale di una coppia formata da persone dello stesso sesso” e la conferma più rilevante – proseguono, ancora, i giudici – deriva dal decisum n. 12193/19, laddove le S.U., pur affermando la contrarietà ai principi d’ordine pubblico internazionale della gestazione per altri, limitano solo a quest’ultimo aspetto il contrasto rilevato, in quanto ritengono “il divieto interno e la sanzione penale consequenziale espressione di valori fondamentali quali la dignità umana della gestante e l’istituto dell’adozione ma escludono che sia da ricondurre a principio fondamentale dell’ordinamento l’eterosessualità della coppia nella definizione dei limiti al riconoscimenti di atti stranieri relativi a status filiali”. Tale argomento, spiega ancora il Collegio, viene fatto proprio anche dalla Corte costituzionale, la quale, in sue diverse pronunce (n. 221/19, n. 237/19, n. 230/20) ribadisce che la limitazione dell’accesso alla procreazione medicalmente assistita alle sole coppie eterosessuali non costituisce un valore fondante il sistema, essendo frutto di scelte politiche e legislative mutevoli. Da siffatta ricostruzione, che abbraccia la giurisprudenza costituzionale e di legittimità, non può che desumersi una sostanziale identità dei principi costituenti l’ordine pubblico internazionale, nel cui complesso, dunque, non rientra la condizione soggettiva di eterosessualità della coppia che accede alla genitorialità, la quale, in definitiva, non osta al riconoscimento del provvedimento giurisdizionale straniero oggetto del decisum. D’altra parte, spiega infine la Corte, nell’ordinamento coesistono principi di derivazione costituzionale e convenzionale ritenuti preminenti rispetto ad essi, in quanto fondanti i diritti inviolabili della persona: tra questi vengono annoverati il preminente interesse del minore – il quale ha diritto a sviluppare la propria identità in un ambiente affettivo, relazionale e familiare stabile, secondo quanto disposto dall’art. 24 Carta di Nizza e dall’art. 3 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo –, ma anche il principio della parità di trattamento tra tutti i figli, nati all’interno e fuori del matrimonio ed anche adottivi (artt. 3 e 31 della Costituzione italiana). Sulla scorta di tali argomentazione, per come sintetizzate in questa nota, le S.U. concludono, dunque, affermando che “non contrasta con i principi di ordine pubblico internazionale il riconoscimento degli effetti di un provvedimento giurisdizionale straniero di adozione di un minore da parte di coppia omosessuale che attribuisca lo status genitoriale secondo il modello dell’adozione piena e legittimante non costituendo elemento ostativo il fatto che il nucleo familiare del figlio minore adottivo sia omogenitoriale ove sia esclusa la preesistenza di un accordo di surrogazione di maternità a fondamento della filiazione”.

I diritti edificatori hanno natura obbligatoria e non reale.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 9 giugno 2021, n. 16080) stralcio a cura di Ilaria Marrone
nota di Pierandrea Fulgenzi   La sentenza delle Sezioni Unite in rassegna prende le mosse da un contenzioso tributario in materia di applicazione dell’aliquota di imposta di registro su transazioni immobiliari per giungere ad una delineazione della natura giuridica del fenomeno della c.d. cessione di cubatura, all’interno della macro-area dei diritti edificatori. Con ordinanza n. 19152 del 15.09.2020, la VI^ Sez. Tributaria della Suprema Corte rimetteva gli atti al Primo Presidente, ex art. 374 c.p.c., co. 2, per l’assegnazione alle Sezioni Unite sulla questione di massima di particolare importanza concernente: “[…] la qualificazione giuridica dell’atto di cessione di cubatura ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro, apparendo altresì necessario indagare sui possibili effetti e sulla natura giuridica del diniego di autorizzazione da parte dell’amministrazione comunale rispetto all’eventuale imposizione fiscale applicata sul presupposto della qualificazione dell’atto di cessione come negozio immediatamente traslativo del diritto edificatorio […]”. L’ordinanza ricorda come le definizioni date del fenomeno cessione di cubatura, ruotano attorno ad un accordo tra proprietari di aree dotate del requisito di reciproca prossimità ed aventi la medesima destinazione urbanistica; ovvero su un accordo in base al quale il proprietario di un’area edificabile (cedente) rinuncia su corrispettivo a sfruttare per sé la cubatura realizzabile sul proprio terreno così da consentire ad altro proprietario (cessionario) di disporre di una maggiore volumetria sul suo terreno: “[…] in altri termini, con la cessione di cubatura il proprietario del fondo distacca in tutto o in parte la facoltà inerente al suo diritto dominicale di costruire nei limiti della cubatura concessagli dal piano regolatore e, formando un diritto a sé stante, lo trasferisce definitivamente all'acquirente, a beneficio del fondo di costui […]”. In tal maniera, la cubatura viene a costituire una species del genus costituito dai “diritti edificatori” indistintamente intesi ed oggi contemplati – per quanto non definiti - ai fini della trascrivibilità dei relativi contratti traslativi o costitutivi, dall’art. 2643 c.c., n. 2 bis, come introdotto dal D.L. n. 70 del 2011, conv. in L. n. 106 del 2011. Trattasi di norma che tutt’oggi genera discussioni in seno alla dottrina, poiché il Legislatore ha rinunciato a porre in essere una definizione di diritto edificatorio; sicché la norma si limita ad indicare la sussistenza di un fenomeno che spetta all’interprete qualificare. Orbene, discostandosi da quella impostazione semantica che vede nella cubatura “[…] il prodotto ultimo di un processo di oggettivazione ex art. 810 c.c., che renderebbe il bene-cubatura più simile ad una cosa oggetto di diritti (salvo poi disputarne l'essenza immobiliare, mobiliare, virtuale, immateriale o di frutto del fondo) che ad un diritto in sé […]”, la soluzione della questione passa da una operazione di ricostruzione dell’istituto oggetto di attenzione, potendosi sul punto delineare una moltitudine di tesi. Secondo un primo indirizzo, il contratto di cessione di cubatura è un contratto ad effetti reali, dove la cubatura è una “[…] facoltà inerente al diritto di proprietà […]”, sicché essa ha caratteristiche di realità. La cubatura è un diritto reale immobiliare, poiché si trasferisce un diritto reale immobiliare che si distacca, in tutto o in parte, dalla prerogativa domenicale del cedente e la si trasferisce al cessionario. Vista la tipicità dei diritti reali, ci si chiede se la cubatura sia assimilabile al diritto di superficie, ovvero rappresenti una servitù prediale, o ancora una servitù negativa di altius non tollendi, in quanto il cedente, con la cessione di cubatura, si impegna a non edificare fino a che venga rilasciato il titolo edilizio al cessionario, circostanza che preclude definitivamente al primo di poter edificare. Peraltro il cedente, nell’ottica della buona fede e della correttezza, deve porre in essere quanto necessario affinché la PA possa determinarsi favorevolmente nei confronti del cessionario. “[…] E tuttavia, quando si tratti di raccordare la servitù con la peculiarità del diritto edificatorio in quanto tale, e con le connessioni pubblicistiche che per ciò soltanto ne derivano, anche questa - pur accreditata - tesi qualificatoria mostra vari ed insuperabili profili di inadeguatezza […]. Un aspetto critico che involge il fenomeno della cessione di cubatura è il fatto che detta cessione comporta l'assunzione da parte del cedente di un obbligo specifico, rappresentato dalla prestazione di consenso al rilascio, da parte dell'amministrazione comunale, del permesso di costruire per cubatura maggiorata. Sennonché, questo contenuto di fare si pone di per sé in conflitto con la natura della servitù la quale, nel caso di specie, verrebbe in pratica a connotarsi per il cumulo sia di una componente negativa o passiva in essa strutturale (di non facere relativamente alla inedificabilità del fondo servente, e di patii relativamente all'accettazione della edificazione in esubero sul fondo dominante), sia di una componente positiva del tutto incompatibile (di attivazione personale in sede amministrativa). Altro elemento di criticità riguarda il requisito della vicinanza tra i fondi. Nel caso della cessione di cubatura non è detto che i fondi debbano essere confinanti essendo, invece, essenziale che essi siano ricompresi all'interno della medesima zona urbanistica, così da partecipare della medesima destinazione e degli stessi standard edificatori (prossimità di zona). Pertanto, è “[…] vero che il requisito della vicinanza tra i fondi va inteso in senso non strettamente fisico o topografico, ma dinamico e funzionale all’utilità; purtuttavia […] perché possa configurarsi un diritto di servitù non è richiesto il requisito della contiguità tra i fondi, o della loro vicinitas, ma è sufficiente che, di fatto, il fondo dominante e quello servente si trovino in posizione tale tra loro per cui sia attuabile ed esercitabile, per l’utilità del primo, l’imposizione di un peso sul secondo […]”. Peraltro, “[…] il riferimento alla nozione di zona - salvo che non si voglia imboccare la strada, impervia perché priva di base legale, del diritto reale nuovo o atipico trascende questo concetto di vicinanza quand'anche recepito nella sua più estesa accezione di vicinanza o utilità urbanistica, ben potendo concepirsi che la cessione di cubatura coinvolga terreni non contigui, anche se appartenenti ad un'area morfologicamente comune e, in ipotesi, dipendenti dagli stessi strumenti regolatori e dalle stesse strutture di urbanizzazione […]”. Sebbene tale ricostruzione venga definita “[…] certamente più vicino alla realtà della fattispecie […]” rispetto al richiamo al diritto di superficie, dal momento che nella cessione di cubatura non entrano in gioco gli effetti propri di quest’ultima, la quale presuppone, ex art. 952 c.c., “[…] l’alterità tra proprietà del suolo e proprietà della costruzione; mentre è invece connaturato all’istituto che il cessionario della cubatura eserciti il diritto di costruire (seppure incrementato di una quota parte di volumetria originatasi altrove) sul fondo proprio […]”. Un altro indirizzo, invece, ritiene che la cessione di cubatura sia un contratto ad effetti obbligatori. Il proprietario del fondo c.d. di decollo - ovvero del fondo da cui si stacca la cubatura – pone in essere una cessione nei confronti del cessionario titolare del terreno di atterraggio del diritto edificatorio. Ora, il contratto di cessione ha effetti obbligatori perché essa si realizza solo con l’intervento del provvedimento amministrativo: il titolo edilizio. Sicché il negozio giuridico, oggetto di attenzione, si può definire come negozio preparatorio rispetto al rilascio del permesso di costruire – provvedimento discrezionale – da parte della PA. Ma, affermano le SSUU, “[..]neppure l'indirizzo giurisprudenziale di legittimità qui in esame può dirsi del tutto indenne da critiche e perplessità… Soprattutto, l'affermazione secondo cui il trasferimento di cubatura non dipenderebbe dall'accordo tra le parti, ma solo ed esclusivamente dal rilascio del permesso di costruire da parte della PA, pare non tenere in debito conto il fatto che, nell'attuale ordinamento, il diritto di edificare è insito nella proprietà del suolo[…]”. In definitiva, dopo un lungo excursus argomentativo sulle teorie succedutesi e maturate in Dottrina e Giurisprudenza, le Sezioni Unite enunciano il seguente principio di diritto: “[…] la cessione di cubatura, con la quale il proprietario di un fondo distacca in tutto o in parte la facoltà inerente al suo diritto dominicale di costruire nei limiti della cubatura assentita dal piano regolatore e, formandone un diritto a sé stante, lo trasferisce a titolo oneroso al proprietario di altro fondo urbanisticamente omogeneo, è atto: - immediatamente traslativo di un diritto edificatorio di natura non reale a contenuto patrimoniale; - non richiedente la forma scritta ad substantiam ex art. 1350 c.c.; - trascrivibile ex art. 2643 c.c., n. 2 bis; assoggettabile ad imposta proporzionale di registro come atto diverso avente ad oggetto prestazione a contenuto patrimoniale ex art. 9 Tariffa Parte Prima allegata al D.P.R. n. 131 del 1986 nonché, in caso di trascrizione e voltura, ad imposta ipotecaria e catastale in misura fissa ex artt. 4 Tariffa allegata al D. Lgs. n. 347 del 1990 e art. 10, comma 2, del medesimo D. Lgs. […]”.

