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Diritto Civile pubblicato il 31/12/2023

La convivenza di fatto precedente al matrimonio rileva ai fini della determinazione dell´assegno divorzile

(Cass. Civ., SS.UU., 18 dicembre 2023, n. 35385) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Il tempo di proposizione dell'azione nell'indebito arricchimento: la sussidiarietà

(Cass. Civ., SS.UU., 05 dicembre 2023, n. 33954) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Il danno da illecito trattamento dei dati personali non è in re ipsa ma occorre provare la gravità e serietà della lesione

(Cass. Civ., Sez. I, 12 maggio 2023, n. 13073) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Sul rinvio della Cassazione al Consiglio di Stato in materia di concessioni balneari: la proroga

(Cass. Civ., SS.UU., 23 novembre 2023, n. 32559) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Non decade dalle agevolazioni “prima casa” il coniuge che effettua l´acquisto a titolo personale

(Cass. Civ., Sez. Trib., 3 novembre 2023, n. 30594) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Contratto preliminare: ammissibile la domanda di risoluzione ex art. 183 co. 6 anche se già è stata proposta la domanda di accertamento della nullità

(Cass. Civ., Sez. II, 10 agosto 2023, n. 24458) stralcio a cura di Giovanni Pagano
nota di Erika Forino Con la sentenza in rassegna, dal taglio eminentemente processuale, la Suprema Corte ha ribadito, seppure sinteticamente, il regime della proponibilità della domanda complanare afferente alla medesima vicenda sostanziale dedotta in giudizio, rafforzando e, precisando ulteriormente, quel filone interpretativo inaugurato dalla nota pronuncia resa a Sezioni Unite n. 12310 del 15 giugno 2015, successivamente esteso al giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo e, infine, coerentemente confermato dal Legislatore del 2022 con la Riforma del codice di rito[1]. All'esito della risoluzione di un contratto preliminare di compravendita per inadempimento del promittente venditore dichiarata dal giudice di prime cure, il giudice di appello ha accolto l'impugnazione proposta dal promittente venditore, reputando fondata la censura afferente alla inammissibilità della domanda di risoluzione del contratto formulata dal promissario acquirente per la prima volta con la prima memoria di cui all'art. 183, sesto comma, c.p.c. a fronte della originaria domanda di accertamento della nullità del negozio. Adito dal promissario acquirente che ha censurato la pronuncia per violazione e falsa applicazione dell'art. 183, sesto comma, n. 1 c.p.c. e dell'art. 1453 c.c. nella parte in cui è stata dichiarata l'inammissibilità della domanda di risoluzione del contratto proposta con la prima memoria istruttoria, il giudice di legittimità ha accolto il ricorso ribadendo che "nel processo introdotto mediante domanda di accertamento della nullità del contratto preliminare, è ammissibile la domanda di risoluzione del medesimo contratto formulata, in via subordinata, con la prima memoria ai sensi dell'art. 183, comma 6, c.p.c. qualora si riferisca alla medesima vicenda sostanziale dedotta in giudizio, trattandosi di domanda comunque connessa per incompatibilità a quella originariamente proposta". Per comprendere la base argomentativa fornita dalla Suprema Corte occorre ripercorrere brevemente le tappe più rilevanti dell'orientamento giurisprudenziale di cui si tratta che, per vero, si pone nel solco delle soluzioni avanzate dalla più autorevole dottrina[2]. Il tema dei limiti allo jus variandi delle parti e del termine ultimo entro il quale sono ammesse le modifiche alle domande formulate con gli atti introduttivi in considerazione delle barriere preclusive tracciate dal codice di rito, è stato oggetto del noto arresto del 2015 (Cass. civ. Sezioni Unite, 15 giugno 2015, n. 12310) con il quale, il giudice della nomofilachia, modificando il proprio precedente e granitico orientamento ed accogliendo le istanze della dottrina, ha affermato che "la modificazione della domanda ammessa a norma dell'art. 183 c.p.c. può riguardare anche uno o entrambi gli elementi oggettivi della stessa (petitum e causa petendi), sempre che la domanda così modificata risulti comunque connessa alla vicenda sostanziale dedotta in giudizio e senza che, perciò solo, si determini la compromissione delle potenzialità difensive della controparte, ovvero, l'allungamento dei tempi processuali; ne consegue l'ammissibilità della modifica, nella memoria prevista dall'art. 183 c.p.c., dell'originaria domanda [...]". In altri termini, abbattuto il muro della tradizionale distinzione tra emendatio e mutatio libelli e, ferma in ogni caso, l'impossibilità di compromettere le potenzialità difensive della controparte, è ammesso l'intervento modificativo finanche degli elementi identificativi della domanda (petitum e causa petendi) purchè la domanda "nuova" abbia ad oggetto la medesima vicenda sostanziale dedotta in giudizio o una vicenda sostanziale ad essa connessa ponendosi, rispetto alla domanda originaria, in termini sostitutivi. L'orientamento in parola è stato ulteriormente precisato con la pronuncia n. 22404 resa dalle Sezioni Unite in data 13 settembre 2018 (confermato, successivamente da Cass. civ. Sez. III, n. 4322 del 14 febbraio 2019, Cass. civ., Sez. III, n. 31078 del 28 novembre 2019, Cass. civ., Sez. III, n. 4031 del 16 febbraio 2021) richiamato dalla sentenza che si annota, che ha esteso la modificabilità della domanda anche alla formulazione della stessa in via subordinata (purchè, in ogni caso, relativa alla medesima vicenda fattuale). Dunque, la teleologica complanarità si realizza non più necessariamente quando la domanda originaria è sostituita da quella diversa (per petitum, causa petendi o per entrambi) ben potendo ad essa cumularsi ferma, in ogni caso, l'incompatibilità della stessa con il diritto per primo azionato nella misura in cui tende a realizzare il medesimo bene della vita avuto di mira con l'introduzione del giudizio. Con la successiva pronuncia n. 9633 del 24 marzo 2022 (Prima Sezione) la Suprema Corte ha esteso i principi poc'anzi esposti al giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, consentendo al convenuto opposto la possibilità di proporre domande diverse (nel senso precisato poc'anzi) rispetto a quelle poste a fondamento del ricorso monitorio, stante il richiamo contenuto nell'art. 645, secondo comma, c.p.c.. E ciò, si badi, è ammissibile anche nel caso in cui l'opponente non abbia proposto una domanda o una eccezione riconvenzionale ma si sia limitato a contestare l'avversa pretesa a mezzo di eccezione. Sottesi al condivisibile ragionamento più volte enunciato dal giudice di legittimità vi sono, a ben vedere, i principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo nonchè, quello della effettività della tutela giurisdizionale. Per un verso, infatti, permettere alla parte di "aggiustare il tiro" fino alla prima memoria istruttoria consente di concentrare nel medesimo giudizio le controversie aventi ad oggetto la medesima vicenda sostanziale evitando il ricorso alla giustizia per la domanda diversa ed assicurando il simultaneus processus; per l'altro, accordare alla parte la possibilità di introdurre una domanda modificata nel petitum o nella causa petendi (o entrambi) consente certamente una risposta più adeguata agli interessi delle parti. In questo scenario, allora, ben si comprende il percorso argomentativo della pronuncia in epigrafe rispetto alla ammissibilità della domanda formulata per la prima volta, in via subordinata, con la prima memoria istruttoria, purchè afferente alla medesima realtà fattuale dedotta in giudizio e connessa per incompatibilità con quella per prima azionata. Di conseguenza, nel caso sottoposto alla Suprema Corte, è ammissibile la domanda di risoluzione del contratto preliminare proposta, in via subordinata rispetto alla domanda di accertamento di nullità del contratto in quanto, oltre ad avere ad oggetto la medesima realtà fattuale, entrambe le domande si pongono in quel rapporto di incompatibilità indicato come requisito per l'attività modificativa.     [1] Si segnalano, al riguardo, gli importanti contenuti in dottrina di C. Consolo, Le S. U. aprono alle domande complanari: ammissibili in primo grado ancorchè (chiaramente e irriducibilmente) diverse da quella originaria cui si cumuleranno, in Il Corriere Giuridico, n. 7, 1 luglio 2015, 961 ss.; Id, Le Sezioni Unite di  nuovo sulle domande cc.dd. complanari, ammissibili anche se introdotte in via di cumulo (purchè non incondizionato) rispetto alla domanda originaria, in Il Corriere Giuridico n. 2, 1 febbraio 2019, 263 ss., nonchè, con riguardo al giudizio di appello B. Gambineri, Mutatio ed emendatio libelli in appello. Poteri delle parti e limiti oggettivi del giudicato, in AA.VV. Problemi attuali di diritto processuale civile, a cura di D. Dalfino, in Foro.it, Gli Speciali, n. 1 del 2021, 141 ss.. [2] Si veda, al riguardo, la nota 1.

Il socio della società cancellata risponde dei debiti sociali non solo con le somme liquidate ma anche con tutte le altre utilità ricevute

(Cass. Civ., Sez. II, 08 novembre 2023, n. 31109) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Limiti e contenuto del diritto di ottenere copia a titolo gratuito della cartella medica alla luce del GDPR

(CGUE, Sez. I, 26 ottobre 2023, C-307/22) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Responsabilità della Regione per un incidente con un capriolo. Non è stato provato il caso fortuito

(Cass. Civ., Sez. III, 10 novembre 2023, n. 31330) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Danno da lesione del consenso informato in ambito sanitario

(Cass. Civ., Sez. III, 30 ottobre 2023, n. 30032) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Viaggio in aereo: in caso di perdita del bagaglio, l´indennizzo è omnicomprensivo

(Cass. Civ., Sez. III., 06 ottobre 2023, n. 28200) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Ammissibile il ricorso dei coniugi proposto con domanda congiunta e cumulata di separazione e divorzio

(Cass. Civ., Sez. I., 16 ottobre 2023, n. 28727) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Maxi ritardo del treno. Il viaggiatore ha diritto al risarcimento del danno esistenziale oltre all´indennizzo per il disservizio

(Cass. Civ., Sez. III, 09 ottobre 2023, n. 28244) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Indagini di investigatori non indicati nominativamente: nullo il licenziamento

(Cass. Civ., Sez. Lav., 11 ottobre 2023, n. 28378) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

La Cassazione delimita i criteri per le sanzioni del Garante per la protezione dei dati personali

(Cass. Civ., Sez. I, 22 settembre 2023, n. 27189) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Giusto salario minimo costituzionale. Quando il giudice può discostarsi dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria

(Cass. Civ., Sez. Lav., 02 ottobre 2023, n. 27713) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Adozione piena: nell´interesse del minore il giudice può preservare talune relazioni affettive con componenti della famiglia d´origine

(Corte Cost., 28 settembre 2023, n. 183) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Diritto all'indennizzo a chi subisce una menomazione permanente dell'integrità psico-fisica a seguito di trattamento vaccinale non obbligatorio.

(C. Cost., 26 settembre 2023, sent. n. 181) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Il prestito di fiches non è debito di gioco

(Cass. Civ., Sez. II, 15 settembre 2023, n. 26646) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Accertamento di ricavi occulti. Il contribuente imprenditore può comunque eccepire la incidenza percentuale dei costi sostenuti

(Cass. Civ., Sez. Trib., 08 marzo 2023, n. 6874) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Trasfusione sangue infetto e responsabilità della struttura sanitaria: onere probatorio e legittimazione passiva

(Cass. Civ., Sez. III, 7 settembre 2023, n. 26091) stralcio a cura di Giovanni Pagano
nota di Rosa D'Errico La sentenza in commento concerne la discussa tematica relativa alla questione della responsabilità per danno alla salute cagionato da trasfusioni di sangue infetto ed in particolare ai criteri di riparto dell'onere probatorio. La complessa problematica della responsabilità professionale, specialmente quella medica, è da sempre un tema complesso che ha suscitato un intenso dibattito sia nel mondo medico che in quello giuridico. Due riforme si sono succedute a distanza di breve tempo l'una dall'altra: la legge 189 del 2012 cd. Balduzzi e la legge n. 24 del 2017 cd. Gelli-Bianco. Alla base delle riforme legislative vi sono interessi opposti da contemperare, in particolare, da un lato, vi è la necessità di evitare privilegi per la classe medica, dall'altro lato, vi è invece l'esigenza di impedire il ricorso alla cd. medicina difensiva, la quale può avere come conseguenza un uso non razionale delle risorse pubbliche. La vicenda processuale in esame prende le mosse dal ricorso proposto da A.A. avverso l'Azienda Sanitaria Provinciale (A.S.P.), finalizzato all'ottenimento di risarcimento danni, dopo aver contratto un'epatopatia HCV (Hepatitis C Virus), determinata da un'emotrasfusione presso una struttura ospedaliera della suddetta Azienda. L'azienda sanitaria convenuta in giudizio, contesta, oltre al rigetto della domanda avanzata dalla ricorrente in quanto priva di fondamento, la sua stessa idoneità ad essere citata in giudizio, sottolineando la necessità di dichiarare la legittimazione passiva del Ministero della Salute. In primo grado il Tribunale accoglie la richiesta avanzata dalla Signora A.A.  condannando l'ente sanitario al risarcimento dei danni subiti a causa della trasfusione. Successivamente, l'azienda sanitaria propone ricorso in Appello contro la sentenza che l'aveva dichiarata soccombente. Nel ricorso l'azieda sanitaria solleva nuovamente e in via preliminare l'eccezione di difetto di legittimazione passiva del Ministero della Salute. Inoltre, nel merito chiede il rigetto di tutte le domande avanzate della paziente, sostenendo l'inesistenza del nesso causale tra la trasfusione effettuata e le patologie sofferte. La Corte di Appello sospende l'esecuzione provvisoria della sentenza di primo grado e rigetta sia l'eccezione di difetto di legittimazione passiva, sia la domanda nella sua interezza avanzata dalla paziente. Per quanto riguarda la problematica relativa alla legittimazione passiva, la Corte riafferma un indirizzo giurisprudenziale ormai consolidato, ossia che "la legittimazione passiva per le domande di risarcimento del danno da emotrasfusione può spettare sia al Ministero della Salute a titolo di responsabilità aquiliana, sia alla struttura sanitaria a titolo di responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c.". Per quanto concerne il merito della vicenda processuale, invece, la Corte sostiene che il giudice di primo grado non aveva tenuto conto che il sangue, dal momento del prelievo iniziale fino alla trasfusione, seguiva un percorso noto come "circuito chiuso", come espressamente previsto dalla normativa (articolo 11 del Decreto Ministeriale del 27 dicembre 1990). Pertanto, secondo tale impostazione normativa, era pressochè impossibile che il sangue potesse contaminarsi con il virus epatico, a meno che non fosse dimostrato un intento doloso lungo tale percorso. Inoltre, la paziente non aveva fornito la prova della sua immunità, al momento dell'ingresso nella struttura sanitaria, da epatopatia C, poichè al momento del ricovero presentava un deterioramento epatico compatibile con una possibile infezione da  virus HCV. Ne derivava che la paziente "non aveva provato il nesso di causalità materiale, presupposto imprescindibile per l'insorgenza dell'onere del debitore di provare l'esatto adempimento o l'impossibilità di esso". Contro la pronuncia della Corte di Appello, la parte danneggiata presenta ricorso per Cassazione ai sensi dell'art. 360 e seguenti del codice di procedura civile. Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente evidenzia che vi è stata, da parte del giudice d'Appello, una "inammissibile inversione dell'onere della prova": difatti i giudici di merito hanno "ritenuto che fosse onere della danneggiata-paziente fornire la prova di essere immune all'HCV al momento dell'ingresso nella struttura sanitaria, nonchè aver ritenuto presunta la positività in detto momento". All'atto del ricovero, invero, la paziente presentava una compromissione epatica astrattamente compatibile con una eventuale infezione da HCV, ma ciò non costituiva  una prova inequivocabile di una preesistente infezione. Detta positività era stata inoltre presunta senza che la Corte di Appello indicasse ulteriori indizi gravi, precisi e concordanti a sostegno di tale conclusione. Con il secondo motivo di ricorso, inoltre, la ricorrente-danneggiata evidenzia di aver assolto l'onere probatorio posto a suo carico dimostrando sia l'esistenza della patologia, sia, in via presunta, il nesso di causalità materiale tra la condotta dei medici ed il danno subito. Contesta, inoltre, che il procedimento "a circuito chiuso" attiene solo ad una fase specifica: quella della separazione e conservazione del sangue prelevato dal donatore nelle apposite frigoemoteche, non estendendendosi, invece, alle successive fasi che conducono alla somministrazione del sangue al paziente. Con il terzo motivo di ricorso, infine, la paziente -danneggiata lamenta la mancanta attenzione alle osservazioni presentate dal consulente tecnico di parte, nonchè la mancanza di una motivazione adeguata in merito alla decisione di disattenderle. L'ente sanitario, invece, mediante un ricorso incidentale condizionato, solleva eccezione in merito alla legittimazione passiva del Ministero della Salute in relazione ai danni da emotrasfusione. La Corte di Cassazione cassa il provvedimento impugnato e rinvia alla Corte di Appello, con una composizione giudiziaria diversa, per una nuova valutazione della vicenda processuale alla luce dei principi di diritto di seguito enunciati. In primis, in relazione alla questione di legittimazione passiva del Ministero, si richiama un principio giurisprudenziale consolidato nel tempo, precisando che  "la legittimazione passiva per le azioni di risarcimento dei danni da emotrasfusione spetta al Ministero della salute a titolo di responsabilità aquiliana e alla struttura sanitaria a titolo di responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c.". Nel merito, i giudici di legittimità affermano che la legittimazione passiva dell'ASP è  corretta in quanto la paziente ha citato in giudizio tale ente e ha denunciato, pertanto, il cattivo operato dei medici che ivi vi prestano servizio. La ricorrente, difatti, fa valere  l'inadempimento delle obbligazioni nascenti dal cd. "contratto atipico di spedalità", evidenziando in tal modo la responsabilità contrattuale della struttura sanitaria. La Suprema Corte, già in altre pronunce, aveva evidenziato – così come richiamato anche nel ricorso presentato dalla paziente – che "in tema di responsabilità contrattuale della struttura saniataria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante" (Cass. S.U. n. 577 del 11.01.2008). Inoltre, meritano di essere menzionate ulteriori pronunce giurisprudenziali in tema di responsabilità professionale medica e della controversa questione del riparto dell'onere della prova, con le quali i giudici di legittimità precisano che "è onere del creditore danneggiato provare, oltre alla fonte del suo credito (contratto o contatto sociale), il nesso di causalità, secondo il criterio del "più probabile che non", tra la condotta del professionista e il danno lamentato, mentre spetta al professionista dimostare, in alternativa all'esatto adempimento, l'impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l'inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile, da intendersi nel senso oggettivo della sua inimputabilità all'agente" (Cass. Sez III, n. 10050 del 29.03.2022). La Corte di Appello ha pertanto imposto alla paziente un onere probatorio non conforme ai dettami scolpiti nelle precedenti pronunce giurisprudenziali. Nel caso specifico, difatti, è stato imposto alla danneggiata di dimostare l'assenza di una malattia epatica al momento del ricovero, senza poi valutare gli elementi addotti dalla paziente stessa ai fini di ritenere provato, presuntivamente, il nesso causale tra la condotta dei sanitari e l'evento lesivo di cui chiede il risarcimento. Inoltre, tale Corte non ha compiuto una valutazione adeguata per stabilire se la condotta dell'ente ospedaliero fosse conforme alla normativa di settore durante le complesse fasi di acquisizione e perfusione del plasma. La Suprema Corte di Cassazione precisa pertanto che "in tema di danno da infezione trasfusionale, è onere della struttura sanitaria dimostrare che, al momento della trasfusione, il paziente fosse già affetto dall'infezione di cui domanda il risarcimento". Infine ribadisce che "è onere della struttura sanitaria allegare e dimostrare di aver rispettato, in concreto, le norme giuridiche, le leges artis e i protocolli che presiedono alle attività di acquisizione e perfusione del plasma".

Risoluzione di pacchetti turistici in caso di circostanze straordinarie: un giudice nazionale può a talune condizioni, informare d´ufficio il viaggiatore del suo diritto di risoluzione senza spese

(CGUE, Sez. II, 14 settembre 2023, C-83/22) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Intervento estetico non riuscito, sì alla perdita di chance per la “ragazza immagine”

(Cass. Civ., Sez. III, 5 settembre 2023, n. 25910) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Giulia Nespolo La questione prospettata dalla sentenza della Corte di Cassazione, Sezione III Civile, 5 settembre 2023, n. 25910, richiede l’analisi della risarcibilità del danno da perdita di chance, quale occasione favorevole di futuro guadagno, a livello lavorativo, per la “ragazza immagine”, esclusa da tale carriera professionale, avendo riportato danni estetici irreversibili a seguito di un intervento chirurgico non riuscito. Ai fini di una completa analisi della sentenza in commento, appare opportuno procedere ad una breve disamina sulla vicenda in esame. In particolare, una giovane donna, avviata alla carriera lavorativa come modella, avendo riscontrato esiti anomali a seguito di un intervento chirurgico di mastoctomia sottocutanea bilaterale con contestuale ricostruzione del seno, conveniva in giudizio l’Ospedale di Alfa, richiedendo il risarcimento del danno da perdita di chance. Difatti, la donna lamentava di aver riportato una situazione irreversibile di devastazione mammaria toracica, aggravata da una importante sintomatologia dolorosa e limitazione nei movimenti, della quale ascriveva la responsabilità agli inadeguati controlli post- operatori svolti in ospedale, non avendo affrontato con la dovuta tempestività la complicanza associata al rigetto delle protesi. Orbene, chiariti i termini della vicenda, ai fini di un corretto inquadramento giuridico del caso di specie su cui si fonda la sentenza in esame, appare opportuno eseguire un’attenta disamina in ordine alla responsabilità civile derivante dal danno da perdita di chance. In particolare, occorre analizzare l’istituto giuridico del danno da perdita di chance su cui si fonda la responsabilità civile ex art. 2043 c. c. La perdita di chance costituisce una voce di danno che si sostanzia qualora, a causa di un comportamento illecito di un terzo, un soggetto perde la possibilità di conseguire un determinato vantaggio economico, ovvero relativo a uno specifico bene o risultato. Si tratta di un danno patrimoniale di natura extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c. c., quindi, devono sussistere tutti i requisiti di legge richiesti da tale disposizione codicistica. Con riferimento alla perdita di chance, si intende la concreta ed effettiva perdita di un’occasione favorevole di conseguire un determinato bene o vantaggio, in quanto tale costituente un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione. Pertanto, il danno da perdita di chance si definisce quale pregiudizio derivante non da una mera aspettativa di fatto, ma dal venir meno della possibilità di ottenere un bene o di conseguire un risultato. Occorre valutare se la ragazza che abbia subito dei danni estetici permanenti, a causa di un intervento chirurgico non riuscito, avviata ad una carriera lavorativa come modella, “ragazza immagine”, possa richiedere ed ottenere il risarcimento del danno da perdita di chance. Sul punto, si è ritenuto che in tema di risarcibilità del danno da perdita di chance, rilevi la chance patrimoniale di futuro guadagno. Pertanto, al fine di ottenere il risarcimento del danno da perdita di chance, occorre che il soggetto danneggiato dimostri, mediante prova, i danni patiti. Sulla base di quanto poc’anzi ravvisato, si è affermato che “il risarcimento del danno da perdita di chance esige la prova, anche presuntiva, purché fondata su circostanze specifiche e concrete, dell’esistenza di elementi oggettivi dai quali desumere in termini di certezza o di elevata probabilità la sua esistenza” (Cons. in dir. 7.3., Cass. civ., Sez. III., sent. n. 25910/2023). Alla luce di tale fondamentale passaggio della sentenza in commento, si è osservato che la prova del danno da perdita di chance si sostanzia nella dimostrazione dell’esistenza e dell’apprezzabile consistenza di tale possibilità perduta, da valutarsi non in termini di certezza, ma di apprezzabile probabilità, prova che può essere fornita con ogni mezzo, anche a mezzo di presunzioni; nonché nell’accertamento del nesso causale tra la condotta colpevole e l’evento di danno. Invero, ne consegue che il soggetto che agisce per ottenere il risarcimento del danno da perdita di chance “è tenuto ad allegare e provare l’esistenza dei suoi elementi costitutivi, ossia di una plausibile occasione perduta, del possibile vantaggio perso e del correlato nesso causale, fornendo la relativa prova pure mediante presunzione, ed eventualmente ricorrendo anche ad un calcolo di probabilità” (Cons. in dir. 7.3., Cass. civ., Sez. III., sent. n. 25910/2023). A tal proposito, nel caso di specie, appare evidente che la giovane “ragazza immagine” abbia diritto di ottenere il risarcimento del danno da perdita di chance, avendo provato tale danno con diverse allegazioni, in quanto sussiste una plausibile occasione perduta, la propria carriera lavorativa come modella, la possibilità di un vantaggio perso, la capacità reddituale e il nesso causale tra il comportamento illecito di un terzo e l’evento di danno. In tal senso, si ravvisa il nesso causale, dato che i danni estetico- funzionali permanenti della donna sono derivati dagli inadeguati controlli post- operatori svolti dall’ospedale, il quale non ha operato con la dovuta tempestività, per porre rimedio alla complicanza scaturita dal rigetto delle protesi. Dunque, alla luce delle enunciazioni giurisprudenziali e delle superiori argomentazioni si deve concludere che l’Ospedale di Alfa debba essere condannato al risarcimento del danno da perdita di chance, in quanto, a seguito di intervento chirurgico e di controlli post- operatori svolti in modo inadeguato, non ha provveduto con la dovuta tempestività nel rimediare alla complicanza sorta dal rigetto delle protesi. Con la propria condotta, l’Ospedale di Alfa ha cagionato danni estetico- funzionali permanenti ad una donna, i quali hanno comportato l’interruzione definitiva della sua carriera lavorativa come “ragazza immagine”. Difatti, la soluzione alla quale è addivenuta la sentenza in commento, è apparsa condivisibile, atteso che la stessa abbia attribuito rilevanza non soltanto ai risultati certi, bensì anche ai vantaggi economici, ai futuri guadagni, connotati da un’apprezzabile probabilità di conseguimento, quindi, ritenendo sempre più rilevante la nozione di chance all’interno del sistema giuridico.  

Post Lexitor: E´ nulla la clausola contrattuale che escluda il rimborso dei costi sostenuti in caso di estinzione anticipata del contratto di finanziamento

(Cass. Civ., Sez. II, 06 settembre 2023, n. 25977) stralcio a cura di Giorgio Potenza

L'attività di insegnamento è libera e per i dipendenti pubblici non richiede autorizzazione

(Corte dei Conti, Sez. giur. Campania, 23 agosto 2023, n. 498) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Validità e meritevolezza della clausola antistallo c.d. “russian roulette”

(Cass. Civ., Sez. I, 25 luglio 2023, n. 22375) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Ai parenti entro il quarto grado è consentita la possibilità dell'adozione cd. mite anche nel caso in cui uno di essi rivesta la qualità di tutore del minore

(Cass. Civ., Sez. I, 31 luglio 2023, n. 23173) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Reddito d´impresa: niente incasso giuridico se il socio rinuncia al credito

(Cass. Civ., Sez. Trib., 12 giugno 2023, n. 16595) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Prescrizione del diritto al pagamento dei crediti retributivi in caso di stabilizzazione: spetterà alle Sezioni Unite decidere

(Cass. Civ., Sez. Lav., 28 febbraio 2023, n. 6051) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Rapporto tra ripetizione dell'indebito ex art. 2033 cc e tutela dell'affidamento incolpevole anche alla luce della CEDU

(C.Cost., 27 gennaio 2023, sent. n. 8) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Privacy e condizioni generali d´uso di un social network. Le limitazioni imposte dalla CGUE in merito alla condotta di Meta

(CGUE, Gr. Sez., 4 luglio 2023, n. 252/21) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Somministrazione di energia elettrica, il contratto si può concludere senza documenti scritti

(Cass. Civ., Sez. III, 14 luglio 2023, n. 20267) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Il compenso dell´avvocato in caso di transazione della causa

(Cass. Civ., Sez. II, 16 giugno 2023, n. 17325) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Fecondazione assistita: il difficile profilo della revoca del consenso

(C. Cost., 24 luglio 2023, sent. n. 161) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Il diritto di prelievo e la prova per "separare" il denaro personalissimo allo scioglimento della comunione

(Cass. Civ., Sez. II, 13 luglio 2023, n. 20066) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Elisa Angela Cravero Nel recente provvedimento della Suprema Corte in esame, il tema centrale risiede principalmente nell'onere della prova tra comunisti in regime di comunione legale (successivamente mutato in separazione dei beni) al fine di separare le somme ricadenti nella comproprietà "a mani riunite" da quelle di natura personale, che, come tali, devono necessariamente essere restituite al coniuge titolare delle stesse secondo gli artt. 192 e 194 c.c. Nella fattispecie, il ricorrente si doleva dell'omesso esame del fatto decisivo consistente nell'attribuzione alla comunione di importi asseritamente pervenuti "direttamente dalla successione paterna o dagli interessi maturati su tali importi o costituenti il ricavato della vendita di alloggi ereditati dal padre"; in particolare, il coniuge avrebbe trasferito tali importi dal conto corrente paterno al conto comune, e in ordine a tale circostanza, avrebbe prodotto una dichiarazione scritta rilasciata dal Direttore della filiale bancaria, a conferma della provenienza delle somme. In secondo luogo, tale ragionamento veniva applicato, altresì, alla suddivisione dei proventi inerenti alla quota di partecipazione di n. 2 società (entrambe di capitali), in ordine alla quale il ricorrente sosteneva di aver contribuito in via esclusiva a "ripianare le perdite e ricostituire il capitale": su tale aspetto, concentrandosi il presente commento sul diritto di prelievo delle somme e sul carattere personale delle stesse ai fini della prova da offrire in giudizio, sia sufficiente il richiamo all'orientamento indicato anche dalla Suprema Corte secondo il quale, in materia di partecipazione societaria acquisita da uno dei due coniugi, ancorché con denaro personale, in pendenza di comunione legale, la quota societaria ricade nella comunione de residuo, ex art. 178 c.c., pertanto, la compartecipazione al valore degli incrementi patrimoniali non viene esclusa, bensì differita al momento dello scioglimento della comunione (vedasi, su tutte, Ss.Uu. n. 15889/2022). Per quanto qui concerne, è utile richiamare il principio espresso più volte dalla Cassazione, secondo il quale in tema di scioglimento della comunione legale tra coniugi, il diritto alla restituzione delle somme prelevate dal patrimonio personale e impiegate in spese/investimenti del patrimonio comune, è attribuito dall'art. 192, c. 3, c.c. (che si riporta per maggiore chiarezza: "Ciascuno dei coniugi può richiedere la restituzione delle somme prelevate dal patrimonio personale [179](4) ed impiegate in spese ed investimenti del patrimonio comune"); quanto, invece, al denaro personale e ai proventi dell'attività separata (ricadenti, dunque, nella comunione de residuo come sopra esemplificato in tema societario), seppur impiegati per l'acquisto di beni costituenti oggetto della comunione legale, ex art. 177, c. 1, lett. a ("Costituiscono oggetto della comunione: a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali [179]"); tali acquisti ricadono nel regime dell'art. 194, c. 1, c.c. , per cui andranno ripartiti in parti uguali a prescindere dalla partecipazione di ciascuno nell'esborso. Declinando tale orientamento a livello pratico, si rendono opportune le seguenti considerazioni: - i beni personalissimi (nel caso in oggetto, quelli derivanti da successione) non sono soggetti al regime della comunione de residuo, dunque, al momento dello scioglimento della comunione, l'art. 195 c.c. ne permette il prelievo per l'intero da parte del coniuge titolare in quanto al medesimo appartenenti prima della comunione o pervenuti, in costanza, per successione/donazione; - in mancanza di prova contraria (dunque, spetta al richiedente la prova della provenienza di dette somme), si presume la comunione anche di tali beni; - i proventi dell'attività separata (art. 177, lett. c, c.c.) ricadono nella comunione de residuo, ovvero nella comunione legale differita, mentre il denaro e altre forme di liquidità provienenti dal ricavato di beni personalissimi (ex art. 179 c.c., per esempio acquisite per successione, donazione, risarcimento del danno e pensione attinente alla perdita della capacità lavorativa) possono essere esclusi dalla comunione (anche quella legale differita)  secondo un rigoroso regime probatorio. Si riporta qui di seguito e per maggiore chiarezza, la sintesi operata nella sentenza della Cassazione in oggetto, secondo la quale: "Risultano perciò delineate dal legislatore, all'interno del patrimonio di ciascun coniuge, due "masse" di denaro, costituita la prima dai "proventi" dell'attività separata e la seconda dal denaro proveniente dai titoli elencati nell'art. 179". Conseguentemente, tenuto conto di tale distinzione, di natura insidiosa se applicata al caso concreto, ne discende la necessità di trovare un modo per consentire la separazione del denaro "personalissimo" (inteso come quello di cui all'art. 179 c.c.), da quello "personale", che diviene indissolubilmente "familiare", tenuto conto dell'obbligo di contribuzione gravante su entrambi i coniugi dal momento del matrimonio. Pertanto, il problema si pone proprio in termini di onere della prova, laddove, se la provenienza del danaro è facilmente ricavabile dalla produzione della documentazione bancaria a una certa data, non è, altrettanto, facilmente provabile a livello documentale la circostanza secondo cui le spese per i bisogni della famiglia non siano state conseguite proprio con quelle somme. Facendo un esempio pratico: ricevuta una donazione per euro 10.000,00, il coniuge beneficiario decide di accreditare tale importo su conto corrente cointestato, cosicché le somme si confondono con la provvista già esistente. Unitamente all'altro coniuge, si determina per l'acquisto di un salotto del valore di euro 8.000,00; tenuto conto di come entrambi percepiscano una retribuzione per oltre euro 5.000,00 cadauno, è evidente come la capacità economica di entrambi sia sufficiente a far fronte all'acquisto, senza possibilità che in sede di scioglimento della comunione, l'importo possa ricadere al 50%, posto che la "massa separata" ricade nell'alveo del denaro "personalissimo". In buona sostanza, diviene indispensabile, per l'attore, distinguere preventivamente quanto "denaro è stato prodotto da frutti di beni propri e dai proventi conseguiti durante il matrimonio", e quanto "denaro, appartenendogli prima del matrimonio o proveniendo dai titoli indicati nell'art. 179, sia andato a costituire una sorta di patrimonio separato", tale da ricadere nell'ipotesi dell'art. 179, lett. f ("f) i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto") oppure di prelievo, ex art. 195 c.c. ("Nella divisione i coniugi o i loro eredi hanno diritto di prelevare i beni mobili che appartenevano ai coniugi stessi prima della comunione [179, lett. a)] o che sono ad essi pervenuti durante la medesima per successione o donazione [179, lett. b)]. In mancanza di prova contraria si presume [2727] che i beni mobili facciano parte della comunione"). Sulla scorta di tutto quanto sopra esposto, la Cassazione, nel rigettare il ricorso (tra l'altro anche in termini di mancata dimostrazione del fatto che la prova orale sarebbe stata determinante ai fini di una riforma in sede di appello), sancisce il principio secondo il quale, in tema di scioglimento dela comunione, ferma restando la comunione de residuo per i proventi dell'attività separata, quanto al denaro "personalissimo", "ai fini dell'esercizio del diritto di prelievo di cui all'art. 195 c.c., la prova del carattere personalissimo del denaro deve essere accompagnata da indicazioni (anche presunzioni) relative alla "conservazione" di quel denaro e al suo "non impiego" per i bisogni della famiglia, perché in mancanza deve presumersi che il denaro che residua è comune". Pertanto, sarà onere del coniuge che chiede la divisione, in sede di istruttoria e anche allo scopo di ottenere la disposizione di CTU contabile, esporre tutti i fatti e gli argomenti ritenuti necessari ai fini presuntivi, ex art. 2729 c.c., corredati dall'esposizione di circostanze e di documenti, nel caso anche avvalorati da prova testimoniale, utili a dimostrare non solo la provenienza delle somme ma anche l'uso  delle stesse, allo scopo di evitare l'effetto distributivo insito nella comunione legale.