Darsena realizzata mediante scavo di suolo privato poi allagato con l'acqua lacustre: il terreno privato diventa demaniale

(Cass. Civ., Sez. Unite, 12 gennaio 2021 n. 253) stralcio a cura di Carla Bochicchio

La designazione del beneficiario dei vantaggi di un'assicurazione sulla vita è atto inter vivos, con effetti post mortem

(Cass. Civ., Sez. Unite, 30 aprile 2021, n. 11421) stralcio a cura di Eleonora Branno 
nota di Elisa Angela Cravero     Con la pronuncia resa dalla Suprema Corte a Sezioni Unite del 30.4.2021, la Cassazione ha definitivamente preso posizione (contraria) rispetto all’orientamento diffusosi nel 2015, dalle Sezioni Semplici del medesimo consesso, che, in tema di polizza assicurativa a favore degli eredi, pretendeva l’applicazione delle norme successorie sia per l’individuazione dei soggetti beneficiari, sia per la misura delle quote spettanti ai medesimo in virtù del liquidando indennizzo. Invero, come è ben rappresentato dalle motivazioni ampiamente argomentate nel testo integrale della sentenza in commento, la giurisprudenza maggioritaria (dalla più risalente sentenza del 1994, ripresa nel 2000 alle ordinanze nn. 26606/2016 e 25635/2018) è sempre stata propensa a riconoscere natura contrattuale in capo alla polizza stipulata dal contraente a favore di soggetto terzo nel caso di morte del primo, nel senso che “il diritto del beneficiario alla prestazione dell’assicuratore trova fondamento nel contratto ed è autonomo, cioè non derivato da quello del contraente”. Pertanto, nel caso di espressa indicazione degli eredi quali beneficiari, l’orientamento prevalente applicava la materia successoria unicamente nell’accertamento della qualità di erede, indipendentemente dalla delazione, lasciando alle norme in tema di interpretazione della volontà dello stipulante la determinazione del criterio di ripartizione dell’indennizzo, che, in caso contrario, residuava spazio all’eguaglianza delle quote. Tale principio, tuttavia, aveva condotto gli Ermellini nel 2015 (con sentenza n. 19210) a interrogarsi non tanto sull’origine del diritto di liquidazione delle somme da parte dell’assicuratore, quanto sulla presunzione della volontà dello stipulante nel ritenere che i destinatari indicati quali “eredi testamentari o legittimi” dovessero necessariamente essere individuati secondo la successione vocata, con conseguente ripartizione della quota secondo le porzioni ereditarie, di fatto trattando il credito di cui alla polizza quale credito trasmissibile iure successionis e ricadente in comunione ordinaria, con conseguenze fortemente divergenti rispetto a quanto sopra esposto, in applicazione dell’art. 1920 c. 3 c.c. Dunque, al fine di comporre il contrasto esistente in materia, le Sezioni Unite sono intervenute per chiarire definitivamente 3 punti emersi dalla scia delle sentenze di cui sopra e precisamente: "a) se in materia di assicurazione sulla vita in favore di un terzo, in presenza della diffusa formula contrattuale, presente anche nel contratto in esame e genericamente riferita ai "legittimi eredi", detta espressione sia meramente descrittiva di coloro che, in astratto, rivestono la qualità di eredi legittimi o se debba intendersi, invece, che sia riferita ai soggetti effettivamente destinatari dell'eredita'. b) se la designazione degli eredi in sede testamentaria possa interferire, in sede di liquidazione di indennizzo, con la individuazione astratta dei legittimi eredi. c) se, in tale seconda ipotesi, il beneficio indennitario debba ricalcare la misura delle quote ereditarie spettanti ex lege o se la natura di "diritto proprio" sancita dalla norma (cfr. articolo 1920 c.c., u.c.) imponga una divisione dell'indennizzo complessivo fra gli aventi diritto in parti uguali". Con riferimento al primo quesito, la Corte ha richiamato l’espressa applicazione della disciplina del contratto a favore di terzo, specificando come, nel caso della polizza vita, il diritto del terzo sorga per il solo fatto della designazione, cosicché egli possa rivolgersi direttamente al promittente assicuratore per ottenere la prestazione. Ebbene, tale terzo, qualora individuato direttamente nelle condizioni di polizza quale “erede” senza alcuna specifica, implica l’assunzione della qualità di beneficiario direttamente in capo ai delati per testamento o per legge “delineando così una pluralità di creditori per una identica prestazione divisibile e un’identità di causa credendi”. Se ne ricava, dunque, l’esclusione della natura mortis causa del negozio, il quale si definisce semmai come negozio inter vivos ma con effetti differiti, post mortem dello stipulante, con conseguente irrilevanza delle vicende relative alla successione (accettazione o rinuncia all’eredità), divenendo invece decisiva, ai fini della questione sub a), la qualifica di chiamato all’eredità rivestita al momento della morte del contraente, atteso che l’indennizzo non entra a far parte del patrimonio del defunto”. Invero, riprendendo l’orientamento già espresso nel 2016, trovando il diritto dei beneficiari fonte nel contratto di assicurazione, non vi è alcuna coincidenza con i soggetti che siano poi stati effettivamente chiamati all’eredità, dovendo intendersi la qualifica di “eredi legittimi” unicamente descrittiva e di individuazione dei terzi rispetto al contratto, segnatamente coloro che, in astratto, avendo riguardo alla qualità esistente al momento della morte dell’assicurato, siano i successibili per legge, indipendentemente della effettiva vocazione. Si ricordi come rientrino nel patrimonio del defunto unicamente quei diritti di credito di cui alle polizze i cui beneficiari non siano in qualche modo determinati o determinabili. Identico discorso deve essere fatto circa l’erede del beneficiario premorto allo stipulante, posto che in tal caso, seppur il primo terzo sia stato identificato, il diritto di credito entrato nella sua sfera deve necessariamente essere ricondotto in quelli trasmissibili iure hereditatis e certamente non iure proprio, in applicazione delle norme successorie. Proseguendo poi con il secondo quesito di cui sub b), sulla scorta di quanto sin qui esposto, è evidente come “ove il contraente assicurato abbia designato specificatamente come beneficiari i propri eredi legittimi, la successiva istituzione di uno o più eredi testamentari non opera quale nuova designazione né quale revoca del beneficio attribuito con la polizza, quest’ultima configurandosi solo se fatta con le forme dell’art. 1921 c.c. e allorché comunque risulti una inequivoca volontà o tal senso”. Operano, infatti, su piani distinti, l’intenzione di disporre delle proprie sostanze e l’assegnazione a terzi del diritto contrattuale alla prestazione assicurativa. Ne discende, dunque, l’applicazione degli artt. 1920 e ss c.c. anche per quanto sub c), atteso che, trattandosi di atto inter vivos, non possano certamente operare le regole sulla comunione ereditaria, valevoli per i crediti del de cuius, come anche l’automatica ripartizione dell’indennizzo tra i coeredi in ragione delle rispettive quote. Tuttavia, è bene precisare come, in caso di premorienza di uno degli eredi del contraente (erede già identificato quale beneficiario della polizza), il diritto di credito venga trasmesso per rappresentazione, anche in applicazione dell’art. 1412 c.2 c.c., non accrescendosi le quote degli altri eredi dello stipulante, proprio in applicazione della disciplina sopra esposta. In conclusione, detti principi esposti nella sentenza in commento si mostrano, dunque, chiari nel permettere allo stipulante anche di poter dare una sorta di funzione indennitaria alla polizza rispetto ai beneficiari, qualora sia poi intenzione del medesimo disporre diversamente per testamento, senza che, per esempio, i vincoli derivanti dal rispetto della quota di legittima, possano interferire con la propria volontà contrattualmente cristallizzata.  

Danno da perdita parentale: liquidazione sulla base delle tabelle romane

(Cass. Civ., Sez III, 10 novembre 2021, n. 33005) stralcio a cura di Antonia Luigia Corrado

Con la fusione per incorporazione si estingue la società incorporata e con essa la legittimazione processuale di instaurare un giudizio tramite il suo rappresentante legale.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 30 luglio 2021, n. 21970) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Alla BCE spetta il potere decisionale esclusivo in ordine alle acquisizioni di partecipazioni qualificate in banche

(Cass. Civ., Sez. Unite, 20/04/2021, n. 10355) stralcio a cura di Eleonora Branno

Apertura del fallimento e decorrenza del termine per la riassunzione del giudizio pendente

(Cass. Civ., Sez. Unite, 7 maggio 2021, n. 12154) stralcio a cura di Eleonora Branno

Debiti tributari e transazione fiscale: a chi spetta la giurisdizione?

(Cass. Civ., Sez. Unite, 09 giugno 2021 nn. 16082, 16083, 16084) stralcio a cura di Ilaria Marrone

Rapporto tra esibizione sostanziale e processuale in tema di estratti conto bancari

(Cass. Civ., Sez. I, 13 settembre 2021, n. 24641) stralcio a cura di Antonia Luigia Corrado

Buoni postali fruttiferi cointestati e conseguenze in caso di morte di uno dei cointestatari

(Cass. Civ., Sez. I, 13 settembre 2021, n. 24639) stralcio a cura di Antonia Luigia Corrado
nota di Danila La China   Poste Italiane S.p.a. veniva convenuta in giudizio al fine di accertare il diritto al rimborso di un buono fruttifero postale cointestato, munito della clausola “pari facoltà di rimborso” (cd. PFR), per via del fatto che era sopravvenuto il decesso di uno dei due cointestatari. L’attrice chiedeva, in primis, la condanna al rimborso dell’intero ammontare del buono fruttifero e, in subordine, al rimborso della quota di propria spettanza, pari al cinquanta per cento del totale del buono. Il giudice di prime cure accoglieva la domanda subordinata e parte attrice appellava la pronuncia ottenendo, in appello, la condanna della convenuta al rimborso dell’intero ammontare del buono fruttifero, ivi compresi gli interessi calcolati a norma dello stesso titolo e quelli legali dal giorno della domanda al saldo. Il giudice di secondo grado fondava la sua decisione prendendo le mosse dalla qualificazione del buono fruttifero come titolo di credito nominativo (artt. 2021-2027 c.c.). Peraltro, secondo il giudice d’appello, ove lo strumento di risparmio sia intestato a più soggetti, si realizza una specie di comunione ordinaria, in ragione della quale sussiste solidarietà attiva dei contitolari nei confronti del comune debitore e la clausola PFR legittima ciascun concreditore alla liquidazione dell’integrale ammontare del buono, senza che il diritto di chiedere l’adempimento dell’intera prestazione possa ritenersi estinto a seguito della morte di uno dei contitolari e della sostituzione degli eredi al concreditore defunto. D’altronde, a parere del medesimo giudice, non è rinvenibile alcuna disposizione di legge in quest’ultimo senso, contrariamente a quanto prospettato da Poste Italiane, la quale ricorreva per la cassazione della sentenza. In particolare, Poste Italiane osservava che alla fattispecie de qua debba ritenersi applicabile la disciplina posta dall’art. 187 del D.P.R. 256 del 1998, per cui il rimborso del buono fruttifero cointestato, dopo la morte di un cointestatario, può avvenire solo previa presentazione di quietanza di tutti gli aventi diritto. La ratio della disposizione sarebbe duplice: non far cessare la fruttuosità del titolo in danno di coloro che non siano intervenuti alla quietanza e tutelare il debitore da eventuali pretese degli eredi del de cuius. Inoltre, la ricorrente rilevava che il riferimento alla disciplina della comunione operato dal giudice d’appello anziché corroborare la decisione, deporrebbe nel senso opposto. Infatti, dalla disciplina della comunione discenderebbe che, nel caso di decesso di uno dei cointestatari, trovi applicazione l’art. 1102 c.c., secondo il quale il godimento esclusivo della cosa comune è possibile solo con il consenso di tutti i partecipanti; mentre, il rimborso della quota potrebbe avvenire solo a seguito dello scioglimento della comunione (art. 1111 c.c.). Tanto premesso, prima di entrare nel merito della parte motiva della sentenza, giova segnalare che la Corte ha rilevato la sussistenza di un contrasto sincrono tra l’ordinanza interlocutoria n.16683/2020 e l’ordinanza della VI sezione della Corte di Cassazione del 10 giugno 2020 n. 11137, che aveva risolto una fattispecie analoga in senso opposto, ossia in senso favorevole a Poste Italiane. Tuttavia, ad avviso della Cassazione, quest’ultima decisione appare inidonea ad orientare la sentenza in esame poiché non rende adeguatamente “conto degli argomenti spendibili a sostegno della soluzione”. Invero, l’incertezza interpretativa origina dall’avvicendarsi di disposizioni non certo cristalline. In origine, la disciplina dei buoni fruttiferi era contenuta nel libro terzo, capo VI, del D.P.R. 156 del 1973 (testo unico delle disposizioni legislative in materia postale di bancoposta e telecomunicazioni) che, all’art. 178, prevedeva il rimborso dei buoni fruttiferi con PFR senza alcuna riserva, con pagamento a vista dell’intero buono al singolo cointestatario. Per completezza, si segnala che il detto capo VI, artt.171-182, è stato abrogato dall’art. 7 del D. Lgs. 30 luglio 1999, n. 284 a decorrere dalla data di entrata in vigore dei decreti che stabiliscono nuove caratteristiche dei libretti di risparmio postale e dei buoni fruttiferi postali, ma l’applicabilità al titolo oggetto del giudizio della nuova disciplina è esclusa, in quanto successiva alla sua emissione. Per la medesima ragione sarebbe da escludersi l’applicabilità alla fattispecie in esame anche dell’art. 203 del regolamento di esecuzione del libro terzo del codice postale e delle telecomunicazioni -  servizi di banco posta (D.P.R. 256 del 1989) il quale - estendendo le norme relative al servizio dei libretti di risparmio postali ai buoni postali fruttiferi - richiede la quietanza di tutti gli aventi diritto (prevista dall’art. 187 del medesimo D.P.R.) per il rimborso del buono fruttifero intestato a  due o più persone, di cui una delle quali sia deceduta, anche in presenza della clausola PFR. Negli anni, tuttavia, la posizione di Poste Italiane si è assestata su una lettura rigida, fondata sulla pretesa retroattività di queste ultime disposizioni, in virtù della quale si sono susseguiti numerosi casi di rifiuto di rimborso di buoni scaduti, in assenza della citata quietanza, ove uno dei titolari fosse deceduto. La sentenza in commento, nel respingere il ricorso di Poste, ben fa a soffermarsi subito sull’inequivocabile portata del testo della clausola PFR, anche considerato il fermo orientamento della giurisprudenza di legittimità, che dà peso predominante ai dati risultanti dal testo dei buoni postali (Cass. 31 luglio 2017, n. 19002; Cass. 28 febbraio 2018, n. 4761). Inoltre, la Corte provvede a sgombrare il campo dal malinteso in cui è incorsa la ricorrente circa il riferimento alla disciplina della comunione dei diritti reali, affermando che: “la conformazione dei buoni postali cointestati rinvia, in sé stessa, alla figura della contitolarità nei diritti di credito, che nulla hanno a che vedere con i diritti reali”. In particolare, nel caso di specie si discute della legittimazione attiva alla prestazione, ossia di un profilo diverso da quello “attinente alla (con)titolarità del relativo diritto (esemplare, al riguardo, è la norma dell’art. 1992 c.c.)”. Ma, soprattutto, la pronuncia in commento esclude l’applicabilità ai buoni fruttiferi – per il tramite dell’art. 203 - del citato art. 187, concernente i libretti di risparmio, in quanto ravvisa una disomogeneità morfologica tra i due prodotti, nonostante sia i libretti di risparmio che i buoni fruttiferi appartengano “alla specie dei titoli di legittimazione, ex art. 2002 c.c. e non hanno invece natura di titoli di credito”, come erroneamente asserito dal giudice di secondo grado. Tra i due “prodotti” occorre rilevare una fondamentale differenza consistente in una deroga al principio generale di libera cedibilità dei crediti fissata dall’art. 1260 c.c., poiché l’art. 204, comma 3, del D.P.R. 256/1989 sancisce l’intrasferibilità del credito portato dai buoni postali. In sostanza, “i buoni postali fruttiferi si caratterizzano per un marcato rafforzamento del diritto di credito dell’intestatario sulla somma portata dal documento ad ottenerne il rimborso a vista”. Orbene, stante la predetta peculiarità dei buoni fruttiferi ed attesa la clausola di salvezza di cui all’art. 203 del regolamento di esecuzione in parola, secondo la quale le norme relative ai libretti di risparmio sono estese ai buoni postali fruttiferi “in quanto applicabili e sempreché non sia diversamente disposto dalle norme del presente titolo VI”, la Corte ritiene insussistente l’identità di ratio che giustificherebbe l’applicabilità del citato art. 203 ai buoni fruttiferi postali.  Per di più, avallando la tesi sostenuta da Poste Italiane - che propende per l’estensione analogica della disciplina dettata per i libretti di risparmio ai buoni fruttiferi postali cointestati a due o più persone e muniti della clausola “pari facoltà di rimborso” - il decesso di uno dei cointestatari precluderebbe il rimborso dell’intero agli altri con la conseguenza che si finirebbe per obliterare proprio il carattere essenziale per il quale detti buoni, dotati della menzionata clausola, si connotano. La decisione, però, si spinge oltre e contraddice anche l’assunto della ricorrente, secondo il quale la disciplina dei buoni fruttiferi postali non regolerebbe il caso di morte di uno dei cointestatari; mentre, dettando l’art. 208 del D.P.R. 256 del 1989 una specifica disciplina riservata alla riscossione dei buoni postali, i quali “sono rimborsabili a vista” senza alcuna eccezione o specificazione, invero disciplina allo stesso modo anche il rimborso in caso di morte di un contitolare. Né, in assenza della detta quietanza, per paralizzare il rimborso a vista rileva la circostanza della eventuale lesione dei diritti degli eredi del cointestatario defunto. Al proposito, la Corte richiama la recente decisione del Collegio di coordinamento dell’ABF n. 22747/2019, secondo cui “la normativa esaminata non tutela gli interessi dei coeredi, i quali potranno venire eventualmente a conoscenza aliunde dell’esistenza dei buoni intestati anche a propri danti causa e agire nei confronti del coerede davanti al giudice ordinario”. Le argomentazioni della Corte appaiono condivisibili poiché valorizzano l’univocità del dato testuale del buono fruttifero munito di clausola PFR e smentiscono la legittimità della prassi di Poste Italiane, che non appare suffragata da solidi indici normativi, ma più che altro arroccata su una posizione aprioristicamente “difensiva”. Probabilmente, però, vista la particolare importanza della questione ed il rilevante contenzioso generato, sarebbe stato opportuno rimettere la decisione alle sezioni unite, ex art. 374 c.p.c., quantomeno per evitare ulteriori contrasti tra le sezioni semplici e conseguente incertezza del diritto.  