Cammina a piedi scalzi sul bordo della piscina, nessun risarcimento per la caduta

(Cass. Civ., Sez. III, 20 luglio 2023, n. 21675) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Domenica Russo La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 21675 del 2023, torna nuovamente a pronunciarsi sul tema dell’esclusione del risarcimento del danno nell’ipotesi di prevedibilità dello stesso da parte del danneggiato. La pronuncia in esame muove da una domanda giudiziale proposta da una donna nei confronti di una società per ottenere il risarcimento dei danni, alla persona e patrimoniali, conseguenti ad una caduta sopraggiunta mentre stava camminando lungo il bordo della piscina ubicata nello stabilimento termale gestito dalla società convenuta. La domanda era stata rigettata nei precedenti gradi di giudizio adducendo quale motivazione l’esclusione del nesso causale in forza del concorso colposo della ricorrente, avendo quest’ultima tenuto una condotta imprudente, percorrendo a piedi nudi il bordo di una piscina all’aperto, da ritenersi prevedibilmente e normalmente scivoloso. Viene proposto ricorso per Cassazione, adducendo come unico motivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c. la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2051 c.c., 115 c.p.c., 14 co.1, D.M. n. 18 marzo 1996 e della delibera della Giunta Regionale Emilia Romagna n. 1092 del 2005. Secondo la deducente il Giudice d’Appello avrebbe errato sotto due aspetti: la mancata considerazione della violazione delle norme di sicurezza per la tenuta degli impianti, indice di colpa della società convenuta e che confermavano la legittimità della camminata senza calzature e il non aver effettuato il bilanciamento tra obbligo di cautela della vittima e la pericolosità della cosa gestita/custodita. Il caso sottoposto al vaglio della Corte di Cassazione integra una forma di responsabilità derivante non dal diretto comportamento di un soggetto bensì da una cosa (art. 2051 c.c.): in tal caso la responsabilità viene addossata al proprietario, al gestore, al custode o comunque a chi con quella cosa abbia un rapporto qualificato da un punto di vista normativo e fattuale.  Com’è noto, uno degli elementi costitutivi della responsabilità civile (oltre al fatto illecito, l’imputabilità, la colpevolezza e il danno), è la sussistenza di un nesso eziologico tra il fatto e l’evento dannoso (c.d. causalità materiale). Esso assolve alla duplice finalità di criterio di imputazione del fatto illecito e di delimitazione della risarcibilità del danno: per addossare ad un soggetto l’obbligo risarcitorio è necessario verificare che proprio la sua condotta sia causa di quell’evento. Orbene, qualora nella concatenazione causale degli eventi subentri un fatto ulteriore (umano o naturale) dotato di un autonomo impulso causale, tale da consentire di ricondurre il danno all'elemento esterno anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il nesso eziologico si interrompe. Diretta ed immediata conseguenza è la liberazione dalla responsabilità del custode o gestore, purché tale fatto costituisca la causa esclusiva del danno (cfr. anche Cass. civ., Sez. VI - 3, 09/11/2017, n. 2653). In riferimento a ciò, la giurisprudenza di legittimità ha più volte ribadito – da ultimo Cass., 01/02/2018, n. 2482, Cass., Sez. U., 30/06/2022 – la necessità di valutare sul piano del nesso eziologico se il contegno del danneggiato sia “apprezzabile come ragionevolmente incauto” e stabilire, dunque, se la causa del danno sia la scorretta gestione/custodia della cosa, il comportamento della vittima oppure se vi sia stato concorso causale tra i due fattori: “Ove la condotta del danneggiato assurga, per l’intensità del rapporto con la produzione dell’evento, al rango di causa autonomamente sopravvenuta dell’evento del quale la cosa abbia infine costituito, in questo senso, una mera occasione, viene meno il nesso eziologico con la “res”, anche se la condotta del danneggiato possa ritenersi astrattamente prevedibile, ma debba essere esclusa come evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale da verificare dunque secondo uno “standard” oggettivo”. Tale principio vale sia in ipotesi di responsabilità per cose in custodia ex art. 2051 c.c., quanto in ipotesi di responsabilità ex art. 2043 c.c.; il comportamento colposo del danneggiato può, in base ad un ordine crescente di gravità, o atteggiarsi a concorso casuale colposo (valutabile ai sensi dell’art. 1127 c.c., comma 1), ovvero escludere il nesso causale tra cosa e danno, integrando gli estremi del caso fortuito a norma dell’art. 2051 c.c.: “mancando la prova del nesso non può sussumersi la fattispecie concreta nel paradigma della responsabilità civile, né custodiale né generale.” La Corte Suprema, nel rigettare il predetto ricorso, ha motivato affermando che: “la condotta del danneggiato che entri in interazione con la cosa si atteggia diversamente a seconda del grado d’incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione – anche ufficiosa – dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., e dev’essere valutata tenendo anche conto del dovere generale di ragionevole cautela riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost.; a questo fine non è necessario che si tratti di condotta abnorme, dunque, bensì colposamente incidente nella misura apprezzata”. Ciò è accaduto nel caso de quo, posto che la vittima poteva prevedere con l'ordinaria diligenza la situazione di pericolo dipendente dalla cosa – ossia la normale scivolosità del bordo piscina – ma ha tenuto ugualmente un comportamento imprudente ed incauto – camminandovi a piedi nudi – determinando, autonomamente e volontariamente, la propria esposizione al pericolo, scegliendo di non premunirsi degli accorgimenti minimi per evitare di subirne gli effetti. Nel proprio iter argomentativo, la Corte sottolinea che, al fine di valutare la relativa incidenza causale, non sia necessaria una condotta “abnorme” del danneggiato ma sia sufficiente la mancata adozione delle normali cautele: “quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione, da parte dello stesso danneggiato, delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo del danno, fino a rendere possibile, nei termini appena specificati, che detto comportamento superi il nesso eziologico astrattamente individuabile tra fatto ed evento dannoso”. Non è stato sufficiente sollevare la questione – seppur fondata – relativa alla violazione delle norme di sicurezza da parte della società, in quanto “la violazione delle norme di sicurezza dettate per regolamentare le autorizzazioni amministrative, e certamente indici di una possibile colpa soggettivamente imputabile al gestore (art. 2043 cod. civ.), così come al custode (art. 2051 cod. civ.), non possono spostare la conclusione poiché non giustificano la condotta incauta che sia giudicata tale in modo decisivo e assorbente ai fini ricostruttivi del nesso oggettivo; (…)” Sulla base di tali motivazioni la S.C. ha dunque confermato la sentenza di merito che aveva escluso la responsabilità della società gestrice, nonostante la prospettata violazione, da parte del custode, delle norme di sicurezza regionali, sul rilievo dell'agevole prevedibilità e percepibilità della situazione di pericolo da parte della vittima.

Elargizione di somme di denaro fatte dalla madre alla figlia convivente e lesione della quota di riserva. Occorre accertare la sussistenza dello spirito di liberalità

(Cass. Civ., Sez. II, 04 luglio 2023, n. 18814) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Bigenitorialità. Si all´affidamento superesclusivo ad un genitore in caso di inidoneità dell´altro

(Cass. Civ., Sez. I, 8 giugno 2023, n. 16205) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Michele Emanuele Leo Il provvedimento oggetto della presente disamina attiene ad una importante statuizione in merito all’affidamento esclusivo della prole (cd. Rafforzato) in favore di uno dei genitori. Nel caso che qui ci occupa, la madre chiedeva ex art. 337-quinquies c.p.c. la modifica delle condizioni di affidamento dei figli minori disposto dal Tribunale di Torino in favore del padre con “collocazione presso il medesimo”. Il Tribunale, infatti, aveva accolto parzialmente il ricorso della donna disponendo che la madre potesse “vedere e tenere con sé i figli minori a fine settimana alternati (dal venerdì all’uscita da scuola sino a lunedì in mattina), un pomeriggio durante la settimana (dall'uscita di scuola fino al mattino successivo) e per periodi prestabiliti durante le vacanze natalizie, pasquali ed estive”. Al contempo onde consentire alla prole di superare la “visione scissionale del funzionamento familiare” disponeva e confermava la presa in carico degli stessi presso il servizio di neuropsichiatria infantile e dei servizi sociali per il dovuto supporto. Stabiliva altresì che anche i genitori dovessero ricevere adeguato sostegno psicologico per un migliore esercizio della potestà genitoriale. Veniva quindi disposto un percorso di mediazione familiare, raccomandando alla madre di seguire un sostegno psicoterapeutico privato. La donna impugnava la decisione del Tribunale ricorrendo alla Corte d’Appello competente evidenziando: “la sua piena adeguatezza genitoriale, in assenza di patologie psichiatriche e” sostenendo “dall’altra, il fallimento dell'affido esclusivo rafforzato dei bambini al padre”. A suo dire infatti, le perizie svolte durante il giudizio di I°, evidenziavano erroneamente un proprio disturbo della personalità tale da compromettere la relazione con l’ex coniuge. Eccepiva inoltre di non aver mai effettuato la “demolizione della figura paterna messa in atto (…) nel corso degli anni”. Pertanto doveva ritenersi errata la valutazione svolta dai periti in favore del padre, ritenuto “privo di profili psicopatologici, sufficientemente adeguato all’accudimento e all’educazione dei figli” dimostrandosi “capace anche di gestire la conflittualità di coppia, favorendo il rispetto dell’altro genitore nella mente dei figli e la sua permanenza nella loro vita concreta”. La Corte d’appello di Torino confermava la decisione del primo Giudice. A questo punto la donna decideva di ricorrere alla Corte di Cassazione opponendo quali motivi di doglianza: l’appiattimento del Giudicante alle perizie del Tribunale, le quali avrebbero evidenziato il proprio quadro psicopatologico; l’errato affidamento esclusivo dei minori al padre in mancanza di serio pregiudizio risultante da perizie “chiare, convergenti e motivate”; l’omessa valutazione della completa devoluzione paterna dell’accudimento dei minori alla sorella e alla madre; l'esistenza di errore nella ricostruzione dei fatti e nella lettura dei documenti e dei referti medici presenti in atti; l'esistenza di erronea ricostruzione dei fatti rispetto ai percorsi psicologici e psichiatrici eseguiti; “un’erronea lettura dei documenti medici-psichiatrici della stessa, cosicché mancherebbero prove oggettive scientifiche capaci di supportare le accuse di alienazione da parte della madre nei confronti del padre”. Si costituiva il curatore speciale dei minori quale resistente, mentre il padre dei minori non svolgeva difesa alcuna. Dettagliata e motivata è la statuizione della Corte di Cassazione con cui si respinge il ricorso spiegato a mezzo del quale è possibile ricavare un importante ed innovativo orientamento perché costituisce una sorta di deroga alla regola generale che contempla l’affidamento condiviso dei figli minorenni. Con il detto termine il legislatore ha previsto di norma un coinvolgimento ‘comune’ dei coniugi nella vita della prole malgrado il venire meno dell’unione di vita. La sentenza su cui si disquisisce però evidenzia la possibilità dell’affidamento esclusivo in presenza di determinate circostanze: “la scelta dell’affidamento a uno solo dei genitori, da effettuarsi in base all’interesse prevalente morale e materiale della prole, deve essere sostenuta non solo dalla verifica della idoneità o inidoneità genitoriale di entrambi i genitori, ma anche e, soprattutto, dalla considerazione delle ricadute che la decisione sull’affidamento avrà, nei tempi brevi e medio lunghi, sulla vita dei figli (Cass. 21425/2022). All’esito di simili verifiche il perseguimento dell’obiettivo di assicurare l’esclusivo interesse morale e materiale della prole può comportare anche l’adozione di provvedimenti contenitivi o restrittivi di diritti individuali di libertà dei genitori (quale l’affidamento c.d. “super” esclusivo del figlio a un genitore, all'esito dell’accertamento dell’inidoneità genitoriale dell’altro), senza che occorra operare un bilanciamento fra questi ultimi e l’interesse superiore del minore (Cass. 4056/2023).” Emerge quindi dalla sentenza in commento la prevalenza dell’interesse dei minori rispetto ai diritti di ciascun genitore onde garantirne una tutela prioritaria nel caso in cui manchino i presupposti per la serena evoluzione. Per quanto attinente gli altri punti di doglianza a base del ricorso, la Corte ne ha sottolineato l’infondatezza e l’inammissibilità: in primo luogo perché “chiara ed inequivoca” è da considerarsi la decisione della Corte d’appello competente, unico soggetto legittimato alla valutazione nel merito della vicenda; in secondo luogo, perché il ricorso per Cassazione è un giudizio a critica vincolata dotato dei caratteri della tassatività e specificità sanciti dall’art. 360 cpc. Una mera doglianza, infatti, non può soddisfare i principi previsti dal legislatore per l’impugnativa dinanzi al Giudice di legittimità. Nella statuizione si legge: un “coacervo di critiche non soddisfa l’onere previsto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), di articolare il ricorso per cassazione in specifici motivi riconducibili in maniera immediata e inequivocabile a una delle ragioni di impugnazione stabilite dall’art. 360 c.p.c., comma 1 (cfr. Cass. 24247/2016, Cass. 18829/2016). Il giudizio di cassazione, infatti, è un giudizio a critica vincolata, delimitato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito; ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, in modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicché è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dal codice di rito (Cass. 11603/2018, Cass. 19959/2014). Peraltro, a fronte della reiterata denuncia di errori nella ricostruzione dei fatti e nella lettura dei documenti di causa, occorre ribadire il principio secondo cui il ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non già il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale, ma solo la facoltà del controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr., ex plurimis, Cass. 331/2020, Cass. 21098/2016, Cass. 24679/2013, Cass. 27197/2011)”. Considerato infine la materia della questione avente ad oggetto diritti di natura familiare coinvolgenti relazioni affettive, il Giudice di legittimità ha provveduto a compensare le spese di lite.  

Danno da emotrasfusione ed efficacia del verbale della Commissione medico ospedaliera

(Cass. Civ., SS. UU., 6 luglio 2023, n. 19129) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

II “fatto accidentale” nel contratto di assicurazione alla luce della causa in concreto: opera per i fatti colposi ma non per quelli dolosi

(Cass. Civ., Sez. III, 27 giugno 2023, n. 18320) stralcio a cura di Giovanni Pagano
nota di Cecilia De Luca Con l’ordinanza in commento la suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di chiarire che le clausole contenute in un contratto – nel caso di specie un contratto di assicurazione stipulato al fine di coprire i danni derivanti da spargimento di acqua causati da difetti strutturali dell’impianto fognario – devono essere interpretate alla luce dei criteri ermeneutici stabiliti dal Codice civile. Nel caso di specie, l’attrice, nella qualità di mandataria dell’amministrazione dei beni immobili di (omissis), proprietaria dei locali venuti in rilievo nella fattispecie concreta, ha convenuto in giudizio avanti al Tribunale di Napoli il condominio sito in (omissis), al fine di ottenere il risarcimento dei danni occorsi ai locali in seguito alle infiltrazioni provenienti dall’impianto fognario a servizio di tale ultimo stabile nonché la condanna ad eseguire le opere necessarie per la definitiva loro eliminazione. Il Tribunale ha autorizzato la chiamata in causa della compagnia assicurativa del condominio convenuto e, nella resistenza sia del convenuto sia della terza chiamata in causa, ha condannato il condominio convenuto ad eseguire le opere di ripristino indicate dalla c.t.u. espletata in corso di causa e ha condannato la compagnia assicurativa a pagare all’attrice un determinato importo. Avverso tale sentenza è stato proposto appello dalla compagnia assicurativa. Il giudice di secondo grado ha affermato, relativamente ad uno dei motivi di gravame, che, sulla base delle risultanze dell’espletato accertamento tecnico, la garanzia dedotta in polizza era prevista per la sola rottura accidentale degli impianti e non poteva essere quindi estesa ai difetti a monte riconducibili alle stesse modalità o alla inidoneità dei materiali con cui l’impianto era stato realizzato. Avverso tale sentenza è stato proposto ricorso per cassazione dal condominio, articolato in un unico motivo, con il quale si sottolinea l’erronea applicazione, ad opera del giudice, dei canoni ermeneutici affinché la clausola del contratto di assicurazione – e dunque il regolamento ivi contenuto – fosse adeguatamente interpretata. Per quanto concerne i criteri ermeneutici da applicarsi al regolamento contrattuale in sede di interpretazione, del medesimo, questi sono contenuti negli articoli 1362-1371 del Codice civile, dai quali emerge lo scopo del legislatore di guidare l’interprete nel procedimento volto ad assegnare un significato univoco al regolamento contrattuale. L’art. 1362, primo comma, c.c. prescrive all’interprete di non limitarsi al senso letterale delle parole ma di indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti. Qui il legislatore pone un problema linguistico: il problema della polisemia. Al fine di risolvere tale problema, con riferimento a un testo, che si presume, recante un significato giuridico, il legislatore indica un metodo ermeneutico: il metodo della comune intenzione delle parti; egli non addita la comune intenzione quale scopo, ma quale strumento dell’operazione interpretativa: lo scopo è quello di intendere il testo linguistico. La scansione temporale del procedimento ermeneutico in due successivi “momenti” o “fasi” costituisce ancora oggi, nonostante alcuni tentativi di sovvertimento, un valido strumento metodologico nell’affrontare il problema dell’interpretazione contrattuale, e come tale è ancora ampiamente utilizzata da dottrina e giurisprudenza. La prima fondamentale enunciazione dei principi di gerarchia delle regole legali di interpretazione si deve a Cesare Grassetti: la questione interpretativa viene da lui affrontata ponendo in primo piano l’osservanza degli strumenti e delle tecniche normative. L’attività dell’interprete è suddivisa in due distinti momenti, cronologicamente successivi, cui corrispondono due differenti gruppi di norme. Ciascuno gruppo è formato da specifici canoni legali conoscitivi, cui l’interprete si deve attenere nel valutare il contratto sottoposto a esame. Il principio gerarchico, che informa l’attività interpretativa, non sta a indicare una primazia di rango tra i vari canoni ermeneutici, bensì una primazia cronologica, in base alla quale l’interprete applica per primi i criteri di cui agli artt. 1362-1365, per poi passare al secondo gruppo di norme, ex artt. 1367-1371 c.c., soltanto se e quando il primo non abbia condotto al risultato sperato. Se primazia di rango c’è, essa devesi semmai ravvisare all’interno del primo gruppo, tra norma-principio di cu all’art. 1362, primo comma, c.c. e norme di secondo grado, ex artt. 1362, secondo comma, 1363, 1364, 1365 c.c., che quella svolgono e da quella mutuano il valore precettivo. Seguendo il ragionamento di Grassetti sembrerebbe tuttavia di assistere, nel passaggio da uno stadio all’altro del processo ermeneutico, a un mutamento dello scopo dell’interpretazione, quasi che le due fasi dell’attività interpretativa abbiano due oggetti distinti: la prima sarebbe incentrata esclusivamente sull’intenzione delle parti; la seconda fase, mancato l’obiettivo di ricostruire la comune intenzione, ripiegherebbe sulla lettera, sul testo linguistico del contratto, quasi che l’interprete sia chiamato in un primo tempo a trascurare la lettera del contratto, tutto intento nella ricognizione dell’intera volontà delle parti; e solo in caso di insuccesso debba rivolgersi al testo linguistico, attribuendo a esso, in assenza di indicazioni più specifiche, il significato conforme all’id quod plerumquem accidit. Così, fallito ogni tentativo di stabilire l’interiore volontà dei contraenti, si ripiegherebbe su un significato socialmente comune e statisticamente probabile della dichiarazione. Oggetto del procedimento di interpretazione contrattuale, in tutte le fasi in cui esso è scomponibile, non è l’intendimento delle parti, bensì, sempre e soltanto, il testo linguistico del contratto. Gli artt. 1362-1372 c.c. disciplinano un procedimento volto a uno scopo unitario, attraverso successive attività; e il diverso grado di analisi non significa diversità dei fini dei due momenti dell’interpretazione. La vicenda interpretativa, disegnata dall’art. 1362 c.c., potrebbe essere così ricostruita: occorre attribuire al testo contrattuale un significato univoco; a tal fine il legislatore impone all’interprete di non fermarsi al significato letterale delle parole ma di indagare la comune intenzione delle parti. L’art. 1362 c.c. non addita la comune intenzione delle parti quale oggetto dell’interpretazione, ma indica all’interprete la necessitò di andare oltre la lettera del contratto; la ricerca del significato della clausola passa così anche attraverso la comune intenzione, la quale a sua volta si ricava dal senso complessivo dell’atto e dal contegno delle parti, precedente e successivo alla conclusione del contratto. Lettera, intenzione, contengo sono anelli della stessa catena. Al fine di determinare la comune intenzione, l’interprete deve identificare e selezionare i contegni rilevanti, per poi valutarli secondo dati criteri orientativi; l’intenzione comune non è offerta dalle parti ma inferita dall’interprete. La necessità di andare oltre la lettera – il c.d. principio di ultraletteralità – si risolve così nel “principio di complessità”: interpretare il contratto è accertare il senso delle parole, come risulta dal complesso dell’atto, ex art. 1363 c.c. e dal comportamento complessivo delle parti, ex art. 1362, secondo comma, c.c. L’eventuale insuccesso del primo metodo interpretativo, indicato all’interprete attraverso l’aggancio alla comune intenzione, segna la necessità di trascorrere ad altri metodi, non deteriori ma semplicemente successivi nella scansione temporale del procedimento ermeneutico. Diversità di metodi, dunque, non di problemi; il problema è sempre quello di sciogliere la polisemia: dubbi, ambiguità, pluralità di sensi hanno resistito all’indagine dell’interprete. L’esito negativo ottenuto mediante l’esercizio del metodo soggettivo, ex artt. 1362-1365 c.c., apre così la strada all’applicazione dei canoni di interpretazione oggettiva, ex artt. 1367-1371 c.c. Il diverso livello o piano interpretativo su cui operano i due metodi sarebbe segnalato dalla presenza del dubbio “giuridico”, quello a cui fa riferimento il legislatore negli artt. 1367 ss. Nell’ambito delle regole di c.d. “interpretazione oggettiva” è dato scorgere un certo grado di “specialità” di alcune norme rispetto ad altre, di modo che, avverandosi la fattispecie in esse prevista, il principio ermeneutico contenuto nella norma “speciale” dovrà essere applicato con precedenza rispetto agli altri; viceversa, non avverandosi la fattispecie prevista, quel principio non troverà applicazione alcuna. Si può affermare che, nel procedimento di applicazione delle regole di interpretazione oggettiva, le norme di cui agli artt. 1368, secondo comma, e 1370 c.c. non offrono all’interprete, a differenza delle altre norme della stessa specie, un problema di precedenza, ma soltanto un problema di applicabilità. Infatti, delle due l’una: o nel contratto da interpretare è rinvenibile la fattispecie in esse prevista, e allora, essendo applicabili, dovrà essere necessariamente assegnata la precedenza al canone interpretativo in esse contenuto, rispetto agli altri criteri interpretativi della stessa specie; oppure il contratto da interpretare non è riconducibile alla fattispecie in esse considerata, e allora non potranno trovare applicazione né prima né dopo le altre norme di interpretazione oggettiva. Da quanto appena considerato risulta agevole dedurre che nei confronti dell’art. 1370 e dell’art. 1368, secondo comma, c.c. non è possibile teorizzare la presenza di una norma “speciale” che ne stabilisca la precedenza nel procedimento di applicazione dei canoni di interpretazione oggettiva, ma, semmai, è possibile configurare una norma che ne estenda l’applicabilità anche al di là dei casi in esso già espressamente previsti. Alla luce di ciò, ha osservato il giudice di legittimità che la Corte territoriale ha interpretato, erroneamente, la clausola contrattuale escludente la copertura per i fatti “accidentali” alla luce del solo criterio letterale, cioè secondo il senso letterale dell’aggettivo “accidentali”, senza tener conto che la suddetta clausola fa parte di un assetto contrattuale che è destinato a produrre effetti tra le parti e deve quindi essere fondato su una causa concreta. Il giudice del merito ha dunque trascurato di praticare l’interpretazione mediana fra i c.d. criteri soggettivi e quelli oggettivi, cioè sia quella di cui all’articolo 1366 c.c., basata sul criterio della buona fede, sia quella dell’articolo 1367 c.c., sia ancora quella dell’articolo 1370 c.c.

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nota di Alessandro Turano Nella pronuncia in commento, il Supremo Collegio conferma il giudizio della Corte d’Appello che ha ritenuto legittima la dispensa dell’insegnante per l’adozione di modalità didattiche incompatibili con l’insegnamento. Il caso sottoposto alla Cassazione trae origine dal provvedimento assunto da un dirigente scolastico con il quale una docente di ruolo di storia e geografia in una scuola secondaria di secondo grado veniva dispensata dal servizio per incapacità didattica (ex art. 512 d.lgs. n. 297/1994), ovverosia per «assoluta e permanente inettitudine alla docenza». In primo grado il Tribunale di Venezia, con sentenza n. 277 del 2018, accoglieva la domanda della ricorrente tesa ad accertare l’illegittimità del provvedimento, e ordinava alla P.A. di reintegrarla in servizio.  Il giudice di prime cure fondava la decisione sulla irrilevanza dei mezzi di prova dedotti da parte resistente, che sarebbero stati acquisiti all’esito di accertamenti ispettivi riferiti a un periodo di tempo complessivamente esiguo (di poco superiore a quattro mesi di servizio effettivo reso dalla docente) e per giunta indagato in soli tre giorni di ispezione, intervallo giudicato troppo «stretto e breve» per una valutazione compiuta. La Corte di appello di Venezia, con sentenza n. 488 del 2021, in riforma della decisione di primo grado accoglieva l’impugnazione del Ministero dell’Istruzione e rigettava la domanda della lavoratrice, ritenendo legittimo il provvedimento di destituzione adottato ai sensi dell’art. 512 d.lgs. n. 297/1994. Nel ribaltare il giudizio, la Corte di appello evidenziava che era documentato il fatto che la docente, su 24 anni di insegnamento, risultava essere stata assente per complessivi 20 anni (di cui i primi 10 totalmente assente e per i residui 14 era stata in gran parte in malattia, da 40 a 180 giorni per anno), totalizzando, in definitiva, un totale cumulativo di 4 anni di insegnamento che rendeva impossibile esaminare periodi più lunghi di quelli oggetto di ispezione (5 mesi nel 2015). Contrariamente a quanto sostenuto dal primo giudice, attribuiva inoltre ai documenti acquisiti sulla base dei verbali del dirigente scolastico e delle risultanze ispettive il valore di prova fino a querela di falso a mente dell’art. 2700 c.c. La Corte riteneva perciò provata la carente metodologia di lavoro dell’insegnante, fatta di lezioni improvvisate, spiegazioni confuse, registro elettronico in disordine e di giudizi e valutazioni attribuiti «in modo causale ed improvvisato», oltre che di gravi imprecisioni nei programmi e disattenzione durante le interrogazioni. Contro la sentenza di appello la docente proponeva ricorso per Cassazione sulla base di otto motivi di gravame, quattro dei quali fondati su errori di diritto ex art. 360, co. 1, n. 3 c.p.c., i restanti su violazioni di norme processuali ex art. 360, co. 1, nn. 4 e 5 c.p.c. Resisteva, con controricorso, la parte datoriale. All’esito del giudizio, la Corte di Cassazione rigettava il ricorso, dichiarando inammissibili ovvero infondate le doglianze esibite dalla ricorrente. L’iter logico-giuridico seguito dalla Suprema Corte nella risoluzione della controversia in esame valorizza due direttrici essenziali di ragionamento: la prima relativa all’applicabilità dell’art. 512 d.lgs. n. 297/1994 al caso concreto, la seconda orientata a vagliare il contenuto del principio di fonte costituzionale della “libertà di insegnamento” (art. 33, co. 1, Cost.). In continuità con il principio di diritto enunciato da Cass. 8 aprile 2008 n. 9129 e da Cass. 22 giugno 2012 n. 10438, la Sezione lavoro della Corte di Cassazione ricorda che, per effetto delle norme che regolano l’autonomia delle istituzioni scolastiche e attribuiscono alle stesse funzioni e compiti in materia di gestione del personale (segnatamente la legge delega n. 59/1997, art. 14 del d.P.R. n. 275 del 1999 e art. 25 del d.lgs. n. 165 del 2001), e dell’intervenuta contrattualizzazione del rapporto di impiego pubblico del personale scolastico, spetta al dirigente la competenza ad adottare i provvedimenti di gestione delle risorse e del personale in servizio nella scuola (art. 25 del d.lgs. n. 165 del 2001) come, nel caso di specie, è la dispensa dal servizio per incapacità didattica. Detto provvedimento – osserva la Corte – non discendendo da comportamenti colpevoli, «non implica una responsabilità né postula un giudizio di proporzionalità, poiché non ha carattere sanzionatorio»: esso è stato reso all’esito di un giudizio che si è limitato a constatare l'oggettiva inidoneità a svolgere la funzione di insegnante. In ragione di detto canone interpretativo, la Cassazione esclude la natura disciplinare dell'atto di dispensa per incapacità didattica, e contestualmente afferma l’inapplicabilità al medesimo provvedimento delle norme sul procedimento disciplinare dei pubblici dipendenti di cui agli artt. 55 ss. del d.lgs. n. 165 del 2001. Esclude inoltre ogni errore di sussunzione del fatto in esame sotto la richiamata fattispecie di cui all’art. 512 d.lgs. n. 297/1994, osservando che la norma in questione prevede tre distinte tipologie di risoluzione del rapporto di lavoro che, seppur tutte riconducibili all’istituto della dispensa, «non sono sovrapponibili quanto alle cause che legittimano l’esercizio del potere da parte dell’amministrazione scolastica»: l’inidoneità fisica, derivante dalle condizioni di salute psico-fisica dell’impiegato; il persistente insufficiente rendimento, prodotto da insufficiente impegno e violazione dei doveri d’ufficio; l’incapacità didattica, da intendersi quale «inettitudine assoluta e permanente a svolgere le mansioni inerenti all’insegnamento» e frutto di «deficienze obiettive, comportamentali, intellettive o culturali». Così letta, la nozione di incapacità didattica – in linea con gli indirizzi interpretativi della giurisprudenza amministrativa che nel tempo ha distinto i due istituti della dispensa per incapacità didattica e per persistente e insufficiente rendimento (Consiglio di Stato, sentenza n. 2495 del 26 aprile 2000 e Consiglio di Stato, sentenza n. 2857 del 24 maggio 2013) – è qualificata dal Giudice di Cassazione quale vizio funzionale incidente sulla causa della relazione negoziale intercorrente tra l’insegnante e l’amministrazione statale. Essa, in quanto vizio non genetico del rapporto contrattuale, ben può sopravvenire nel corso dello stesso, a nulla rilevando il superamento del periodo di prova eccepito a difesa dalla ricorrente. Tra l’altro – evidenzia la Corte – l’“inettitudine permanente e assoluta” alla docenza si fonda, in punto di fatto, sull’individuazione di elementi oggettivi ritualmente acquisiti in atti e opportunamente apprezzati dalla Corte territoriale, avuto riguardo al valore probatorio degli stessi come normato dall’art. 2700 c.c.: non solo i verbali del dirigente scolastico relativi ai colloqui con studenti e genitori delle classi dove la ricorrente insegnava, ma anche e soprattutto il rapporto ispettivo con 59 allegati che aveva costituito l’accertamento tecnico posto a fondamento della dispensa. Riguardo poi alla rivendicata libertà individuale d'insegnamento, se è pur vero che costituisce valore costituzionale (art. 33, co. 1, Cost.) essa non è però illimitata, «trovando il proprio più importante limite nella tutela del destinatario dell'insegnamento, cioè dell'alunno» (art. 31, art. 32, co. 2, e art. 34 Cost.), titolare di un vero e proprio “diritto allo studio” (art. 2 d.lgs. 297/1994). Il concetto di "libertà didattica" – prosegue la Suprema Corte – «comprende, certo, un'autonomia nella scelta di metodi appropriati d'insegnamento, ma questo non significa che l'insegnante possa non attuare alcun metodo o che possa non organizzare e non strutturare le lezioni. Una libertà così intesa equivarrebbe a una "libertà di non insegnare" incompatibile con la professione di docente». La libertà di insegnamento, qualificata dalla legge come funzione (art. 395 d.lgs. 297/1994) e così ribadita nell’art. 27 del CCNL 2016-18 di comparto, costituisce di fatto un complesso di facoltà che combinano diritti e doveri, obbligatoriamente e in modo corretto esercitabili per la realizzazione di un diritto altrui (dell’alunno o studente di essere educato, formato, istruito: art. 1, comma 2, d.P.R. 275/1999). Quindi da svolgersi entro le coordinate poste dalla legge e in conformità delle conseguenti decisioni collegialmente adottate dalla scuola. Nella cornice di principi così espressi, la Cassazione evidenzia, tra le righe, le condizioni e i limiti che l’attività d’insegnamento deve rispettare per essere coerente con il sistema previsto dall’ordinamento. La “libertà di insegnamento” può e deve essere, in definitiva, rendicontata e apprezzata alla pari di ciò che avviene nello svolgimento di ogni funzione agita nelle amministrazioni pubbliche. E in ragione di ciò non è affatto preclusa al dirigente scolastico – rappresentante legale e responsabile della gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali e dunque dei risultati del servizio (art. 25, comma 1, d.lgs. 165/2001) – la cognizione dei contenuti e dei modi in cui l’insegnamento è stato impartito (anzi, ciò è un suo dovere, quale primo garante del diritto dell’alunno/studente alla prestazione). Sul punto la giurisprudenza, risalente e mai smentita, resta concorde nel reputare di spettanza del responsabile dell’istituzione scolastica «il potere di accertare e valutare, sulla base dell’esperienza concreta e dei risultati raggiunti dal docente, il grado di efficacia del metodo seguito» (Consiglio di Stato, sez. VI, 22/12/1966, n. 297), dato che «la libertà d’insegnamento non implica l’insindacabilità in ordine ai metodi didattici, che devono assicurare comunque l’efficienza del servizio dell’istruzione in vista del raggiungimento degli specifici scopi educativi per cui essa è organizzata» (Consiglio di Stato, 01/06/1971, n. 405 e 06/05/1969, n. 207).

Valida la clausola penale determinata ex post

(Cass. Civ., Sez. I, 3 maggio 2023, n. 11548) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Fabrizio Petillo Due società di capitali stipulavano un contratto di compravendita tramite il quale pattuivano il trasferimento del diritto di proprietà che una delle due vantava in relazione ad un fondo. Successivamente le società stipulavano un altro accordo in virtù del quale l’acquirente si obbligava ad edificare sul fondo oggetto della compravendita rispettando, tra l’altro, determinate distanze e garantendo precise “luci” tra la nuova opera e il fondo limitrofo ancora di proprietà della società venditrice. Tale accordo prevedeva, altresì, una clausola penale così formulata: “in caso di inadempimento saranno applicate, a carico della parte inadempiente, penali pari al doppio del valore dell’inadempimento”. A seguito dell’inadempimento della sopracitata obbligazione, la venditrice instaurava un giudizio arbitrale al termine del quale la società acquirente veniva condannata al pagamento della penale; l’entità di quest’ultima veniva determinata con l’ausilio di una c.t.u., necessaria per definire il valore dell’inadempimento. La società soccombente, quindi, instaurava un giudizio di fronte alla Corte di Appello di Bologna, impugnando il lodo rituale. La sopracitata Corte di Appello, in accoglimento della domanda, dichiarava la nullità delle statuizioni rinvenibili nel lodo e anche la nullità della clausola penale, motivando tale ultima statuizione con un presunto difetto di causa a sua volta dovuto a quanto previsto dall’art. 1382 c.c. il quale stabilirebbe che la penale, avendo funzione delimitativa della somma da pagare in conseguenza dell’inadempimento, deve indicare precisamente la somma che dovrà essere corrisposta, dal momento che il Legislatore ha espressamente stabilito, con la suddetta disposizione codicistica, che la parte inadempiente sarà obbligata ad “una determinata prestazione”. La società venditrice impugnava, quindi, la sentenza della Corte di Appello con ricorso per Cassazione fondato su tre motivi che, per il loro evidente collegamento, riguardando tutti la questione della validità della clausola penale, venivano esaminati congiuntamente. La Suprema Corte ha accolto il ricorso ritenendo fondati i motivi e, di conseguenza, non condivisibile quanto statuito dalla Corte di Appello. Prima di tutto il Giudice di legittimità ha sottolineato come sia inconferente il richiamo, contenuto nella sentenza impugnata, ad un precedente della stessa Corte di Cassazione (sez. III civ., sent. n. 13956/2019), con il quale è stata esaminata una clausola contrattuale che stabiliva il pagamento di una somma, non a fronte di un inadempimento come nel caso della penale, ma in conseguenza di un avvenimento non imputabile alla parte obbligata e non riconducibile alla sua volontà (obbligo di corrispondere una somma, in capo all’utilizzatore e a favore del concedente, nel caso di furto o perdita del bene concesso in leasing). La Suprema Corte, inoltre, ha aggiunto un’ulteriore critica alla sentenza impugnata, sottolineando come, anche a tutto voler concedere e anche a voler ritenere quanto statuito con il precedente del 2019 applicabile alla fattispecie in esame, la Corte di Appello di Bologna non avrebbe comunque dovuto desumere l’invalidità della pattuizione dalla presunta impossibilità di qualificare come penale la clausola voluta dalle due società di capitali, alla luce del fatto che proprio la clausola contrattuale esaminata nel precedente del 2019 era stata comunque considerata valida ed efficace, pur non potendo essere qualificata come penale, perché determinata nell’ambito dell’autonomia negoziale delle parti. Premessa, quindi, la necessità che il Giudice accerti la validità di una pattuizione contrattuale a prescindere dalla riconducibilità o meno della stessa alla disciplina della penale, la Suprema Corte ha sottolineato come la Corte di Appello abbia errato, soprattutto, nel ritenere che la clausola penale pattuita tra le due società di capitali sopracitate fosse in contrasto con l’art. 1382 c.c. In particolare, a parere del Giudice della nomofilachia, nell’ambito della “determinata prestazione” di cui all’art. 1382 c.c. può rientrare il pagamento di una somma parametrata all’entità dell’inadempimento. Il fatto che solo a seguito del suddetto inadempimento sarà possibile determinare, concretamente, la somma da corrispondere non esclude infatti che si possa configurare una clausola penale.   Con la pronuncia in esame la Corte di Cassazione, quindi, ha aderito alla tesi per la quale la penale ben può essere meramente determinabile. La Corte ha, altresì, esposto i motivi per i quali ha ritenuto di dover, invece, respingere l’opposta tesi, esposta da una dottrina meno recente, secondo la quale la penale non può che essere sin dall’origine determinata per garantire l’effettiva realizzazione della funzione dissuasiva dell’inadempimento che caratterizza l’istituto in esame. Secondo la tesi da rigettare, inoltre, la penale deve essere determinata anche perché diversamente la stessa non potrebbe essere distinta dall’obbligazione risarcitoria conseguente all’inadempimento contrattuale. Difatti, secondo la superata tesi in esame, l’entità dell’obbligazione risarcitoria deve essere determinata dal Giudice, a differenza della penale che, invece, deve essere predefinita nel suo ammontare alla luce della funzione sanzionatoria della stessa. Secondo la Suprema Corte la tesi sopracitata (oggi minoritaria) deve essere, come detto, respinta. Prima di tutto perché, a ben vedere, la funzione principale della penale è quella di esonerare la parte adempiente dall’onere di provare la sussistenza e l’entità del danno e tale funzione, evidentemente, ben può essere perseguita con una penale anche solamente determinabile. Inoltre, ha sottolineato la Corte, la funzione dissuasiva può essere garantita adeguatamente anche tramite una penale solo successivamente determinabile la quale anzi, ancor di più, può fungere da deterrente dell’inadempimento contrattuale quando, come nel caso in esame, l’entità della stessa sarà tanto maggiore quanto più grave sarà il suddetto inadempimento. La tesi minoritaria, infine, è criticabile anche nella parte in cui, delineando la sopra descritta distinzione tra clausola penale e obbligazione risarcitoria conseguente all’inadempimento, finisce per aderire ad una concezione sanzionatoria della penale e non ad una, più corretta e conforme ai principi, concezione risarcitoria della clausola penale (sebbene si tratti di un risarcimento forfettario) la quale si distingue dal risarcimento del danno da inadempimento semplicemente perché, tramite la stessa, la parte è esonerata dal provare la sussistenza e l’entità del danno subito a fronte di un inadempimento imputabile. Diversamente, ha concluso il Giudice di legittimità, non si spiegherebbe quella giurisprudenza di legittimità che ritiene riducibile d’ufficio equamente la penale manifestamente eccessiva anche nel caso in cui sia pattuita espressamente l’irriducibilità della stessa. Premesso quanto sopra circa l’interpretazione dell’art. 1382 c.c., la Suprema Corte ha sottolineato la totale contraddittorietà di quanto statuito dalla Corte di Appello la quale, prima ha affermato che la clausola penale soggiace alla disciplina delle obbligazioni e, quindi, ben può essere solamente determinabile e, successivamente, ha dichiarato la nullità della clausola contrattuale sottoposta al suo esame. Infine, in perfetta coerenza con le premesse, la Suprema Corte ha concluso il proprio ragionamento statuendo che alla clausola penale non può che essere applicata la disciplina prevista in materia di contratti e, in particolare, la previsione secondo la quale l’oggetto può essere determinato o determinabile. La clausola penale, quindi, ben può essere solamente determinabile, purché la stessa si basi su un criterio predeterminato che consenta agevolmente la successiva definizione della somma dovuta. La clausola penale può essere, come nella fattispecie oggetto dell’ordinanza in esame, parametrata all’entità e al valore dell’inadempimento, alla sua durata, come pure essere definita solo nel suo ammontare massimo e determinata, poi, in base all’entità concreta dell’inadempimento. In definitiva quindi, secondo il Giudice di legittimità, la clausola penale pattuita dalle parti è conforme a quanto previsto dall’art. 1382 c.c. perché, seppur determinabile solo a seguito dell’inadempimento, è parametrata ad un criterio oggettivo delineato ex ante che vincola il Giudice nell’attività volta a determinarla, salva la possibilità per quest’ultimo di esercitare il potere di riduzione di cui all’art. 1384 c.c. nel rispetto dei criteri stabiliti dalla Suprema Corte. La pronuncia in esame – come sottolineato anche nei primi commenti della dottrina[1] – si pone in continuità con quanto precedentemente affermato dalla stessa Corte di Cassazione[2], oltreché, come visto, con la tesi maggioritaria in tema di penale determinabile e con quanto sostenuto dalla migliore dottrina, più in generale, in tema di funzione della clausola penale. In particolare, si ricorda che, secondo la tesi maggioritaria sia in dottrina[3] che in giurisprudenza[4], la clausola penale ha una funzione prevalentemente risarcitoria–reintegratoria e non una funzione esclusivamente sanzionatoria[5] e, per tal motivo, la stessa semplicemente esonera il creditore dalla prova dell’esistenza del danno e del suo ammontare dal momento che la misura del danno da risarcire è stata, preventivamente, determinata dalle parti in maniera forfettaria. Proprio in virtù della funzione risarcitoria della clausola penale, la tesi minoritaria che esclude la penale meramente determinabile deve essere considerata oramai superata perché la stessa, come detto, si fonda anche sulla criticabile presunta funzione sanzionatoria della penale. La sentenza in commento pare coerente, infine, anche nella misura in cui applica alla clausola penale nient’altro che la disciplina prevista, più in generale, in materia di contratti e, in particolare, quanto previsto dall’art. 1346 c.c. il quale stabilisce espressamente che l’oggetto deve essere determinato o semplicemente determinabile.   [1] V. DE GIOIA, Clausola penale: la determinazione “ex post” della prestazione dovuta dalla parte inadempiente, in www.latribuna.it. [2] Si veda Cass., sez. I civ., sent. n. 1189/2018 tramite la quale è stata esaminata una penale stabilita solo nell’importo massimo. Tale precedente – richiamato anche nella pronuncia in commento – in realtà pare superare il problema della indeterminatezza della penale stabilendo, in relazione alla fattispecie all’epoca esaminata, che, a ben vedere, la penale era determinata essendo stato stabilito comunque un importo massimo. Il fatto poi che il creditore avesse la facoltà di diminuire l’entità della penale non lasciava il debitore in balia delle scelte discrezionali dell’altra parte perché quest’ultima non poteva far altro che ridurre la penale (e non aumentarla), tenendo anche conto della gravità dell’inadempimento e dell’interesse del creditore, eventualmente anticipando l’esercizio del potere del Giudice di cui all’art. 1384 c.c. [3] C. M. BIANCA, Diritto civile 5, La responsabilità, Milano, 1994, pag. n. 222; F. MESSINEO, Dottrina generale del contratto, Milano, 1952, pag. 131 e ss. [4] Tra le tante è possibile citare Cass., sez. I civ., sent. n. 1189/2018; Cass., sez. Lav., sent. n. 6976/1995; Cass., sent. n. 5122/1985. [5] La tesi minoritaria, secondo la quale la clausola penale non potrebbe avere una funzione risarcitoria, si fonda, in estrema sintesi, sulla considerazione che la somma dalla stessa prevista deve essere corrisposta anche nel caso in cui non sia configurabile alcun danno e anche a fronte di un danno minore rispetto all’entità della penale.