L'ammissibilità dell'azione revocatoria ordinaria dell'atto di scissione societaria

(Cass. Civ., Sez. III, 29 gennaio 2021, n.2153) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Rapporto di conto corrente e mera annotazione contabile: il mutuo s'intende perfezionato?

(Cass. Civ., Sez. III, 18 gennaio 2021, n. 724) a cura di Carla Bochicchio

Le sentenze enunciate ai sensi degli artt. 353 e 354 c.p.c. hanno carattere definitivo e sono immediatamente impugnabili con ricorso per cassazione.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 15 aprile 2021, n. 10015) stralcio a cura di Eleonora Branno

Impugnazione delle decisioni del Consiglio Nazionale Forense dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di cassazione per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 16 aprile 2021, n. 10106) stralcio a cura di Eleonora Branno

Esonero dell'esecutore testamentario dal suo ufficio: provvedimento reclamabile in Corte d'appello, ma non impugnabile in cassazione con ricorso straordinario ex art. 111 Cost.

(Cass. Civ. Sez. Unite, 16 aprile 2021, n. 10107) stralcio a cura di Eleonora Branno

La natura definitiva o non definitiva di una sentenza si ricava dagli indici di carattere formale desumibili dal contenuto intrinseco della stessa sentenza

(Cass. Civ., Sez. Unite, 19 aprile 2021, n. 10242) stralcio a cura di Eleonora Branno

La sanzione di sospensione cautelare dall'esercizio della professione di avvocato è legittima in relazione al riflesso negativo che la pubblica condanna penale ha sulla classe forense.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 22 aprile 2021, n. 10740) stralcio a cura di Eleonora Branno

La giurisdizione italiana nei contratti istitutivi dei trust

(Cass. Civ., Sez. Unite, 17 settembre 2021, n. 25163) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

La giurisdizione del giudice ordinario dopo la sottoscrizione del contratto di appalto di opere pubbliche

(Cass. Civ., Sez. Unite, 18 ottobre 2021, n. 28638) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Rapporti tra ordine di esposizione del crocifisso e libertà di insegnamento e di coscienza in materia religiosa