La disponibilità del certificato di agibilità è una delle informazioni che il mediatore è tenuto a dare

(Cass. Civ., Sez. II, 16 giugno 2023, n. 17385) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Danno da emotrasfusione: termini entro cui richiedere il risarcimento e criteri di quantificazione del danno non patrimoniale

(Cass. Civ., Sez. III, 9 giugno 2023, n. 16468) stralcio a cura di Giovanni Pagano
nota di Cecilia De Luca Con l’ordinanza in commento la suprema Corte di cassazione affronta la questione relativa alla prescrizione dell’azione volta ad ottenere il risarcimento dei danni derivanti dall’attività di emotrasfusione e dei criteri da adottare per la loro risarcibilità. Il caso in commento trae origine dal giudizio instaurato dagli eredi del defunto, i quali convenivano in giudizio il Ministero della Salute per sentirlo condannare al risarcimento dei danni loro derivanti, iure hereditatis e iure proprio, dalla emotrasfusione subita dal soggetto, poi venuto a mancare, in occasione di una operazione chirurgica, dalla quale gli era derivato il contagio da epatite C che successivamente lo aveva portato alla morte. Il Tribunale adito dichiarava prescritto il diritto al risarcimento del danno proposto dagli attori iure hereditatis e rigettava nel merito la domanda ritenendo che né i figli né la moglie avessero provato, e neppure chiesto di provare, il rapporto di convivenza con il defunto. Gli attori hanno, così, proposto appello deducendo che la malattia era rimasta latente per tutto il periodo di vita del congiunto, il quale, anche a causa del poco elevato livello di istruzione, non avrebbe potuto sapere che il virus circolava anche attraverso il sangue infetto e non sarebbe stato in grado di ricollegare l’insorgere della malattia alle trasfusioni eseguite. La Corte d’appello di Lecce ha riformato in parte la sentenza di primo grado, riconoscendo agli eredi il diritto al risarcimento del danno iure proprio, indicando il dies a quo della prescrizione nel giorno della morte del congiunto, mentre riteneva prescritto il diritto al risarcimento del danno sofferto dal de cuius e trasmesso agli eredi iure successionis. Avverso tale decisione è stato proposto ricorso per cassazione dagli eredi, articolato in quattro motivi, due dei quali assumono rilievo in questa sede. Relativamente all’eccezione di prescrizione, accolta dalla Corte d’appello di Lecce, è stata sollevata la doglianza sul fatto che il giudice di secondo grado avrebbe fondato l’eccezione su fatti diversi rispetto a quelli rappresentati da parte dello stesso Ministero convenuto a fondamento della sua eccezione, senza sollecitare il contraddittorio sul punto. In particolare, la Corte d’appello, confermando la prescrizione del diritto del cuius, la quale secondo il giudice di primo grado decorre da quando la malattia, ossia l’epatite C, è stata diagnosticata per la prima volta, ha spostato in avanti di cinque anni la decorrenza iniziale del termine prescrizionale, ancorandola al secondo certificato medico con il quale vennero diagnosticati gli aggravamenti che portarono il congiunto alla morte. Per quanto concerne la prescrizione ed il suo decorso relativamente al “danno da emotrasfusioni”, le patologie derivanti da contagio post-trasfusionale hanno la caratteristica di manifestarsi, nella maggioranza dei casi, dopo lungo tempo dalla data del fatto illecito generatore del danno. Per questo si parla di danni lungolatenti. Dal combinato disposto dell’art. 2935 c.c., espressione del consolidato principio actio nondum nata non praescribitur, e dell’art. 2947, terzo comma, c.c. la Cassazione è giunta alla conclusione che qualora non sia conoscibile la causa del contagio la prescrizione non può iniziare a decorrere, poiché la malattia, sofferta come tragica fatalità non imputabile ad un terzo, non è idonea in sé a concretizzare il “fatto” che l’art. 2947, primo comma, c.c. individua come esordio della prescrizione, formulando il seguente principio di diritto. In tema di emotrasfusioni, il termine della prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscente scientifiche. Nel concreto appare comunque complesso stabilire da quando inizi a decorrere la prescrizione. Seppure di regola il dies a quo coincide con la proposizione di domanda di indennizzo sul presupposto che il danneggiato in tale momento ha avuto un sufficiente grado di consapevolezza dell’illiceità del danno subito essendosi attivato per chiedere un indennizzo, tuttavia non è sempre così, data la diversità di presupposti tra la tutela assistenziale, ove si prescinde dall’elemento soggettivo della colpa o del dolo, e quella risarcitoria ove si richiede invece la presenza di tali elementi per potersi affermare la sussistenza dell’illecito aquiliano. In quest’ultimo caso, per poter far valere il suo diritto, ex art. 2935 c.c., il soggetto, usando l’ordinaria diligenza, dovrà necessariamente essere a conoscenza di tutti gli elementi della fattispecie e quindi, in particolare, dell’esistenza di una condotta illecita colposa commessa da terzi. Tale momento non coincide sempre ed automaticamente con il deposito della domanda di indennizzo, potendo invece emergere antecedentemente, ma anche in seguito, ed in particolare nel corso dell’istruttoria compiuta nel giudizio volto alla concessione dell’indennizzo di cui alla l. 25 febbraio 1992, n. 210. Durante tale fase viene di regola acquisita la documentazione riguardante i donatori implicati nelle trasfusioni di sangue de quibus, cosiddetto look back, al fine di verificare lo stato di salute degli stessi, previa tracciabilità delle unità trasfuse al danneggiato. La tracciabilità del sangue è uno degli elementi fondanti il giudizio di colpa dell’amministrazione sanitaria, perché consente la verifica del sangue trasfuso con riguardo alla sua provenienza, ai controlli e misure di cautela di fatto attuati. Pertanto, laddove emergesse la mancanza di tracciabilità o l’assenza di controlli o la mancata attuazione di misure di cautela esigibili secondo la normativa dell’epoca, ne deriverebbe la responsabilità colposa della struttura sanitaria ove fu effettuata la trasfusione di sangue al paziente. Ne consegue che la scoperta di tali elementi coincide con il primo “giorno in cui il diritto può essere fatto valere”, ossia, con il momento iniziale di decorrenza del termine di prescrizione, secondo quanto previsto dall’art. 2935 c.c. Si tratta, dunque, di un’indagine da effettuarsi caso per caso, sulla base degli elementi offerti in causa dalle parti, ma anche delle rispettive allegazioni contestazioni, che dovranno essere valutate dal giudice nel rispetto dei distinti oneri probatori gravanti sull’attore e sul convento che ha formulato l’eccezione. Come affermato in giurisprudenza, l’indennizzo, che ha natura giuridica diversa rispetto al risarcimento del danno, ben può essere stato richiesto quale misura solidaristica ed indennitaria di sostegno, non essendo necessario allegare la conoscenza di tutti gli elementi dell’illecito lamentato ed in particolare del nesso causale tra le trasfusioni e la malattia che insorge. Se quindi, di norma, è sostenibile che la proposizione della domanda volta al riconoscimento del suddetto indennizzo comporta conoscenza o conoscibilità, in capo al danneggiato, del nesso causale tra la malattia insorta e la pregressa trasfusione, nel caso di specie è legittimo dubitare che il danneggiato avesse la piena consapevolezza di ciò, ben potendo ritenere solo la mera possibilità di tale nesso causale, bastevole per la domanda di indennizzo, ma insufficiente per intraprendere un’azione giudiziaria fondata sull’art. 2043 c.c. e, quindi, sul ben più gravoso onere della prova a carico del danneggiato circa l’esistenza del nesso causale tra le trasfusioni e la malattia insorta. Nel caso di morte della vittima, causata dal contagio, la Cassazione è solita distinguere tra il danno chiesto iure hereditatis, soggetto alla prescrizione quinquennale, e quello chiesto dai congiunti iure proprio, il cui termine è decennale. In caso di decesso del danneggiato a causa del contagio, la prescrizione rimane quinquennale per il danno subito da quel soggetto in vita, del quale il congiunto chieda il risarcimento iure hereditatis, trattandosi pur sempre di una danno da lesione colposa, reato a prescrizione quinquennale, alla data del fatto, mentre la prescrizione è decennale per il danno subito dai congiunti della vittima iure proprio, in quanto, per tale aspetto, il decesso del congiunto emotrasfuso integra omicidio colposo, reato a prescrizione decennale, alla data del fatto. Sulla base di tali argomentazioni la Cassazione accoglie il quarto motivo di ricorso. Mentre per quanto concerne la doglianza relativa alla necessaria applicazione delle tabelle milanesi per il risarcimento del danno derivante dalla perdita del rapporto parentale, è necessario osservare che esse costituiscono il valore da ritenersi equo, cioè il parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno alle disposizioni di cui agli artt. 1226 c.c. e 2056, primo comma, c.c., ossia quello in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad alimentarne o ridurne l’entità. Infatti, il pregiudizio conseguente a contagio infettivo può altresì colpire i familiari della vittima, i quali possono chiedere il risarcimento del danno da essi direttamente subito, danno che va liquidato ex art. 1226 c.c. Inoltre, le stesse tabelle milanesi fanno espresso riferimento al risarcimento del danno non patrimoniale per la morte del congiunto. In conclusione, il termine prescrizionale per “danno da emotrasfusione” inizia a decorrere, ex artt. 2935 e 2947, primo comma, c.c. dal giorno in cui la malattia viene percepita o può essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. In materia di danno da perdita del rapporto parentale, derivante dall’attività di emotrasfusione, è possibile, e per certi aspetti necessaria, l’applicazione dei criteri di liquidazione del danno non patrimoniale pervisti dalle tabelle milanesi affinché si garantisca il carattere equo della valutazione compiuta dal giudice.

La prova dell´atto notificato a mezzo PEC deve essere offerta esclusivamente con modalità telematica

(Cass. Civ., Sez. III, 08 giugno 2023, n. 16189) stralcio a cura di Giorgio Potenza
nota di Alessia Maggiotto L’ordinanza n. 16189 del 08/06/2023 in commento ha ad oggetto le notifiche telematiche e, nello specifico, le modalità con cui fornire la prova dell’avvenuta notifica. Il principio esposto nella predetta ordinanza acquisisce maggior rilievo con l’entrata in vigore del D.lgs. n. 149/2022 cd “Riforma Cartabia” mediante la quale si è resa obbligatoria per gli avvocati la notifica degli atti giudiziali in materia civile e degli atti stragiudiziali con modalità telematiche ogniqualvolta il destinatario sia titolare di un domicilio digitale consultabile presso i vari registri pubblici quali, a mero titolo esemplificativo, il Reginde, il Registro Imprese, l’indice INI-PEC e, da ultimo dal 06/07/2023 l’INAD - Indice Nazionale dei Domicili Digitali. Nella fattispecie in esame A.A. proponeva ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione ai sensi dell’art. 360 n. 4 c.p.c. al fine di chiedere la nullità della sentenza n. 1570 del 10/11/2020 emessa dal Tribunale di Bergamo. Quest’ultima pronuncia, accogliendo la domanda di opposizione agli atti esecutivi proposta da B.B. nei confronti di A.A., dichiarava la nullità dell’atto di precetto notificato a B.B.. Con il proprio ricorso per cassazione A.A. richiedeva la riforma della pronuncia di primo grado, nel cui giudizio era rimasto contumace, per nullità della notifica dell’atto introduttivo effettuata a mezzo p.e.c. asserendo che B.B. non avesse provato l’avvenuta notifica a mezzo p.e.c. nei suoi confronti. Nello specifico A.A. rilevava che B.B. non aveva provveduto al deposito delle relative ricevute di accettazione e di avvenuta consegna nel formato idoneo ovvero .eml o .msg, ma avrebbe allegato una scansione di una copia analogica in formato .pdf del relativo messaggio p.e.c. e dei relativi allegati. Nel predetto procedimento B.B. depositava il proprio controricorso formulando una serie di eccezioni. In primo luogo B.B. eccepiva di non aver depositato una scansione analogica dell’atto, ma di aver prodotto i documenti originali informatici in formato .pdf e successivamente certificati telematicamente. In secondo luogo rilevava che la mancata allegazione dei dati identificativi delle ricevute di accettazione e consegna e del relativo file DatiAtto.xml non comportava nessuna nullità della notifica ma una mera irregolarità della stessa, sanabile se l’atto ha raggiunto il suo scopo ai sensi dell’art. 156 c.p.c.. Da ultimo B.B. rilevava che il mancato deposito delle ricevute della notifica (accettazione e avvenuta consegna) nel formato .eml o .msg, ma semplicemente in formato .pdf, non incideva sul perfezionamento della notifica, la quale si perfezionava con la generazione delle predette ricevute e non col deposito delle stesse. Gli Ermellini, pronunciandosi sul ricorso proposto da A.A. hanno enunciato il seguente principio di diritto: “in tema di notificazione a mezzo posta elettronica certificata, la violazione delle forme digitali previste dalla L. N. 53 del 1994, artt. 3-bis, comma 3 e 9, nonchè dell’art. 19-bis delle “specifiche tecniche” date con provvedimento 16 aprile 2014 del Responsabile per i Sistemi Informativi Automatizzati del Ministero della giustizia - che impongono il deposito in PCT dell’atto notificato, delle ricevute di accettazione e consegna in formato “.eml” o “.msg” e dell’inserimento dei dati identificativi delle suddette ricevute nel file “datiAtto.xml” -, previste in funzione non solo della prova ma anche della validità dell’atto processuale (arg. Ex art. 11 della stessa L. N. 53 del 1994), determina, salvo che sia impossibile procedere al deposito con modalità telematiche dell’atto notificato a norma dell’art. 3-bis legge cit. (nel qual caso l’avvocato fornisce prova della notificazione estraendo copia su supporto analogico del messaggio di posta elettronica certificata, dei suoi allegati e della ricevuta di accettazione e di avvenuta consegna e ne attesta la conformità ai documenti informatici da cui sono tratte ai sensi del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, art. 23, comma 1: L. N. 53 del 1994, art. 9, commi 1-bis e 1-ter), la nullità della notificazione: atteso, per un verso, che soltanto il rispetto delle predette forme (le quali permettono, attraverso l’apertura del file, di verificare la presenza dell’atto notificato nella disponibilità informatica del destinatario) consente di ritenere provato il raggiungimento dello scopo legale dell’atto processuale di notificazione che, a differenza della comunicazione, non ha la funzione di portare la semplice notizia di un altro atto processuale, ma la diversa funzione di realizzarne la tempestiva consegna, nella sua interezza, al destinatario per consentirgli di esercitare appieno il diritto di difesa e al contraddittorio; e considerato, per altro verso, che tale dimostrazione non è invece consentita ove il deposito dell’atto notificato a mezzo PEC e delle ricevute di accettazione e consegna avvenga in diverso formato (ad es. in formato PDF), salvo che, in tale ipotesi, la prova della tempestiva consegna sia desumibile ed in concreto desunta aliunde, sulla base delle circostanze emerse nella fattispecie concreta, nel qual caso la nullità è sanata per convalidazione oggettiva, ai sensi dell’art. 156, comma 3, c.p.c.”. Una volta eseguita una notifica telematica sono generate una ricevuta di accettazione ed una ricevuta di avvenuta consegna. Ai sensi dell’art. 3-bis, terzo comma, della Legge n. 53 del 1994 la notifica si perfeziona per il soggetto notificante all’atto della generazione della ricevuta di accettazione e per il destinatario all’atto della generazione della ricevuta di avvenuta consegna. Ai sensi del successivo art. 9 della predetta legge la prova dell’avvenuta notifica può essere fornita solo attraverso le predette ricevute telematiche in formato .eml e .msg e del file DatiAtto.xml che contiene i dati identificativi delle predette ricevute. Formati alternativi, quali il .pdf, non forniscono la prova dell’avvenuta notifica. Infatti la ricevuta di avvenuta consegna in formato .eml o .msg contiene al suo interno l’intera notifica comprensiva dell’atto notificato e dei relativi allegati. Inoltre il predetto formato permette di avere certezza relativamente alla data e all’ora della notifica. La certezza dell’orario della notifica è rilevante anche ai sensi dell’art. 147 c.p.c. che trova applicazione anche per le notifiche effettuate con modalità telematiche. Il file in formato .pdf, inoltre, non permetterebbe nemmeno la verifica della regolarità e della validità della firma digitale apposta sugli atti notificati. Solo in caso di impossibilità nel procedere al deposito telematico delle predette ricevute nel formato previsto dalla Legge n. 53 del 1994, il secondo comma dell’art. 9 prevede che l’avvocato possa estrarre copia del documento informatico su supporto analogico. L’attestazione di conformità all’originale del predetto documento eseguita da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato ha la medesima efficacia probatoria del deposito della notifica telematica. La sanzione del mancato rispetto delle predette forme è quella della nullità. Quanto appena esposto trova conferma anche nel successivo art. 11 della Legge n. 53 del 1994 che prevede la nullità della notifica nei seguenti casi “mancano i requisiti soggettivi ed oggettivi ivi previsti, se non sono osservate le disposizioni di cui agli articoli precedenti e, comunque, se vi è incertezza sulla persona cui è stata consegnata la copia dell’atto o sulla data della notifica”. Predetta nullità inoltre, è rilevabile d’ufficio. Non trova invece applicazione la sanzione dell’inesistenza la quale, come da conforme giurisprudenza (tra cui Cass., Sezioni Unite, n. 14916 dl 20/07/2016), è configurabile nelle sole ipotesi in cui vi sia la “mancanza materiale dell’atto” nonché nei casi in cui l’atto manchi di quegli elementi essenziali ed imprescindibili per essere qualificato come notificazione. Inoltre, a differenza dell’inesistenza, la nullità della notifica permetterebbe la sanatoria del vizio per convalidazione oggettiva a seguito del raggiungimento dello scopo legale dell’atto. Pertanto, trattandosi di una notifica e non di una mera comunicazione, l’atto processuale non deve solo entrare nella sfera di conoscibilità del destinatario, ma deve altresì essere consegnato al destinatario nella sua interezza. Come indicato precedentemente la prova della ricezione dell’atto nella sua interezza può essere fornita solo dal deposito del file in formato .eml o .msg e dei relativi dati identificativi contenuti nel file DatiAtto.xml. Il mero file in formato .pdf permette di visionare l’elenco dei documenti allegati e non la corrispondenza del file indicato con quello effettivamente allegato ed inviato con la notifica telematica. In difetto il soggetto notificante dovrebbe dimostrare che il destinatario della notifica oltre ad aver ricevuto la stessa abbia anche ricevuto tutti i file in essa allegati nella sua interezza. In giurisprudenza vi è stato almeno un caso in cui la prova della ricezione della notifica e dei relativi allegati nella sua interezza è stata dimostrata attraverso uno scambio di comunicazione tra i due legali del soggetto notificante e del destinatario ove il secondo aveva trasmesso al primo la copia dell’atto notificato. Salvo nei casi particolari sopra indicati, la prova dell’avvenuta notifica telematica, anche ai fini della validità dell’atto stesso, può essere fornita solo mediante le ricevute di accettazione e consegna in formato .eml o .msg corredate dai relativi dati identificativi di cui ai datiAtto.xml.. Solo il rispetto di predette modalità consente il raggiungimento dello scopo legale dell’atto con possibilità del soggetto destinatario di esercitare un pieno e concreto diritto di difesa e l’instaurazione del contraddittorio. Basandosi su tali principi gli Ermellini nella pronuncia in commento, in accoglimento del ricorso proposto da A.A., hanno dichiarato la nullità della pronuncia del Tribunale di Bergamo con rinvio al giudice di primo grado.

Il termine cadente di venerdì va rispettato anche se il sabato è festivo

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Rimuovere i film che non sono caduti nel pubblico dominio da YouTube è legittimo. Sulla natura dei diritti del produttore dell'opera cinematografica

(Cass. Civ., Sez. I, 23 maggio 2023, n. 14117) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Stefania Cici Con l’ordinanza in commento la prima sezione della Suprema Corte di Cassazione ha eseguito una ricostruzione letterale e sistematica della legge sul diritto d’autore nazionale e comunitaria allo scopo di individuare pedissequamente quali diritti spettino al produttore cinematografico in termini di utilizzazione e sfruttamento economico dell’opera d’arte realizzata. Il caso di specie trae origine dalla domanda proposta da A.A. al fine di ottenere l’accertamento della liceità della pubblicazione, sul suo canale web, di alcuni frammenti di un’opera cinematografica pubblicata nel 1950 con contestuale condanna al risarcimento danni per abusiva attività di blocco della casa produttrice che se ne dichiarava titolare dei diritti d’autore sul film e così determinando la chiusura del sito e la rimozione dell’opera. Il Tribunale di prime cure, non condividendo la tesi dell’attore ne rigettava la domanda, di tal che lo stesso presentava ricorso alla Corte di Appello che, tuttavia, condivideva l’impostazione del primo giudice. Alla stregua di ciò, A.A. presentava motivo di gravame in Cassazione lamentando che i giudici di merito avevano erroneamente interpretato la normativa in materia atteso che, l’opera cinematografica, doveva ritenersi caduta in pubblico dominio in quanto al produttore non poteva attribuirsi il termine di protezione più lungo, corrispondente ad anni 70, previsto per gli autori giacché l’art. 78 ter L.A, aveva fornito una regolamentazione specifica in tal senso: ossia al produttore spetta una tutela di anni 50 dalla pubblicazione del film; perciò tale disciplina – introdotta con il D.L.vo. n. 68/2003, in attuazione della direttiva 2001/29/CE – determinava una specificazione degli artt. 45 e 46, co. 1, della legge sui diritti d’autore, con la conseguente prevalenza della prima sulle seconde. I giudici della nomofilachia, nondimeno, hanno ritenuto tale interpretazione fallace chiarendo anzitutto che l’art. 78 ter della L.A. attribuisce al produttore unicamente i c.d. diritti connessi o secondari al diritto d’autore, quale il titolo alla riproduzione e duplicazione dei supporti e conseguente duplicazione e commercializzazione sui quali l’opera era stata precedentemente impressa; chiarendo perciò che l’articolo suddetto non ha introdotto una modifica sui diritti del produttore come disciplinati dall’art. 45 L.A. Difatti, come da orientamento consolidato (sent. nn. 3004/1973 e 16771/2012) il combinato disposto degli artt. 44 e 45 L.A. attribuiscono la contitolarità dell’opera all’autore del soggetto, della sceneggiatura, della musica e al regista, mentre al produttore spettano i diritti di sfruttamento economico. Posto ciò, è certo che al produttore non si attribuiscono mediante una fictio iuris direttamente diritti sull’opera cinematografica, ma occorrerà che lo stesso stipuli con i precedenti attori contratti che gli permettano di esercitare tali diritti, in via preventiva, al fine di evitare eventuali controversie; pertanto, spetta anche a lui una tutela temporale maggiore corrispondente ad anni 70 così come disposto dall’art. 32 L.A. Tale assunto è stato avvallato anche dai principi giuridici europei (causa C 277/10, Martin Luksan vs Petrus van der Let), nonché emersi dall’interpretazione ermeneutica degli art. 1 e 3 dir. 98/83/CEE, dagli artt. 2 e 3 dir. 2001/29/CE in combinato disposto con gli artt. 2 e 3 dir. 2006/115/CE, emanate con lo scopo di armonizzare il diritto dell’euro-zona, attraverso cui si evince che i diritti di sfruttamento dell’opera cinematografica spettino al registra, direttamente ed originariamente; pertanto, non è pensabile una normativa nazionale che attribuisca ipso iure detti diritti al produttore, ma piuttosto si tratterebbe di una presunzione di trasferimento di dette facoltà mediante contratto, atteso che quest’ultimo è colui che assume l’iniziativa e la conseguente responsabilità della realizzazione dell’opera con gli eventuali rischi economici per l’investimento effettuato. Ne consegue che chiunque contesti la titolarità del diritto del produttore dovrà fornire la prova contraria alla luce delle concrete pattuizioni negoziali intervenute precedentemente. Premessi brevi cenni, la normativa di riferimento è sussumibile nell’art. 45 L.A. secondo cui l’esercizio dei diritti di sfruttamento economico dell’opera spettano al produttore, quale soggetto che ha organizzato la produzione della stessa. Analizzato il caso di specie è possibile trarre alcune considerazioni di carattere prettamente sostanziale. La materia de qua viene regolamentata dalla l. n. 633/1941, artt. 45 – 50 in materia di diritto d’autore. Alla luce di ciò è possibile cogliere la posizione del legislatore italiano su alcuni punti chiave della tematica in oggetto riguardanti la definizione e classificazione delle opere cinematografiche nella species delle opere di ingegno, l’individuazione dei soggetti titolari del diritto d’autore ed infine il regime temporale sulla prescrizione di tali diritti. Anzitutto, per essere meritevole di tutela l’opera dovrà presentare due caratteristiche quali l’originalità e la novità, l’insieme delle stesse comporterà la qualificazione quale opere d’ingegno, atteso che l’opera cinematografica è per sua intrinseca natura una creazione dell’intelletto umano. I soggetti dotati di diritti sulla stessa (art. 44 L.A.) sono l’autore del soggetto, della sceneggiatura, della musica ed il direttore artistico, quali coautori (vedasi la ricostruzione dottrinale sulle opere collaborative o collettive). Essi detengono un diritto morale, imprescrivibile e inalienabile e diritti patrimoniali relativi alla utilizzazione economica esclusiva dell’opera per un certo lasso temporale che corrisponde a 70 anni dopo la morte dell’ultima persona sopravvissuta (art. 32 L.A.), mentre per i diritti connessi – propri del produttore – di fissazione su un supporto digitale, il tempo si riduce ad anni 50 dalla prima pubblicazione o dalla prima comunicazione al pubblico se anteriore (art. 78 ter L.A.); dopo di che le opere cadono in pubblico dominio. Tuttavia, anche in questo caso occorre fare una importante considerazione, l’ingresso non determina tout cour un illimitato potere di utilizzo giacché, questo vale unicamente per la creazione originale, mentre le eventuali altre revisioni dell’opera – a titolo esemplificativo e non esaustivo la traduzione di un testo in altra lingua – avrà vita autonoma e autonoma sarà la sua tutela in termini di diritto d’autore. A ciò si aggiunge un’importante novità introdotta dalla Direttiva n. 790/2019 sul Mercato Digitale Unico, con la quale si è previsto che “Gli Stati membri provvedono a che, alla scadenza della durata di protezione di un’opera delle arti visive, il materiale derivante da un atto di riproduzione di tale opera non sia soggetto al diritto d’autore o a diritti connessi, a meno che il materiale risultante da tale atto di riproduzione sia originale nel senso che costituisce una creazione intellettuale propria dell’autore.” (art. 14) Dunque, alla stregua di ciò può desumersi che l’opera di armonizzazione europea è ancora in corso e che si sta tendendo sempre di più ad una libera circolazione delle opere sul mercato al fine di rendere edotti tutti i consociati sui beni nell’ambito della tutela del patrimonio artistico – culturale.

L'invalidità della procura rilasciata su di un atto separato, redatta in un luogo ed in un momento diverso rispetto al ricorso

(Cass. Civ., Sez. III, 04 aprile 2023, n. 9271) Stralcio a cura di Ida Faiella

Ai fini dell´illecito di cui all´art. 68 del Codice Deontologico Forense non rileva se il precedente patrocinio sia stato svolto in favore della ditta individuale e non direttamente della persona che ne è titolare

(Cass. Civ., SS.UU., 29 maggio 2023, n. 14933) stralcio a cura di Giorgio Potenza  

Intestazione fiduciaria dell´abitazione. La dichiarazione scritta del fiduciario è ricognitiva del pactum fiduciae e promissiva del ritrasferimento dell´immobile al fiduciante

(Cass. Civ., Sez. II, 19 aprile 2023, n. 10472) stralcio a cura di Giorgio Potenza

“Palmario” avvocati, vige sempre l´obbligo di fatturazione

(Cass. Civ., SS. UU., 8 giugno 2023, n. 16252) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Domenica Russo  Le Cassazione Civile, con sentenza dell’8 giugno 2023 n. 16252 pronunciata a Sezioni Unite, ha confermato la pronuncia del Consiglio Nazionale Forense con la quale era stata accertata la violazione degli obblighi di fatturazione previsti dal nuovo Codice Deontologico Forense. La decisione in esame muove da un reclamo proposto da un avvocato che era stato sottoposto a procedimento disciplinare e alla sanzione della censura “per essere venuto meno ai doveri di fedeltà, correttezza, probità e diligenza che caratterizzano la professione forense”. Nel caso specifico, era accaduto che il ricorrente avesse pattuito con il cliente una somma ulteriore rispetto al normale compenso calcolato secondo prassi con le tariffe forensi, ossia il c.d. “palmario”. Il Consiglio Distrettuale di Disciplina territorialmente competente ha ritenuto sussistente la violazione degli artt. 9 e 29, comma 3, del nuovo Codice Deontologico Forense, per aver omesso il rilascio del documento fiscale relativo al pagamento della somma percepita a titolo di palmario e gli ha applicato la sanzione della censura. L’avvocato ha impugnato il suddetto provvedimento, contestando l’assoggettabilità del palmario all’obbligo fiscale di fatturazione e sostenendo che – in ogni caso – la somma integrava una “mera regalia” o una liberalità. Tuttavia il C.N.F ha rigettato il gravame, ritenendo il palmario, nonostante la sua natura premiale, una vera e propria componente aggiuntiva del compenso e, per tale motivo, il professionista risulta tenuto al generale obbligo di emissione della fattura. Il provvedimento del Consiglio Nazionale Forense è stato impugnato dinnanzi alle Sezioni Unite della Suprema Corte, alla stregua di quanto previsto dall’art. 36, comma 6 della Legge professionale forense (n. 247 del 2012). In prima battuta, è utile specificare che per “palmario” si intende l’accordo tra avvocato e cliente che prevede il pagamento, in favore del professionista, di una somma ulteriore in ragione del risultato perseguito (solitamente la vittoria della lite) o della complessità dell’attività svolta; trattasi di un compenso straordinario ed integrativo rispetto al normale onorario, da considerarsi legittimo essendo consentito alle parti di convenire un compenso libero. La giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. civ., Sez. II - 3, 28/06/2017, n. 16214) aveva già precisato che il palmario possa considerarsi valido, a condizione che esso sia stato pattuito in forma scritta oppure, in ogni caso, provato dall’avvocato. Infatti, il professionista che ne deduce la pattuizione con il cliente è soggetto all’onere probatorio riguardo l’esistenza di detto accordo, nel rispetto del principio generale in forza del quale di fronte alla prova dell’avvenuto pagamento di una somma di denaro il convenuto è tenuto a provare il titolo in forza del quale ha trattenuto la somma ricevuta. In mancanza di accordo scritto o di altra prova, la pretesa su una percentuale della somma ottenuta all’esito della lite non integra la fattispecie palmario bensì il patto di quota lite, vietato nel nostro ordinamento. Ciò detto, la Cassazione con la sentenza in commento, nel rigettare il ricorso, afferma che le censure articolate dal deducente si fondano sul presupposto interpretativo errato di ritenere che le somme oggetto del compenso aggiuntivo non siano soggette ad obbligo di fatturazione. Per le Sezioni Unite, infatti, “La connotazione premiante del “palmario” non fa venir meno la sua natura di compenso: come tale, esso soggiace agli obblighi fiscali previsti dalla legge ed al relativo obbligo di fatturazione.” Del resto, il Codice Deontologico Forense stabilisce, da un lato, il dovere generale di adempimento fiscale, prevedendo che l’avvocato deve provvedere agli adempimenti fiscali previsti dalle norme in materia (articolo 16) e, “a sua volta, l’art. 29, terzo comma, dello stesso codice fa obbligo all’avvocato di emettere il prescritto documento fiscale per ogni pagamento ricevuto.” Dunque, ciascun pagamento ricevuto soggiace all’obbligo di fatturazione e, per tali ragioni, è necessario emettere fattura tempestivamente e contestualmente alla riscossione di ogni pagamento ricevuto, anche quando l’attribuzione patrimoniale effettuata in favore dello stesso costituisca adempimento del “palmario” convenuto in sede di conferimento del mandato professionale. Nel caso de quo, il pagamento extra ricevuto dal professionista è stato sussunto alla fattispecie del palmario. In sede di legittimità, infatti, vengono ripercorse e condivise le motivazioni addotte dal C.N.F. a sostegno della qualificazione della somma in esame come palmario e non come liberalità Dalle risultanze istruttorie, infatti, erano emersi elementi tali da considerare raggiunta la prova che il pagamento effettuato dalla cliente in favore del professionista fosse l’adempimento del palmario. A questo scopo, oltre alla contrattualizzazione dell’importo, è stata fornita particolare rilevanza a due elementi: l’esistenza di un pagamento a beneficio del difensore per mezzo di assegno bancario, nonostante nel giudizio la convenuta fosse stata condannata al pagamento delle spese; la deposizione testimoniale del cliente e la circostanza che la somma era stata oggetto di procedimento monitorio, circostanza che permetteva di escludere con certezza che si potesse trattare di una regalia. A nulla sono servite le difese del ricorrente, fondate, in particolare, sulla circostanza che la cliente non avesse mai richiesto l’emissione della fattura, da considerarsi prova dello spirito di liberalità. Difatti, l’asserito intento liberale era in ogni modo stato smentito “da plurimi elementi oggettivi emersi nel corso dell'istruttoria dibattimentale e, in particolare, dalla circostanza che l’incolpato aveva ottenuto, nei confronti della cliente, un decreto ingiuntivo per il pagamento del saldo del compenso aggiuntivo pattuito”. L'inosservanza di tale precetto ha rilievo disciplinare, poiché l’obbligo di fatturazione è espressione dei doveri di solidarietà e correttezza fiscale, cui il legale tenuto anche a tutela della propria immagine e della credibilità dell’intera classe forense. La Suprema Corte ha dunque ribadito, all’esito, il seguente principio di diritto: “Il “palmario” costituisce una componente aggiuntiva del compenso, riconosciuta dal cliente all’avvocato in caso di esito favorevole della lite a titolo di premio o di compenso straordinario per l’importanza e difficoltà della prestazione professionale. La connotazione premiante del “palmario” non fa venir meno la sua natura di compenso: come tale, esso soggiace agli obblighi fiscali previsti dalla legge ed al relativo obbligo di fatturazione. Pertanto, l’avvocato ha l’obbligo, previsto dagli artt. 16 e 29, terzo comma, del codice deontologico, di emettere fattura tempestivamente e contestualmente alla riscossione di ogni pagamento ricevuto, anche quando l’attribuzione patrimoniale effettuata in favore del medesimo costituisca adempimento del “palmario” convenuto in sede di conferimento del mandato difensivo. Costituisce illecito disciplinare dell’avvocato, sanzionabile con la censura, il mancato rilascio del documento fiscale relativo al pagamento di una somma corrispostagli dalla cliente a titolo di “palmario”.