(Cass. Civ., Sez. Unite, 09 settembre 2021, n. 24414) stralcio a cura di Fabrizia Rumma
nota di Michele Emanuele Leo   La sentenza in commento si presenta articolata, investe più branche del diritto e coinvolge aspetti normativi di particolare rilevanza. La questione trae origine da un procedimento disciplinare a cui è stato sottoposto un docente di lettere per non aver rispettato una circolare del dirigente scolastico che, su richiesta degli alunni di una classe dell'istituto, aveva fatto apporre un crocifisso nell'aula. Il docente aveva più volte manifestato la sua disapprovazione per l’affissione del crocefisso che provvedeva a rimuovere prima dell’inizio di una lezione salvo riposizionarlo al termine della stessa. Alcuni alunni sottoponevano la questione all’assemblea di classe che a maggioranza deliberava di mantenere il crocifisso esposto in aula. Il dirigente, recepita la volontà dell'intera classe, emetteva una circolare ed un ordine di servizio “diffidando formalmente il docente dal continuare in questa rimozione che sta creando negli studenti frustrazione, incertezza e preoccupazione”. Veniva anche redatto un verbale del consiglio di classe nel quale si evidenziava la laicità pluralista della scuola e, al contempo, la volontà della maggioranza della classe, ivi compresi alunni appartenenti ad altre religioni, di consentire l’affissione del crocifisso. Malgrado ciò, il docente continuava a rimuovere il crocifisso durante le sue lezioni. Per tale ragione il dirigente avviava un procedimento disciplinare da cui scaturiva la sanzione della “sospensione dell'insegnamento di trenta giorni”. Il professore impugnava si l'ordine di servizio in quanto “discriminatorio nei confronti dei docenti che non si riconoscevano nel crocifisso” che il provvedimento di sospensione per trenta giorni dall'insegnamento “poiché volto a sanzionare una condotta che costituiva invece legittimo esercizio del potere di autotutela in relazione ai diritti fondamentali di libertà di insegnamento e di libertà di coscienza in materia religiosa”. Il Giudice del lavoro in primo grado respingeva i ricorsi poi riuniti richiamando una sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo del 18 marzo 2011 nel caso Lautsi e altri c. Italia, sostenendo che la libertà educativa di religione e coscienza non fosse scalfita dalla presenza del simbolo religioso. Secondo il giudice, il dirigente scolastico aveva solo dato adempimento al deliberato dalla maggioranza di una sola classe non imponendone l'allocazione a tutto l'Istituto. Presentava appello il docente senza ottenere esito differente, anzi, la Corte perugina evidenziava “che l'esposizione del crocifisso non ha limitato la libertà di insegnamento e che il ricorrente non ha titolo per dolersi dell'asserita violazione del principio di buon andamento ed imparzialità della pubblica amministrazione nonché di quello di laicità dello Stato, perché gli stessi danno origine, non a diritti soggettivi dei singoli, bensì ad interessi diffusi, la cui tutela è affidata agli enti esponenziali della collettività nel suo complesso e solo nei casi di espressa previsione di legge ad associazioni o enti collettivi che di quegli interessi sono portavoce”. Di contro, a parere del collegio, era stato il professore stesso con il proprio comportamento “disobbediente” a violare il principio di laicità dello Stato. Interessante è il significato che la Corte d'appello ha attribuito al crocifisso, prendendo spunto dalla citata decisione della CEDU, il quale sarebbe un simbolo “passivo” dal momento che la sua affissione non comporta l'obbligo di adeguarsi o meglio conformarsi alla fede cristiana per cui “l'esposizione nel luogo di lavoro” non costituisce alcun condizionamento o compromissione della libertà del soggetto dissenziente. Il professore a questo presentava ricorso dinanzi alla Corte di cassazione sostenendo: il carattere discriminatorio dell'ordine di servizio nei confronti degli insegnanti non cattolici; la lesione della libertà negativa di religione; la violazione del principio di laicità dello Stato; l'errata interpretazione della norma CEDU richiamata in primo grado in ordine all'esposizione del simbolo religioso in aula scolastica; l'errata interpretazione del principio di legalità; la mancata considerazione da parte della Corte della sussistenza di un diritto soggettivo del lavoratore in ordine alla rimozione del crocifisso; la mancata valutazione dei danni patiti per la discriminazione subita. Instaurato il giudizio dinanzi alla sezione lavoro della suprema Corte di cassazione, la questione veniva rimessa alla Sezioni unite: “sul rilievo che il ricorso prospetta una questione di particolare rilevanza, che involge il bilanciamento, in ambito scolastico, fra le libertà ed i diritti tutelati rispettivamente dal D.lgs. n. 297 del 1994, artt. 1 e 2, che garantiscono, da un lato, la libertà di insegnamento, intesa come autonomia didattica e libera espressione culturale del docente, e, dall'altro, il rispetto della coscienza civile e morale degli alunni. L'interrogativo riguarda i modi di risoluzione di un eventuale conflitto e la possibilità di far prevalere l'una o l'altra libertà nei casi in cui le stesse si pongano in contrasto fra loro”. Nell'ordinanza di rimessione si chiedeva di esaminare la sussistenza di una forma di discriminazione indiretta a carico di chi non aderisce ad una determinata convinzione religiosa, ma la subisce. La decisione delle sezioni unite scaturisce da una complessa analisi di statuizioni del passato (alcune del Consiglio di stato, altre della Corte costituzionale, altre ancora della Corte di Strasburgo) avente ad oggetto l'esposizione del crocifisso in luoghi pubblici, il tutto non solo alla luce dei principi costituzionalmente garantiti nel nostro paese, ma anche vigenti in ambito europeo nel rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo. Nel caso di specie, garante del lavoratore dissenziente, anche se in minoranza, è il datore di lavoro, il quale dovrebbe contemperare le diverse esigenze qualora: “a fronte della volontà manifestata dalla maggioranza degli studenti e dell'opposta esigenza esplicitata dal docente, l'esposizione del simbolo fosse comunque necessaria o se non si potesse realizzare una mediazione fra le libertà in conflitto, consentendo, in nome del pluralismo, proprio quella condotta di rimozione momentanea del simbolo della cui legittimità qui si discute, posta in essere dal ricorrente sull'assunto che la stessa costituisse un legittimo esercizio del potere di autotutela”. Le Sezioni unite chiariscono che per un verso è innegabile che il crocifisso non rappresenti un mero suppellettile né un oggetto di culto, bensì simbolo di valori supremi quali: tolleranza; rispetto della persona; rifiuto di qualsiasi atto di brutale violenza, principi peraltro alla base della laicità dello Stato. Il crocifisso è alla base della tradizione e della cultura italiana anche se non si può parlare di “religione di Stato” perché così non è “dopo la dichiarazione congiunta, in sede di Protocollo addizionale all'Accordo di modifica del 1984 tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, di considerare non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”. Per questi motivi, la percezione soggettiva del dissenziente non è da sola sufficiente a caratterizzare una violazione del diritto soggettivo. Di contro, ben avrebbe potuto il dirigente scolastico attuare “un metodo mite” onde farsi “carico di tutte le esigenze in tensione”, ovverosia sebbene non vi sia né discriminazione né forma alcuna di indottrinamento, lo stesso quale datore di lavoro, avrebbe dovuto imboccare, anche nell'ottica del principio di bilanciamento dei valori coinvolti, la strada “dell'accomodamento ragionevole...intesa come ricerca, insieme, di una soluzione mite, intermedia, capace di soddisfare le diverse posizioni nella misura concretamente possibile, in cui tutti concedono qualcosa facendo, ciascuno, un passo in direzione dell'altro”. D'altronde, sebbene il dirigente abbia attuato quanto richiesto dalla maggioranza della classe, ben avrebbe potuto contemperare la richiesta con quanto preteso dall'unico docente dissenziente.  Come insegna la nostra Costituzione a norma degli artt. 19 e 21: “La regola di maggioranza senza correttivi non può utilizzarsi nel campo dei diritti fondamentali, che è dominio delle garanzie per le minoranze e per i singoli. I diritti fondamentali svolgono un ruolo contro-maggioritario, sicché, abbandonato il criterio quantitativo, il “peso” assunto dai soggetti coinvolti non può fare ingresso quale decisivo criterio di bilanciamento delle libertà. Anche nelle formazioni sociali ove si svolge la personalità del singolo, la libertà religiosa che accompagna questo sviluppo della persona umana non può essere governata dal criterio della maggioranza che prevale e della minoranza che capitola”. In questa ottica quindi il dirigente scolastico avrebbe dovuto vestire i panni del mediatore terzo ed imparziale al fine di trovare un punto di incontro tra le posizioni contrastanti di alunni e docente.  Il detto assunto ha portato le Sezioni unite della suprema Corte di cassazione a considerare illegittimo l'ordine di servizio per non aver contemplato un contemperamento fra le due istanze antitetiche, ma non discriminatorio in quanto l'esposizione del crocifisso non ha mai costituito un vincolo allo svolgimento delle lezioni né tanto meno un impedimento per criticare “didatticamente ed educativamente” il punto di vista dei ragazzi. La suprema Corte di cassazione rimetteva, infine, il giudizio alla Corte di appello in diversa composizione al fine di valutare esclusivamente il comportamento tenuto dal professore in merito alle “esternazioni verbali” rivolte al proprio superiore.

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In caso di trasformazione, la norma dell'art. 10 trova comunque applicazione nei confronti dell'ente originario

(Cass. Civ., Sez. I, 25 gennaio 2021, n. 1519) stralcio a cura di Fabrizia Rumma
nota di Vito Forte     Con la sentenza in epigrafe, la Suprema Corte, sulla scorta di quanto affermato in tema di fallibilità di società di capitali trasformate in comunione d’azienda[1] ovvero in società semplici[2], ha sancito l’applicabilità dell’art. 10 l. fall. nei confronti di una società di capitali già trasformata in associazione non riconosciuta. Il percorso, che ha portato al provvedimento de quo, origina dall’avvenuta trasformazione eterogenea di una S.r.l. in liquidazione in associazione sportiva dilettantistica, in assenza di opposizione da parte di uno dei suoi creditori privilegiati, che, invero, vedeva accolta la propria istanza di fallimento nei confronti della società, ad opera del Tribunale di Napoli, ai sensi del combinato disposto degli artt. 6 e 10 l. fall. Avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, l’associazione proponeva dapprima reclamo ex art. 18 l. fall. alla Corte di appello di Napoli e successivamente, atteso il rigetto del predetto, da parte della Corte partenopea, ricorso per cassazione; in particolare, adducendo che l’ipotesi di cancellazione della società dal registro delle imprese, dovuta alla cessazione dell’attività imprenditoriale, avrebbe dovuto considerarsi una vicenda assai diversa dalla cancellazione della medesima a seguito di trasformazione, in relazione a cui, l’art. 10 l. fall., non avrebbe potuto trovare applicazione. In quest’ultimo caso, infatti, la sentenza dichiarativa di fallimento, a parere della ricorrente, avrebbe dovuto interessare soltanto l’ente risultante dalla trasformazione (ove fallibile), in qualità di soggetto subentrante all’ente originario in tutti i suoi rapporti sostanziali e processuali (v. art. 2498 c.c.).  La Cassazione, anche alla luce di un’interpretazione sistematica dell’art. 10 l. fall. (v. artt. 2500 quinquies c.c. e 147 l. fall.), ha precisato che la trasformazione eterogenea non ha la forza di mutare retroattivamente il regime di responsabilità relativo alla struttura precedente al compimento dell’operazione - con la conseguenza che “i creditori di titolo anteriore al verificarsi della trasformazione si avvantaggiano del regime di responsabilità che è proprio di tale struttura” - nonché di “purgare una situazione di dichiarabile fallimento dell’ente originario”. Tale fenomeno, dunque, non può inquadrarsi quale causa di sottrazione dell’ente originario, cancellato dal registro delle imprese, dalla soggezione alle procedure concorsuali, che, tuttavia, dovrebbe essere espressamente prevista dalla normativa vigente in materia. La Suprema Corte ha altresì affermato che il diverso “titolo” per cui avviene la cancellazione non comporta l’applicabilità di una differente disciplina, con la conseguenza che l’ente originario fallibile ex art. 10 l. fall. debba “ritenersi “esistente” sotto questo peculiare profilo – allo stesso modo, e negli stessi termini, di una qualunque società cancellata dal registro e dichiarata fallita nel corso dell’anno susseguente per il riscontro della relativa fictio iuris”. Ne deriva che i creditori anteriori alla trasformazione eterogenea, anche se non hanno presentato opposizione ex art. 2500 novies c.c. - strumento di tutela a beneficio della singola posizione creditoria, basato sull’esigenza di assicurare la conservazione della garanzia di cui all’art. 2740 c.c.– [3] debbono ritenersi comunque legittimati a proporre, al ricorrerne dei presupposti, istanza di fallimento dell’ente originario, entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese, se l’insolvenza si è manifestata anteriormente alla stessa ovvero entro l’anno successivo (art. 10 l. fall.). L’opposizione ex art. 2500 novies c.c. non rappresenta un meccanismo di tutela sostitutivo rispetto a quello offerto dal combinato disposto degli artt. 6 e 10 l. fall. (se così fosse, ciò comporterebbe un radicale arretramento della tutela offerta ai creditori, di dubbia legittimità costituzionale), bensì aggiuntivo al predetto. La mancata opposizione alla trasformazione, da parte dei creditori della società originaria, non può considerarsi, quindi, rappresentativa di una volontà abdicativa all’esercizio dell’istanza di fallimento: i due meccanismi di tutela in oggetto presentano una diversa ratio e differenti presupposti, sebbene entrambi risultano esperibili dai medesimi soggetti. Ma viepiù. La fallibilità dell’ente originario ex art. 10 l. fall. non implica la caducazione degli effetti dell’avvenuta trasformazione eterogenea, che, in assenza di opposizione nei termini di legge, da parte dei creditori, deve considerarsi valida ed efficace, nonché opponibile ai terzi. Il termine annuale, sancito dalla cennata norma per la dichiarazione di fallimento, da computarsi sulla base dell’art. 22, ult. co., l. fall., non opera quale termine di prescrizione o decadenza, ma costituisce un limite oggettivo alla stessa dichiarazione,[4] che pone a carico del creditore istante il rischio della durata del procedimento. L’istanza per la dichiarazione di fallimento dell’ente originario, presentata dal creditore, non presuppone un definitivo accertamento del credito in sede giudiziale, né l’esecutività del titolo, essendo, di converso, a tal fine sufficiente un accertamento incidenter tantum da parte del giudice, all’esclusivo scopo di verificare la legittimazione dell’istante. Orbene, la sentenza in esame offre certamente una lettura condivisibile in ordine alla fallibilità della società sottoposta a trasformazione eterogenea, in particolare nell’ottica di evitare l’intenzionale sottrazione della medesima alla dichiarazione di fallimento, per esigenze diverse da quelle che dovrebbero presiedere a detto fenomeno; tuttavia, non offre spunti argomentativi per districare un possibile nodo problematico da essa derivante: l’eventuale conflitto che potrebbe ingenerarsi tra i creditori concorsuali della fallita, cancellata dal registro delle imprese, e quelli posteriori alla trasformazione, poiché questi ultimi, attesa la stabilizzazione degli effetti derivante dall’avvenuto compimento dell’operazione, non sono legittimati ad insinuarsi allo stato passivo dell’ente originario. Problematica che potrebbe risolversi nell’ipotesi in cui anche il nuovo ente post-trasformazione risulti fallibile (e fallito), conducendo, però, in tal caso ad un fenomeno di duplicazione delle domande d’insinuazione al passivo.[5] Sul punto, occorre precisare che le domande dei creditori ante e post trasformazione risulterebbero esperite sì nei confronti, rispettivamente, dei due enti falliti, ma in relazione de facto ad un unico patrimonio, poiché, com’è noto, l’operazione di trasformazione configura una vicenda evolutivo-modificativa dell’ente originario, non determinando l’estinzione di quest’ultimo e la creazione di un nuovo soggetto di diritto.[6] L’ente trasformato conserva i diritti e gli obblighi e prosegue in tutti i rapporti, anche processuali, dell’ente originario, in quanto la trasformazione comporta unicamente una variazione della sua struttura organizzativa, senza incidere sui rapporti sostanziali e processuali facenti capo all’originaria organizzazione societaria (v. art. 2498 c.c.). Le peculiari problematiche sopra evidenziate rappresentano solo alcuni dei molteplici riflessi applicativi dell’art. 10 l. fall. alle società, cancellate dal registro delle imprese, già sottoposte a trasformazione eterogenea, che, invero, non trovano, nella sentenza in commento, neppure un principio di soluzione.   [1] Cfr. M. Sarale, Società cancellate – fallimento – società cancellate dal registro delle imprese a seguito di operazioni straordinarie e art. 10 l. fall., in Giur. It., 2021, 2, 352, nota a Cass. civ., 22 ottobre 2020, n. 23174. [2] Cfr. Cass. civ. 29 maggio 2020, n. 10302, in Società, 2020, 12, 1319, con nota di Bonavera. [3] Cfr. P. P. Ferraro, La tutela dei creditori nella trasformazione eterogenea, in Notariato, 2011, 5, 566. [4] Cfr. Cass. civ. 28 marzo 1969, n. 998. [5] Così G. Fauceglia, Riflessioni sul fallimento della società trasformata in associazione sportiva dilettantistica, in Società, 2021, 4, 387. [6] Cfr. Cass. civ. 26 gennaio 2000, n. 851, in Mass. Giur. It., 2000.