La responsabilità del Comune per danni da rumori molesti dipendenti dalla cd. "movida"

(Cass. Civ., Sez. III, 23 maggio 2023, n. 14209) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Onere probatorio dell´assicuratore ai fini della surrogazione. La quietanza rilasciata dal terzo assicurato è prova atipica di portata meramente indiziaria dell'avvenuto pagamento

(Cass. Civ., Sez. III, 01 giugno 2023, n. 15529) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Mantenimento dei figli. L´obbligo grava sugli ascendenti se il reddito di un solo genitore è inadeguato

(Cass. Civ., Sez. I, 16 maggio 2023, n. 13345) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Giuseppe Piccardo  La vicenda oggetto dell’ordinanza in commento trae origine dal ricorso proposto ai sensi dell’articolo 316 – bis c.c., dalla madre di una minore, a lei affidata in modo “super esclusivo”, nei confronti degli ascendenti paterni, al fine di ottenere il pagamento del contributo al mantenimento della minore medesima. La ricorrente esponeva che, con la sentenza di separazione, era stato posto a carico del padre un contributo mensile per il mantenimento, non corrisposto per diversi anni, con conseguente condanna del padre, in sede penale, ai sensi dell’articolo 570 c.p., per essersi sottratto agli obblighi di assistenza familiare, rendendosi, di fatto irreperibile.                              Il Tribunale di Milano accoglieva il ricorso, emettendo decreto a carico dei nonni per la corresponsione del mantenimento mensile. Successivamente, gli ascendenti paterni proponevano appello, che veniva respinto, sul presupposto che l’obbligo di mantenimento del padre sussistesse a prescindere dalla capacità della madre di produrre reddito e che l’obbligo dei nonni al mantenimento della nipote fosse da considerare in surroga per le obbligazioni del padre nei confronti della minore. Gli ascendenti paterni, quindi adivano la Cassazione, al fine di ricorrere avverso la sentenza di secondo grado; nel giudizio si costituiva, con controricorso la madre della minore. In particolare, i ricorrenti lamentavano la violazione degli articoli 316 – bis c.c., 433 c.c. e 2697 c.c., rilevando che l’obbligo di mantenimento dei figli minori spettasse, anzitutto ai genitori e che l’obbligo degli ascendenti avesse natura subordinata e sussidiaria, con la conseguenza dell’impossibilità di richiedere ai nonni un contributo economico, per il solo fatto che uno dei genitori non contribuisca al mantenimento dei figli. Inoltre, evidenziavano, che nel caso di specie non vi fosse prova alcuna che la madre avesse esperito nei confronti del genitore inadempiente i rimedi consentiti dalla legge, in primo luogo il pignoramento dei beni o dei conti bancari, in quanto la Corte d’Appello aveva fatto riferimento soltanto continui trasferimenti del padre, di fatto resosi irreperibile. La Corte di Cassazione rigettava il ricorso, pur provvedendo, però, a correggere la motivazione della sentenza di secondo grado, laddove i giudici di merito avevano fondato l’obbligo degli ascendenti sul disposto dell’articolo 316 -  bis c.c. Secondo i giudici di legittimità, infatti, la norma suddetta prevederebbe, a carico degli ascendenti, una responsabilità sussidiaria dei genitori, di fornire i mezzi sufficienti ai figli, affinché questi possano adempiere al loro dovere verso la propria prole, in via sussidiaria, e non in via surrogatoria. La conclusione sopra riportata si correla al principio secondo il quale l'obbligo di mantenimento dei figli minori spetti primariamente e integralmente ai loro genitori e, pertanto, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro - nel preminente interesse dei figli - deve far fronte per intero alle loro esigenze,  con tutti i mezzi disponibili, fatto salvo il diritto di ottenere l’ordine  giudiziale di  versamento coattivo di un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di chi è gravato integralmente dall’onere. In questa prospettiva, l’obbligo degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli, obbligo che ricade, simultaneamente, su tutti  gli ascendenti di pari grado di entrambi gli obbligati, comporta che ai nonni non possa essere richiesto di intervenire, economicamente, in forza del fatto che uno dei due genitori non partecipi al mantenimento della prole, quando l’altro genitore non abbia possibilità di farlo e non abbia utilizzato tutti i mezzi che l’ordinamento offre per la tutela del diritto dei minori al mantenimento. Tuttavia, nel caso in cui le risorse economiche di uno dei genitori siano insufficienti, come nel caso di specie, il contributo degli ascendenti diviene necessario e, sotto il profilo giuridico, può essere richiesto coattivamente mediante azione giudiziale. Nel caso specifico, va tenuto conto, altresì, della circostanza, rilevata dai giudici, che la madre della minore aveva esperito tutti i rimedi giudiziari possibili, per ottenere, coattivamente, il contributo del padre al mantenimento della figlia “non solo vi è stato un reiterato inadempimento da parte del padre, ma anche che la madre non è riuscita a riscuotere il contributo posto a carico del padre della bambina in ragione dei reiterati cambiamenti del luogo di residenza e di lavoro di quest’ultimo, comportamenti che la Corte ha ritenuto elusivi. La individuazione di un luogo di residenza e di un datore di lavoro è infatti il presupposto necessario per poter esperire le azioni a tutela del credito.      Si è inoltre ricostruita, sia pure nella parte in fatto della sentenza impugnata, la complessiva condizione della madre che non ha mezzi sufficienti a provvedere al mantenimento della minore posto che vive in un appartamento ALER (edilizia economica e popolare) e gode di un reddito di appena Euro 612,00 mensili e sono state richiamate le motivazioni della sentenza di primo grado ove si è evidenziato che la C.C. non può al momento incrementare la propria condizione reddituale, dovendosi occupare direttamente e da sola dalla figlia. Si è altresì ricostruita la condizione economica degli ascendenti proprietari di diversi immobili e percettori di reddito da pensione”. Con la sentenza in commento, quindi, la Corte di Cassazione contempera il diritto al mantenimento dei minori, nei casi di impossibilità, da parte dei genitori, di farvi fronte, con quello dei nonni a non essere gravati di oneri, qualora i genitori, anche mediante azioni giudiziarie, corrispondano quanto dovuto a titolo di mantenimento.                                                              Inoltre, chiarisce la natura dell’obbligazione dei nonni, nei confronti dei nipoti, ritenendola sussidiaria rispetto a quella dei genitori, precisando la necessità che nella valutazione del concorso degli ascendenti nel mantenimento dei nipoti si tenga conto della concreta possibilità, per il genitore adempiente, ma privo di adeguati mezzi economici, di ottenere la condanna del genitore inadempiente all’osservanza degli obblighi di mantenimento dei figli, sullo stesso gravanti.  

In tema di locazione il mancato versamento dell'imposta di registro dopo il primo anno non rileva ai fini della nullità del contratto

(Cass. Civ., Sez. III, 19 maggio 2023, n. 13870) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Comunicazioni di cancelleria nella “posta indesiderata”. Inammissibilità della rimessione in termini tra negligenza dell´avvocato e preclusioni

(Cass. Civ., Sez. III, 15 marzo 2023, n. 7510) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Giacomo Pirotta Con il provvedimento in epigrafe, la Corte di cassazione torna ad esaminare il rapporto tra processo civile e nuove tecnologie, concentrandosi sulla fruizione della rimessione in termini per l’omessa notifica del ricorso in appello e del decreto di fissazione dell’udienza nel rito locatizio. Dalla lettura della sentenza di legittimità emerge che l’appellante – nonostante il puntuale utilizzo del processo civile telematico per il deposito dell’atto di gravame – ha poi omesso di notificare all’appellato il ricorso introduttivo con il decreto di fissazione dell’udienza emesso dalla corte. Secondo l’impugnante, la notificazione è stata impedita dal mancato perfezionamento della comunicazione di cancelleria, terminata inaspettatamente nella cartella SPAM. In prima udienza, a causa dell’intervenuta preclusione, l’appellante ha chiesto un nuovo termine per la notifica, omettendo però di indicare i motivi dell’inerzia; la corte ha quindi disposto un mero rinvio d’udienza e, all’adunanza successiva, l’impugnante ha promosso un’istanza di rimessione in termini ex art. 153, comma 2, c.p.c. producendo documenti e giustificando la decadenza nell’anomala inclusione della comunicazione nella cartella SPAM. Il giudice di seconde cure, ritenendo l’istanza ormai preclusa, ha dichiarato la sua inammissibilità e, per conseguenza, l’improcedibilità dell’appello intentato. L’appellante soccombente ha quindi proposto ricorso per cassazione adducendo che il giudice d’appello avrebbe errato, in primo luogo, nel ritenere tardivo l’utilizzo del rimedio rimessorio e, in secondo luogo, nel considerare la parte negligente nell’utilizzo della casella PEC. Il giudice di legittimità, vagliando i motivi di ricorso, ha chiarito che la parte processuale non può ottenere una rimessione in termini deducendo la negligenza del proprio difensore; secondo la corte, infatti, l’inadempimento del legale nella gestione della PEC costituirebbe un fatto esterno al processo e potrebbe tuttalpiù legittimare un’azione di responsabilità professionale verso l’avvocato. Benché la conclusione sia condivisibile, il rigetto dell’istanza non dovrebbe dipendere dalla provenienza (interna od esterna) del fatto impediente al compimento dell’atto, bensì dall’operatività dello ius postulandi, rectius del peculiare rapporto di mandato intercorrente tra la parte processuale e il suo difensore (R. CAPONI, La rimessione in termini nel processo civile, Milano, 1996, 215). In tal senso, si può quindi pacificamente affermare che – nella sfera di discrezionalità riservatagli la legge – l’avvocato nominato è legittimato a compiere (ma anche ad omettere) «tutti gli atti del processo» che non siano «espressamente riservati» alla parte e ciò con efficacia direttamente vincolante nei suoi confronti. Proseguendo nell’analisi della sentenza impugnata, il giudice di legittimità ha poi confermato gli orientamenti in materia di rimessione in termini soffermandosi soprattutto sull’attività di accertamento dell’impedimento “non imputabile”, sull’effettiva pregnanza di tale requisito e, infine, sulle preclusioni all’applicazione dell’istituto. In merito al primo profilo, la Corte di cassazione ha ribadito che «l’apprezzabilità della non imputabilità alla parte del ritardo» è essenzialmente riservata alla valutazione discrezionale del giudice di merito; coerentemente, in sede di legittimità è precluso il riesame del fatto impediente e la valutazione effettuatane nei precedenti gradi. Malgrado tale rigidità, si devono però evidenziare spiragli di sindacabilità della decisione: ad esempio, se il rigetto dell’istanza di rimessione è dipeso dall’omesso esame di fatti decisivi della controversia, dovrà consentirsi la proposizione di uno specifico motivo di ricorso ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. che legittimerà un intervento della Cassazione sul punto. Per quanto concerne il secondo profilo, ossia la pregnanza e la portata del requisito della “non imputabilità” del ritardo, la Suprema Corte aderisce alla cd. tesi oggettivistica, nella sua concezione assoluta; ciò comporta che la rimessione in termini sarà concessa solo quando la decadenza è dipesa da un fatto impediente, estraneo alla volontà della parte processuale, caratterizzato dall’assolutezza e non dalla mera difficoltà. In questo arresto, quindi, la Suprema Corte non integra nella fattispecie rimessoria la nozione di “causa non imputabile” con il diverso criterio della diligenza; in altri termini, nel provvedimento annotato viene rinnegata la cd. tesi soggettivistica – a cui ambisce una parte della dottrina (C.E. BALBI, voce Rimessione in termini (dir. proc. civ.), in Enc. Giur. Treccani, XXVI, Roma, 1993, 7; F. DE SANTIS, La rimessione in termini nel processo civile, Torino, 1997, 142) – che legittimerebbe istanze di rimessione in termini in presenza di impedimenti non evitabili con comportamenti diligenti. La scelta della Cassazione – sebbene tenga correttamente scisso il concetto di colpevolezza da quello di imputabilità – meriterebbe però di essere attentamente vagliata onde evitare derive rigoriste. Ebbene, considerata l’evoluzione dell’istituto della rimessione in termini, conseguente alla sua generalizzazione e all’abbandono del presupposto del “caso fortuito” per la sua concessione, dovrebbe valorizzarsi il peculiare focus posto dal legislatore sul rapporto intercorrente tra l’impedimento e l’agente. Ciò posto, sarebbe forse opportuna una relativizzazione soggettivo-temporale dell’originario concetto di impossibilità oggettiva ed assoluta. Ragioni di brevità impediscono di dilungarsi su tale questione, tuttavia pare auspicabile che la concessione della rimessione in termini prescinda da ostacoli oggettivamente insuperabili dalle forze umane e che, invece, presupponga – dal momento in cui è sorta la volontà di compiere l’atto e sino allo spirare del potere – un ostacolo obiettivamente insuperabile per quello specifico agente. Traslando sul piano processuale le riflessioni della dottrina civilistica in materia di impossibilità della prestazione, si potrà sostenere che, per ottenere la rimessione in termini, sarà sufficiente un’impossibilità “soggettiva” nel compimento dell’atto processuale (sulla differenza con l’impossibilità oggettiva ed assoluta, A. PONTECORVO, L’impossibilità sopravvenuta della prestazione per fatto imputabile al creditore, Milano, 2007, 17-18). Tornando al caso concreto, la Suprema Corte ha correttamente ratificato l’operato della corte di appello rinvenendo l’obbligo giuridico per il titolare di una casella PEC di dotarsi di software idonei a verificare l’assenza di virus informatici nei messaggi in arrivo e in partenza nonché di software antispam atti a prevenire la trasmissione di messaggi indesiderati; come chiarito dalla stessa Corte, il titolare dell’account PEC deve accertarsi del corretto funzionamento della propria casella e utilizzare dispositivi di controllo della corrispondenza classificata come “posta indesiderata”. Da ultimo, i giudici di legittimità si sono concentrati su un ulteriore profilo di notevole interesse, ossia sulla sussistenza di preclusioni per promuovere un’istanza di rimessione in termini. L’analisi della questione appare di particolare utilità giacché l’art. 153, comma 2, c.p.c. non prevede termini perentori per l’esercizio del potere e, conseguentemente, eventuali impedimenti alla proposizione dell’istanza dovranno ricercarsi in diverse fonti preclusive. Applicando gli studi chiovendiani in materia (G. CHIOVENDA, Cosa giudicata e competenza, in Saggi di diritto processuale civile, II, Milano, 1993, 411 ss.; ID., Cosa giudicata e preclusione, in Saggi di diritto processuale civile, III, Milano, 1993, 231 ss.), la Corte di cassazione ritiene operante nel caso di specie la cd. incompatibilità preclusiva; questa preclusione costituisce un logico sviluppo del brocardo latino “electa una via non datur recursus ad alteram” e consegue al compimento di un atto incompatibile con il potere interdetto. Al di là delle fattispecie positivizzate (ad esempio, l’art. 157, comma 3, c.p.c., sulla rinuncia all’eccezione di nullità degli atti che ne impedisce il rilievo di parte), occorre domandarsi se – come ammesso dalla Suprema Corte – il giudice abbia la facoltà di rilevare il compimento di atti incompatibili e, in assenza di previsione di legge, ritenere precluso il potere “antagonista” incompatibile. Alcuni autori, infatti, preoccupati dell’incisività del fenomeno preclusivo, ritengono che tutta la materia sia assoggettata ad una vera e propria riserva di legge. Le conclusioni della dottrina più cauta possono condividersi, ma solo per le preclusioni da ritardo (la cd. decadenza); in questo caso, infatti, il ruolo riservato alla legge è centrale nel determinare il momento di estinzione del potere in assenza di attività del suo titolare: trattasi di bilanciamenti di valori costituzionali tipici della politica legislativa. Tali osservazioni non sembrano però valide per l’incompatibilità preclusiva che, diversamente dalla decadenza, può logicamente desumersi dai concreti sviluppi processuali; con questo non si intende sostenere che il legislatore non possa accentuare il carattere di incompatibilità per trasformare la contrapposizione di poteri in uno strumento di politica processuale, ma solo che – anche in assenza di tipizzazione – il giudice di merito può rilevare il compimento di atti che si dimostrano incompatibili con il successivo esercizio di un potere “antagonista”. La Corte di cassazione – confermando quindi la decisione di merito – ha recepito questa impostazione e ha chiarito che la richiesta effettuata in udienza di fissare un nuovo termine per il compimento di un atto tardivo, in assenza di deduzioni sulla non imputabilità del ritardo, impedisce la promozione di una successiva istanza rimessoria a causa dell’incompatibilità di tale richiesta con la condotta previamente tenuta dalla parte.

Divorzio, non c´è obbligo di concorrere alla spesa dell´università fuori sede del figlio

(Cass. Civ., Sez. I, 30 maggio 2023, n. 15229) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

La tutela del possesso di un bene corrispondente ad una servitù di parcheggio

(Cass. Civ., Sez. II, 16 marzo 2023, n. 7620) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Non integra “caso d´uso” la produzione in giudizio di un atto ai fini dell´assolvimento degli oneri probatori previsti dal rito processuale applicabile

(Cass. Civ., SS.UU., 16 marzo 2023, n. 7682) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Anche nei post su Twitter va rispettato il principio di continenza

(Cass. Civ., Sez. I, 16 maggio 2023, n. 13411) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Letizia Barbero  La pronuncia in commento trae origine dal ricorso proposto da un Ente nanti il Tribunale di Roma avverso un ex Senatore al fine di ottenerne la condanna al risarcimento dei danni da diffamazione derivanti, secondo l’assunto di parte ricorrente, da una campagna denigratoria posta in essere dalla parte convenuta attraverso comunicati stampa, nonché messaggi di natura offensiva e denigratoria dell’onorabilità ed immagine dell’Ente pubblicati sul social network “Twitter”.   Il Tribunale di Roma, valutata la natura diffamatoria di alcune delle dichiarazioni oggetto di ricorso, ha pronunciato sentenza di condanna al risarcimento dei danni, confermata anche in secondo grado dalla Corte d’appello di Roma adita da parte convenuta lamentando la mancata attribuzione da parte del Giudice di primo grado di valore scriminante alla propria condotta.   Avverso tale pronuncia di conferma della pretesa risarcitoria, l’ex Senatore ha proposto ricorso per cassazione fondato su quattro motivi di doglianza.  Con il primo motivo il ricorrente lamenta che le dichiarazioni dallo stesso pubblicate dovevano essere valutate alla luce del contesto nel quale le stesso erano state rilasciate, ovvero una piattaforma online (“Twitter”), finanche da trattarle come libera espressione di un pensiero critico rivolto genericamente all’attività istituzionale dell’Ente. Con il secondo motivo, parte ricorrente denuncia l’omessa valutazione della Corte d’Appello dell’ambito nel quale le dichiarazioni sono state rese, trattandosi di espressioni atte a sostanziare una critica di natura politica legittimata dalla carica ricoperta dal ricorrente, quale ex Senatore, nonché dalle funzioni che lo stesso era chiamato a svolgere. Con il terzo motivo, l’ex Senatore adduce, relativamente ad un ulteriore dichiarazione dallo stesso pubblicata sulla piattaforma in questione, l’assenza di elementi nella stessa atti ad integrare un illecito risarcibile a favore dell’Ente ricorrente, in quanto esclusivamente rivolta ad una persona fisica e non contenente espressioni riferibili all’Ente medesimo; con il quarto ed ultimo motivo, lamenta che la liquidazione del danno è avvenuta in assenza della relativa prova, non offerta in giudizio dall’Ente.     L’ordinanza in commento ha rigettato il ricorso ritenendo non fondati i quattro motivi di doglianza sopra portati.  In via preliminare, la Corte individua i limiti del controllo di legittimità in tema di danni derivanti da diffamazione, ribadendo che “la ricostruzione storica dei fatti, la valutazione del  contenuto degli scritti, l’apprezzamento in concreto delle espressioni usate come lesive dell’altrui reputazione e la valutazione dell’esistenza o meno dell’esimente dell’esercizio dei diritti (di cronaca e) di critica costituiscono oggetto di accertamenti in fatto, riservati al giudice di merito e insindacabili in sede di legittimità se sorretti da argomentata motivazione”. Il controllo affidato alla Corte concerne, infatti, oltre il sindacato circa la congruità e logicità della motivazione, la verifica del corretto ed avvenuto esame da parte del giudice di merito circa la sussistenza dei seguenti limiti: continenza, veridicità ed interesse pubblico alla diffusione della notizia.   In merito, gli Ermellini evidenziano innanzitutto l’assenza di alcuna eccezione circa l’omesso esame dei fatti da parte del giudice di merito, o la non congruità dello stesso, nonché, in ogni caso, dichiarano la decisione insindacabile sotto l’aspetto motivazionale, essendo quest’ultima esaustiva e sorretta da una doppia valutazione operata sia in primo grado sia in secondo. In ultimo sull’argomento, rammentano che “resta sempre estraneo al giudizio di legittimità l’accertamento della capacità diffamatoria delle espressioni in contestazione”.   Operate le dovute premesse, l’esame dell’Ordinanza in commento richiede una breve disamina circa il rapporto intercorrente tra il diritto di critica e la diffamazione.   Concorde giurisprudenza afferma che affinché si configuri il reato di cui all’articolo 595 del codice penale occorrono i seguenti elementi: assenza dell’offeso, comunicazione con due o più persone ed offesa all’altrui reputazione; quanto sopra, salvo che il comportamento formalmente idoneo ad integrare la fattispecie della diffamazione non sia posto in essere nell’esercizio del diritto di cronaca o critica. L’esercizio di tali diritti, infatti, quali espressione della libertà di manifestazione del pensiero − quest’ultima costituzionalmente garantita dall’articolo 21 della Costituzione −, rientrano nell’ambito della scriminante di cui all’articolo 51 c.p. Orbene, l’esercizio del diritto di cronaca o critica assume valore scriminante di una condotta di rilevanza penale a condizione che siano rispettati i limiti della verità del fatto, della pertinenza nonché continenza, il cui rispetto garantisce un bilanciamento fra l’esercizio dei predetti diritti e le esigenze di tutela dell’onore.   Per quanto attiene al caso di specie, l’operatività della scriminante del diritto di critica, − il quale si caratterizza necessariamente in un giudizio avente carattere soggettivo rispetto ai fatti −, è subordinata al rispetto dei limiti anzidetti fra i quali, in particolare, la continenza non solo sostanziale (appunto, la verità dei fatti), ma anche formale, intesa quale utilizzo di modalità di esposizione dei fatti ammissibili, nonché formalmente corrette; il rango costituzionale del diritto di critica, infatti, in quanto espressione della libertà di manifestazione del proprio pensiero, non legittima un esercizio privo di alcun limite, bensì ancorato al rispetto dei criteri di bilanciamento sopra menzionati, fra i quali altresì il perseguimento di un interesse meritevole di tutela da parte dell'ordinamento nel rispetto del criterio cd. “finalistico”. In merito, la Cassazione, nell’ambito della pronunci in esame rileva che “il legittimo esercizio del diritto di critica - anche in ambito latamente politico - sebbene consenta il ricorso a toni aspri e di disapprovazione più pungenti e incisivi rispetto a quelli comunemente adoperati nei rapporti tra privati, è pur sempre condizionato dal limite della continenza intesa come correttezza formale dell’esposizione e non eccedenza dai limiti di quanto strettamente necessario per il pubblico interesse”.   Gli Ermellini, nell’esaminare congiuntamente i primi due motivi di doglianza, evidenziano che non assume rilievo alcuno il fatto che il diritto di critica sia stato esercitato, secondo l’assunto di parte ricorrente, nell’ambito dell’attività politica dello stesso non potendo quest’ultima costituire, alla luce delle circostanze di specie,  fondamento giustificativo della condotta posta in essere; sul punto, si osserva come nell’ambito dell’esercizio del diritto di critica politica il rispetto del limite della verità dei fatti assuma un rilievo più limitato ed affievolito rispetto al diritto di cronaca, ma l’elaborazione critica non può esimersi in ogni caso dal rispetto dei limiti della continenza e della verità.   Del pari, è irrilevante per i giudici della Cassazione la circostanza che le dichiarazioni di parte ricorrente siano state rese tramite un social network, il quale, − rileva il ricorrente – imporrebbe valutazioni meno rigorose circa la sussistenza dei limiti che circondano l’esercizio del diritto di critica.   In merito, gli Ermellini nella pronuncia in commento, enucleano il seguente principio: “anche e proprio all’uso di una piattaforma come Twitter, o altre equivalenti, va correlato il limite intrinseco del giudizio che si post in condivisione, il quale, come ogni giudizio, non può andar disgiunto dal contenuto che lo contraddistingue e dalla forma espressiva, soprattutto perché tradotto in breve messaggio di testo, per sua natura assertivo o scarsamente motivato.” A sostegno, la Cassazione rammenta che la formulazione di un giudizio non può, in ogni caso, esaurirsi in un’aggressione gratuita dell’onore e della reputazione del soggetto interessato; tanto più l’utilizzo di una piattaforma online, quale nel caso di specie l’uso di “Twitter”, non esime l’utilizzatore dal necessario rispetto della continenza espressiva, ciò proprio in considerazione dall’assertività che caratterizza la dichiarazione postata su un social network e la quasi totale assenza di motivazione della stessa. I toni, pur se aspri e forti, devono essere proporzionati al fatto oggetto di narrazione ed al concetto che si intende esprimere.   Medesimi principi sono applicabili finanche alla satira, il cui esercizio rimane subordinato al rispetto dei limiti della verità, della continenza e funzionalità delle espressioni rispetto allo scopo perseguito.   Neppure l’eventualità che un social network possa operare al fine di destinare solo a determinati soggetti messaggi, commenti o dichiarazioni ivi pubblicati può rappresentare una circostanza esimente, in quanto proprio per natura gli stessi sono da considerarsi “pubblici”, e comunque destinate ad un numero indiscriminati di persone.   Dunque, gli Ermellini affermano il seguente principio: “il post in Twitter non esime l’autore dal necessario rispetto della continenza espressiva in quanto non può concretizzare una manifestazione del pensiero irresponsabile sol perché veicolata tramite il mezzo prescelto.”  In relazione al terzo motivo, la Corte non condivide l’assunto di parte ricorrente in quanto l’ulteriore dichiarazione da quest’ultima pubblicata integra anch’essa una condotta lesiva dell’onore dell’Ente poiché rivolta ad un soggetto individuato non in quanto tale, ma in quanto presidente dell’Ente anzidetto; in ultimo, con il quarto motivo la Corte rileva l’infondatezza dello stesso poiché generico alla luce degli elementi valutati dalla corte di Appello che ha, contrariamente a quanto affermato da parte ricorrente, ben esposto le ragioni della conferma della decisioni di primo grado la quale, in tema di liquidazione del danno, ha tenuto conto delle peculiarità del caso di specie al fine di quantificare in via equitativa il risarcimento oggetto di causa.   Si osserva, infine, che il bene tutelato dal reato di diffamazione rappresenta pur sempre la dignità e la reputazione altrui, non venendo meno l’antigiuridicità della condotta allorquando l’offesa avviene mediante pubblicazione di messaggi di natura comunque diffamatoria sui social network; contrariamente, la Giurisprudenza è costante nell’affermare che la diffamazione commessa tramite web, rientrando nei casi di diffamazione commessa con “altri mezzi di pubblicità”, costituisce un’ipotesi di diffamazione aggravata proprio per la diffusività ed offensività dello strumento adoperato non esimendo, pertanto, l’autore delle dichiarazioni dal rispetto dei limiti dei valori fondamentali e dei criteri individuati dalla prassi giurisprudenziale in tema di operatività della scriminante del diritto di critica.  

Danno da cosa in custodia ex art. 2051 cc: il ruolo del concorso del danneggiato

(Cass. Civ., Sez. III, 23 maggio 2023 n. 14189) stralcio a cura di Giovanni Pagano
nota di Rosa D'Errico La sentenza in commento involge la tematica relativa alla responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia ai sensi dell'articolo 2051 del codice civile, secondo cui ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, eccetto il caso in cui provi il caso fortuito. Tale questione è particolarmente dibattuta in dottrina e giurisprudenza, segnatamente per ciò che concerne l'applicabilità della responsabilità custodiale alla Pubblica amministrazione ed in particolare alle strade di cui essa è custode. La vicenda processuale trae origine da un sinistro stradale in cui un soggetto perde la vita mentre era alla guida del proprio autoveicolo, abbattendosi contro un muro. I congiunti e gli eredi agiscono in giudizio nei confronti del Comune in cui si è verificato il fatto, chiedendo il risarcimento dei danni per la morte del loro familiare.  Essi sostengono che la causa dell'incidente va ravvisata nelle condizioni deteriorate e malridotte della strada, nonché nell'assenza di illuminazione pubblica. Il Tribunale in primo grado statuisce per il concorso di responsabilità tra ente comunale, in quanto custode della res, e vittima dell'incidente stradale nella misura pari alla metà per ognuno. La suddetta decisione viene poi successivamente confermata anche dalla Corte di Appello, la quale escude il caso fortuito e specifica che l'origine dell'incidente è attribuibile sia alle precarie condizioni della rete stradale, quali la carenza di illuminazione pubblica, l'assenza della striscia di delimitazione continua sulla carreggiata, e la presenza di un muro occultato da una densa vegetazione che ne ostacola la visibilità, sia alla "velocità abnorme" del veicolo, la quale risulta inusuale e non conforme allo stato del luogo. La condotta negligente del danneggiato, caratterizzata dall'omissione di precauzioni necessarie e dalla mancanza della debita diligenza, è stata considerata come un elemento rilevante, seppur non esclusivo, nella causazione dell'evento dannoso che ha portato al decesso dello stesso soggetto danneggiato. Il Comune del luogo in cui si è verificato l'incidente stradale presenta ricorso per Cassazione ai sensi dell'art. 360 e seguenti del codice di procedura civile, lamentando la violazione e la falsa applicazione degli articoli 1227, 2043 e 2051 del codice civile. Sostiene che la Corte di Appello non ha tenuto debitamente conto delle osservazioni riportate nel verbale della polizia municipale, secondo cui non risultava alcun restringimento della carreggiata (ampia ben 4 metri), e pertanto non esisteva alcun obbligo di segnalazione. In aggiunta, l'amministrazione comunale specifica che la vittima era consapevole della presenza di un muretto atto a delimitare la carreggiata e delle limitate condizioni di illuminazione stradale, poiché era abituata a percorrere regolarmente quella strada per raggiungere la propria abitazione. Nell'occasione in questione, la vittima stava viaggiando a una velocità di 108 km/h, la quale non era certamente adeguata allo stato dei luoghi. Inoltre, l'ente comunale lamentava la violazione e falsa applicazione dell'articolo 2051 del codice civile, affermando che la Corte di Appello avrebbe commesso un errore poiché la velocità con cui la vittima stava viaggiando prima di impattare contro il muro costituiva un fattore eziologico assorbente, come attestato sia dal verbale della polizia municipale che dal perito tecnico giudiziario. Nonostante il rigetto del ricorso da parte della Suprema Corte, che ha ritenuto "in parte inammissibili e in parte infondati" i motivi esposti, questa pronuncia riveste significativa importanza. Difatti, attraverso tale decisione, la Corte di Cassazione offre un quadro chiarificatore riguardo alla responsabilità custodiale, al fine di sanare il "disordine interpretativo" e le "incertezze ermeneutiche" emerse tra gli studiosi del diritto. In via preliminare, si rileva che la questione inerente alla natura giuridica della responsabilità in esame ha costantemente suscitato contese, sia in ambito dottrinale che giurisprudenziale. Parte degli interpreti classifica tale responsabilità come responsabilità per colpa, presunta fino a prova contraria, conformemente ai principi propri dell'illecito aquiliano previsto dall'articolo 2043 del codice civile. Tale responsabilità va comunque rinvenuta nel fatto dell'uomo, ossia il custode, il quale è venuto meno ai suoi doveri di controllo e sorveglianza sulla res. Diversamente, un'altra corrente interpretativa propone la teoria della responsabilità oggettiva. In questo contesto, la responsabilità si basa esclusivamente sul mero nesso di causalità, prescindendo da qualsiasi connotato di colpa. Il suddetto modello di responsabilità si configura primariamente quale strumento funzionale all'ottimizzazione della riparazione del danno, con la finalità di ridistribuire l'onere economico derivante da un evento dannoso dal danneggiato al soggetto che gode dei benefici derivanti dalla cosa e dispone del potere di intervenire sul medesimo bene. La prova liberatoria, secondo tale impostazione, consiste nell'evidenziare che l'evento dannoso è stato generato da una causa estranea alla sfera di controllo e azione del custode, producendo l'effetto di interrompere il nesso causale. Questo fattore causale esterno, con effetto liberatorio totale o parziale per il custode, può esser rappresentato da un fatto naturale, un fatto del terzo o anche dal comportamento del danneggiato. La Corte di Cassazione aderisce all'orientamento, invero maggioritario in giurisprudenza, che qualifica la responsabilità di cui all'art. 2051 del codice civile come responsabilità di natura meramente oggettiva. Difatti, la Suprema Corte, con una pronuncia a Sezioni Unite (sentenza 20943 del  30 giugno 2022) aveva ribadito che "la responsabilità di cui all'art. 2051 c.c. ha carattere oggettivo, e non presunto, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell'attore del nesso di causalità tra la cosa in custodia e il danno, mentre sul custode grava l'onere della prova liberatoria del caso fortuito, senza alcuna rilevanza della diligenza o meno del custode". La Corte Suprema argomenta che il caso fortuito, sia esso provocato da un evento naturale o dall'azione di un terzo, è contraddistinto dalla sua imprevedibilità ed inevitabilità, da "intendersi però da un punto di vista oggettivo e della regolarità causale (o della causalità adeguata)", senza che rilevi il comportamento diligente o meno del custode. Il caso fortuito, rappresentato, invece, da un comportamento negligente del danneggiato "è connotato dalla esclusiva efficienza causale nella produzione dell'evento". Tale condotta va, invero, commisurata al grado di incidenza causale sull'evento di danno secondo i dettami dell'art. 1227 del codice civile, nonchè il generale principio di solidarietà sancito dall'art. 2 della Costituzione. Di conseguenza, la condotta di chi, avendo la capacità di intendere e volere, si espone volontariamente a un rischio che potrebbe essere evitato con l'impiego della diligenza ordinaria, diventa la fonte esclusiva dell'illecito. Ne deriva che se l'evento infausto può essere previsto – e di conseguenza evitato –  dal danneggiato, usando i normali criteri della diligenza e precauzione, "tanto più incidente deve considerarsi l'efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso". E' opportuno evidenziare che, mentre il caso fortuito rientra nella sfera dei fatti giuridici e si relaziona direttamente ed immediatamente con la res, senza alcun intervento di elementi soggettivi, la condotta del terzo e quella del danneggiato si configurano come atti giuridici e si distinguono per la presenza dell'elemento soggettivo della colpa, ai sensi dell'articolo 1227 del codice civile, comma 1. Tali comportamenti possono assumere rilevanza causale in concorso con il custode o, perfino, rivestire carattere totalmente esclusivo. La Suprema Corte nella sentenza de qua, inoltre, così come ribadito in precedenti pronunce di legittimità (ex multiis Cass. 18 febbraio 2000, n. 1859; Cass. 20 ottobre 2005, n. 20317) precisa che per individuare il responsabile dell'illecito ai sensi dell'articolo 2051 del codice civile non occorre far riferimento alla custodia di matrice contrattuale. Invero, il soggetto responsabile, in virtù della natura essenzialmente fattuale della relazione, può essere anche colui che non detiene alcun titolo giuridico sulla cosa da custodire. L'ambito applicativo della norma sulla responsabilità custodiale "si arresta soltanto dinanzi alle cose insuscettibili di custodia in termini oggettivi (acqua, aria)". Pertanto, dopo aver ripercorso i caratteri salienti della responsabilità per i danni da cose in custodia, la Suprema Corte nel rigettare il ricorso, evidenzia che nel caso in esame hanno concorso alla causazione dell'evento dannoso "sia la condotta del conducente, in specie la velocità rispetto ai luoghi", sia "le carenze dell'amministrazione", quali la mancanza di illuminazione pubblica, l'assenza della striscia di delimitazione continua sulla carreggiata e la presenza di un muro non segnalato. Ne deriva, di conseguenza, una ipotesi di responsabilità del custode – ente comunale ai sensi dell'articolo 2051 del codice civile, in concorso con la condotta posta in essere dal danneggiato – vittima dell'incidente stradale.