Costituisce elemento dell'attivo patrimoniale il credito della società verso i soci che abbiano indebitamente percepito somme di denaro a titolo di utili non effettivamente conseguiti.

(Cass. Civ., Sez. I, 20 gennaio 2021, n. 979) stralcio a cura di Fabrizia Rumma
nota di Nicola D'Onofrio     La pronuncia in esame muove da una domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo proposta dalla Società ricorrente, ai sensi della L. Fall., art. 161, comma 6, e dichiarata inammissibile dal Tribunale di Pescara per la mancanza dei requisiti di cui all’art. 1 del R.D. n. 267/1942 e, nella specie, poiché la voce “deficit patrimoniale” non potrebbe qualificarsi come “effettiva attività considerabile quale elemento dell'attivo patrimoniale ai fini del superamento della soglia di cui alla L. Fall., art. 1, comma 2.” La Società, quindi, insorge dinanzi la Corte di Cassazione ma il ricorso viene preliminarmente dichiarato inammissibile in virtù di un principio già espresso dalla Cass. civ., Sez. Unite, Sent., 28/12/2016, n. 27073, secondo cui: “Il decreto con cui il Tribunale dichiara l’inammissibilità della proposta di concordato preventivo, senza emettere consequenziale sentenza dichiarativa di fallimento del debitore, non è soggetto a ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost., comma 7,  non avendo carattere decisorio. Invero, tale decreto, non decidendo nel contraddittorio tra le parti su diritti soggettivi, non è idoneo al giudicato.” La Suprema Corte, però, ritenendo la questione di particolare importanza, nonostante la pronuncia di inammissibilità del ricorso, ritiene di dover soffermarsi sul caso concreto ed enunciare principi di diritto nell'interesse della legge in virtù dei poteri attribuiti dall'art. 363 c.p.c., comma 3. In particolare, il Collegio chiarisce il concetto di “deficit patrimoniale” e se questo sia rubricabile quale posta meramente contabile ovvero effettiva. Una problematica non di lana caprina, atteso che non risultano reperibili e massimizzati, in proposito, precedenti interventi da parte del Collegio. Ciò detto, la definizione di “deficit patrimoniale”, nella pratica, ha una evidente importanza, in quanto voce di bilancio idonea ad integrare l’attivo patrimoniale: quest’ultimo, ex art. 1, c.2 Legge Fallimentare, rappresenta un requisito oggettivo nella valutazione di sussistenza dei presupposti di fallibilità / sottoposizione a concordato preventivo di un imprenditore. Il Consesso Nomofilattico si concentra sui “prelievi” che i soci effettuano dalle casse sociali. Non è infrequente, infatti, nella prassi, rubricare tali condotte come “percezioni di utili”, purchè avvengano previo consenso di tutti i soci. In tal senso la Corte, con la pronuncia n. 10786 del 9 luglio 2003, aveva rilevato che “quanto alla possibilità, in una società in nome collettivo, di imputare dei pagamenti a utili sociali di competenza del periodo in corso, ancor prima del rendiconto, essa è consentita dall’art. 2262 c.c. Questa norma, infatti, nel subordinare la distribuzione degli utili all’approvazione del rendiconto, ammette espressamente il patto contrario“. La successiva evoluzione della giurisprudenza della Corte ha superato tale orientamento, rilevando che “nelle società di persone il diritto del singolo socio a percepire gli utili è subordinato, ai sensi dell’art. 2262 c.c., all’approvazione del rendiconto, situazione contabile che equivale, quanto ai criteri di valutazione, a quella di un bilancio(…).” Ancora, “ non può farsi luogo a ripartizione di somme fra soci se non per utili realmente conseguiti“. Ai sensi del medesimo articolo il “salvo patto contrario” limita, e non espande, il diritto del socio all’utile, il quale potrebbe essere condizionato e soggetto al consenso della maggioranza degli stessi. Fermo quanto sopra, nel sistema attuale, gli utili di periodo si formano in relazione ai singoli esercizi sociali. Dal momento che le società di persone (caratterizzate da un principio di responsabilità patrimoniale illimitata e solidale del socio ex art. 2267 e 2291 c.c.) non conoscono la possibilità di distribuire acconti sui dividendi, a differenza delle società per azioni, la distribuzione di utili non effettivamente conseguiti configura una ipotesi di indebito oggettivo ex art. 2033 c.c. Questo in virtù del combinato disposto dell’art. 2433 c.c., comma 4 e art. 2433 bis c.c., comma 7. Pertanto, sorge il diritto della società di ripetere le somme nei confronti del socio che le ha, illegittimamente, fatte proprie. Ne consegue da tanto che la voce di bilancio “deficit patrimoniale” rappresenta per la Cassazione una posta effettiva e come tale, idonea a formare l’attivo patrimoniale in relazione al disposto della L. Fall., art.1 comma 2. Il Supremo Collegio è giunto cosi ad enunciare il seguente principio, per cui “Posto che le obbligazioni sociali costituiscono debiti che stanno in capo alla società, pur nel caso delle società di persone, non concorre a formare l’ “attivo patrimoniale”, che viene preso in considerazione dalla norma della L. Fall., art. 1, comma 2, lett. a, il fatto che i soci illimitatamente responsabili siano tenuti, quali garanti ex lege, a rispondere degli stessi. Concorrono invece a formare l’attivo patrimoniale i prelievi di somme dalle casse sociale da parte dei soci, che non trovino la loro esatta giustificazione in utili effettivamente conseguiti, dato che le somme così percepite sono soggette ad azione di ripetizione di indebito da parte della società”.  