Sul danno da usura psico-fisica derivante dalla mancata fruizione dei riposi giornalieri e settimanali

(Cass. Civ., Sez. Lav., 9 maggio 2023, n. 12249) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Martina Scaffidi Con la sentenza 9 maggio 2023 n. 12249, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione affronta la questione della risarcibilità del danno non patrimoniale da usura psico-fisica, patito dal lavoratore e derivante dalla mancata fruizione dei turni di riposo. In primo grado, il Tribunale accoglieva la domanda risarcitoria promossa da tre autisti dipendenti di un’impresa di trasporti, che lamentavano di aver subito un pregiudizio a causa della mancata fruizione dei riposi giornalieri e settimanali, come previsti dal Regolamento CE n. 561/2006. Il datore di lavoro promuoveva appello avverso la sentenza emessa in primo grado ma veniva nuovamente dichiarato soccombente dalla Corte territoriale, che respingeva il gravame. Della questione veniva quindi investita la Corte di Cassazione per pronunciarsi, per quanto di interesse in tale sede, sulla violazione e falsa applicazione del Regolamento CE n. 561/2006, sopra richiamato, nonché degli artt. 2059, 2087, 1223, 2727, 2729 e 2697 c.c. In primo luogo – assume parte ricorrente – la Corte d’Appello ha errato nel ritenere applicabile “la disciplina comunitaria in luogo della disciplina nazionale di cui alla legge del 1958 in materia di riposi giornalieri e settimanali dei lavoratori addetti al trasporto di linea extra urbano”. Nello specifico, secondo il datore di lavoro, la disciplina sovranazionale trova applicazione solo nei casi di trasporti stradali il cui percorso supera i 50 km, mentre il caso di specie afferisce a trasporti di tipo cd. “misto”, ossia solo in parte eccedenti i 50 km, e comunque in misura non prevalente. Siffatto ragionamento sembra peraltro avvalorato dall’Interpello n. 27 del Ministero del Lavoro, che indica il criterio della prevalenza dell’attività svolta per l’individuazione della disciplina in concreto applicabile. La questione impone agli Ermellini di interrogarsi sulla corretta interpretazione del Regolamento CE n. 561/2006, relativo all’armonizzazione di alcune disposizioni in materia sociale nel settore dei trasporti su strada. In particolare, dall’analisi degli articoli 1, 2 e 3 del Regolamento e dei correlati considerando, emerge chiaramente l’intento del legislatore eurounitario, che è quello di introdurre “un complesso di regole più semplici e chiare, di immediata comprensione, che possano essere facilmente interpretate e applicate tanto dalle imprese del settore quanto dalle autorità che devono farle osservare” al fine “di armonizzare le condizioni di concorrenza fra diversi modi di trasporto terrestre […] nonché di migliorare le condizioni di lavoro e la sicurezza stradale […], ottimizzare il controllo e l’applicazione da parte degli Stati membri nonché a promuovere migliori pratiche nel settore dei trasporti su strada”. Quanto sopra induce la Suprema Corte a ritenere che il Regolamento Europeo in esame abbia valenza generale, giacché si applica “inequivocabilmente a tutte le imprese del settore “trasporti su strada” […] in modo da raggiungere il fine specifico di imporre delle condizioni minime di svolgimento dell’attività che tutelino sia gli operatori di esercizio di dette imprese sia i terzi impegnati nella circolazione stradale”. Dal preminente interesse di garantire condizioni minime di sicurezza comuni, ne deriva altresì che il Regolamento CE n. 561/2006 prevalga a prescindere dal contesto di mercato di riferimento (i.e. concorrenza perfetta, concorrenza monopolistica, oligopolio e monopolio). L’applicazione del Regolamento CE n. 561/2006 anche alle imprese di trasporto che prevedono turni “misti” trova conferma in una pronuncia della Corte di Giustizia UE del 9 settembre 2021, richiamata dalla Suprema Corte. In particolare, alla luce dell’art. 3 lett. a) del Regolamento citato, i giudici eurounitari hanno chiarito che il perimetro di applicabilità della norma esclude soltanto i veicoli adibiti in via esclusiva a percorrere distanze inferiori a 50 km. Diversamente argomentando, a detta della Cassazione, ne deriverebbe l’insostenibile conseguenza del mancato raggiungimento degli obiettivi propri del Regolamento, ossia il miglioramento delle condizioni di lavoro e la sicurezza stradale. Una volta chiarito l’ambito di applicazione del Regolamento CE n. 561/2006, la Suprema Corte affronta il tema della risarcibilità del danno non patrimoniale per la maggiore usura psico-fisica derivante dalla mancata fruizione di adeguati e periodici turni di riposo. Secondo l’impresa ricorrente, la Corte d’Appello ha errato nel ritenere sussistente il danno in assenza non solo di specifiche allegazioni atte ad individuare in concreto il pregiudizio subito ma anche di presunzioni “gravi, precise e concordanti” da porre alla base del metodo di accertamento, considerando al contrario, quale unico fatto indiziario, la lunghezza dei periodi fonte di inadempimento datoriale. Sul punto, richiamando una prassi ormai consolidata, la Cassazione ha ribadito che il danno da usura psico-fisica si iscrive nella categoria unitaria del danno non patrimoniale, potendo derivare tanto da fatto illecito quanto da inadempimento contrattuale, e la sua risarcibilità è condizionata alla sussistenza di un pregiudizio patito dal danneggiato, che deve essere provato anche eventualmente ricorrendo a presunzioni semplici. Rispetto al danno alla persona, che va sempre provato sia in ordine alla sussistenza sia al nesso eziologico, il danno da usura psico-fisica può essere dedotto anche in via presuntiva. La Cassazione aderisce dunque al ragionamento logico-giuridico della Corte di Appello, che a sua volta ha ritenuto di desumere “l’anormale gravosità del lavoro e, dunque, il danno da usura psico-fisica” proprio “dalla specifica allegazione della lunghezza dei periodi nei quali si è registrato l’inadempimento datoriale”. In applicazione di tale principio giuridico, ne consegue che spetti al datore di lavoro dimostrare la fruizione dei riposi compensativi dei lavoratori, quali fatti impeditivi del danno lamentato. In conclusione, statuisce la Suprema Corte, il danno da usura psico-fisica non può dirsi provato in re ipsa ma va sempre dimostrato, anche mediante il ricorso a presunzioni semplici dalle quali si evinca la “maggiore gravosità dell’attività prestata durante i periodi destinati al riposo ricavata dalla valutazione della cadenza delle tratte e dei turni”, per l’effetto ribaltando sul datore di lavoro l’onere di fornire prova contraria.

Configurabilità del conflitto d'interessi in caso di attività difensiva svolta in favore dell'attore e dei terzi chiamati in causa dal convenuto

(Cass. Civ., SS.UU., 27 aprile 2023, n. 11193) stralcio a cura di Giorgio Potenza
nota di Alessandro Marchetti Guasparini Con la sentenza in esame, la Corte di Cassazione si è occupata di una delicata questione in materia di deontologia professionale, ossia il conflitto di interessi in caso di difesa di una pluralità di parti. Nel caso di specie, il Consiglio Nazionale Forense aveva irrogato ad un avvocato la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione per la durata di due mesi, per aver violato gli artt. 9 e 24 del Codice Deontologico Forense, avendo prestato attività professionale a favore sia dell’attore che del terzo chiamato in causa da parte del convenuto, in tal modo determinandosi un conflitto d’interessi quanto meno potenziale. In particolare, era stata contestata la violazione dell’art. 24 del Codice Deontologico Forense (il quale sancisce che “L’avvocato deve astenersi dal prestare attività professionale quando questa possa determinare un conflitto con gli interessi della parte assistita e del cliente o interferire con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”) in quanto l’avvocato, dopo aver prestato patrocinio in giudizio a favore dell’attore, aveva assunto la difesa dei chiamati in causa dalla parte convenuta. L’avvocato aveva quindi proposto ricorso contro la sentenza del Consiglio Nazionale Forense avanti le Sezioni Unite della Corte di Cassazione ex art. 36,comma 6, L. n. 247/2012, sostenendo, in primo luogo, che  la sentenza impugnata non aveva considerato che le parti assistite dal medesimo avvocato non avevano avanzato alcuna pretesa reciproca e che, inoltre, non aveva ritenuto corretto rimettere il mandato, non potendosi l’attore permettere un altro difensore e non risultando la linea difensiva dello stesso incompatibile con quella del terzo. La Suprema Corte ha, in via preliminare, ricordato che le sentenze del CNF possono essere impugnate innanzi alle Sezioni Unite soltanto per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge, nonché ai sensi dell’art. 111 Cost., per vizio di motivazione. Oggetto di censura, al contrario, non può essere “l’accertamento del fatto e l’apprezzamento della sua gravità ai fini della concreta individuazione della condotta costituente illecito disciplinare e della valutazione dell’adeguatezza della sanzione irrogata”. In particolare, la Corte di Cassazione ha evidenziato che, per consolidato orientamento giurisprudenziale[1], “la violazione delle regole poste dal Codice Deontologico Forense non è deducibile ex se, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ma solo in quanto si colleghi agl’indicati vizi di incompetenza, eccesso di potere o violazione di legge, ossia ad una delle ragioni per le quali l’art. 36, comma 6 L. n. 247 cit. consente il ricorso alle Sezioni Unite della Corte di cassazione”. Precisato il limite del proprio sindacato, la Corte si è concentrata sul merito della questione, evidenziando in primo luogo che l’art. 24 del Codice Deontologico Forense (che sanziona l’avvocato che agisce in conflitto di interessi) ha la finalità di “salvaguardare l’indipendenza dell’avvocato, garantendone la libertà da pressioni o condizionamenti di qualsiasi genere, anche correlati ad interessi riguardanti la propria sfera personale”. In tale senso è orientato anche il comma 3 dell’art. 24, il quale sancisce che “il conflitto di interessi sussiste anche nel caso in cui il nuovo mandato determini la violazione del segreto sulle informazioni fornite da altra parte assistita o cliente, la conoscenza degli affari di una parte possa favorire ingiustamente un’altra parte assistita o cliente, l’adempimento di un precedente mandato limiti l’indipendenza dell’avvocato nello svolgimento del nuovo incarico”. Sulla scorta di tale disposizione, la giurisprudenza della Corte ha censurato diverse ipotesi di possibile interferenza tra accettazione di un nuovo incarico professionale e adempimento di un altro mandato precedentemente ricevuto, giungendo ad affermare che “nei rapporti tra avvocato e cliente, la nozione di conflitto d’interessi non può essere riferita restrittivamente alla sola ipotesi in cui l’avvocato si ponga in contrapposizione processuale con il suo assistito in assenza del consenso di quest’ultimo, ma comprende tutti i casi in cui, per qualsiasi ragione, il professionista si ponga processualmente in antitesi rispetto al proprio assistito”[2]. Nelle proprie argomentazioni, la Suprema Corte ha inoltre dato atto di un filone giurisprudenziale che escludeva la violazione dei canoni di correttezza e deontologia professionale, in caso di assunzione, da parte dell’avvocato, del patrocinio di soggetti portatori d’interessi solo potenzialmente contrastanti, ritenendo necessaria l’esistenza in concreto di un conflitto tra le parti[3]. Tale orientamento deve ritenersi superato, anche alla luce dei principi fondamentali dell’orientamento processuale, mediante il richiamo a quelle pronunce in tema di procura alle liti che hanno sancito l’inammissibilità della costituzione in giudizio di più parti a mezzo del medesimo procuratore, “ogni qualvolta tra le stesse sia configurabile un conflitto d’interessi anche solo virtuale” in quanto il contemporaneo svolgimento di attività difensiva in favore di soggetti portatori di istanze contrastanti costituirebbe “una violazione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa, costituzionalmente tutelati”[4]. La Suprema Corte ha pertanto concluso che “ai fini dell’insorgenza dell’obbligo di astensione a carico dell’avvocato, non è dunque necessario che tra gl’interessi delle parti da lui patrocinate sia configurabile un conflitto immediato ed attuale, risultando invece sufficiente un contrasto anche meramente virtuale, ricollegabile all’incompatibilità delle rispettive posizioni sostanziali o processuali, la quale impone al legale di compiere una scelta tra gli incarichi da assumere”. La Corte ha ritenuto ugualmente irrilevante la conoscenza e/o conoscibilità ex ante del sorgere del conflitto di interessi, in quanto “la natura incondizionata dell’obbligo di astensione previsto dall’art. 24 del Codice Deontologico Forense, avente la finalità di salvaguardare la dignità della professione di avvocato e l’indipendenza nello svolgimento degl’incarichi ricevuti, in funzione di tutela del corretto esercizio del diritto costituzionale di difesa, impone infatti di ritenere, pur in mancanza di un’espressa disposizione in tal senso, che il professionista non possa considerarsi dispensato dalla sua osservanza in virtù della mera conoscenza della situazione d’incompatibilità da parte del cliente o del consenso dallo stesso prestato alla prosecuzione dell’incarico”. In applicazione dei principi suesposti, la Cassazione ha affermato la configurabilità, nel caso di specie, di un conflitto di interessi tra l’attore ed i terzi chiamati, dal momento che questi avevano interesse non solo a resistere alla domanda proposta nei loro confronti dalla parte convenuta, ma, ancor prima, a sostenere le ragioni della convenuta nei confronti dell’attrice (patrocinata dal medesimo avvocato), al fine di evitare che l’accoglimento della domanda principale potesse comportare l’imposizione a loro carico dell’obbligo di rivalerla dell’importo che essa fosse stata eventualmente condannata a restituire all’attore. [1] Cass. Civ. SS.UU., n. 13168/2021; Cass. Civ. SS.UU., n. 15873/2013. [2] Cass. Civ. SS.UU., n. 7030/2021. [3] Cass. Civ. SS.UU., n. 14629/2002; Cass. Civ. SS.UU., n. 645/1993. [4] Cass. Civ. SS.UU., n. 7030/2021.

Leasing immobiliare e usura: il ruolo della clausola di salvaguardia

(Cass. Civ., Sez. I, 15 maggio 2023, n. 13144) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Liquidazione del danno non patrimoniale spettante ai congiunti del soggetto macroleso, il giudice deve fare riferimento a tabelle che prevedano specificamente idonee modalità di quantificazione del danno

(Cass. Civ., Sez. III, 17 maggio 2023, n. 13540) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Debora Berta La sentenza Cass. Civ. sez. III, n. 13540 del 17 maggio 2023, riafferma e puntualizza alcuni principi già espressi con riferimento all’applicabilità della presunzione di pari responsabilità in caso di scontro tra veicoli (art. 2054, II comma c.c.), al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale subito dalla vittima diretta, alla risarcibilità del danno subito iure proprio dai prossimi congiunti della vittima primaria. In primo luogo la sentenza si sofferma sulla corretta applicazione del principio affermato dall’art. 2054, comma II, c.c., in caso di scontro tra veicoli, osservando come  l'applicazione della presunzione di pari responsabilità è regola sussidiaria, legittimamente applicabile per ripartire le responsabilità sia nei casi in cui sia ignoto l’atto generatore del sinistro, sia nelle ipotesi in cui sia certo l'atto che ha causato il sinistro, ma incerto il grado di colpa attribuibile alle diverse parti coinvolte. La prova idonea a superare la presunzione può consistere nell'accertamento del collegamento eziologico esclusivo o assorbente dell'evento dannoso col comportamento di uno dei due conducenti, ma può anche essere rinvenuta nell’accertamento in capo ad uno solo dei due conducenti di una precisa violazione di una o più regole di condotta stradale e della corretta condotta stradale dell’altro. Venendo alla liquidazione del danno non patrimoniale, la Suprema Corte ricorda, richiamandosi all’ordinanza Cass. civ. Sez. III Ord., 27/3/2018, n. 7513 e successive, come il danno esistenziale, non costituisca una categoria autonoma di danno cui debba corrispondere una separata liquidazione, ma rappresenti la componente dinamico-relazionale del danno biologico che può consentire solo una personalizzazione di quest’ultimo. Allo stesso modo precisa che il danno morale, inteso come la peculiare sofferenza fisica causata dalla malattia e dal suo decorso, se opportunamente allegato e dimostrato, può anch’esso essere oggetto di liquidazione in termini di percentuale aggiuntiva rispetto alla somma prevista per il solo danno biologico. In ogni caso dovranno applicarsi i parametri previsti dalle tabelle del Tribunale che prevedono l’incremento percentuale per il ristoro del danno esistenziale e di quello morale, per assicurare una liquidazione unitaria ma personalizzata del danno non patrimoniale La Corte si sofferma altresì sulla risarcibilità del danno non patrimoniale subito, iure proprio, dai congiunti del soggetto vittima di gravi o gravissime lesioni personali (c.d. macroleso) precisando che trattasi di danno non patrimoniale, diretta conseguenza del fatto dannoso, consistente nel patema d’animo e nello sconvolgimento delle abitudini di vita. E’ danno che, non potendo essere accertato scientificamente, può essere accertato per presunzioni fra le quali assume rilievo il rapporto di stretta parentela esistente fra la vittima ed i suoi familiari, anche in assenza di rapporto convivenza, ma in presenza di una relazione affettiva e parentale al momento del sinistro. Alla luce di tale criterio la sentenza non ha riconosciuto il danno parentale in capo al nipote nascituro perché “In relazione al nipote non ancora nato al momento dell'incidente non sussiste, in difetto dell'attualità del rapporto, una presunzione di afflittività conseguente alla necessaria riconfigurazione del rapporto stesso col nonno, fin dal suo sorgere, conseguente alle menomate condizioni fisiche di questi. L'esistenza di un pregiudizio subito dal nipote per i danni alla persona riportati dal nonno è un danno futuro soltanto eventuale, come tale non risarcibile (…) quando il bambino, venuto alla luce, conoscerà il nonno, il loro rapporto si configurerà fin dall'inizio sulle possibilità fisiche che avrà questi al momento del loro incontro, e non è automatico né presumibile che da una limitata mobilità fisica del nonno il rapporto affettivo tra i due possa essere limitato o deteriorato”. Il danno parentale può sussistere, peraltro, anche se il danno biologico subito dalla vittima primaria non sia particolarmente elevato, ma deve essere allegato da chi lo richiede ed eventualmente dimostrato per presunzioni. Per la liquidazione, infine, si dovrà fare riferimento a tabelle che prevedano specificatamente idonee modalità di quantificazione del danno come le Tabelle predisposte dal Tribunale di Roma a partire dal 2019. La Corte, infine, ribadisce che all’ammontare del danno patrimoniale liquidato alla vittima di un illecito deve essere detratto il valore capitale dell’assegno di invalidità erogato da INPS attesa la funzione indennitaria assolta da tale emolumento e la possibilità per l’ente di previdenza di agire in surroga nei confronti del terzo responsabile o del suo assicuratore (compensatio lucri cum damno).

Fermo amministrativo illegittimo: va risarcita la perdita di valore del mezzo a causa della prolungata indisponibilità

(Cass. Civ., Sez. III, 15 maggio 2023, n. 13173) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Pignoramento di crediti futuri e assegno divorzile. illegittima la pretesa di pagamento in unica soluzione mediante capitalizzazione dei ratei non ancora maturati

(Cass. Civ., Sez. III, 08 maggio 2023, n. 12216) stralcio a cura di Giorgio Potenza

L'infrazionabilità del credito e l'esistenza del giudicato esterno

(Cass. Civ., Sez. Lav., 29 marzo 2023, n. 8914) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Decesso per sinistro stradale e prova del danno patrimoniale subìto dal convivente more uxorio

(Cass. Civ., Sez. III, 28 marzo 2023, n. 8801) stralcio a cura di Giorgio Potenza

"Ancora" sul danno non patrimoniale. Liquidazione e valutazione del danno morale soggettivo

(Cass. Civ., Sez. Lav., 27 aprile 2023, n. 11108) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Alessia Maggiotto Ancora una volta gli Ermellini tornano a pronunciarsi su un principio che ad oggi dovrebbe già considerarsi consolidato ovvero quello della natura del danno non patrimoniale Infatti la giurisprudenza, sin dal 2008, con ben quattro pronunce gemelle tra cui la n. 26972/2008 e la 26975/2008 richiamate dall’ordinanza in commento ha rappresentato un quadro dettagliato e completo sulla natura del danno non patrimoniale e la successiva liquidazione. Ripercorrendo i fatti di causa in primo grado la sig.ra A.A. aveva proposto ricorso nei confronti della Cruise Ships Catering and Services International N.V. e della Costa Crociere s.p.a. al fine di richiedere il risarcimento dei danni subiti a seguito del naufragio della nave della Costa Crociere s.p.a. ove la ricorrente svolgeva la mansione di assistente cameriera. In accoglimento della sua domanda il Tribunale di Genova liquidava in favore della lavoratrice l’importo di € 9.419,45 a titolo di risarcimento del danno. Nella liquidazione del predetto danno il giudice di merito aveva applicato i parametri di cui alle Tabelle di Milano con la maggiorazione nella misura massima del 50% a titolo di personalizzazione del danno. La ricorrente, ritenendo che nella liquidazione del danno il giudice di primo grado avrebbe dovuto liquidare in maniera separata ed ulteriore il danno collegato al patema d’animo connesso al “coinvolgimento nella tragica vicenda del naufragio della motonave (Omisiss) della Costa Crociere Spa” proponeva appello alla predetta sentenza. La Corte d’Appello di Genova con la sentenza n. 203/2017 ha confermato la pronuncia del precedente giudicante affermando che l’ulteriore danno morale rivendicato dalla lavoratrice era già stato valutato e calcolato aggiungendo alla liquidazione di cui alle Tabelle di Milano la relativa personalizzazione nella misura massima del 50%. Arrivando all’attuale ordinanza n. 11108 del 27/04/2023 gli Ermellini hanno rigettato il ricorso della sig.ra A.A. con la quale tramite quattro dei sei motivi oggetto di impugnazione (gli altri due di carattere prettamente processuale) richiedeva nuovamente la riforma della pronuncia di secondo grado nella parte in cui i precedenti giudicanti non le avevano riconosciuto l’ulteriore ed autonomo danno non patrimoniale, rispetto a quello riconosciuto in primo grado, legato al patema d’animo derivante dalla partecipazione all’evento traumatico del naufragio della motonave della Costa Crociere. Stante l’unicità di fondo, anche se sotto diversi profili, i predetti sei motivi di ricorso sono stati esaminati congiuntamente per connessione. Nel nostro ordinamento il danno non patrimoniale è disciplinato dall’art. 2059 c.c. che, quale norma di rinvio, prevede che il danno risarcibile è quello previsto dalla legge.Originariamente, con un’interpretazione restrittiva della norma, la risarcibilità del danno non patrimoniale derivava dalla presenza di fatti illeciti integranti reato, ex art. 185 c.p. Nello specifico quest’ultima norma recita che “ogni reato obbliga alle restituzioni, a norma delle leggi civili. Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”. Questo perché all’epoca del codice civile del 1930 l’art. 185 c.p. era l’unica norma che espressamente prevedeva la risarcibilità del danno non patrimoniale. Il termine “legge”, di cui all’art. 2059, inoltre, veniva interpretato anche in maniera rigorosa ricomprendendo la sola legge ordinaria. La successiva giurisprudenza si consolidò identificando il danno non patrimoniale con il danno morale soggettivo quale “sofferenza contingente, turbamento dell’animo transeunte” volto ad assicurare al soggetto danneggiato un'utilità sostitutiva che lo indennizzi, per quanto possa essere possibile, delle sofferenze psichiche e morali anche valutando la durata di tale sofferenza nel tempo. L’evoluzione del nostro ordinamento, con la successiva introduzione del testo costituzionale, ha reso criticabile una lettura del termine "legge", di cui all’art. 2059 c.c., da rapportare alla sola legge ordinaria. L’art. 2 Cost., infatti, nel riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo richiede un’interpretazione più ampia del concetto di legge ricomprendendo la risarcibilità del danno anche in presenza di un “danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica”. Predetto principio è stato recepito dalle sentenze n. 8827/2003 e n. 8828/2003 con le quali la precedente identificazione del danno non patrimoniale con il danno morale soggettivo viene definitivamente superata ampliando il concetto di danno non patrimoniale risarcibile.Si viene a creare, infatti, quel bipolarismo tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale seppur mantenendo la risarcibilità dello stesso ancorata alla presenza di un illecito, ex art. 185 c.p. Tuttavia, diversamente dal passato, non è più necessario l’accertamento del reato ma basta una presunzione nella configurazione dello stesso.In tal modo il danno morale viene confinato a species del danno non patrimoniale. Anche la successiva pronuncia della Corte Costituzionale n. 233/2003 ha svincolato il danno non patrimoniale dai limiti dell’art. 185 c.p. e ha fornito una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. A seguito di tale pronuncia, pertanto, all’interno del termine legge di cui all’art. 2059 c.c. viene ricompreso ogni danno di natura non patrimoniale conseguente alla lesione di valori riguardanti la persona e tutelati dalla Costituzione.Si tenga presente che oltre a quanto sopra esposto vi sono stati ulteriori fattori che hanno condotto all’ampliamento della natura del danno non patrimoniale. Tra questi in primo luogo vi è stata l’emanazione di nuove norme che, al pari dell’art. 185 c.p., ma al di fuori di ipotesi di reato, prevedono e riconoscono espressamente la risarcibilità del danno non patrimoniale (a mero titolo esemplificativo l’art. 2 delle legge n. 117/1998 o l'art. 2 della legge n. 89/2001). In secondo luogo nell’ordinamento e soprattutto in giurisprudenza iniziava sempre più a prendere forma, accanto al danno morale soggettivo, il danno biologico quale “lesione all’integrità psichica e fisica della persona”.L’allontanamento del significato del danno non patrimoniale dal solo danno morale soggettivo lo si evidenzia anche dal fatto che la liquidazione dello stesso viene riconosciuto anche in favore delle persone giuridiche le quali, ovviamente, in quanto entità non fisiche non possono soffrire di un patema d’animo. Tuttavia, le pronunce del 2003 hanno condotto al rischio di vedere moltiplicate le tipologie di danno non patrimoniale risarcibili quali il danno morale, il danno biologico, il danno esistenziale, il danno estetico, il danno alla vita di relazione, etc.Sul punto sono state rivoluzionarie le quattro pronunce delle Sezioni Unite della Cassazione. Con le predette pronunce il danno non patrimoniale viene considerato come figura unitaria ed onnicomprensiva in alternativa alla tripartizione fatta propria dalla pronuncia costituzionale n. 233 del 2003. Le figure del danno biologico, del danno morale e del danno esistenziale vengono adesso degradate a mere configurazioni descrittive della figura onnicomprensiva del danno non patrimoniale. Predetta configurazione unitaria è volta a scongiurare il rischio di avere una duplicazione di liquidazione dei risarcimenti. Viene così definitivamente superata la visione che vede il danno morale quale “pecunia doloris” ovvero quella visione che identifica il danno morale da reato come “sofferenza transeunte, turbamento psichico momentaneo, patema d’animo, avallato dalla dottrina damni”.La liquidazione del danno non patrimoniale viene svolta utilizzando i parametri delle Tabelle di Milano. La predetta liquidazione “ordinaria” può subire una variazione in aumento attraverso una liquidazione in misura forfettizzata della cosiddetta personalizzazione del danno che tiene conto delle predette voci descrittive. La personalizzazione del danno viene valutata dal giudice il quale dà atto dell’iter logico adottato nella motivazione della pronuncia.Nel caso in esame la Corte dando seguito a quanto sopra esposto ha rigettato il ricorso della ricorrente in quanto il giudice di primo grado nella propria pronuncia ha correttamente liquidato il danno non patrimoniale attraverso l’utilizzo delle Tabelle di Milano e, con un motivato iter logico, ha provveduto a dare valorizzazione al danno morale subito dalla lavoratrice applicando la relativa personalizzazione del danno nella sua misura massima del 50%. Inoltre, dando continuità a quanto sopra esposto, nella pronuncia in commento si dà atto che predetto principio è stato altresì applicato in altre pronunce che i colleghi della ricorrente avevano depositato con le medesime domande di A.A.

Dipendente poco collaborativo: legittimo il licenziamento

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, 09 maggio 2023, n. 12241) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Annunziata Staffieri  Con l’ordinanza in epigrafe la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha arricchito il quadro giurisprudenziale in tema di licenziamento per giustificato motivo soggettivo che com’è noto, avviene per motivi disciplinari e si lega, come precisato dall’art. 3 della legge n.604/66 a “un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro”. Classici esempi di giustificato motivo soggettivo sono: -la negligenza del lavoratore, come nel caso di mancata e colposa custodia dei beni aziendali affidatigli; -lo scarso rendimento del dipendente; -l’assenza dal lavoro, in mancanza di una valida giustificazione, per un numero di giorni, anche non continuativi, superiori a tre nell’arco del biennio; -falsificazione o divulgazione di dati o di documenti aziendali; -il mancato rispetto delle direttive del superiore gerarchico, come nel caso di specie. Nella decisione in commento, i Giudici della nomofilachia, infatti, si sono espressi proprio in merito alla legittimità del licenziamento disciplinare intimato al dipendente di un’azienda informatica, poco collaborativo, che in più occasioni ha disatteso le richieste di aggiornamento professionale fattegli dal superiore gerarchico. In particolare, due infatti sono gli episodi contestati al dipendente   nella lettera di avvio del procedimento disciplinare ex art 7 della legge n.300/70 sufficienti, secondo l’azienda, a legittimare l’espulsione del dipendente dal contesto lavorativo. Nel primo, il giudice di merito ha appurato che il dipendente, sebbene non fosse impegnato in altre commesse, si è rifiutato senza giustificato motivo di approfondire lo studio di due sistemi operativi, come richiesto dal suo superiore gerarchico, considerato anche che la partecipazione alla formazione non avrebbe comportato spese a carico del dipendente, né tanto meno la necessità di usufruire di permessi o di sacrificare il proprio tempo libero. Nella seconda occasione, invece, era stato accertato che il lavoratore avesse tenuto una condotta passiva presso un cliente dell’azienda, rifiutandosi di svolgere un’attività di aggiornamento dei sistemi sebbene questi rientrassero nelle sue competenze sistemistiche generali. Sulla scorta di tali presupposti, i Giudici di Piazza Cavour hanno ritenuto legittimo il licenziamento  per giustificato motivo soggettivo intimato dall’azienda, ritenendo che il comportamento tenuto dal lavoratore integrasse gli estremi della grave insubordinazione, disattendendo l’obbligo di diligenza e di esecuzione delle disposizioni impartite dai superiori gerarchici, nel caso in commento riferite alle esigenze di formazione, di aggiornamento e  di accrescimento professionale necessario per il l’ottimale impiego del lavoratore. I giudici di legittimità hanno pertanto ritenuto sussistenti, nel caso di specie, gli elementi che integrano il parametro normativo del giustificato motivo soggettivo, ritenendo proporzionata la misura espulsiva irrogata dall’azienda in ragione del carattere persistente e volontario del comportamento posto in essere dal dipendente rigettando il ricorso proposto dal dipendente stesso, che a seguito di tale recesso, potrà accedere alla NASpI, vale a dire all’indennità di disoccupazione. Inoltre, a seguito del licenziamento il datore di lavoro sarà tenuto all’esborso del cd “ticket di licenziamento”, introdotto nel nostro ordinamento dalla legge 28 giugno 2012, n.92. Trattasi, nello specifico di un contributo che a partire dal 1° gennaio 2013 deve essere versato dall’azienda all’INPS in caso di estinzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato per le causali che darebbero diritto al riconoscimento, almeno potenzialmente, dell’indennità di disoccupazione NASpI, a prescindere dall’effettiva percezione della stessa indennità da parte del dipendente e anche nel caso in cui questi abbia trovato una nuova occupazione. Il ticket in questione, il cui importo ammonta per il 2023 a 603,10 euro per ogni anno di lavoro effettuato, fino ad un massimo di tre anni, persegue una duplice finalità: da un lato quella di finanziare  la NASpI  e dall’altro lato di scoraggiare le riduzioni di personale da parte delle aziende. Come si può notare, il licenziamento per giustificato motivo soggettivo e il licenziamento per giusta causa hanno, pertanto, molti aspetti in comune. Qual è, allora, la differenza tra “giusta causa” e “giustificato motivo soggettivo”? La fondamentale differenza tra queste due tipologie di licenziamenti disciplinari riguarda la diversa gravità dell’inadempimento posto in essere dal dipendente. In particolare, la violazione degli obblighi contrattuali è più o meno grave a seconda che si tratti rispettivamente di licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo. La differenza tra i due istituti è, pertanto, quantitativa. Più precisamente, il giustificato motivo soggettivo si caratterizzerebbe, secondo la tesi ormai dominante, per la minore gravità dell’inadempimento, di per sé capace di consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro durante il periodo di preavviso. Secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, infatti, “le nozioni di giusta causa e di giustificato motivo soggettivo di licenziamento si distinguono  con riguardo non alla consistenza temporale  del requisito della immediatezza della contestazione, che invece deve connotare in misura analoga tali nozioni  e in genere ogni sanzione disciplinare, ma con riguardo alla maggiore gravità  della violazione contrattuale addebitata al dipendente licenziato per giusta causa rispetto a quella della violazione addebitata al dipendente per giustificato motivo soggettivo, la quale deve fondarsi anch’essa su comportamenti di entità tale da poter scuotere la fiducia del datore di lavoro e da ritenere che la comunicazione del rapporto si risolva in un pregiudizio per gli scopi aziendali”. La principale differenza tra le due tipologie di recesso aziendale riguarda il fatto che in caso di licenziamento per giustificato motivo soggettivo deve essere comunque riconosciuto al dipendente il diritto al preavviso oppure alla relativa indennità sostitutiva, a differenza di quanto avviene invece nel caso di recesso per giusta causa ove l’estinzione del rapporto di lavoro avviene in tronco, senza alcun periodo di preavviso in cui poter proseguire con il rapporto di lavoro.

Ai fini della estinzione degli usi civici occorre formale provvedimento di sdemanializzazione, in assenza del quale il decreto espropriativo è invalido

(Cass. Civ., SS.UU., 10 maggio 2023, n. 12570) stralcio a cura di Giorgio Potenza
nota di Aurora Ricci La vicenda da cui ha avuto origine la controversia sottoposta all’esame delle Sezioni Unite concerne alcuni terreni siti nel Comune di Alfedena (L’Aquila), gravati da uso civico a partire dal 1954. Con sentenza n. 15/2015 il Commissario per gli usi civici, sul presupposto dell’illegittimità dell’espropriazione stante il mancato rispetto delle procedure di cui all’art. 12 l. 16 giugno 1927, n. 1766 e del regolamento approvato con R.D. 26 febbraio 1928, n. 332, accoglie la domanda del Comune di dichiarazione della natura demaniale civica di quei terreni, ordinando la reintegra nel possesso dell’avente diritto, e dichiarando la nullità degli atti pubblici e privati disposti su quei terreni. La Corte d’appello di Roma conferma la sentenza del giudice di primo grado, statuendo che i beni di uso civico appartenenti al demanio universale o comunale non sono suscettibili di espropriazione per pubblica utilità senza l’osservanza delle procedure di cui agli artt. 12 e ss. della legge n. 1766/1927, se non previa sdemanializzazione. In seguito al ricorso per Cassazione ex art. 360 c.p.c. proposto da Enel s.p.a., la Seconda Sezione della Suprema Corte ha emesso l’ordinanza interlocutoria n. 34460/2022 con la quale ha rimesso alle Sezioni Unite la seguente questione di massima di particolare importanza: “è ammissibile l’espropriazione per pubblica utilità dei beni gravati da usi civici di dominio della collettività, prescindendo da una loro preventiva espressa sdemanializzazione? O si può ritenere sussistente una incommerciabilità (rectius: una indisponibilità) relativa di tali beni, che viene a cessare allorquando sopravvenga e si faccia valere un diverso interesse statale (o pubblico che sia), del tipo di quelli che si accertano e realizzano con il procedimento espropriativo per pubblica utilità ovvero con altri atti formali?”. Le Sezioni Unite, con sentenza del 10 maggio 2023 n. 12570, hanno affermato il seguente principio di diritto: “I diritti di uso civico gravanti su beni collettivi non possono essere posti nel nulla (ovvero considerati implicitamente estinti) per effetto di un decreto di espropriazione per pubblica utilità, poiché la loro natura giuridica assimilabile a quella demaniale lo impedisce, essendo, perciò, necessario, per l’attuazione di una siffatta forma di espropriazione, un formale provvedimento di sdemanializzazione, la cui mancanza rende invalido il citato decreto espropriativo che implichi l’estinzione di eventuali usi civici di questo tipo ed il correlato trasferimento dei relativi diritti sull’indennità di espropriazione”. Gli “usi civici” sono definiti come diritti di godimento spettanti ad una collettività su beni appartenenti al demanio o a un Comune o a un privato al fine di soddisfare i bisogni essenziali della comunità, storicamente individuati nell’esercizio del pascolo, del legnatico e dello stramatico. Nell’impianto codicistico gli usi civici vengono in rilievo nell’ambito dell’art. 825 cod. civ., che prevede la figura giuridica dei diritti demaniali su beni altrui. In particolare, gli usi civici, oltre a gravare su diritti e su beni privati (c.d. usi civici in re aliena),  possono insistere anche su beni pubblici, cioè su beni che a loro volta appartengono ad enti esponenziali della collettività degli utenti collettivi, normalmente a Comuni, frazioni di Comuni, Università, Associazioni agrarie (c.d. usi civici in re propria).  Si dà atto del contrasto giurisprudenziale sorto in ordine alla vexata quaestio se ai fini dell’espropriazione per pubblica utilità dei terreni di uso civico in re propria, nel regime antecedente all’entrata in vigore delle modifiche di cui alla l. n. 221/2015, sia necessaria la preventiva formale sdemanializzazione del bene, o se, a tal fine, sia sufficiente il decreto di esproprio. Tale contrasto è stato messo in evidenza dall’ordinanza interlocutoria n. 34460/2022 con la quale la predetta questione di massima importanza è stata rimessa alle Sezioni Unite. In particolare, una prima ricostruzione ermeneutica, espressa dalla sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Seconda civile, 26 aprile 2007, n. 9986, si è pronunciata in termini positivi, ammettendo la possibilità di espropriare i beni su cui insistono gli usi civici anche in assenza di previa sdemanializzazione. Secondo tale indirizzo, i beni gravati dagli usi civici non sono assimilabili a beni demaniali, pertanto, risultano passibili di espropriazione diretta per pubblicità utilità. L’ancoraggio normativo del predetto orientamento è da rinvenirsi nell’articolo 52 legge n. 2359 del 1865, in base al quale anche i diritti di uso civico possono essere espropriati direttamente. Peraltro, si rileva l’assenza di una previsione normativa che equipari in via espressa i beni demaniali a quello di uso civico, a prescindere dalla distinzione tra usi civici in re aliena e in re propria. La bontà della tesi in argomento viene sostenuta anche alla luce della giurisprudenza costituzionale. In particolare, la Consulta, con sentenza 11 luglio 1989 n. 391, affermerebbe che “al regime di inalienabilità dei beni di uso civico (che, più esattamente, dovrebbe definirsi di alienabilità controllata) non inerisce la condizione di beni non suscettibili di espropriazione forzata per pubblica utilità, né può essere citata in contrario la sentenza di questa Corte n. 67 del 1957”. Con l’ulteriore sentenza n. 156/1995, la Corte Costituzionale sosterrebbe, inoltre, la possibilità che il decreto di esproprio non sia preceduto dalla sdemanializzazione. Per contro, secondo un contrapposto indirizzo giurisprudenziale, i beni gravati da uso civico non sono espropriabili per pubblica utilità se non previa sdemanializzazione. Tale orientamento è compiutamente espresso dalle Sezioni Unite, 11 giugno 1973, n. 1671, che partono dalla premessa che gli usi civici vengono classificati dalla legge n. 1766/1927 in due categorie: quelli che si esercitano su beni appartenenti a privati e quelli che si esercitano su beni appartenenti alla collettività degli utenti. Per gli usi civici della prima categoria, che sono destinati alla liquidazione, è pacifico che, qualora i beni che ne sono oggetto siano espropriati per causa di pubblica utilità prima della liquidazione, i diritti di uso civico si trasferiscono sull’indennità di espropriazione. In merito agli usi civici della seconda categoria, questi ultimi si configurano come diritti di una collettività su beni propri, aventi una destinazione peculiare e caratterizzati dal regime di indisponibilità e inalienabilità, analogo a quello dei beni demaniali, il quale implica che non sono neppure espropriabili per causa di pubblica utilità se non previa sdemanializzazione. A sostegno dell’indirizzo in commento viene richiamata anche la sentenza n. 19792/2011 della Terza Sezione civile della Corte di Cassazione che valorizza il regime di incommerciabilità dei beni gravati da usi civici, scaturente dal vincolo di funzionalizzazione al soddisfacimento di bisogni della collettività di riferimento, con conseguente equiparazione ad un bene demaniale. Da ciò consegue il divieto di assoggettare il bene a vicende circolatorie, ivi comprese quelle che hanno luogo in esito all’espropriazione forzata. Tale orientamento fa, inoltre, espresso rinvio alla sentenza della Corte Costituzionale n.71/2020, che ha sostenuto come la cessazione dell’uso civico costituisca un prius logico-giuridico rispetto al decreto d’esproprio. Tale indirizzo sarebbe avallato anche dall’ulteriore pronuncia n. 375/1999 della Corte di Cassazione, che avrebbe ritenuto nullo il decreto di esproprio in difetto di previa sdemanializzazione, in quanto in contrasto con la natura demaniale degli usi civici. Il suesposto contrasto giurisprudenziale è stato affrontato e risolto dalle Sezioni Unite con la  pronuncia in commento che ha affermato la necessarietà di una previa sdemanializzazione, in difetto della quale il provvedimento di espropriazione è irrimediabilmente invalido. Il percorso argomentativo delle Sezioni Unite prende le mosse dalla previsione normativa secondo la quale, in caso di espropriazione di un bene gravato da uso civico, quest’ultimo si estingue ed i relativi diritti si trasferiscono sull'indennità di esproprio. In proposito, la Suprema Corte precisa che tale previsione è riferibile agli usi civici in re aliena, mentre non è estendibile a quelli in re propria. Per questi ultimi la sdemanializzazione non può essere implicita nel decreto di esproprio, ma deve essere formalmente adottata ex ante. Invero, l’uso civico che si esercita su beni appartenenti alla collettività è assimilabile al bene demaniale e soggiace al medesimo regime dei beni demaniali, fino alla formale sdemanializzazione. Inoltre, l'atto di sdemanializzazione non può ritenersi implicito o ricompreso nel provvedimento di esproprio, ma deve trattarsi di un provvedimento espresso e formale, in quanto è nel procedimento finalizzato alla sdemanializzazione che si procede alla comparazione dei contrapposti interessi oggetto di tutela, al fine di stabilire la preferenza degli uni rispetto agli altri. Conseguentemente, in difetto di una previa sdemanializzazione, è preclusa l'espropriazione per pubblica utilità di un bene gravato da uso civico. In particolare, le Sezioni Unite sostengono che, “poiché i beni gravati da uso civico di dominio collettivo sono assimilabili a quelli demaniali, l'approdo ermeneutico, in relazione al loro regime giuridico sul punto, non può che essere lo stesso, nel senso che l'esperimento della procedura espropriativa per pubblica utilità, affinché possa essere ritenuta legittima, deve essere preceduta dalla sdemanializzazione”. La sdemanializzazione degli usi civici collettivi non può avvenire in maniera implicita, ovvero tramite  l'esecuzione di una procedura di espropriazione di pubblica utilità, ma, tenendo conto del fatto che questi usi civici sono preordinati alla tutela di interessi di rilievo costituzionale, nessuno spazio è consentito per valutazioni inespresse. La sdemanializzazione deve, quindi, realizzarsi tramite una formale procedura che consenta una compiuta comparazione degli interessi in gioco. Da ciò discende la necessità che sussista un formale provvedimento di sdemanializzazione, la cui mancanza rende invalido il decreto espropriativo, che non può determinare l’estinzione dell'uso civico e il trasferimento dei relativi diritti sull'indennità di espropriazione. Inoltre, le Sezioni Unite precisano che la norma che prevede l'estinzione dell'uso civico in conseguenza dell'espropriazione per pubblica utilità e il trasferimento del relativo diritto sull’indennità espropriativa, fa riferimento agli usi civici in re aliena, quindi, ha riguardo ad un bene privato e non ad un bene demaniale. Pertanto, è possibile espropriare tale bene senza procedere ad alcuna sdemanializzazione. Invero, in siffatta ipotesi il decreto di esproprio per pubblica utilità estingue la proprietà privata,  estingue l'uso civico, nonché i diritti spettanti alla collettività. Quanto sopra esposto non vale, invece, per l'uso civico in re propria, avente un regime equiparabile al bene demaniale e quindi è inalienabile, inusucapibile, non trasferibile, né espropriabile, non suscettibile di espropriazione per pubblica utilità, se non previa sdemanializzazione che, considerando la rilevanza costituzionale degli interessi in gioco, non può ritenersi implicita nello stesso provvedimento di esproprio e nella dichiarazione di pubblica utilità, che ne precede l'adozione, ma deve avvenire formalmente attraverso l’adozione di questo atto di formale sdemanializzazione. A sostegno del proprio percorso argomentativo, le Sezioni Unite valorizzano, tra i tanti precedenti, la decisione del 1973 n. 1671. Invero, il principio di diritto di siffatta pronuncia è espressivo dell’affinità tra beni demaniali e demanio collettivo, confermando che il regime di indisponibilità e inalienabilità cui quest’ultimo è assoggettato lo rende espropriabile solo previo atto di cessazione della qualità demaniale. Tale premessa argomentativa consente la risoluzione della questione giurisdizionale, poiché la necessaria presenza di un atto di sdemanializzazione esclude che il terreno sia stato oggetto di ablazione in sua assenza, radicando la giurisdizione del Commissario liquidatore sui terreni ancora gravati da usi civici. Infine, per effetto della legge n. 168/2017, la tutela del regime dei diritti di uso civico collettivo si pone in stretta correlazione con la difesa paesistico-ambientale, configurandosi i demani collettivi quali strumenti attuativi dei valori costituzionali espressi dagli artt. 2, 9, 42 comma 2, 43 Cost. In precedenza, la legge n. 221/2015, rubricata “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo delle risorse naturali”, ha modificato l’articolo 4 Testo unico espropriazioni, prevedendo che “i beni gravati da usi civici non possono essere espropriati o asserviti coattivamente se non viene pronunciato il mutamento di destinazione d’uso, fatte salve le ipotesi in cui l’opera pubblica o di pubblica utilità sia compatibile con l’esercizio dell’uso civico”.

Acquisto di materiali presso terzi da parte dell'appaltatore: azioni risarcitorie e tempestività della denuncia

(Cass. Civ., Sez. II, 9 maggio 2023 n. 12337) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Abbandono parentale e prescrizione del diritto al risarcimento del danno da illecito endofamiliare

(Cass. Civ., Sez. III, 13 aprile 2023, n. 9930) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Sui diritti del subappaltatore nell´ambito dei contratti pubblici

(Cass. Civ., Sez. I, 05 aprile 2023, n. 9353) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Revocatoria dell'atto con cui è stato costituito in fondo patrimoniale un bene della comunione legale ed esecuzione forzata di tale bene per debito di uno solo dei coniugi

(Cass. Civ., Sez. III, 7 aprile 2023, n. 9536) stralcio a cura di Giorgio Potenza
nota di Fabiola Giarmoleo N.  agiva in giudizio contro il proprio debitore e la moglie davanti al Tribunale di Lecce, domandando la revocatoria dell’atto con cui essi costituivano in fondo patrimoniale un immobile in comunione legale. Il Tribunale accoglieva la domanda dichiarando inefficace il fondo patrimoniale nei confronti di parte attrice limitatamente alla quota di immobile del debitore - escludendo quella della moglie. Il creditore avviava l’esecuzione in base alla sentenza definitiva e il Giudice dell’esecuzione ne disponeva l’estensione alla quota della sig.ra D.D.A.G. che presentava opposizione: la procedura si concludeva con sentenza che accoglieva l’opposizione. Parte soccombente impugnava la sentenza e la Corte d’Appello di Lecce confermava l’impignorabilità del bene perché parte del fondo patrimoniale ex art. 170 c.c. N. proponeva ricorso per Cassazione sostenendo che la Corte d’Appello avrebbe: errato nel ritenere inefficace il fondo patrimoniale, solo per la quota del debitore sig. R.C.; omesso di considerare che «col conferimento del bene in fondo patrimoniale, la comunione legale su tale cespite si trasforma in comunione semplice»; infine, avrebbe mal interpretato l’art. 170 c.c. Quindi, partendo dalla Sent. n. 9536/2023 della Terza Sezione della Suprema Corte, questa nota vuole fornire spunti di riflessione su alcune questioni: la natura della comunione legale; il rapporto tra comunione legale, fondo patrimoniale e azione revocatoria. Circa la prima questione, ricordiamo che il Prof. Salvatore Pugliatti qualificava la comunione come «situazione che costituisce una specificazione della titolarità di una situazione soggettiva caratterizzata dalla pluralità dei soggetti di fronte all'unità della situazione stessa» (Pugliatti S., La proprietà nel nuovo diritto, Milano, 1954, 157). Si tratta di uno degli istituti maggiormente studiati dalla dottrina civilistica che lo distingue in base al rapporto dei comunisti col bene – comunione pro quota e non; al contenuto della comunione; ai soggetti coinvolti; al modo di costituzione, gestione e scioglimento. Di fatto, il nostro codice civile disciplina diversi tipi di comunione –«comunione legale» (artt. 177 e ss.), «comunione ereditaria» (artt. 713 e ss.), «comunione ordinaria» (artt. 1100 e ss. c.c.), «condominio» (artt. 1117-1139 c.c.) … - riconducibili a due macrocategorie: la comunione romanistica – ove si ritiene coesistano «una pluralità di diritti di proprietà» aventi ad oggetto delle vere e proprie quote di cui il singolo comunista è titolare; e quella germanica (detta «Gemeinschaft zur Gesammten Hand» o «a mani riunite») – in cui tali quote non sussistono e i comunisti, per via di particolari legami intercorrenti tra loro, si ritengono titolari dell’intero cespite soggetto a comunione (Palazzo A., Comunione, Digesto on-line, 1988). In generale, la disciplina dei diversi regimi di comunione esistenti in Italia è basata sulla comunione ordinaria (artt. 1100 e ss. c.c.): una forma di comunione romanistica che subisce delle deroghe in presenza di forme di comunione germanica. La sentenza in commento, quindi, riprende proprio il tema della natura giuridica «comunione legale» (regime patrimoniale legale della famiglia) che la dottrina ha considerato in diverso modo: soggetto di diritto autonomo rispetto ai comunisti; patrimonio di destinazione; comunione «pro quota»; comunione «a mani riunite». Coloro che consideravano la comunione legale come una forma di comunione pro quota si appellavano agli artt. 189, c. 2, 194 e 210 c.c. e concludevano che si trattasse di una «[…] comunione per quote speciale. Speciale, perché – diversamente dalla normale comunione per quote – non si può disporre della quota durante la comunione […]» (Caringella, Manuale ragionato di diritto civile, 2022, Cercola, cit. 1744). Tuttavia, secondo la dottrina maggioritaria, la Consulta (Sent. n. 311/1988) e la Cassazione (oltre alla pronuncia in esame: Cass. Civ., Sez. II, Sent. n. 14093/2010; Cass. Civ., Sez. III, Ord. n. 1647/2023) sono ormai concordi nel considerare la comunione legale un esempio di comunione germanica poiché essa, riconoscendo a ciascun coniuge un diritto avente ad oggetto la totalità dei beni e non la singola quota, sposa la ratio e il favor communionis tipici del matrimonio e della famiglia (Caringella, op. cit. 1742-1751). Ecco, quindi, il primo degli errori commessi dal Tribunale di Lecce: ritenere la comunione legale come una comunione di matrice romanistica. Necessario, poi, appare il coordinamento tra discipline. L’actio pauliana – che può essere ordinaria (artt. 2901 e ss. c.c.) o fallimentare (artt. 163-171 del CCII) – consente al creditore di far dichiarare inefficace (nei suoi confronti) un atto del debitore, lesivo dei suoi interessi creditizi. È un’azione conservativo-cautelare cui dovrà seguire una procedura esecutiva perché si ottenga effettiva tutela. I presupposti dell’azione – oltre alla sussistenza di un diritto di credito che non deve essere certo, liquido ed esigibile (Cass. Civ., Sez. II, Sent. n. 12235/2011) – sono: un atto dispositivo del debitore; un danno alla garanzia generica del creditore; la consapevolezza del debitore (o eventualmente del terzo) di arrecare un danno al creditore (Caringella, op. cit., 444-458). Circa l’ambito di applicazione dell’azione pauliana, la Cassazione è stata più volte interpellata per chiarire se essa potesse avere o meno ad oggetto l’atto con cui viene costituito un fondo patrimoniale: questione che si può dire positivamente risolta dalla giurisprudenza di legittimità. Di fatti, la sentenza in commento riporta i principi che dovrebbero guidare la revocatoria di un atto costituente in fondo patrimoniale un bene soggetto a comunione legale: il bene deve essere aggredito per intero; il coniuge non debitore diviene soggetto passivo della procedura di espropriazione come quello debitore e titolare degli stessi diritti e doveri; il bene staggito deve essere assegnato o venduto interamente e il coniuge non debitore acquisisce il diritto a ricevere la metà della somma lorda ottenuta dalla alienazione/assegnazione del bene (Cass. Civ., Sez. III, Sent. n. 6575/2013). Inoltre, la costituzione in fondo patrimoniale di un bene oggetto di comunione legale, non è atto di disposizione né causa di scioglimento della comunione (ex art. 191 c.c.): pertanto, rimanendo inalterato il regime della comunione legale ed essendo esso caratterizzato dall’assenza di quote, l’azione revocatoria dovrà essere necessariamente indirizzata nei confronti di ambedue i coniugi «e, in quanto preordinata all'espropriazione forzata del medesimo cespite (necessariamente da compiersi per l'intero), essa è diretta ad una pronuncia d'inefficacia dell'atto complessivo e non limitata alla inesistente quota pari alla sola metà del bene» (Cass. Civ., Sez. III, Sent. 9536/2023). Così è chiarita anche la questione del considerare o meno litisconsorte necessario il coniuge non debitore: a fronte di un orientamento minoritario che intendeva il coniuge non debitore come litisconsorte facoltativo (Cass. Civ., Sez. III, Sent. n. 11582/2005), l’orientamento maggioritario ritiene che «[…] per ottenere la dichiarazione di inefficacia dell'atto di costituzione del fondo patrimoniale stipulato da entrambi i coniugi stessi, è litisconsorte necessario il coniuge non debitore […]» (Cass. Civile, Sez. III, Sent. n. 2711/2024; Cass. Civ., Sez. III, Ord. n. 19319/2023). Accertati questi errori e il giudicato, la Cassazione rigetta anche il secondo motivo e, avvalendosi dell’art. 384 c.p.c., fornisce l’esegesi da attribuire alla sentenza di prime cure: il giudicato legittima un’azione esecutiva limitata dal punto di vista soggettivo, e non oggettivo, al solo coniuge-debitore. Un’interpretazione che sembra spostare il focus della questione dal piano oggettivo a quello soggettivo, lasciando inalterate le conseguenze negative di una pronuncia che, pur non essendo vincolata a seguire i precedenti giurisprudenziali esistenti, avrebbe potuto considerarli senza discostarsene così nettamente. L’utilizzo dell’art. 384 c.p.c. offre anche l’occasione di accennare alla Sent. n. 5633/2022 con cui le SS.UU., a seguito dell’Ord. di rimessione n. 12944/2021 della Sez. Lavoro, hanno risolto un contrasto giurisprudenziale relativo al modo di intendere il titolo esecutivo definitivo in sede di legittimità: esse, aderendo alla ricostruzione del rimettente, qualificano, per la prima volta, il titolo esecutivo «come strumento di adeguamento dello stato di fatto allo stato di diritto» e, quindi, interpretabile dal giudice di legittimità quale regula iuris alla stregua non dell’art. 360, c.1, n. 3 c.p.c. ma ex art. 2909 c.c. (De Carolis, Interpretazione del titolo esecutivo - Il vaglio in Cassazione …, in Giurisprudenza Italiana, n. 3/2023). Contrariamente a quanto affermato dalla Corte d’Appello, la Cassazione afferma che «l'art. 170 c.c. non sancisce affatto l'assoluta impignorabilità dei beni in fondo patrimoniale […]». Il fondo patrimoniale è, secondo la giurisprudenza di legittimità maggioritaria, un atto a titolo gratuito (Cass. Civ., Sez. III, Sent. n. 24757/2011; Cass. Civile, Sez. III, Sent.. 2711/2024) con cui, per volontà di uno/entrambi i coniugi o una/entrambe le parti di unione civile o un terzo, vengono destinati uno o più beni (immobili, mobili registrati o titoli di credito e i rispettivi frutti) al soddisfacimento dei bisogni della famiglia. Il concetto di “bisogni della famiglia” deve intendersi in senso ampio e include le necessità della famiglia e tutto ciò che è funzionale al suo sviluppo (Cass. Civ., Sez. I, Sent. n. 11683/2001). Sebbene il fondo patrimoniale abbia come obiettivo la tutela della famiglia, i beni che lo costituiscono non sono assolutamente impignorabili ma relativamente: essi possono essere pignorati dal creditore nel caso in cui il credito sia sorto per soddisfare esigenze familiari; contrariamente, se il debitore esecutato riesce a provare che il credito sia sorto per far fronte a bisogni estranei alla famiglia e che il creditore fosse consapevole di questa estraneità, i beni costituenti il fondo non potranno essere pignorati. La Corte di Cassazione, in definitiva, costretta a rigettare i primi due motivi, accoglie il terzo e rimette la questione alla Corte d’Appello di Lecce e, con la speranza che questa segua quanto più possibile i precedenti esistenti in materia, si evidenzia la necessità che sia l’opponente a fornire la prova dell’elemento oggettivo e soggettivo di cui all’art. 170 c.c., così da scongiurare qualunque uso fraudolento del fondo da parte del debitore.

Scontro tra un veicolo e la fauna selvatica: l´onere della prova a carico del danneggiato

(Cass. Civ., Sez. III, 27 aprile 2023, n. 11107) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

La produzione dell´estratto conto può offrire la prova del saldo del conto stesso

(Cass. Civ., Sez. I, 18 aprile 2023, n. 10293) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Responsabilità del mediatore ex art. 1759 cc per l'omessa comunicazione di irregolarità urbanistica o edilizia non ancora sanata relativa all'immobile oggetto della promessa di vendita

(Cass. Civ., Sez. II, 2 maggio 2023 n. 11371) stralcio a cura di Giovanni Pagano
nota di Giuseppe Piccardo La vicenda oggetto della sentenza in commento trae origine dal ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Genova, di accoglimento del gravame della pronuncia del Tribunale del capoluogo ligure. Il giudice di primo grado, in particolare, condannava il titolare di una agenzia immobiliare al risarcimento dei danni in favore del cliente, in misura pari all’importo della provvigione corrisposta per la compravendita di un immobile.  I giudici rigettavano la domanda di garanzia svolta dall’agenzia immobiliare nei confronti della compagnia di assicurazioni chiamata in garanzia, ritenendo che la riscontrata violazione dell’articolo 1759 c.c., da parte del mediatore, non fosse coperta dalla polizza. La Corte d’Appello, in accoglimento del gravame proposto dall’agenzia immobiliare, affermava che: a) la circostanza che il mediatore fosse al corrente del fatto che, in relazione all’immobile fosse in corso l’aggiornamento catastale e urbanistico, risultasse dalla proposta irrevocabile; b) le difformità edilizie presenti non pregiudicavano la commerciabilità del bene; c) nel secondo preliminare le parti avevano dato espressamente atto del fatto che la riduzione del corrispettivo veniva pattuita unicamente in funzione della circostanza che i promissari acquirenti si obbligavano a provvedere a propria cura e spese alle regolarizzazioni urbanistico edilizie; d) a tale riduzione del corrispettivo non si era poi proceduto nell’atto di compravendita, perché nel frattempo il bene era stato colpito da sequestro conservativo e si era quindi "deciso di procedere alla vendita per il prezzo già convenuto e di destinare il ricavato della medesima a garanzia dei crediti e/o del loro pagamento", il che tuttavia non incide sul ravvisato adempimento dell’obbligo di informazione da parte del mediatore. Il cliente soccombente in secondo grado, proponeva, quindi, ricorso per Cassazione, fondato sui seguenti motivi: a) violazione e falsa applicazione degli articoli 1362 e 1363 c.c., in quanto la specifica, nella proposta di acquisto sottoscritta, che fosse in corso l’aggiornamento catastale e urbanistico dell’immobile, non valesse ad informare il compratore delle difformità edilizie, solo in seguito accertate dallo stesso; b) violazione e falsa applicazione della legge n. 52 del 1985, articolo 29, per incommerciabilità dell’immobile; c) nullità della sentenza in relazione agli artt. 116 e 132, comma 2, n. 4, c.p.c. e all’articolo 118 disp. att. c.p.c. in quanto, stante il rilascio del permesso in sanatoria, la sentenza impugnata avrebbe dovuto rilevare la sussistenza di irregolarità che imponessero un "condono"; d) omesso esame di fatti decisivi e di testimonianze rilevanti ai fini della decisione, dalle quali sarebbe emerso, se ammesse, che l’agenzia immobiliare era al corrente delle irregolarità urbanistiche – edilizie dell’immobile e che erano state sottaciute; e) violazione e falsa applicazione degli articoli 1755 c.c. e 1759 c.c., in quanto il vincolo derivante dalla proposta d’acquisto, e formalizzato nel preliminare, era stato poi del tutto modificato con successivo preliminare, cosicché l’acquisto si era poi perfezionato oltre un anno dopo. La Suprema Corte, in accoglimento del primo e del quinto motivo di ricorso, cassava con rinvio la sentenza impugnata. In particolare, i giudici di legittimità, chiarito, in via preliminare, che la ditta individuale non è soggetto giuridico diverso dal suo titolare, affermavano che il mediatore immobiliare, tanto nell’ipotesi tipica in cui abbia agito in modo autonomo, quanto nell’ipotesi in cui si sia attivato su incarico di una delle parti (c.d. mediazione atipica), ha, ai sensi del primo comma dell’articolo 1759 c.c., l’obbligo di comportarsi secondo correttezza e buona fede, comprensivi del dovere di riferire alle parti le circostanze dell’affare a sua conoscenza, ovvero che avrebbe dovuto conoscere con l’uso della diligenza qualificata propria della sua categoria, idonee ad incidere sul buon esito dell’affare. In applicazione del principio suddetto, la Cassazione argomentava che anche la mancata informazione del promissario acquirente, circa l’esistenza di una irregolarità urbanistica o edilizia non sanata, della quale il mediatore stesso doveva e poteva essere edotto, rende lo stesso responsabile (in solido con il venditore) verso il cliente – promissario acquirente, anche per i danni ulteriori, se dimostrati, quali costi e spese documentate, salvo il legittimo rifiuto di corrispondere la provvigione richiesta. A corollario dei principi sopra esposti, va evidenziato che la Cassazione, con la pronuncia in commento, ha ribadito il proprio orientamento, secondo il quale la responsabilità risarcitoria del mediatore reticente, a prescindere da eventuale responsabilità concorrente del venditore, può ricollegarsi al minore vantaggio o al maggiore aggravio patrimoniale derivanti dalle determinazioni negoziali della parte, che siano state effetto dell’adempimento degli obblighi di informazione. Si legge, infatti, nell’ordinanza: “Dalla lettura combinata dell’art. 1759, comma 1, c.c. con gli artt. 1175 e 1176 c.c., nonché con la disciplina dettata dalla L. n. 39 del 1989, si desume, invero, la natura professionale dell’attività del mediatore, il quale (pur non essendo tenuto, se non in forza di uno specifico impegno contrattuale, a svolgere apposite indagini di natura tecnico - giuridica) riveste comunque un ruolo che gli permette di "svolgere ogni attività complementare o necessaria per la conclusione dell’affare" (L. n. 39 del 1989, art. 3, comma 1; si vedano già Cass. Sez. 3, n. 6389 del 2001; Sez. 3, n. 5107 del 1999). L’obbligo ex art. 1759, comma 1, c.c. consente di configurare la responsabilità del mediatore anche ove questi dia informazioni obiettivamente non vere su fatti di indubbio rilievo, dei quali egli non abbia consapevolezza e che non abbia controllato. In questi limiti possono rilevare, in caso di mediazione immobiliare, le informazioni afferenti alla contitolarità del diritto di proprietà, all’insolvenza di una delle parti, all’esistenza di elementi atti a indurre le parti a modificare il contenuto del contratto, ad eventuali prelazioni ed opzioni, al rilascio di autorizzazioni amministrative, alla provenienza di beni da donazioni suscettibili di riduzione, alla solidità delle condizioni economiche dei contraenti, alle iscrizioni o trascrizioni sull’immobile e alla titolarità del bene in capo al venditore. Hanno peso, in particolare, ai fini dell’obbligo di informazione di cui all’art. 1759, comma 1, c.c., le circostanze relative alla valutazione ed alla sicurezza dell’affare, che possano influire sia sulla prestazione del consenso al contratto, sia comunque nel senso di determinare le parti a concludere il contratto a diverse condizioni (Cass. Sez. 2, n. 15577 del 2022; Sez. 2, n. 784 del 2020; Sez. 2, n. 27482 del 2019; Sez. 3, n. 16623 del 2010; Sez. 3, n. 5777 del 2006; Sez. 3, n. 16009 del 2003; Sez. 3, n. 6714 del 2001)” . Il principio di diritto sopra riportato deriva, in punto di fatto, dalla circostanza che la sopravvenuta conoscenza delle difformità dell’immobile acquisita dal promissario acquirente all’atto del preliminare modificativo del primo, sotto il profilo delle clausole di rilievo urbanistico ed edilizio, confermava l’originaria carenza informativa del mediatore, circa il non corretto adempimento degli obblighi di informazione alle parti, al fine della conclusione, comunque, dell’affare e, quindi, dell’incasso della provvigione. Circa, infine, il profilo del coordinamento della responsabilità del mediatore con la responsabilità del venditore per la violazione dell’impegno a vendere l’immobile, con la sottoscrizione del contratto preliminare, alla stregua della specifica disciplina delle garanzie e degli inadempimenti del contratto di compravendita, se non possono esigersi dal mediatore indagini che vadano oltre quelle di ordinaria natura tecnico-giuridica in ordine alla situazione urbanistica ed edilizia dell’immobile e la libertà da pesi e vincoli del bene, secondo la Cassazione occorre, comunque, che il mediatore medesimo comunichi alle parti le circostanze dell’affare conosciute o conoscibili con l’ordinaria diligenza, propria del professionista.

Privacy, le banche devono rispondere alle richieste di accesso ai dati personali

(Cass. Civ., Sez. I, 04 aprile 2023, n. 9313) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Claudio Cimarossa Introduzione La Corte di Cassazione, I sezione, con l’ordinanza nr. 9313 del 4.4.2023 è si è occupata del Regolamento Ue nr. 2016/679 o secondo l’acronimo inglese GDPR. In particolare, con l’ordinanza oggetto di questo commento, la Corte di Cassazione ha voluto chiarire gli obblighi del titolare del trattamento derivanti dall’esercizio del diritto di accesso ai dati esercitato dall’interessato ai sensi dell’articolo 15 del GDPR. Fatti della Causa L’ordinanza nr. 9313 del 4.4.2023 è stata emessa dalla sezione I della Corte di Cassazione in esito all’impugnazione, con ricorso per cassazione, di una sentenza non appellabile emessa dal Tribunale di Milano che rigettava la domanda attorea volta ad accertare l’inadempimento del titolare del trattamento consistente nel mancato riscontro dell’istanza di accesso ai dati. Il ricorrente, infatti, aveva presentato un’istanza di accesso ai dati ad un istituto bancario, titolare del trattamento. Quest’ultimo non aveva riscontrato in nessun modo l’istanza dell’interessato. Tale mancanza veniva motivata dal fatto che l’interessato non aveva provato lo svolgimento di trattamenti da parte della banca. In buona sostanza, la banca asseriva l’esistenza di un onere probatorio in capo all’interessato, e da questi non soddisfatto, quale presupposto per l’esercizio della facoltà di accesso ai dati prevista nell’articolo 15 del GDPR. Secondo la banca l’interessato non aveva sodisfatto l’asserito onere probatorio non provando la circostanza che la banca stesse o avesse trattato dati personale del richiedente. Il ricorrente innanzi al Tribunale di Milano, e poi presso la Corte di Cassazione, sosteneva l’inesistenza di tale onere probatorio e che l’unico onere prescritto nel GDPR sussisterebbe anzi in capo al titolare del trattamento consistendo nell’onere di riscontrare le istanze degli interessati a prescindere dall’esistenza di un trattamento. Posizione della Corte di Cassazione La Corte di Cassazione ricostruisce la propria disposizione partendo dal combinato disposto degli articoli 12 e 15 del GDPR. L’articolo 12, comma 3, del GDPR che la Corte cita nell’ordinanza afferma “il titolare del trattamento fornisce all’interessato le informazioni relative all’azione intrapresa riguardo a una richiesta ai sensi degli articoli da 15 a 22 senza ingiustificato ritardo e, comunque, al più tardi entro un mese dal ricevimento della richiesta stessa. Tale termine può essere prorogato di due mesi, se necessario, tenuto conto della complessità e del numero delle richieste. Il titolare del trattamento informa l’interessato di tale proroga, e dei motivi del ritardo, entro un mese dal ricevimento della richiesta. Se l’interessato presenta la richiesta mediante mezzi elettronici, le informazioni sono fornite, ove possibile, con mezzi elettronici, salvo diversa indicazione dell’interessato”. La norma citata scandisce delle tempistiche chiare entro cui il titolare del trattamento deve rispondere all’interessato che abbia esercitato uno dei diritti riconosciuti negli articoli da 15 a 22 del GDPR. È anche prevista la possibilità per il titolare di prorogare la scadenza dei termini con un’istanza unilaterale debitamente documentata. Il comma 4 del medesimo articolo stabilisce inoltre “se non ottempera [il titolare] alla richiesta dell’interessato, il titolare del trattamento informa l’interessato senza ritardo, e al più tardi entro un mese dal ricevimento della richiesta, dei motivi dell’inottemperanza e della possibilità di proporre reclamo a un’autorità di controllo e di proporre ricorso giurisdizionale”. Questo comma dell’articolo 12 impone al titolare, inadempiente alla richiesta dell’interessato, di informarlo che può ricorrere all’autorità giudiziaria o presentare reclamo all’autorità di controllo. Tuttavia, come evidenziato dalla Corte di Cassazione, è il comma 5 a risolvere la questione sottoposta dal ricorrente. All’articolo 12, comma 4, è stabilito “Incombe al titolare del trattamento l’onere di dimostrare il carattere manifestatamente infondato e eccessivo della richiesta”. La Corte di Cassazione scrive che il tenore letterale della norma permette di affermare con certezza che il destinatario della richiesta di accesso ai dati deve sempre riscontrare l’istanza dell’interessato, anche in termini negativi, non potendosi considerare adempiente agli obblighi a lui imposti con un semplice “non liquet”. Sulla base di questi argomenti, la Corte di Giustizia arriva ad affermare che la sentenza del tribunale di Milano, oggetto del ricorso, ha illegittimamente onerato l’interessato dell’onere di dimostrare in giudizio la titolarità e il possesso da parte del titolare del trattamento dei dati personali che lo riguardano, con questo ha onerato l’interessato di una prova impossibile, poiché come afferma la stessa Corte di Cassazione, “non essendo chiaro come [l’interessato] potesse fornire una prova siffatta” e quindi “invertendo l’onere della prova” che, in virtù delle citate norme, deve essere posto a carico del destinatario dell’istanza di accesso il quale è onerato di rispondere all’interessato anche nei termini negativi. Conclusioni La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso dell’interessato, ha evidenziato lo stesso collegamento, confermato dalla dottrina, tra gli obblighi informativi e i diritti dell’interessato affermando che obblighi informativi e diritti vanno di pari passo e si fondono nel concetto della trasparenza, estrinsecazione del principio di correttezza e liceità. La Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto che per chiarezza riportiamo come scritto nel provvedimento: “in materia di trattamento dei dati personali, il soggetto onerato dell’obbligo di fornire risposta in ordine al possesso (o meno) dei dati sensibili è il destinatario dell’istanza di accesso e non invece l’istante, dovendo il primo sempre l’istanza dell’interessato, anche in termini negativi i dichiarando espressamente di essere, o meno, in possesso dei dati di cui si richiede l’ostensione”. In applicazione di questo principio il titolare del trattamento destinatario di un’istanza di trattamento, per ottemperare agli obblighi impostigli dal GDPR, dovrà sempre rispondere all’istanza anche se non è svolto alcun trattamento. In tal caso la risposta del titolare del trattamento si limiterà ad affermare l’inesistenza di trattamenti. La risposta, negativa o positiva deve pervenire all’interessato entro un mese. Tale termine può essere ampliato di ulteriori sessanta giorni qualora siano necessari ulteriori approfondimenti.

Legittimità costituzionale delle norme istitutive del Registro regionale dei prodotti a denominazione comunale De.Co. rispetto alla disciplina sovranazionale e internazionale sui marchi e segni distintivi.

(C. Cost., 18 aprile 2023, sent. n. 75) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Il diritto al ristoro in caso di ritardo del vettore aereo non si esaurisce con i soli c.dd. "pernotto limitato" e "cestino per la colazione"

(Cass. Civ., Sez. III, 17 aprile 2023, n. 10178) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Lorenzo Forlano La sentenza della Corte di Cassazione in rassegna prende le mosse da una controversia inerente ad una tematica di estrema attualità - soprattutto a ridosso della pandemia da Covid-19, della guerra e dei disagi da queste scaturiti - esaminando un segmento di un contenzioso insorto tra una compagnia aerea ed una coppia di viaggiatori. La circostanza della cancellazione ovvero del ritardo di un volo aereo, “casus belli” della lite in approfondimento, è infatti, sovente, al centro di dibattiti e confronti, sia di natura giurisprudenziale che di natura popolare, dominando i c.d. mass media. Nel caso sottoposto ad esame, le parti giungono davanti ai Giudici della Suprema Corte di Cassazione dopo un ricorso depositato da una compagnia di volo russa contro due viaggiatori, i quali, a loro volta, l’avevano citata in giudizio dinnanzi al Giudice di Pace di Bologna. Ripercorrendo preliminarmente il fatto, è doveroso sottolineare che i due passeggeri italiani convennero in giudizio per ottenere la condanna al risarcimento dei danni causati dal ritardo di oltre ventiquattro ore di un volo aereo e della sosta nello scalo intermedio, in cui essi rimasero bloccati e collocati in una struttura alberghiera – in cui vigeva l’obbligo di permanenza all’interno delle camere – dalla compagnia aerea. Quest’ultima, inoltre, si era limitata a fornire loro un cestino di alimenti e bevande per la colazione del giorno successivo. Il GDP di Bologna, con sentenza n. 919/2019, accolse favorevolmente la pretesa degli attori, condannando la convenuta ad un risarcimento pecuniario. La stessa decisione, per giunta, fu suffragata dal Tribunale di Bologna. I Giudici felsinei sostennero, tuttavia, altre motivazioni, rintracciabili nella Convenzione di Varsavia del 1929 che, all’art. 19, sancisce la responsabilità del vettore per il ritardo nel trasporto e, all’art. 22, il risarcimento del danno, rinviandone al contempo i criteri alla legge nazionale del giudice. La compagnia di volo russa, contrastando le suddette decisioni, depositò, come sopra anticipato, ricorso per Cassazione. La Suprema Corte, con sentenza n. 10178 del 17 aprile 2023, si è trovata, dunque, ad esprimersi su una vexata quaestio in cui, dal punto di vista giurisprudenziale, appare interessante la commistione tra diritto nazionale ed internazionale. Le motivazioni sostenute da parte ricorrente erano quattro, accomunate dal richiamo all’art. 360 comma 1, num. 3, c.p.c per la violazione : a) dell’art. 2002 c.c., in relazione agli artt. 1678, 1681 e 1341 c.c., da parte del giudice d’appello sul rigetto circa l’esistenza di una clausola, indicata nelle condizioni generali di contratto, che negava obblighi derivanti dal rispetto di tempistiche orarie; b) dell’art. 1223 c.c., circa i danni patrimoniali di natura indiretta a fattispecie di inadempimento contrattuale a cui, secondo la compagnia, non è possibile correlare le esigenze alimentari della coppia al ritardo aereo; c) degli artt. 1223 e 2059 c.c., a proposito di “liquidazione di danni morali estranei alla fattispecie di inadempimento contrattuale o comunque ad essa non direttamente connessi”; d) degli artt. 1226 c.c. e 113, comma 2, c.p.c., poiché il Tribunale aveva proceduto a liquidazione equitativa del danno senza che ne ricorressero i relativi presupposti. Tutte le motivazioni presentate nel ricorso, e sopra riassunte, sono state respinte in quanto ritenute inammissibili (a e b) o infondate (c e d). Ricostruita, quindi, la cornice fattuale in merito alla pronuncia della Suprema Corte, si ritiene opportuno concentrarsi su un’analisi delle conclusioni interpretative compiute dagli Ermellini. In prim’ordine, si considera di fondamentale importanza l’attenzione data nella sentenza all’impugnazione di parte ricorrente circa le norme che scandiscono la responsabilità contrattuale del vettore aereo per aver erroneamente rigettato l’eccezione volta a negare suddetta responsabilità in virtù di una clausola contrattuale per difetto di prova inerente alla sua esistenza. Tutto ciò, però, viene a monte escluso, non solo per il richiamo a pronunce circa l’esercizio di potere/dovere di autonoma qualificazione giuridica del suo contenuto sostanziale (Cass., Sez. Un., n. 17931 del 24 luglio 2013), ma anche e soprattutto per l’incongruenza palese con ciò che viene sancito dalla Convenzione di Varsavia del 1929. Quest’ultima trova ampio spazio nella questione in commento, poiché la stessa sopracitata clausola esposta nei motivi del ricorso sarebbe ritenuta, in ogni modo, nulla e priva di effetto ai sensi dell’art. 23, comma 1, all’interno del quale viene sancito come non sia in alcun modo possibile un esonero di responsabilità del vettore o di un limite di questa inferiore a ciò che è scandito nella Convenzione. In merito, è d’uopo soffermarsi su come l’art. 19 ed il successivo art. 20 siano di riferimento per la decisione presa dalla Cassazione: il primo poiché afferma una chiara responsabilità del danno derivante da ritardo nel trasporto aereo di passeggeri, bagagli o merci; ai sensi del secondo, invece, il vettore per non essere ritenuto responsabile deve provare di aver adottato ogni misura necessaria (o la sua impossibilità) per evitare il danno. Norme, dunque, chiare ed evidenti a supportare le motivazioni della Corte. Il richiamo alle fonti di natura internazionale in materia di trasporto aereo è vasto e, a parer di chi scrive, trova conferma in altre disposizioni, dello stesso tenore e ancor più recenti che, però, non vengono affrontate in questa sentenza, ma ne rafforzano la decisione. Un esempio lampante è rappresentato dagli artt. 6 e 9 del Regolamento (CE) n. 261 dell’11 febbraio 2004, dettante “regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato e che abroga il Regolamento (CEE) n. 295/91”. L’art. 6 si sofferma su quanto la compagnia possa ragionevolmente prevedere che il volo sarà ritardato; l’art. 9, invece, sancisce che “il passeggero ha diritto a titolo gratuito a pasti e bevande in congrua relazione alla durata dell’attesa”. Circa la presunzione di responsabilità del vettore, come ampiamente dimostrato dalla giurisprudenza, questa opera naturalmente sul piano dell’imputabilità dell’inadempimento, ex art. 1218 c.c. e non sulla prova oggettiva dello stesso. Appare evidente, inoltre, come il debitore sia gravato dall’onere della prova dell’avvenuto adempimento. Anche nella circostanza in cui si parli di inesatto adempimento e non di inadempimento dell’obbligazione, al creditore basta fornire allegazione, mentre graverà sul debitore l’onere di dimostrare l’esatto adempimento. (si veda, ex plurimus, in materia di danni da inesatto adempimento del contratto di trasporto aereo la sentenza della Cassazione n. 1584 del 23.01.2018). Proseguendo nelle ragioni della decisione in commento, i Giudici della Suprema Corte ripercorrono il tema dell’accertamento della sussistenza del nesso causale tra fatto illecito ed evento. Per poter determinare ciò per la controversia in analisi, essi applicano la regolarità causale che, ai sensi dell’art. 1223 c.c., deve collegare l’evento di danno (nello specifico, le oltre ventiquattro ore di ritardo del vettore e la successiva attesa in aeroporto) alla conseguenza dannosa (ossia l’acquisto di bevande e alimenti). A sostegno delle regole di cui sopra, vi è poi un’applicazione di natura pratica sul collegamento tra una permanenza forzata in un preciso luogo e l’ovvia esigenza di sostentamento alimentare. Un’ulteriore quaestio iuris trattata riguarda quella inerente alla risarcibilità del danno patrimoniale, che si conferma, ancora una volta, nei soli casi previsti dalla legge, cioè, secondo una consolidata interpretazione dell’art. 2059 c.c., e come precedentemente stabilito anche dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite nella sentenza n. 26972 dell’11.11.2008: 1) quando il fatto illecito sia configurabile astrattamente come reato; 2) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge consente espressamente il ristoro del danno non patrimoniale anche oltre una ipotesi di reato; 3) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, oggetto di tutela costituzionale. Ad abundantiam, si sottolinea come il richiamo alla lesione di diritti costituzionalmente tutelati trovi espressione in pronunce altresì recenti della Suprema Corte, come la n. 4723 del 15.02.2023, in relazione ad un’analoga fattispecie di danni patiti da passeggeri di un volo a causa del ritardo nella consegna del bagaglio. In particolare, è consolidato il riferimento alla violazione dell’art. 16 della Costituzione, “consistente nello stress, nell’ansia e nel disagio scaturiti dalla lesione del diritto di circolazione”. La pronuncia in commento ha così ribadito l’orientamento giurisprudenziale in materia di responsabilità del vettore e della risarcibilità del danno patrimoniale, in un’ottica allargata in cui è mirata la difesa dei diritti garantiti sia dal diritto nazionale che da quello internazionale, ponendo l’accento su una tematica di frequente controversia nel periodo recente.