L'eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzioni

(Cass. Civ., Sez. Unite, 3 novembre 2021, n. 31541) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Esecuzione forzata in base ad un titolo non definitivo e proposizione domanda risarcitoria ai sensi dell'art. 96, comma 2, c.p.c.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 21 settembre 2021, n. 25478) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Il reclamo avverso i risultati delle elezioni per il rinnovo del consiglio dell'ordine degli avvocati

(Cass. Civ., Sez. Unite, 20 maggio 2021, n. 13872) stralcio a cura di Eleonora Branno
nota di Roberto Landi     La decisione in esame muove da un reclamo proposto da alcuni Avvocati, candidati non eletti alle elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine forense, nei confronti del Consiglio dell’Ordine nonché nei riguardi dei colleghi candidati eletti, al fine di ottenere l’annullamento dell’elezione di questi ultimi, siccome nella situazione di incompatibilità prevista dall’art.3, comma 3, della legge n.113/2017, e la proclamazione degli eletti, con sostituzione di quelli decaduti con quelli che seguivano nella graduatoria. La decisione del C.N.F., poi, veniva impugnata dinanzi le Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Nell’ambito della pronuncia, le Sezioni Unite, attestandosi su precedenti conformi, tratteggiano le specifiche del contenzioso elettorale forense ed in particolare, il primo aspetto meritevole di disamina concerne la facoltà, riconosciuta agli iscritti all’Ordine, di presentare un reclamo in forma collettiva. Il C.N.F., sulla scorta della giurisprudenza amministrativa, aveva dichiarato l’inammissibilità del ricorso sul presupposto che i reclamanti (elettori, candidati eletti e candidati non eletti), fossero in conflitto di interessi tra di loro, giacchè “trattandosi di ricorso collettivo, se poteva dirsi rispettato il requisito, positivo, di ammissibilità (ovvero l’identità di posizioni sostanziali e processuali in rapporto a domande giudiziali fondate sulle stesse ragioni difensive), difettava, invece, il requisito negativo (ovvero l’assenza di conflitto di interessi, anche potenziale), tra i reclamanti”. Il conflitto di interesse, secondo la ricostruzione operata dal C.N.F., si radicava ipso facto nella tripartizione dei reclamanti in: a) candidati eletti e consiglieri in carica; b) candidati non eletti; c) iscritti all’ordine degli Avvocati non candidati. A contrario, i reclamanti non ravvisavano alcuna parvenza conflittuale, giacché con il ricorso avevano fatto valere la quaestio del divieto di terzo mandato consecutivo, attinente all’elettorato passivo; pertanto, rispetto alla predetta questione, gli stessi avrebbero vantato un interesse collettivo omogeneo. Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, il reclamo proponibile, ai sensi della L. n. 242 del 2012, art. 28, comma 12, avverso i risultati delle elezioni per il rinnovo del consiglio dell’ordine degli avvocati si caratterizza, quale azione popolare, per la legittimazione diffusa, sia pure riferita agli iscritti all’albo, ed a carattere neutro - siccome riconosciuta indipendentemente dalla configurazione di una ulteriore, specifica situazione sostanziale qualificata in favore dell’istante - prevista dal legislatore allo scopo di tutelare l’interesse (pubblico) al corretto funzionamento del sistema democratico-rappresentativo dei Consigli degli Ordini degli Avvocati”. Ne consegue, da un lato, l’ammissibilità di una proposizione della domanda in forma collettiva, da parte di più avvocati con un unico atto e, dall’altro, la non configurabilità di un conflitto di interessi tra i reclamanti medesimi, risultando irrilevanti le ragioni soggettive sottese all’azione”[1]. Ciò premesso, la Suprema Corte avalla l’interpretazione dell’art. 28, comma 12, L. n. 247/2012[2] – che riconosce a ciascun iscritto all’Ordine, quale titolare di interesse diffuso, la legittimazione al reclamo al C.N.F. avverso i risultati delle elezioni per il rinnovo del C.O.A. – secondo cui la disposizione “è inequivoca nell’escludere che l’esperimento dell’azione debba comportare il conseguimento di uno specifico vantaggio in favore di colui (o di coloro) che la propone (o la propongono) e, quindi, implica l’ammissibilità di un rimedio impugnatorio (con lo strumento del reclamo) sotto forma di azione collettiva, che si inquadra nel più ampio genus dell’azione popolare”. Rebus sic stantibus, le Sezioni Unite hanno cassato la pronuncia del C.N.F. con rinvio per consentire l’esame del merito, assorbito dalla previa pronuncia in rito, ostando ad una pronuncia sostitutiva qualsivoglia accertamento sulle singole posizioni coinvolte[3]. Di poi, la seconda questione di rilievo affrontata dagli Ermellini concerne le modalità di instaurazione del contraddittorio. Mutuando un indirizzo risalente[4], accolto anche dal C.N.F., la Suprema Corte asserisce che il reclamo proposto avverso il risultato delle elezioni dei Consigli degli ordini professionali, D. Lgs. Lgt. 23 novembre 1944, n. 382, “ex” art. 6 (applicabile anche alla disciplina della professione forense, in virtù della disposizione contenuta nell’art. 18 dello stesso decreto), è ammissibile, una volta che sia tempestivamente depositato o presentato presso il Consiglio nazionale entro il termine di dieci giorni dalla proclamazione, pur in difetto di preventiva notifica anche ad uno solo degli eletti, competendo all’organo di giurisdizione domestica, deputato all’esame del reclamo, disporre che il contraddittorio sia costituito nei confronti dei consiglieri risultati eletti, che, in quanto titolari di un diritto soggettivo alla conservazione elettorale, devono essere chiamati a partecipare al giudizio”. Il differente quadro normativo di riferimento alla base dei precedenti conformi alla tesi sostenuta dal C.N.F. nella decisione impugnata, non assume rilevanza, stante il tenore letterale della norma di cui all'art. 59 che (...) si limita a prevedere che il reclamo debba essere depositato e che la diversa soluzione, che invece pretende la preventiva notifica del reclamo, non trova però conforto nella lettera della legge, che appunto prevede il solo deposito ed appare piuttosto correlata alla diversa esigenza di impedire che la parte impugnante possa incorrere in una decadenza nel caso in cui, pur essendosi attivata, con un comportamento che denota in maniera inequivoca la volontà di proporre reclamo, quale è appunto l'avvenuta notifica dell'atto di impugnazione, ritardi solo nel deposito. La lettera della legge, invece, prescrive “che la proposizione del reclamo avvenga con il deposito presso la sede del COA, ed è la legge stessa che poi individua le modalità di attivazione del contraddittorio, affidate all'iniziativa officiosa dello stesso C.O.A.”. Il reclamo, dunque, risulta efficacemente proposto con il semplice deposito, rimettendosi all’iniziativa del C.O.A., e non della parte reclamante, la susseguente instaurazione di un contraddittorio effettivo ed integrale.     [1] Cass., Sez. Unite, 18 dicembre 2020, n. 29106. [2] Contro i risultati delle elezioni per il rinnovo del consiglio dell’ordine ciascun avvocato iscritto nell’albo può proporre reclamo al CNF entro dieci giorni dalla proclamazione. La presentazione del reclamo non sospende l’insediamento del nuovo consiglio. [3] Cfr., ex multis, Cass., 12/03/2015, n. 4975; Cass., 27/02/2004, n. 4063; Cass., 02/06/2000, n. 7367; Cass., 25/03/1996, n. 2629. [4] Cass., Sez. Un., 20 febbraio 2003, n. 2602. Conf., da ultimo, Cass., Sez. Un., 26 marzo 2021, n. 8566.

Codice deontologico forense e validità della contestazione

(Cass. Civ., Sez. Unite, 17 maggio 2021, n. 13168) stralcio a cura di Eleonora Branno

Presupposti per la decorrenza della prescrizione

(Cass. Civ., Sez. Unite, 29 gennaio 2021, n. 2146) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Č giurisdizione del g.a. la contestazione della legittimità della unilaterale riapertura dell'iter di determinazione del capitale di affrancazione

(Cass. Civ., Sez. Unite, 15 gennaio 2021, n.617) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Interessi pubblici nell'ambito di una concessione di derivazione di acque pubbliche

(Cass. Civ., Sez. Unite, 12 gennaio 2021, n.252) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Mancata informazione di possibili malformazioni del feto e responsabilità del medico

(Cass. Civ., Sez. III, 15 gennaio 2021, n. 653) stralcio a cura di Carla Bochicchio

Sezioni Unite: gli artt. 633 e 636 del codice di procedura civile, relativi alla procedura ingiuntiva, sono attualmente vigenti e operativi.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 8 luglio 2021, n. 19427) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Rientra nella giurisdizione del giudice ordinario la controversia avente ad oggetto il provvedimento di revoca dell'alloggio popolare per il superamento dei limiti reddituali.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 18 febbraio 2021, n. 4366) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Spetta alla giurisdizione ordinaria decidere sulla domanda risarcitoria derivante dalla cattiva esecuzione dell'opera pubblica

(Cass. Civ., Sez. Unite, 18 febbraio 2021, n. 4371) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Spetta al giudice ordinario l'esame delle domande attinenti l'illegittima applicazione e/o quantificazione delle penali contrattuali.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 12 gennaio 2021, n. 254) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Principi in materia di assunzione in seguito a concorso pubblico

(Cass. Civ., Sez. lavoro, 11 ottobre 2021, n. 27577) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Rapporti tra nullità del matrimonio religioso e cessazione degli effetti civili del matrimonio, presupposti dell'assegno divorzile.