Obbligatorietà del deposito telematico di atti e di provvedimenti. I ricorsi per Cassazione devono essere depositati, a pena di improcedibilità, in modalità telematica

(Cass. Civ., Sez. I, 20 aprile 2023, n. 10689) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Reintegrazione in forma specifica e risarcimento per equivalente ex art. 2058 co. 2 codice civile: il ruolo della locupletazione del danneggiato

(Cass. Civ., Sez. III, 20 aprile 2023, n. 10686) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Abitazione in regime di comunione legale e godimento esclusivo da parte di un coniuge. L'indennità di occupazione non è automatica

(Cass. Civ., Sez. II, 18 aprile 2023, n. 10264) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Sulla disciplina del contratto di conto corrente nell'alveo del principio dell'efficacia pro quota dell'eccezione di compensazione nelle obbligazioni solidali

(Cass. Civ., Sez. I, 14 aprile 2023, n. 10024) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Danni da allagamento di unità immobiliari: limiti alla liquidazione equitativa

(Cass. Civ., Sez. III, 12 aprile 2023, n. 9744) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

La registrazione tardiva del contratto di locazione immobiliare ad uso diverso da quello abitativo non è detto che ne sani l'invalidità

(Cass. Civ., Sez. III, 30 marzo 2023, n. 8968) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Il rilievo della coabitazione nella riconciliazione tra coniugi legalmente separati

(Cass. Civ., Sez. I, 13 aprile 2023, n. 9839) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Prestazione professionale: "quantum debeatur" e relativi oneri probatori del credito azionato ex art. 2697 c.c.

(Cass. Civ., Sez. VI, 10 gennaio 2023, n. 357) Stralcio a cura di Ida Faiella
nota di Alessandro Marchetti Guasparini La vicenda in esame trae origine da un giudizio di opposizione ad un decreto ingiuntivo, avente ad oggetto il (presunto) credito di un avvocato per ottenere il pagamento di compensi professionali. Ai sensi degli artt. 633 e 636 c.p.c., il professionista aveva richiesto l’emissione del decreto ingiuntivo sulla base della parcella per spese e prestazioni, sottoscritta e corredata del parere della competente associazione professionale. Tuttavia, la parte intimata aveva proposto opposizione, allegando di aver contestato la richiesta di compenso del professionista, non avendo prestato quindi il proprio assenso al quantum della parcella. La Suprema Corte è stata perciò chiamata a pronunciarsi sulla valenza della parcella professionale ai fini del riconoscimento del credito del professionista e sull’onere, in capo al debitore, di contestare l’effettivo svolgimento dell’attività professionale. In relazione al valore probatorio della parcella del professionista, la Corte di Cassazione ha ribadito il principio, espresso dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite[1] secondo cui, ai fini della liquidazione dei compensi degli avvocati, la parcella delle spese e prestazioni, sottoscritta e corredata del parere della competente associazione professionale – pur mantenendo l'efficacia vincolante attribuitale dall'art. 636 c.p.c. nel procedimento per ingiunzione – perde questa efficacia nel giudizio di opposizione ex art. 645 c.p.c. In particolare, nel giudizio ordinario avente ad oggetto l’accertamento del credito, il giudice è libero di discostarsene, salvo l'obbligo di fornire congrua motivazione, “spettando in ogni caso al professionista, nella sua qualità di attore, fornire gli elementi dimostrativi della pretesa, per consentire al giudice la verifica delle singole prestazioni svolte e la loro corrispondenza con le voci e gli importi indicati nella parcella”. Pertanto, secondo un indirizzo consolidato[2], nel giudizio di cognizione avente ad oggetto il pagamento di prestazioni professionali di un avvocato, nel caso in cui il debitore intimato svolga contestazioni in ordine all'espletamento ed alla consistenza dell'attività che si assuma svolta, tale contestazione “è idonea e sufficiente ad investire il giudice del potere-dovere di verificare il quantum debeatur”; la parcella del professionista costituisce infatti “una semplice dichiarazione unilaterale del professionista, sul quale perciò rimangono i relativi oneri probatori del credito azionato ex art. 2697 c.c.” Dal momento che, nel caso di specie, era sorta la questione se il debitore intimato avesse effettivamente contestato la debenza del credito azionato dal professionista, la Corte ha espresso alcuni principi in ordine all’onere di specifica contestazione. In primo luogo, la Corte ha statuito che, affinché un fatto possa dirsi non contestato dal convenuto (e perciò non richiedente una specifica dimostrazione) “occorre o che lo stesso fatto sia da quello esplicitamente ammesso, o che il convenuto abbia improntato la sua difesa su circostanze o argomentazioni incompatibili col disconoscimento di quel fatto”. La Suprema Corte ha pertanto affermato che “la non contestazione scaturisce dalla non negazione del fatto costitutivo della domanda”; pertanto, non può considerarsi sussistente l’ipotesi di cui all’art. 155 c.p.c. “ove, a fronte di una pretesa creditoria fondata sullo svolgimento di una complessa prestazione giudiziale di avvocato, il cliente abbia comunque definito incongruo il compenso richiesto rispetto all'attività svolta”. In relazione alle modalità e alla precisione con la quale il convenuto deve contestare la debenza di un compenso professionale, la Corte ha infine precisato che l'onere di contestare in modo specifico la richiesta di compenso del professionista sorge “ove questa muova da un conteggio preciso e dettagliato, e non un importo complessivo e globale, spettando in ogni caso tale accertamento di fatto al giudice del merito”.   [1] Cfr. Cass. Civ. SS. UU. n. 19427/2021. [2] Cfr. Cass. Civ. n. 230/2016; Cass. Civ. n. 14556/2004; Cass. Civ. n. 10150/2003.

Discriminatorio vietare ai non vedenti l´accesso alle scale mobili con cani-guida

(Cass. Civ., Sez. III, 05 aprile 2023, n. 9384) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

Dissesto delle strade vicinali adibite a pubblico transito: il Comune può rispondere dei danni

(Cass. Civ., Sez. III, 29 marzo 2023, n. 8879) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Lorenzo Forlano L’ordinanza in commento della Terza Sez. Civile della Corte di Cassazione pone l’accento sul tema della responsabilità da negligente manutenzione delle strade, nello specifico sulla responsabilità dei Comuni sulle strade vicinali. Nel caso giunto all’attenzione dei giudici della Suprema Corte una donna fu vittima di un infortunio di grave entità, subito dopo essere precipitata in un pozzetto aperto posto a margine di una carreggiata. La danneggiata era in auto in compagnia del marito percorrendo un tratto di strada non illuminata, in cui la vettura slittò terminando a ridosso di un pozzetto; per tale ragione, la signora scese dal veicolo, riportando una caduta che gli ha provocato particolari danni alla persona. In conseguenza di ciò, la malcapitata chiese ed ottenne risarcimento ex artt. 2051 e 2043 c.c. dal Tribunale di Grosseto, che ritenne responsabili sia il Comune della strada, teatro del sinistro, che il Consorzio Riunito delle Strade Vicinali. Avverso tale decisione del suddetto Tribunale, le parti soccombenti in primo grado proposero appello: il Comune italiano tese a sottolineare il proprio difetto di legittimazione passiva, sostenendo che la strada non fosse di sua proprietà e che quindi, per codesto motivo, non vi fosse a proprio carico alcun obbligo di manutenzione e vigilanza della strada stessa, soffermandosi inoltre sul comportamento colposo dei coniugi all’interno dell’automobile; il Consorzio, dal canto proprio, si oppose poiché all’interno della sentenza di primo grado non era stato ritenuto provato il caso fortuito, mettendo in risalto inoltre come il sinistro si fosse verificato per difetto di manto stradale e per negligenza ed imprudenza della coppia, marcando infine il proprio difetto di legittimazione, in quanto non erano stati chiamati in causa i proprietari dei fondi attigui alla strada. La Corte d’Appello di Firenze rigettò entrambi gli atti di appello, sia del Comune che del Consorzio Riunito, con sentenza n. 840/2019. Nella suddetta pronuncia, i giudici della città rinascimentale riconobbero la strada, teatro del sinistro, come strada vicinale pubblica, poiché strada su cui viene esercitato il passaggio pubblico sottolineando, inoltre, come il Comune fosse responsabile circa la sorveglianza e la manutenzione. Secondo quanto sancito in sentenza, il medesimo obbligo di manutenzione gravava sull’altro appellante, ovvero il Consorzio. Avverso tale decisione il Comune italiano ha proposto ricorso in Cassazione, offrendo a supporto quattro motivazioni. Nelle prime due – ritenute tra loro collegate – la parte ricorrente dedusse la nullità della sentenza d’appello per violazione della Costituzione, art. 111 comma IV, poiché ritenuta in contrasto con una sentenza penale n.102/2005 in cui il Giudice di Pace di Orbetello aveva escluso ogni responsabilità di natura penale del Sindaco del Comune ricorrente assolvendo, inoltre, il Dirigente della Polizia Municipale e condannando, invece, il Presidente del Consorzio. Il terzo motivo vide allo stesso modo la parte ricorrente segnalare una violazione della Cost. al già menzionato art. 111 comma IV, oltre che dell’art. 2051 c.c., in merito alla custodia e all’obbligo di manutenzione della strada che, a detta del Comune, era un’esclusiva del Consorzio anche se questo era stato condannato al ristoro dai giudici della Corte fiorentina per il mancato controllo dello stato della strada. La quarta tesi, suffragata dalla parte ricorrente in Cassazione, riconobbe una violazione dell’art. 2055 c.c., che si pone in contrasto rispetto alla responsabilità solidale del Comune e del Consorzio, senza altresì apportare una chiara ripartizione dei vari gradi di responsabilità tra essi distribuiti. Ebbene, i Giudici della Corte di Cassazione, con la decisione in commento hanno rigettato il ricorso del Comune, ritenendo infondati o inammissibili i motivi esposti. Un importante richiamo alla precedente giurisprudenza è segnato nella pronuncia in commento dai parallelismi posti dalla ricorrente sulla sentenza penale, ricollegandosi in particolare alla sentenza n. 30838 del 2018, in cui si afferma che “l’efficacia di giudicato della sentenza penale irrevocabile di assoluzione nel giudizio civile, di cui all’art. 654 c.p.p., postula, sotto il profilo soggettivo, la perfetta coincidenza delle parti tra i due giudizi, vale a dire che non soltanto l’imputato, ma anche il responsabile civile e la parte civile risultano partecipanti del processo penale”. Gli Ermellini hanno posto l’accento anche sul rapporto tra strade vicinali e responsabilità per custodia del Comune. Su queste, qualora inserite, come nel caso in esame, tra le strade adibite al transito pubblico, ed anche quando si tratti di proprietà privata, ricade la responsabilità per custodia dell’ente. In virtù di ciò, appare interessante l’analisi effettuata dai giudici della Suprema Corte sulla definizione generale di strada ed il nesso emerso in merito alla sua destinazione, oscillante tra superficie ad uso privato o pubblico. Pertanto, proprio l’uso pubblico, nella sentenza in commento, è utile a giustificare “per evidenti ragioni di ordine e sicurezza collettiva” la soggezione delle aree alle norme del codice stradale e la legittimazione passiva del Comune, che pone come automatica conseguenza gli obblighi di custodia e la tutela della sicurezza ed incolumità dei fruitori di suddette strade. A supporto di ciò, vi è anche l’art. 2 comma 6 del Codice della Strada, secondo cui anche le strade cd. “vicinali” sono assimilate alle strade comunali. Ad abundantiam, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 3216 del 2017, ha stabilito che “in tema di responsabilità da negligente manutenzione delle strade, è in colpa la Pubblica Amministrazione che non provveda alla manutenzione o messa in sicurezza delle aree, anche di proprietà privata, latistanti le pubbliche vie, quando da esse possa derivare pericolo per gli utenti delle strade, né ad inibirne l’uso generalizzato; ne consegue che, nel caso di danni causati da difettosa manutenzione d’una strada, la natura privata di questa non è, di per sé, sufficiente ad escludere la responsabilità dell’amministrazione comunale ove, per la destinazione dell’area e per le sue condizioni oggettive, la stessa era tenuta alla sua manutenzione”. La sentenza in analisi offre, quindi, spunti rilevanti ai fini della responsabilità in caso di negligente manutenzione delle strade. Si tratta di una presa di posizione netta da parte degli Ermellini, che in un certo senso ribadisce quanto già sostenuto in passato, ma questa volta in modo più lineare, su come l’uso pubblico sia determinante al fine di sancire una responsabilità della Pubblica Amministrazione.

L'imprudenza del pedone su strada sterrata dispensa il Comune dall'onere di provare il caso fortuito ai sensi dell'art. 2051 c.c.

(Cass. Civ., Sez. III, 13 aprile 2023, n. 9863) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio: diritti ed obblighi dello status genitoriale

(Cass. Civ., Sez. I, 28 marzo 2023, n. 8762) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Confermata la duplicazione dell´eccezione di incapacità a testimoniare

(Cass. Civ., SS.UU., 6 aprile 2023, n. 9456) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Debora Berta La sentenza Cass. Civ., Sez. Un., n. 9456 del 6 aprile 2023, confermando l’orientamento prevalente già espresso, ha enunciato tre principi di diritto in punto rilevabilità a sola istanza di parte della incapacità a testimoniale ex art. 246 c.p.c., nullità relativa della prova testimoniale resa dal teste incapace ed ammessa dal Giudice, duplice onere a carico della parte interessata di rilevare, in sede istruttoria, e reiterare, alla precisazione delle conclusioni, l’eccezione di nullità. In primo luogo, la Suprema Corte ha riaffermato il principio per cui l’incapacità a testimoniare, disciplinata dall’art. 246 c.p.c., non è rilevabile d'ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte che ne abbia interesse immediatamente prima dell’assunzione della prova stessa, precisando che, ove la parte non formuli tempestivamente l'eccezione di incapacità, detta eccezione rimane definitivamente preclusa, senza possibilità di proporre successivamente eccezione di nullità della prova, dopo che il mezzo sia stato ammesso e assunto. La Suprema Corte osserva come la natura non officiosa di tale eccezione sia connaturata e, quindi coerente con l’impianto del processo civile in cui spetta alla parte scegliere di quali mezzi istruttori valersi al fine di dimostrare i propri assunti. Fatti salvi i casi in cui la legge non disponga diversamente (si veda il rito del lavoro e il nuovo rito unitario di famiglia), il Giudice è chiamato a decidere sulla base del materiale probatorio che le parti gli hanno messo a disposizione, dovendo assicurare – secondo i principi costituzionali – solamente il pieno contraddittorio e la parità delle parti dinnanzi ad un Giudice terzo ed imparziale. In seconda battuta, ove la parte abbia formulato l'eccezione di incapacità a testimoniare immediatamente prima dell’ammissione del mezzo, e il Giudice abbia ugualmente autorizzato l’escussione ed abbia dato corso alla sua assunzione, anche implicitamente respingendo l’eccezione di incapacità, la testimonianza così assunta è affetta da nullità relativa che, ai sensi dell’art. 157, comma I, c.p.c., l'interessato ha l'onere di eccepire, pur senza formule sacramentali, subito dopo l'escussione del teste ovvero, in caso di assenza del difensore della parte alla relativa udienza, nella prima udienza successiva, determinandosi altrimenti la sanatoria della nullità ai sensi del secondo comma dell’art. 157, c.p.c. (secondo principio). Il duplice onere di eccezione, prima dell'ammissione e dopo l'assunzione del mezzo, viene spiegato dalla Suprema Corte alla luce di due principi, in primis in ragione dell'impossibilità logica di configurare un'eccezione di nullità di un atto che deve essere ancora compiuto, per cui l’eccezione d'incapacità a testimoniare non costituisce anche eccezione di nullità della testimonianza comunque ammessa ed assunta nonostante l’opposizione; in secundis in funzione del già affermato principio di disponibilità della prova per cui la parte che abbia formulato l'eccezione di incapacità a testimoniare, ben potrebbe – a testimonianza assunta – valutare l’esito dell’assunzione come favorevole alla dimostrazione dei propri assunti e sfavorevole alla dimostrazione di quelli avversari e, quindi, avere interesse a che la prova sia valutata dal Giudice e posta a fondamento della decisione (art. 115 c.p.c.). In ultima battuta la Suprema Corte ha precisato quale terzo principio come la parte che abbia tempestivamente formulato l'eccezione di nullità della testimonianza resa da un teste che si aveva già rilavato essere incapace a testimoniare, debba poi dolersene in modo preciso e puntuale anche in sede di precisazione delle conclusioni, dovendosi altrimenti ritenere l'eccezione rinunciata, così da non potere essere riproposta in sede d'impugnazione. L'esigenza di reiterazione si ricollega alla previsione del comma 3 dell’art. 157 c.p.c. secondo cui la nullità non può essere opposta dalla parte che vi ha rinunciato anche tacitamente, ed è coerente con il  principio, pacifico in giurisprudenza, che la parte che si sia vista rigettare dal giudice di primo grado le proprie richieste istruttorie ha l'onere di reiterarle in modo specifico, quando precisa le conclusioni, senza limitarsi al richiamo generico dei precedenti atti difensivi, poiché, diversamente, le stesse devono ritenersi abbandonate e non possono essere riproposte in sede di impugnazione.

Genitori legalmente separati. In mancanza di accordo sulla frequentazione dell'ora di religione da parte del minore la scelta spetta al giudice

(Cass. Civ., Sez. I, 07 marzo 2023, n. 6802) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Ilaria Celia La Corte di Cassazione, con sentenza n. 6802/2023, è tornata a fare luce su un argomento particolarmente dibattuto, ossia il corretto esercizio della responsabilità genitoriale nel momento patologico del rapporto, con espresso riguardo al preminente interesse del minore. In particolare, la vicenda sottoposta all’attenzione dei giudici di legittimità vedeva coinvolti due genitori, legalmente separati e in disaccordo circa la frequentazione, da parte della figlia minorenne, dell’ora di religione, prevista dall’Istituto scolastico presso il quale la stessa era iscritta. Il giudice di prime cure, ascoltate le ragioni di entrambi i genitori, ha accolto la richiesta del padre, con conseguente iscrizione della bambina all’ora di religione; di diversa opinione è stata la Corte di Appello di Venezia, la quale ha inteso riconoscere esclusivamente in capo alla madre il diritto-dovere di assumere la decisione maggiormente rispondente all’interesse della minore. I giudici di secondo grado hanno valorizzato l’esigenza, esposta dalla madre, di evitare un trattamento “differenziato” tra le figlie della coppia, dal momento che, qualche anno prima, la primogenita non aveva frequentato l’ora in questione; per cui, in una logica di continuità educativa, la Corte ha aderito alle valutazioni materne di non iscrivere la seconda figlia, proprio al fine di non disorientare le minori. In ultimo, è stato posto l’accento su due profili particolarmente rilevanti, il primo di naturale sostanziale e il secondo di carattere più processuale; in ordine al primo, i giudici hanno specificato che il giudice non possa sostituirsi, in nessun caso, ai genitori nell’assunzione di scelte relative al credo religioso, con riguardo, invece, al secondo profilo occorre evidenziare come la Corte abbiano valutato di non dover provvedere all’audizione della minore perché verrebbe inutilmente coinvolta nella lite fra i genitori. In ragione delle motivazioni assunte dalla Corte veneziana, il padre ha adito i giudici di legittimità, i quali hanno accolto le doglianze contenute nel ricorso, cassando il decreto impugnato e rinviando alla Corte di Appello. Con espresso riferimento alla sentenza emessa dalla Suprema corte, è necessario soffermarsi sulle fasi del percorso logico-giuridico seguito dai magistrati della prima sezione che hanno inteso, in primo luogo, esaminare la portata normativa della prescrizione di cui all’art. 337-ter c.c., mediante la quale il legislatore ha previsto che “le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute […] sono assunte di comune accordo […].In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.” Gli Ermellini si sono concentrati proprio su quest’ultimo profilo, dal momento che la richiamata disposizione è stata disattesa nella misura in cui è stata trascurata la circostanza per la quale l’intervento del giudice, rispetto a una questione afferente a una macroarea di interesse del minore – quale l’educazione religiosa – e sulla quale vi è disaccordo dei genitori legalmente separati, risulta doveroso. Ed infatti, l’art. 337-ter non a caso è collocato all’interno del Capo II del Codice, rubricato Esercizio della responsabilità genitoriale a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili […]. La ratio della norma, dunque, deve essere rintracciata nell’esigenza di perseguire e garantire il rispetto del principio del superiore interesse del minore, anche e soprattutto quando i genitori non sono più legati da quell’affectio coniugalis che, in qualche misura, dovrebbe agevolare il dialogo e la capacità di esercitare, al meglio, la responsabilità genitoriale. Occorre, pertanto, precisare come l’intento della prescrizione sia rivolta verso un corretto esercizio della citata responsabilità, rispetto alla quale i genitori ne sono i titolari e i loro doveri non si affievoliscono a seguito dell’emissione di una sentenza di separazione o di divorzio; la loro condotta deve, quindi, essere costantemente orientata al perseguimento del superiore interesse del minore, anche se questo implica una contrazione di un loro diritto come, nel caso di specie, quello riferito alla libertà di culto. La Corte ha ribadito che la possibilità, da parte del giudice, di adottare provvedimenti contenitivi dei diritti dei genitori è strettamente connessa all’accertamento, in concreto, di conseguenze pregiudizievoli per il figlio e a lui causalmente riconducibili, tali da comprometterne la salute psico-fisica e lo sviluppo. Pertanto, “l’adozione di provvedimenti, afferenti all’educazione religiosa e limitativi dei diritti individuali dei genitori, è giustificata dall’esigenza di preservare il minore da eventuali ed ulteriori traumi derivanti dall’interruzione di abitudini di vita quotidiana già avviate”. Con riguardo al caso di cui si sono occupati i giudici di legittimità, infatti, la bambina aveva frequentato, per tre anni, una scuola di infanzia che comprendeva l’insegnamento della religione cattolica; per tale ragione, “interrompere un percorso già iniziato e proseguito nella scuola elementare, non sarebbe una scelta assunta nel rispetto del superiore interesse della minore”. Sul punto, si precisa come quest’ultima abbia aderito positivamente all’ora di religione insieme ai suoi compagni di classe, con i quali ha instaurato abitudini di vita che verrebbero sconvolte se interrotte improvvisamente; per cui, deve essere scongiurato un repentino mutamento di scuola, all’interno di un contesto temporale già contrassegnato da una vicenda di rilevante importanza, come la frattura creatasi tra i coniugi e che, inevitabilmente, si ripercuote su tutto l’assetto familiare. Questa argomentazione è avvalorata da un precedente arresto giurisprudenziale, in particolare, con sentenza n. 21553/2021, la Cassazione ha affermato che “il contrasto insorto tra genitori legalmente separati, entrambi esercenti la responsabilità genitoriale, sulla scuola religiosa o laica presso cui iscrivere i figli, deve essere risolto in considerazione dell’esigenza di tutelare il preminente interesse dei minori ad una crescita sana ed equilibrata, […] assicurando ai figli minori la continuità ambientale nel campo in cui si svolge propriamente la loro sfera sociale ed educativa”. In ordine a questo delicato profilo, è intervenuta anche la prima sezione della Corte EDU, la quale, con sentenza n. 54032/ 2022, ha chiarito come, in talune circostanze, la necessità di restringere la libertà religiosa di un genitore sia funzionale ad assicurare la massima libertà di scelta al minore, garantendogli una specifica continuità di percorsi avviati ed evitando un’alterazione delle abitudini quotidiane. In ogni caso, l’eventuale limitazione, imposta al genitore, non interferisce con la contestuale esigenza di assicurare, tanto al genitore, quanto al figlio, un rapporto saldo e continuativo, in ossequio al principio di bigenitorialità. Per tali ragioni, i giudici di legittimità hanno cassato il decreto della Corte di Appello che accoglieva le richieste materne, evidenziando, inoltre, come la precedente scelta operata dai genitori, a quel tempo non ancora separati e nei riguardi della prima figlia, non possa e non debba rappresentare uno “strumento di ancoraggio” per la madre perché trattasi decisioni assunte in momenti diversi e in un contesto familiare che, nel mentre, è mutato. Occore, altresì, ribadire come l’intervento del giudice, nel caso di due genitori legalmente separati e in disaccordo su una questione inerente a una macroarea di interesse del minore, sia espressamente previsto dalla legge, ai sensi dell’art. 337-ter c.c.; in specifiche circostanze, dunque, il magistrato si sostituisce agli esercenti la responsabilità genitoriale, attuando provvedimenti relativi alla prole, nella misura in cui i genitori non sono in grado di risolvere, di comune accordo, dissidi ideologici e correlati alle proprie convinzioni. In considerazione del particolare compito al quale è chiamato a rispondere, il giudicante dovrà operare una scelta non arbitraria, ma assunta nell’esclusivo interesse del minore coinvolto; per tale motivo, è necessaria una valutazione specifica e strettamente connessa alle peculiarità che distinguono un caso dall’altro. In ragione di questa specifica esigenza, ossia di assumere la decisione maggiormente rispondente al reale interesse del minore di età, la Suprema corte ha evidenziato un ulteriore profilo, di natura processuale e riconducibile al diritto del minore ad essere ascoltato in tutti i procedimenti che lo riguardano. Più specificamente, il richiamato principio assume una duplice funzione, da un lato, garantire al minore un maggior grado di tutela e, dall’altro, investire l’organo giudicante di un dovere specifico, quello di ascoltare e valutare le esigenze e le inclinazioni del minorenne; a tale proposito, è necessario specificare come il giudice non sia l’esecutore dei desiderata del bambino, dal momento che è suo dovere ricavare dalla sua audizione gli elementi utili per comprendere quali potrebbero essere i provvedimenti da assumere nel suo esclusivo interesse. L’intervento legislativo n. 206/2021 ha chiarito che l’audizione deve essere condotta direttamente dal giudice, il quale può essere coadiuvato da esperti e l’assolvimento di tale obbligo vale ai fini della corretta integrazione del contradditorio, salvo non disponga altrimenti, fornendo, in questo caso, adeguata motivazione, ai sensi degli artt. 473-bis.4 e 473-bis.5 c.c. Sull’importanza del diritto del minore ad essere ascoltato era già intervenuta la Nomofilachia, con le sentenze nn. 1474/2021 e 16071/2022, con le quali è stato ribadito come l’audizione sia un adempimento previsto dalla legge, a pena di nullità e rappresenti lo strumento principale per comprendere le necessità del minore, rendendolo pienamente partecipe del procedimento che lo investe. Tale obbligo può essere disatteso, previa motivazione, quando manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore di età o perché incapace di discernimento. Gli Ermellini hanno, infine, ribadito come l’indicazione del compimento del dodicesimo anno di età non rappresenti un limite tassativo per il giudice, il quale dovrà procedere all’audizione anche se di età inferiore, qualora dotato di discernimento; a riguardo, occorre specificare che la nozione di “discernimento” non richiami schemi tassativi, ma, al contrario, imponga una interpretazione ampia, “a geometrie variabili”, volta a comprendere se il minore possa essere effettivamente in grado di cogliere dati, informazioni e stimoli provenienti dall’esterno, riguardanti la propria sfera esistenziale ed elaborarli secondo il proprio personale sentire, formandosi un proprio convincimento riguardo ad essi”.

La clausola di "rischio cambio" da parte dell'intermediario creditizio o finanziario e i criteri di meritevolezza dei contratti. Su leasing indicizzato e derivati impliciti

(Cass. Civ., SS. UU., 23 febbraio 2023, n. 5657) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo
nota di Stefania Cici Con sent. n. 5657, depositata il 23 febbraio 2023, le Sezioni Unite della Suprema Corte si sono pronunciate sulla meritevolezza e qualificazione, quale strumento finanziario derivato implicito, della clausola di c.d. rischio cambio apposta in un contratto di leasing affermandone la mancanza di contrasto giurisprudenziale sul punto e conseguentemente rinviandone la causa alla Corte d’Appello in diversa composizione. Primariamente è necessario analizzare i fatti di causa: nel 2006 (anno da tenere in considerazione in quanto modificativo del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, in tema di "strumenti finanziari derivati"), due società commerciali (ASC S.r.l. – concedente e RPS S.n.c. – utilizzatrice) stipulavano un contratto di “locazione finanziaria”, con valuta nominale di riferimento del canone in valuta estera (franco svizzero) e restituzione del passivo in euro, avente ad oggetto un immobile, il cui debito veniva garantito da cinque persone fisiche con cui si prevedeva il rimborso delle rate sulla base delle fluttuazioni del cambio franco/euro e delle variazioni del tasso LIBOR. Sei anni dopo la stipula del contratto, la società concedente, lamentava l’inadempimento della utilizzatrice e pertanto chiedeva ed otteneva decreto ingiuntivo a titolo di canoni scaduti e non pagati. Gli intimati proponevano opposizione deducendo l’invalidità del contratto in quanto contenente una clausola di variabilità del canone, qualificata come “strumento finanziario implicito”, per mancanza degli obblighi informativi ed, in via riconvenzionale, chiedevano la condanna della società concedente alla restituzione delle somme pagate a titolo di indicizzazione del canone, nonché la condanna dell’intermediario al risarcimento del danno. Il Tribunale accoglieva la richiesta ritenendo che la variazione del canone in funzione sia del tasso LIBOR che del tasso di cambio tra euro e franco svizzero conteneva due strumenti finanziari derivati, autonomi rispetto al contratto principale dichiarandone la nullità in quanto la società utilizzatrice non aveva ricevuto le informazioni precontrattuali per legge imposti alla banca dal d.lgs. 58/98. Di tal che veniva proposto gravame dalla concedente che rigettava la domanda affermando che il contratto era da considerarsi aleatorio facendolo così’ rientrare nel genus delle scommesse giacché secondo i giudici di seconde cure, l’opposizione al decreto ingiuntivo proposto davanti al Tribunale doveva essere accolto per altra motivazione: la sola clausola di rischio cambio era invalida, ex art. 1322, co. 2, c.c. Alla stregua di ciò la società ASC S.r.l. proponeva ricorso presso la Corte di Cassazione, la quale, rimetteva la causa alle SS. UU. rilevando contrasti giurisprudenziali in merito e ponendo le seguenti questioni: “a) se la clausola di cui si discorre sia un mero meccanismo di indicizzazione, oppure costituisca una “scommessa”, o comunque abbia una finalità speculativa; b) se la suddetta clausola muti la causa del contratto di leasing, “inquinandola”, ed in questo caso con quali effetti; c) se la relativa pattuizione, a causa della sua oscurità, violi i doveri di correttezza e buona fede da parte del predisponente”. La risposta a tali interrogativi è giunta a seguito di un complesso iter argomentativo, che, facendo leva sui principi cardine di diritto contrattuale, illustra pedissequamente i motivi per i quali né i ragionamenti dedotti dai giudici di merito, né tanto meno le ricostruzioni dottrinali, possono essere accolti. Invero, non sussiste un effettivo contrasto giurisprudenziale sul caso delle clausole di rischio cambio con le quali si prevedono forme di variazione di interessi in funzione delle oscillazioni di indici finanziari e monetari, atteso che, sulle stesse, si sia già più volte pronunciato il giudice nomofilattico. Indagando il primo motivo di ricorso, sull’interpretazione e qualificazione del contratto, si evince che questo è stato respinto dalla Cassazione in quanto la Corte di Appello non ve ne se era occupata, soffermandosi piuttosto sul giudizio di meritevolezza e sulla natura della clausola di rischio in un contatto di leasing. Partendo da un’analisi delle massime può sussumersi che: un contratto non può ritenersi “immeritevole”, ex art. 1322, co. 2, c.c., solo perché poco conveniente per una delle parti atteso che, l’ordinamento giuridico, pone innumerevoli strumenti atti a garantire il contraente il cui consenso sia stato viziato o prevaricato. Dunque, tale assunto, avanzato dai giudici di seconde cure, è da ritenersi erroneo in quanto il giudizio di liceità di un contratto, del suo oggetto e della sua causa non coincide con l’enunciato normativo suesposto ma piuttosto – come da orientamento consolidato (Cass. Civ., S.U., 4222/2017), nonché come chiarito nella Relazione al Codice Civile – è un giudizio da effettuarsi ex post e che deve investire il risultato del contratto a cui i paciscenti mirano, dunque dovrà aversi riguardo della c.d. causa in concreto. L’autonomia contrattuale, principio consacrato anche a livello costituzionale negli artt. 2, 4, co. 2, 41, co. 2 (in tema di libera iniziativa economica), si pone alla base della contrattualistica, in quanto le parti sono libere di determinarne il contenuto, a patto che non sia contrario a norme imperative, ordine pubblico o buon costume, nonché di concludere contratti atipici purché perseguano interessi socialmente utili e non contrastino con i principi ordinamentali. Alla stregua di ciò, come già affermato, la meritevolezza non corrisponde alla liceità della causa del contratto, dal momento che i limiti di ordine pubblico, buon costume e liceità sono delineati in diversa accezione dall’art. 1343 c.c., invece la nozione dell’art. 1322 c.c., ha un contenuto precettivo più ampio identificabile nello scopo pratico voluto. Difatti, la più recente giurisprudenza, dopo anni di interpretazioni limitanti, ha riscoperto questa previsione normativa ampliandone la portata al fine di assicurare una maggiore tutela ai paciscenti. Di tal che, la complessità della clausola non può condurre ad un automatico giudizio di immeritevolezza del contratto, piuttosto si imporrebbe l’impiego di criteri interpretativi forniti dal legislatore ai sensi degli artt. 1362 c.c. ss. per chiarirne “l’oscurità”, atteso che la difficoltà di comprensione di un testo per una delle parti, qualora abbia inciso sulla formazione del consenso, conduce all’annullabilità dello stesso. Siffatte premesse sono valide altresì per la rilevata aleatorietà – da parte della Corte d’Appello – giacché le parti sono libere di concludere contratti aleatori. Le Sezioni Unite hanno, infatti, precisato che vi è stata una inesatta interpretazione della clausola da parte dei giudici di merito che hanno indebitamente sovrapposto il piano dell’alea economica – presente in ogni tipo contrattuale – con l’alea giuridica che forma invece l’oggetto essenziale del contratto. Nel caso di specie, la causa del contratto è rinvenibile nel trasferimento della proprietà dell’immobile e non nel trasferimento di un rischio a seguito del pagamento di un determinato prezzo. Il terzo punto dedotto dalla Corte di Appello, circa la immeritevolezza, attiene allo squilibrio delle prestazioni. Tale assunto, tuttavia, pone questioni sia di tipo macroeconomico che microeconomico sulla circolazione della ricchezza. A tal proposito, gli Ermellini, ricordano che l’ordinamento, nel caso di eccessivo squilibrio, già prevede strumenti atti ad ovviare a queste problematiche: se genetico legittima il ricorso alla rescissione per lesione, se sopravvenuto richiama il rimedio della eccessiva onerosità sopravvenuta. Le altre quaestiones iuris riguardano la qualificazione della clausola di rischio cambio quale strumento finanziario derivato, la conseguente snaturalizzazione del contratto di leasing e la sua contrarietà alla buona fede. Posto che, le parti hanno fatto dipendere la prestazione all’andamento del rapporto di un indice esterno, tasso LIBOR e apprezzamento/deprezzamento di valuta euro – franco svizzero, potrebbe effettivamente indurre a pensare che le parti abbiano introdotto un derivato per il quale la legge impone agli intermediari finanziari di assolvere a tutti gli obblighi informativi previsti dal d.lgs. 58/1998. Le Sezioni Unite escludono categoricamente una tale possibilità atteso che la clausola non rientra nella nozione contenuta nell’art. 1 del d.lgs. 58/98, e neppure perché i paciscenti hanno inteso scambiare nulla ovvero lucrare sulle previste fluttuazioni valutarie, mancando il requisito della c.d. differenzialità. Pertanto, la clausola di cambio rischio non snatura la causa del contratto di leasing in quanto lo scopo delle parti è quello del trasferimento di un immobile e non di investire denaro per realizzare un lucro finanziario o commerciale. I prodotti derivati, difatti, si chiamano così perché il loro valore dipende dall’andamento di un’attività o dal verificarsi di un evento futuro oggettivamente osservabile. Dunque, l’inserimento di una clausola atipica come quella in oggetto non inficia sulla causa del contratto di leasing, che seppur sommariamente, ha, con la l. n. 124/2017 trovato regolamentazione anche in Italia, perciò il giudice non è tenuto, secondo orientamento ormai costante, a valutare la meritevolezza di una fattispecie ritenuta generale ed unitaria. Quanto all’ultimo punto, ossia alla buona fede insita nella clausola, i giudici della nomofilachia hanno precisato che sussiste una netta distinzione fra giudizio di meritevolezza e bona fides in quanto, mentre quest’ultima mira a sanzionare comportamenti scorretti tenuti da una delle parti nella fase di formazione del contratto (se il consenso sia stato viziato da dolo o errore), il giudizio, ex art. 1322, co. 2, c.c., è volto all’analisi dell’ammissione di una tutela del negozio atipico. Atteso ciò, la poca chiarezza della clausola de quo non fa sorgere l’immediata immeritevolezza in quanto sarà necessario l’accertamento dell’intero iter comportamentale dei paciscenti, ve dipiù, pur riconoscendo la violazione effettiva della bona fides si potrà giungere, al massimo, all’annullamento del patto per vizio del consenso ovvero ad un caso di riconoscimento della responsabilità precontrattuale o, infine, al risarcimento del danno. All’uopo di quanto relato, è doveroso trarre alcune considerazioni conclusive: come evidenziato il contratto di leasing è stato riconosciuto a livello normativo e per tale ragione non è soggetto ad un giudizio di meritevolezza volto a decretarne l’ingresso nel nostro ordinamento; inoltre, proprio per la sua intrinseca natura creditizia e di ausilio sociale, tale operazione negoziale prevede la possibilità di introdurre clausole finanziarie, le quali non provocano una modifica della causa del contratto a cui sono legate e neppure ne determinano una propria autonomia, atteso che, il loro scopo è solo quello di agevolare l’utilizzatore nel finanziamento.