(Cass. Civ., Sez. Unite, 31 marzo 2021, n. 9004) stralcio a cura di Fabrizia Rumma
nota di Michele Emanuele Leo   La suprema Corte di cassazione è stata chiamata a dirimere un interessante contrasto di giurisprudenza dal seguente tenore: “se il giudicato interno (per effetto di sentenza parziale o capo autonomo non impugnato della sentenza) che dichiari la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario sia idoneo a paralizzare gli effetti della nullità del matrimonio, dichiarata con sentenza ecclesiastica successivamente delibata dalla Corte d'appello (con sentenza passata in giudicato), solo in presenza di statuizioni economiche assistite dal giudicato o anche in assenza di dette statuizioni, con l'effetto (nel secondo caso) di non precludere al giudice civile il potere di regolare, secondo la disciplina della legge n. 898 del 1970 e succ. mod., i rapporti patrimoniali tra gli ex coniugi il cui vincolo sia consacrato in un atto matrimoniale nullo”. La vicenda trae origine da una decisione del Tribunale di Lucca con cui, pronunciata la cessazione degli effetti civili del matrimonio, veniva statuito l'obbligo di omissis a corrispondere un assegno mensile di 450,00 euro in favore di omissis sua ex moglie. Il detto provvedimento giudiziale veniva impugnato dall'uomo esclusivamente in ordine al riconoscimento dell'assegno divorzile. All'esito del gravame, la Corte d'appello rigettava la domanda valutando corretta la decisione del Giudice di prime cure sul presupposto che mentre l’uomo, nel tempo, era riuscito a realizzarsi professionalmente, la donna si era ritrovata senza lavoro e senza alcuna entrata economica. Pertanto, il giudice aveva liquidato l'assegno divorzile secondo quanto già attribuitole durante la modifica delle condizioni di separazione. Avverso la sentenza l’uomo proponeva ricorso per Cassazione contestando la corresponsione dell'assegno all'ex moglie. Nel corso del giudizio di legittimità questi depositava sentenza della Corte d’appello di Firenze che rendeva “esecutiva nel nostro ordinamento una sentenza del Tribunale Ecclesiastico Regionale, ratificata dalla Segnatura Apostolica” che dichiarava la nullità del matrimonio contratto.  Chiedeva, dunque, la cessazione della materia del contendere e di valutare quale prova della durata della breve convivenza intercorsa, le dichiarazioni rese dalla donna nel giudizio ecclesiastico. A questo punto, ipotizzando un contrasto giurisprudenziale, la prima sezione civile della suprema Corte di cassazione rimetteva la questione alle Sezioni unite per addivenire ad una soluzione. Infatti, secondo un precedente e recente orientamento della stessa sezione, la nullità matrimoniale successiva al passaggio in giudicato della cessazione degli effetti civili non avrebbe impedito la prosecuzione del giudizio di divorzio in ordine alla decisione sulla determinazione dell'assegno divorzile “trattandosi di procedimenti autonomi aventi finalità e presupposti diversi”. La base della disamina della detta statuizione si colloca in ordine alla natura dell'obbligo di “mantenimento dell'ex coniuge” fondato sull'accertamento “dell'impossibilità della continuazione della comunione spirituale e morale fra i coniugi stessi...concludendo che la questione della spettanza e della liquidazione dell'assegno divorzile non è preclusa quando l'accertamento  inerente all'impossibilità della prosecuzione della comunione spirituale e morale fra i coniugi […] sia passato in giudicato prima della delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del medesimo matrimonio, come si verifica nell'ipotesi in cui nell'ambito di un unico giudizio la statuizione relativa allo stato sia stata emessa disgiuntamente da quelle inerenti ai risvolti economici”. Il detto assunto però secondo l'ordinanza di rimessione, contrasterebbe “con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di divorzio, che, in riferimento all'ipotesi della sopravvenienza della dichiarazione di efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio religioso, ne esclude l'incidenza sulle statuizioni di ordine economico conseguenti alla pronuncia di cessazione degli effetti civili, qualora le stesse siano già divenute definitive, riconoscendone invece l'idoneità ad impedire la prosecuzione del giudizio ed a travolgere la stessa sentenza di divorzio, se in ordine a quest'ultima non sia ancora intervenuta la formazione del giudicato”. La suprema Corte di cassazione ripercorre alcuni tratti salienti delle precedenti statuizioni sul punto evidenziando che i giudizi che hanno ad oggetto la declaratoria di nullità matrimoniale non rientrano più nella competenza esclusiva dei Tribunali ecclesiastici ben potendo la stessa essere trattata dal giudice civile, pertanto: “poiché le parti possono ormai dedurre nel processo per la cessazione degli effetti civili del matrimonio la nullità del vincolo matrimoniale, in forza del principio secondo il quale il giudicato copre il dedotto e il deducibile, la sentenza di divorzio, pur non impedendo la delibazione della sentenza di nullità del matrimonio pronunciata dai Tribunali ecclesiastici, impedisce che la delibazione travolga le disposizioni economiche adottate in sede di divorzio”. Di conseguenza se la sentenza di divorzio non ha svolto alcun tipo di accertamento sulla validità ed esistenza del matrimonio, nessun impedimento è posto al Tribunale ecclesiastico di delibare in ordine alla nullità del detto vincolo. Diversa soluzione, invece, si avrà per le statuizioni di ordine economico che se passate in giudicato non possono più essere oggetto di accertamento. A dire il vero, secondo l'analisi delle Sezioni unite le decisioni richiamate nell'ordinanza di remissione non possono considerarsi attinenti alla questione offerta in quanto in un caso “si riferiscono a casi in cui, al momento del passaggio in giudicato della sentenza di delibazione, non era ancora divenuta definitiva la pronuncia di scioglimento del vincolo coniugale (...), ovvero a casi in cui, alla medesima data, era già passata in giudicato la sentenza recante la determinazione delle conseguenze economiche (….), e si limitano ad affermare che nella prima ipotesi il riconoscimento dell'efficacia della sentenza ecclesiastica impedisce la prosecuzione del giudizio di divorzio, determinando la cessazione della materia del contendere e travolgendo tutte le sentenze eventualmente pronunciate, mentre nella seconda ipotesi la pronuncia di divorzio e le statuizioni accessorie rimangono insensibili alla dichiarazione di nullità del matrimonio”. Neppure di contrasto giurisprudenziale si potrebbe parlare “argomentando a contrario” se la sentenza di nullità intervenisse “dopo il passaggio in giudicato della pronuncia di scioglimento del vincolo ma prima della determinazione dell'assegno” investendo il giudizio con conseguente arresto dello stesso. Ciò che invece le Sezioni unite evidenziano attiene, piuttosto, alla diversità “di natura ed effetti tra la sentenza di nullità e di divorzio” le quali scaturiscono da giudizi autonomi “non solo destinati a sfociare in decisioni di diversa natura… ma aventi anche finalità e presupposti differenti”. In questo senso le pregresse statuizioni delle Sezioni unite hanno già chiarito che i due giudizi costituiti da petitum e causa petendi propri comportano conseguenze diverse dal momento che “la domanda di nullità investe il matrimonio-atto, mentre quella della cessazione degli effetti civili incide sul matrimonio-rapporto” per cui la declaratoria di nullità matrimoniale non impedisce, se intervenuta dopo il passaggio in giudicato del divorzio, lo svolgimento del “giudizio civile ai fini dell'accertamento della spettanza e della liquidazione dell'assegno divorzile”. Del resto il divorzio ha per oggetto lo scioglimento del vincolo matrimoniale, non certo la sua validità quindi l'obbligo di corresponsione dell'assegno divorzile scaturisce dall'impossibilità dei coniugi a vivere in comunione materiale e spirituale, nella consapevolezza di non riuscire più a ricostruire quanto ormai distrutto. In quest'ottica, la funzione dell'assegno divorzile è “non solo assistenziale, ma anche perequativo-compensativa”, elementi che in nessun modo vengono travolti dal successivo provvedimento ecclesiastico di nullità matrimoniale. Da qui le conclusioni della Suprema Corte di cassazione a Sezioni unite: “In tema di divorzio, il riconoscimento dell'efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio religioso, intervenuto dopo il passaggio in giudicato della pronuncia di cessazione degli effetti civili ma prima che sia divenuta definitiva la decisione in ordine alle relative conseguenze economiche, non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio civile avente ad oggetto lo scioglimento del vincolo coniugale, il quale può dunque proseguire ai fini dell'accertamento della spettanza e della liquidazione dell'assegno divorzile”. Come è possibile evincere dalla sentenza qui in commento, la suprema Corte ha rigettato in toto il ricorso spiegato dall’uomo ivi compreso, in virtù dell'art. 115, 1 co. c.p.c., l'ultimo motivo di impugnazione relativo alla valenza delle dichiarazioni rese dalla donna nell’ambito del giudizio ecclesiastico per non aver contestato le circostanze dedotte dalla stessa nei giudizi pregressi in ordine alla breve durata della convivenza.

Il ripianamento di debito a mezzo di nuovo credito non integra gli estremi del contratto di mutuo

(Cass. Civ., Sez. I, 25 gennaio 2021, n. 1517) stralcio a cura di Fabrizia Rumma

Leasing finanziario: fallimento dell'utilizzatore e irretroattività della L.124/2017, commi 136-140

(Cass. Civ., Sez. Unite, 28 gennaio 2021, n. 2061) stralcio a cura di Fabrizia Rumma