Il controllo d'ufficio sull'abusività delle clausole contrattuali nel procedimento monitorio e nell'esecuzione alla luce dei principi eurounitari di equivalenza ed effettività di tutela del consumatore

Cass. Civ., SS.UU., 6 aprile 2023, n. 9479 stralcio a cura di Giorgio Potenza

Elementi costitutivi e quantificazione dell'assegno divorzile: il ruolo della casa familiare

(Cass. Civ., Sez. I, 28 marzo 2023, n. 8764) stralcio a cura di Giovanni Pagano
nota di Gabriele Monforte Con l’ordinanza n. 8794 del 2023 la Suprema Corte di cassazione è intervenuta a fare ulteriore chiarezza sugli elementi costitutivi dell’assegno divorzile, puntualizzando anche la concreta rilevanza dell’assegnazione della casa familiare ai fini della quantificazione dello stesso. In questa prospettiva, più precisamente, l’ordinanza in esame appare da un canto ricognitiva dei principi generali espressi dalle note Sezioni Unite n. 1828/2018 e dall’altro – in tema di casa familiare - estensiva dei precetti già affermati dalla Cassazione n. 27599/2022 in materia di separazione. Procedendo con ordine, prima di passare ad analizzare il caso pratico risolto dall’ordinanza in commento, mette conto, preliminarmente, delineare sul piano della teoria generale il fondamento dell’assegno divorzile ed il ruolo della casa familiare in relazione alla sua quantificazione. In proposito, giova precisare che l’odierna considerazione in ordine alla struttura dell’assegno di divorzio discende da un lungo e tormentato dibattito giurisprudenziale figlio di diverse concezioni non soltanto giuridiche ma anche etico-sociali. Sul punto, si fronteggiavano essenzialmente due tesi. Una incline a sostenere che l’assegno de quo dovesse essere idoneo a consentire al coniuge beneficiario di conservare un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio. L’altra, di segno opposto, propensa a ritenere che l’assegno in esame dovesse essere limitato alle risorse necessarie per assicurare all’ex coniuge un regime di vita decoroso, con l’ulteriore specificazione che detta corresponsione, avendo natura solo assistenziale, dovesse spettare esclusivamente all’ex coniuge privo di mezzi economici adeguati ad assicurargli una condizione di autosufficienza economica e che non potesse procurarseli per ragioni oggettive, escludendo, in ogni caso, un diritto alla conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio. I due orientamenti appena prospettati hanno trovato una definitiva composizione con la citata decisione delle Sezioni Unite del 2018. Queste ultime, muovendo dal dato normativo (i.e. dall’art. 5 l. div.), hanno precisato che l’assegno di divorzio ha natura composita, in pari misura assistenziale e riequilibratrice (o perequativo-compensativa), apparendo, per contro, estranea alla lettera della legge la componente inerente al precedente tenore di vita goduto dai coniugi. Ne segue, pertanto, che in ordine sia all’an sia al quantum dell’assegno divorzile, il giudice dovrà tenere conto soltanto della componente assistenziale e di quella equilibratrice in quanto ne costituiscono i soli elementi costitutivi. Con riferimento alla componente assistenziale, quest’ultima deve essere apprezzata dal giudice qualora la situazione economico-patrimoniale di uno dei due coniugi non gli assicuri l’autosufficienza economica. Più precisamente, quest’ultima trova il proprio fondamento nella solidarietà post-coniugale ex art. 2 Cost. e postula, quale presupposto indefettibile, il difetto di autosufficienza economica in capo ad uno dei due coniugi. La componente riequilibratrice viene in rilievo, invece, laddove le situazioni economico-patrimoniali dei due coniugi appaiano squilibrate in ragione del prevalente contributo fornito da uno dei due consorti alla conduzione della vita familiare e/o del mènage domestico, con rinunce da parte dello stesso ad occasioni professionali e reddituali attuali o potenziali. In questo senso, più precisamente, la componente in esame mira a compensare e a perequare l’intervenuto squilibrio economico tra i due ex coniugi, in ragione dei sacrifici dell’uno nei confronti dell’altro. Sacrifici suscettibili da un canto di indebolire (o comunque non accrescere) la sfera economica dell’ex coniuge richiedente l’assegno e dall’altro di incrementare il patrimonio familiare comune e/o quello personale dell’altro coniuge. Pertanto, quanto all’accertamento di detta componente, il giudice è chiamato a verificare non già la mancanza della semplice autosufficienza economica dell’ex coniuge richiedente, ma la presenza di uno squilibrio economico patrimoniale e reddituale tra gli ex coniugi derivante dalle scelte comuni di conduzione familiare, le quali assumono rilievo nei limiti in cui abbiano comportato, per uno dei due sposi, sacrifici di aspettative professionali e reddituali, tenuto conto anche, a mente del citato art. 5 l. div., della durata del matrimonio. Per tali ragioni, ne discende che le predette componenti dell’assegno divorzile devono essere considerate autonomamente, dialogando tra loro solo nel senso di far accrescere o diminuire il valore economico dell’erogazione in esame. Ciò comporta che l’organo giudicante non può riconoscerle automaticamente ma è tenuto a verificare di volta in volta la concreta sussistenza di entrambe, le quali si fondano su presupposti del tutto differenti. Di conseguenza, laddove il giudice riscontri il solo deficit di autosufficienza economica in capo ad uno dei due coniugi ma non accerti lo squilibrio economico nei termini sopra precisati, potrà determinarsi soltanto nel senso di riconoscere la componente assistenziale dell’assegno, senza poter riconoscere quella perequativo-compensativa. Viceversa, laddove accerti soltanto lo squilibrio economico, potrà optare soltanto per il riconoscimento della componente riequilibratrice senza poter riconoscere quella assistenziale. Tanto premesso, ne consegue che se ai fini della concessione dell’assegno in esame sul piano dell’an è sufficiente che almeno una tra le due componenti in parola sia riconosciuta dal giudice, sotto il profilo del quantum, l’ammontare dello stesso assegno può variare a seconda che le predette componenti siano riconosciute sussistenti cumulativamente o singolarmente. Ovviamente, laddove riconosciute cumulativamente, il giudice dovrà determinarsi nel senso di liquidare un ammontare maggiore, mentre, qualora ne riconosca esistente una soltanto, l’erogazione del contributo in parola avrà un valore inferiore. Sul punto, occorre ancora precisare che l’onere di provare l’esistenza di tali componenti incombe, a mente degli ordinari principi ricavabili dalle regole sul riparto probatorio di cui all’art. 2697 c.c., sull’ex coniuge richiedente l’assegno divorzile. In ogni caso, come osservato anche dalla sentenza in commento, l’assegno de quo cessa con le nuove nozze dell’avente diritto[1] (art. 5, comma 10, l. div.) e appare suscettibile di subire variazioni, in aumento o in diminuzione, per effetto del cambiamento della situazione patrimoniale relativa al debitore o al creditore considerata al momento della sentenza che lo dispone. Ciò posto, le considerazioni sin qui svolte necessitano di essere ulteriormente coordinate con l’indagine circa il ruolo dell’assegnazione della casa familiare all’ex coniuge richiedente l’assegno divorzile. In altri termini, occorre domandarsi se e in che misura quest’ultima incida sul quantum dell’assegnazione dell’assegno in parola, diminuendone il valore. Sul punto, come precisato anche dalla ordinanza in commento per le concrete ragioni che si vedranno innanzi, in disparte ogni considerazione sulla sua funzione di conservare l’habitat familiare dei figli[2], l’assegnazione della casa familiare ha indubbi riflessi economici, sia se il bene appartiene ad uno soltanto o a entrambi i coniugi sia che appartenga ai terzi perché consente al genitore collocatario di evitare le spese per reperire una nuova abitazione, che invece deve essere ricercata dall’altro genitore, che non può godere del bene anche ove ne sia comproprietario o (a maggior ragione) proprietario esclusivo, traducendosi per quest’ultimo in un pregiudizio economico, valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto suscettibile, per l’effetto, di opportuna diminuzione[3]. Acclarato ciò, occorre adesso esaminare il caso pratico che ha occupato l’ordinanza in commento. Nella specie, la ricorrente, nella sua qualità di ex moglie, si vedeva negato dalla Corte d’appello dell’Aquila il riconoscimento della componente assistenziale posto che in ragione della sua attività di avvocato e dei relativi compensi percepiti appariva in condizione di autosufficienza economica. Per contro, le veniva riconosciuto l’assegno di divorzio con riferimento alla sua funzione equilibratrice, atteso che era stato valorizzato l’apporto dalla stessa fornito all’ex marito per il superamento del concorso da magistrato contabile nei termini che seguono. Invero, la predetta componente era stata presunta esistente in considerazione del ritenuto squilibrio tra le condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi riconducibile alle scelte comuni di conduzione di vita familiare. Detto squilibrio veniva in particolare desunto da tale Corte di merito assumendo come parametro il reddito annuo dell’ex marito stimato in  circa 124.000 euro, acquisito dallo stesso in conseguenza del superamento del predetto concorso, il cui positivo esito era stato ritenuto possibile anche in ragione dei sacrifici dell’ex moglie, la quale (sempre secondo il giudizio della Corte Aquilana) aveva dedicato gran parte del matrimonio alla cura delle esigenze della famiglia e delle aspirazioni professionali del marito al fine di agevolarne lo studio e la preparazione concorsuale. Ne discendeva conseguentemente, ad avviso della Corte territoriale in parola, la necessità di compensare lo squilibrio tra i redditi degli ex coniugi attraverso il riconoscimento a vantaggio dell’ex moglie di un assegno dal valore di 400 euro mensili. Tali ragioni evocate dalla Corte d’appello dell’Aquila non sono state condivise dalla Cassazione in commento. In proposito, ad avviso dell’ordinanza in esame, gli assunti prospettati dalla predetta Corte d’appello si sono rivelati sul piano probatorio del tutto deficitari ed inidonei a dimostrare quello squilibrio patrimoniale tra i coniugi che, come si è affermato precedentemente, ai sensi dell’art. 5 l. div., costituisce la precondizione fattuale ai fini del riconoscimento della componente equilibratrice dell’assegno di divorzio. Ciò, essenzialmente, per le seguenti ragioni. In primo luogo, in quanto la stima del reddito annuo in capo all’ex marito di euro 124.000 non è apparsa supportata dalla benché minima indicazione di quale sia stato il materiale utilizzato per il relativo computo, essendo peraltro stata totalmente obliata dalla Corte territoriale in esame la documentazione con cui lo stesso dava atto di un reddito significativamente inferiore rispetto a quello menzionato dalla sentenza d’appello impugnata. In secondo luogo, poiché non sono stati indicati dalla citata Corte gli elementi idonei ad identificare chiaramente la situazione reddituale della ex moglie al momento del riconoscimento, in suo favore, dell’assegno divorzile. Ancora, la sentenza di merito è apparsa ulteriormente viziata nella misura in cui non ha considerato, al lume di quanto si è osservato sopra, la rilevanza dell’assegnazione della casa familiare. In questa prospettiva, infatti, la funzione riequilibratrice dell’assegno di divorzio va, in ogni caso, bilanciata con il correlativo vantaggio indirettamente tratto dall’ex coniuge (beneficiato dalla predetta assegnazione) corrispondente al risparmio della spesa che sarebbe stata necessaria per procurarsi un’autonoma sistemazione abitativa. Conseguentemente, pertanto, ad avviso della Cassazione in commento, la Corte d’appello Aquilana avrebbe dovuto tenere in debito conto, in relazione alla determinazione del predetto assegno divorzile, la circostanza che la richiedente era stata beneficiaria dell’assegnazione della casa familiare, la quale le aveva consentito di evitare le spese per reperire una nuova abitazione che invece erano state sopportate dall’altro genitore non collocatario (gravato dall’assegno di divorzio). Ciò vale anche quando, come nel caso di specie, il coniuge beneficiario dell’assegnazione consegua un’abitazione di proprietà di terzi e non dell’altro coniuge[4]. Conseguentemente, ne discende secondo l’ordinanza de qua che a prescindere dalla proprietà dell’immobile oggetto di assegnazione, il godimento di quest’ultima appare suscettibile di autonoma valutazione economica di cui il giudice deve tenere conto ai fini della quantificazione dell’assegno divorzile. Per tali motivi, pertanto, la Cassazione ha concluso con l’annullamento della sentenza della Corte d’appello dell’Aquila, rinviando alla medesima per una nuova valutazione. In particolare, quest’ultima sarà chiamata a pronunciarsi con una diversa composizione, dovendo specificamente motivare: a) sul preciso ammontare dei redditi degli ex coniugi al momento del riconoscimento dell’assegno divorzile, dando puntualmente conto dello squilibrio tra le relative condizioni patrimoniali in conseguenza delle comuni scelte familiari, secondo i termini sopra precisati; b) sull’incidenza dell’assegnazione della casa familiare all’ex coniuge in ordine all’ammontare dell’assegno di divorzio (il quale dovrà, per l’effetto, essere congruamente ridotto tenuto conto dei costi sopportati dall’ex coniuge gravato dal medesimo assegno per il reperimento di una nuova abitazione a fronte del vantaggio consistente nel risparmio di spesa conseguito dall’altro coniuge assegnatario e richiedente l’emolumento in parola).   [1] Al riguardo, mette conto puntualizzare che tali considerazioni appaiono soltanto parzialmente estensibili all’ipotesi in cui l’ex coniuge economicamente più debole instauri, successivamente alla cessazione degli effetti legali del matrimonio, una stabile convivenza di fatto con un terzo. In questa prospettiva, infatti, come chiarito dal recente insegnamento delle Sezioni Unite n. 32198/2021, in mancanza di un’espressa disposizione normativa, qualora l’ex coniuge instauri una nuova convivenza more uxorio, può opinarsi soltanto nel senso della caducazione della mera componente assistenziale, il cui bisogno può essere ben assolto dal nuovo convivente, mentre per contro resiste, in ragione della sua funzione compensativa, la componente riequilibratrice dell’assegno di divorzio, la quale dovrà comunque continuare ad essere erogata dall’ex coniuge avvantaggiato dai sacrifici del precedente partner durante il rapporto matrimoniale. [2] Con riferimento alla ratio che informa l’assegnazione della casa familiare in caso di divorzio o separazione, è sufficiente in questa sede ricordare che quest’ultima è prevista a tutela dell’interesse prioritario dei figli minorenni e di quelli maggiorenni non economicamente autosufficienti e conviventi con uno soltanto dei genitori (c.d. collocatario), a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, in modo tale da garantire la conservazione delle loro abitudini di vita e delle relazioni sociali ivi radicatesi. In proposito, tra le altre, cfr. oltre all’ordinanza in commento (par. 4.3.1) anche Cass. n. 20452/2022. [3] Al riguardo, si veda l’insegnamento di Cass. n. 27599/2022 dettato in materia di separazione ma agevolmente applicabile, per evidente identità di ratio, anche in ambito divorzile. [4] In questo senso, infatti, l’immobile oggetto di assegnazione era stato concesso in comodato gratuito dai genitori della richiedente l’assegno di divorzio.

La produzione in giudizio di documento contenente dati personali di un terzo deve rispettare il principio di minimizzazione

(CGUE, Sez. III, 2 marzo 2023, n. 0) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Claudio Cimarossa Introduzione La sentenza C – 268/21 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa sull’applicabilità del Regolamento Ue nr. 679/2016 (d’ora in poi “GDPR”) nei processi civili nazionali e sugli oneri imposti ai giudici nazionali. In particolare, la Corte ha affermato l’applicabilità del GDPR all’attività giudiziaria civile nazionale ed ha chiarito gli obblighi imposti al giudice quale titolare del trattamento dei dati personali svolti nel corso di un procedimento civile. Fatti della causa La sentenza qui in commento è stata emessa nell’ambito di un rinvio pregiudiziale effettuato in un procedimento avviato tra la Norra Stockholm AB e la Nycander AB entrambe società di diritto svedese. La parte attrice, società di costruzione, aveva realizzato per la parte successivamente convenuta in giudizio uno stabile ad uso uffici. La società di costruzione non riuscendo ad ottenere il pagamento delle proprie prestazioni si rivolse al tribunale locale per incassare il saldo delle fatture. La convenuta si costituì nel procedimento eccependo che il petitum della domanda attorea non era corretto poiché eccessivo rispetto alle ore di lavoro svolto dalla società costruttrice che, secondo la convenuta, aveva documentato un numero di ore – uomo superiore a quelle effettivamente svolte. Al fine di poter dimostrare che quanto asserito dalla convenuta fosse falso e che le ore – uomo fatturate erano correte, la Norra Stockholm AB chiese al giudice di ordinare l’esibizione del registro degli accessi al cantiere. Tale registro era in possesso della Entral AB, società terza, la quale aveva fornito alla parte attrice il software e l’infrastruttura per raccogliere i dati di accesso e di uscita dal cantiere dei propri dipendenti. Alla richiesta si opponeva la Nycander AB sostenendo che la richiesta non doveva essere accolta. I report richiesti, infatti, contenevano dati raccolti per altre finalità, diverse da quelle probatorie per cui ora parte attrice ne chiedeva di ordinare il deposito. Il Tribunale adito, poi confermato dalla Corte di Appello, si espresse positivamente sulla richiesta dell’attore. L’Autorità ordinò la produzione in giudizio dei report senza ordinare l’oscuramento di quelle parti prive un contributo probatorio. La Nicander AB ricorse alla Corte Suprema svedese chiedendo di dichiarare respinta la richiesta di esibizione presentata dalla parte attrice esprimendo, come aveva già fatto nei precedenti gradi di giudizio, l’illiceità della richiesta rispetto al GDPR. La Corte Suprema Svedese, ai sensi dell’art. 267 TFUE, investita della questione che implicava l’applicazione di norme del diritto europeo, ha rinviato, in via pregiudiziale, alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Applicabilità del Regolamento UE nr. 679/2016 all’autorità giudiziaria e adempimento dell’onere probatorio e base giuridica del trattamento Come anticipato in premessa la prima questione affrontata dalla Corte di Giustizia riguarda l’applicabilità soggettiva del Regolamento Ue nr. 679/2016 alle autorità giudiziarie nazionali. L’articolo 2, paragrafo 1, del Regolamento Ue nr. 679/2016 afferma, infatti, che esso si applica a “qualsiasi trattamento interamente o parzialmente automatizzato di dati personali e al trattamento non automatizzato di dati personali contenuti in un archivio o destinati a figurarvi”. L’art. 4, punto 2, del GDPR definisce trattamento l’operazione compiuta con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicati a dati personali o insieme di dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’uso, la comunicazione mediante trasmissione, la diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione di dati. Il Considerando nr. 20 del GDPR include le autorità giurisdizionali degli Stati membri tra i soggetti a cui si applica il regolamento. In virtù dei citati riferimenti normativi la Corte di Giustizia dell’Unione europea giunge a dichiarare che il GDPR è applicabile, ratione personae, all’autorità giudiziaria anche quando questa effettua dei trattamenti di dati nell’esercizio del potere giudiziario. Il deposito, per fini probatori, di documenti, contenenti dati personali, effettuato nell’ambito di un processo civile è disciplinato, parallelamente alle norme processuali degli Stati membri, dal GDPR circa gli aspetti esclusivamente connessi al trattamento dei dati personali. All’articolo 6, lettera d), del GDPR nel quale tra le diverse basi giuridiche che il legislatore ha individuato come lecite vi è “la salvaguardia degli interessi vitali dell’interessato o di un’altra persona fisica” che la Corte di Giustizia individuato come base giuridica del trattamento autorizzato per fini probatori. La tutela del terzo nel trattamento dei dati con finalità probatorie Chiarita l’applicabilità del GDPR al processo civile ed individuata la base giuridiche dell’attività probatoria deve essere analizzato le modalità con cui il giudice, quale titolare del trattamento, può autorizzare il deposito dei documenti in conformità al GDPR. Il titolare nell’eseguire i trattamenti deve rispettare i principi enunciati nei capi II e III del Regolamento Ue 679/2016. L’attività di trattamento dei dati personali deve essere conforme ai principi enunciati all’articolo 5 del Regolamento Ue nr. 679/2016 – il trattamento deve essere lecito e corretto - e quindi soddisfare le condizioni di liceità elencate all’articolo 6 del Regolamento Ue nr. 679/2016. Il giudice deve presiedere l’attività probatoria ed istruttoria avendo particolare cura di tutelare la situazione giuridica dei terzi i cui dati vengono rivelati nello svolgimento di processo. Il giudice, nell’esercizio del suo ulteriore ruolo di titolare di trattamento, deve ponderare l’esigenza probatoria con quella di tutelare i terzi i cui dati vengono trattati nell’ambito del processo. Il diritto alla produzione di prove ed il diritto di ottenere che il giudice ordine a terzi l’esibizione di alcuni documenti è un diritto riconosciuto su più livelli ed esso è colonna portante del diritto ad una giurisdizione effettiva. Secondo costante giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, richiamata dalla stessa Corte di Giustizia nella sentenza commentata, il diritto ad un equo processo occupa in una società democratica una posizione centrale poiché è essenziale che chiunque abbia la possibilità di difendere utilmente la propria posizione dinanzi a un tribunale e che benefici della parità delle armi con la sua controparte. La parte processuale deve poter beneficiare di un procedimento in contraddittorio e presentare, nelle diverse fasi di quest’ultimo, gli argomenti ed i documenti, eventualmente contenenti anche dati personali, che ritiene rilevanti ed utili a supporto della propria tesi. Oltre a tutelare il diritto ad utilizzare tutte le prove esistenti, il Giudice non può esimersi dal valutare l’incidenza che la prova può avere sui terzi estranei e la rilevanza attribuita alla stessa nell’ambito delle tesi della parte che ne chiede il deposito. Il giudice nell’organizzare l’attività istruttoria deve rispettare le norme sostanziali e processuali del proprio ordinamento perché solo quelle presiedono ed organizzano l’attività processuale di assunzione delle prove nonché la loro rilevanza. Tuttavia, il giudice quale titolare del trattamento deve – relativamente al trattamento dei dati personale – integrare le norme processuali nazionali con il GDPR affinché il trattamento dei dati con finalità probatorie sia conforme ai principi di proporzionalità, minimizzazione dei dati e necessità del trattamento ivi affermati. Il giudice nell’organizzare l’attività istruttoria deve decidere se essa, relativamente ai dati personali trattati, sia “adeguata e pertinente”.   Per questo motivo ove i documenti che si intende depositare o di cui si chiede il deposito contengono dei dati che alla luce di una valutazione del giudice sull’adeguatezza e pertinenza risultano esorbitanti rispetto al fine del trattamento – l’attività probatoria – il giudice in ossequio al principio di minimizzazione dei dati ne deve autorizzazione il trattamento, consistente nel deposito nel fascicolo, previa implementazione di misure volte ad evitare. Il giudice nazionale deve tutelare i diritti degli interessi, terzi rispetto al processo e in esso coinvolti per meri fini probatori – valutando se il trattamento alla luce delle norme sostanziali e processuali nazioni e del GDPR relativamente al trattamento del dato. Conclusione La sentenza esaminata intende chiarire alcuni aspetti, forse controversi, dell’applicabilità del GDPR ai processi civili nazionali. La sentenza chiarisce che il GDPR deve essere applicato all’attività giurisdizionale nazionale e quindi il giudice nazionale assume lo status di titolare del trattamento. L’altra conclusione riguarda gli obblighi imposti al giudice a tutela dei terzi interessati. Secondo la Corte di Giustizia dell’Unione europea è lecito il trattamento dei dati personali degli interessati, terzi rispetto al processo, nei limiti in cui questo trattamento sia effettuato nel rispetto del principio di proporzionalità, necessità e minimizzazione dei dati e quindi nel rispetto del Regolamento Ue 679/2016.  

La trasformazione della S.r.l. in comunione di azienda non è ostativa al fallimento

(Cass. Civ., Sez. I, 28 marzo 2023, n. 8680) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco

I confini normativi di carattere processuale e sostanziale della nullità di protezione per mancato rilascio della garanzia fideiussoria in sede di preliminare di vendita: quid iuris se la relativa azione giudiziale è esercitata quando l'immobile da costruire sia già stato ultimato?

(Cass. Civ., Sez. II, 8 febbraio 2023, ord. n. 3817) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Indennizzo da vaccino e decorrenza dei termini

(C. Cost., 6 marzo 2023, sent. n. 35) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Esclusione dall'esame dello stato passivo dei creditori titolari di un diritto reale di garanzia

(Cass. Civ., SS.UU., 27 marzo 2023, n. 8857) stralcio a cura di Fabrizio Cesareo

Disconoscimento di paternità e accertamento di altra paternità. E' dirimente il nesso di pregiudizialità

(Cass. Civ., SS.UU., 22 marzo 2023, n. 8268) stralcio a cura di Ciro Maria Ruocco
nota di Serena Cosentino Sebbene con la riforma della filiazione realizzata fra il 2012 e il 2013 si sia affermato il principio secondo cui “tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico” a prescindere dalla natura coniugale o meno del rapporto tra i genitori (art. 315 c.c.) è stata, tuttavia, mantenuta la distinzione fra filiazione all’interno e al di fuori del matrimonio. Ai sensi degli artt. 231, 232 e 234 c.c. il matrimonio determina l’attribuzione automatica dello stato dei figli dei coniugi in forza di una presunzione di paternità: “Il marito è padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio”. La risultanza di tale presunzione può essere vinta solo con azioni di stato tipiche rappresentate dall’azione di disconoscimento della paternità, l’azione di contestazione e l’azione di reclamo dello stato di figlio. In caso di filiazione fuori dal matrimonio non opera alcun meccanismo presuntivo e il figlio acquista il corrispondente titolo attraverso il riconoscimento da parte dei genitori (artt. 250 ss. c.c.) o la dichiarazione giudiziale (269 c.c.). L’azione di disconoscimento di paternità del figlio nato nel matrimonio è disciplinata negli art. 243 bis e ss; può essere esercitata dal marito, dalla madre e dal figlio medesimo, può essere altresì promossa da un curatore speciale nominato dal giudice su istanza del figlio minore che ha compiuto i quattordici anni o del pubblico ministero o dell'altro genitore, quando si tratta di minore di età inferiore; è imprescrittibile riguardo al figlio. Ai sensi dell’art. 247 c.c. il presunto padre, la madre ed il figlio sono litisconsorti necessari (102 c.p.c.) nel giudizio di disconoscimento. “In tema di disconoscimento di paternità, il quadro normativo (artt. 30 Cost., 24, comma 2, della Carta dei diritti fondamentali della UE, e 244 c.c.) e giurisprudenziale attuale non comporta la prevalenza del “favor veritatis” sul “favor minoris”, ma impone un bilanciamento fra il diritto all'identità personale legato all’affermazione della verità biologica – anche in considerazione delle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dell’elevatissimo grado di attendibilità dei risultati delle indagini – e l’interesse alla certezza degli “status” ed alla stabilità dei rapporti familiari, nell’ambito di una sempre maggiore considerazione del diritto all’identità personale, non necessariamente correlato alla verità biologica ma ai legami affettivi e personali sviluppatisi all'interno di una famiglia, specie quando trattasi di un minore infraquattordicenne. Tale bilanciamento non può costituire il risultato di una valutazione astratta, occorrendo, invece, un accertamento in concreto dell'interesse superiore del minore nelle vicende che lo riguardano, con particolare riferimento agli effetti del provvedimento richiesto in relazione all’esigenza di un suo sviluppo armonico dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale” (Cassazione civile sez. I, 06/10/2021, n. 27140). L’azione di dichiarazione giudiziale di paternità e maternità (art. 269 c.c.) è volta all’accertamento della genitorialità biologica anche in contrasto con quella legittima; anche tale azione è imprescrittibile rispetto al figlio; deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o, in sua mancanza, nei confronti dei suoi eredi. Alla domanda può contraddire chiunque vi abbia interesse. Nel nostro ordinamento è impossibile far valere lo stato di figlio prima di aver rimosso il titolo da cui risulta uno status contrastante. “L’art. 269, comma 1, c.c. pone la regola (comune al riconoscimento, ex art. 253 c.c. e all’azione di reclamo dello stato di figlio legittimo, ex art. 239, comma 4, c.c.) in forza della quale la paternità e la maternità possono essere giudizialmente dichiarate soltanto “nei casi i cui il riconoscimento è ammesso” e l’art. 253 c.c. prescrive che tale atto non è ammesso quando si ponga “in contrasto con lo stato di figlio in cui la persona si trova”. (…) “la condizione di “figlio legittimo” è ostativa all’accoglimento della domanda di dichiarazione giudiziale di paternità da parte di colui che assume di essere il padre biologico, atteso che deve, prima, essere rimosso lo stato di “figlio legittimo”, con accertamento efficace erga omnes” (Cass. n. 27560/2021) e che la rimozione dell’impedimento, costituito ad un diverso stato di figlio, decorre solo dal passaggio in giudicato dell’azione di disconoscimento (Cass. n. 15990/2013)”. Circa il rapporto fra l’azione di disconoscimento di paternità e quella di dichiarazione giudiziale di genitorialità si sono affermati nella giurisprudenza due diversi orientamenti. In forza del primo sono da ritenersi inammissibili le domande volte ad ottenere la dichiarazione giudiziale di paternità se proposte nel medesimo giudizio avente ad oggetto il disconoscimento della paternità. Il secondo orientamento ritiene ammissibile la contemporanea proposizione delle due domande e l’assunzione di un provvedimento di sospensione pregiudiziale di cui all’art. 295 c.p.c.: “Il giudice dispone che il processo sia sospeso in ogni caso in cui egli stesso o altro giudice deve risolvere una controversia, dalla cui definizione dipende la decisione della causa”. Le Sezioni Unite per risolvere detto contrasto fanno espresso riferimento principi espressi dalla Corte Costituzionale e della CEDU. In particolare la Corte Costituzionale con la sentenza n. 177 del luglio 2022, ha riconosciuto che la scelta di richiedere la previa demolizione in via giudiziale dello status, anziché una sua rimozione automatica per effetto del successivo accertamento di un'identità contrastante, ha una duplice spiegazione: in primo luogo l’esigenza di “evitare un’instabilità e un’incertezza dello status”; in secondo luogo il fine di dovere “assicurare a chi è già titolare dello status di genitore di essere parte, e dunque di avere una congrua tutela sostanziale e processuale, nel giudizio che può incidere sul suo legame familiare”. La Corte Costituzionale ha evidenziato la criticità del sistema vigente: “la necessità di un giudizio articolato in più gradi, che si concluda con una sentenza passata in giudicato demolitiva del precedente status, costituisce, in effetti, un onere gravoso a carico del figlio che intenda far accertare la propria identità biologica, e rischia di risolversi, oltre che in una violazione del principio di ragionevole durata del processo (Cost., art. 111, comma 2) (…) Una seconda criticità risiede (…) nel rischio per il figlio “di rimanere privo di status: quello oramai demolito e quello che potrebbe non palesarsi all'esito del successivo giudizio; rischio particolarmente grave quando riguardasse un minore, il cui interesse ai legami familiari merita - com'è noto - particolare tutela”.”. La sentenza in commento prosegue poi attraverso la definizione del concetto di pregiudizialità di cui all’art. 295 c.p.c., il quale presuppone l’analisi del rapporto di possibile interferenza fra decisioni. Il nesso di pregiudizialità si manifesta, in primo luogo, nella dipendenza logica di una controversia rispetto all’altra all’interno di un medesimo rapporto giuridico e, in secondo luogo, nella dipendenza tecnica che intercorre fra rapporti giuridici diversi ed è tale per cui l’esistenza dell’uno dipende dall’esistenza o inesistenza dell’altro. “In sostanza, quando si verta in ipotesi di rapporti giuridici distinti ed autonomi, la pregiudizialità tecnico-giuridica consiste in una relazione tra rapporti giuridici sostanziali, uno dei quali (pregiudiziale) integra la fattispecie dell'altro (dipendente) in modo tale che la decisione sul primo rapporto si riflette necessariamente, condizionandola, sulla decisione del secondo”. “(…) il concetto di dipendenza fra decisioni può presupporre a sua volta l’esistenza di un rapporto di dipendenza fra le cause e, in tale accezione, il nesso di pregiudizialità è posto in collegamento con la disposizione generale contenuta nell’art. 34 c.p.c., che regola, tra le norme dedicate alle modificazioni della competenza per ragioni di connessione, l’istituto degli accertamenti incidentali, generalmente considerato come espressione di una ratio omologa a quella dell’art. 295 c.p.c.. Pertanto, al termine pregiudizialità, attesa l’identità delle situazioni disciplinate dagli artt. 34 e 295 c.p.c. (diverse, quanto agli effetti, ma analoghe quanto ai presupposti), può attribuirsi il comune scopo di eliminare il rischio di giudicati contrastanti”. “La sospensione prevista dall’art. 295 c.p.c. presuppone, quindi, ad avviso della Corte, le seguenti condizioni: che sussista un rapporto di pregiudizialità-dipendenza tra due situazioni sostanziali; che queste ultime siano entrambe dedotte in giudizio; che non si realizzi o in virtù dell’art. 34 c.p.c. o per effetto degli artt. 40 e 274 c.p.c. la simultaneità del processo”. Avendo le azioni in discussione ad oggetto l’accertamento dello stato delle persone non è possibile una pronuncia incidentale mentre non può escludersi una sospensione obbligatoria ex art. 295 c.p.c. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno, pertanto, affermato il seguente principio di diritto: “Il giudizio di disconoscimento di paternità è pregiudiziale rispetto a quello in cui viene richiesto l’accertamento di altra paternità, così che, nel caso della loro contemporanea pendenza, il secondo va necessariamente sospeso ex art. 295 c.p.c., fino alla definizione del primo con sentenza passata in giudicato”.

Il concetto giuridico di creatività nell'ambito del diritto d'autore

(Cass. Civ., Sez. I, 16 gennaio 2023, n. 1107) Stralcio a cura di Ida Faiella
nota di Martina Nicolino Importante conferma della Corte di Cassazione relativa all’interpretazione piuttosto “estensiva” del concetto di “creatività” rientrante nella tutela autoriale prevista dalla L. 633/41. Ma andiamo per gradi (di giudizio). La vicenda dal punto di vista fattuale è riassumibile come segue. Con atto di citazione notificato il 18.7.2018 l’architetto C B conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Genova la R S.p.A., assumendo di essere la creatrice dell’opera grafica «T S o t n», lamentando, dunque, la violazione del proprio diritto d’autore sull’opera, utilizzata dalla Convenuta come scenografia fissa per un Festival italiano molto importante e conosciuto a livello nazionale, e chiedendo: il risarcimento del danno, la rimozione del programma dal sito internet della R la pubblicazione della sentenza. La R S.p.A. si costituiva in giudizio, chiedendo la reiezione delle avversarie domande in quanto infondate. Il Tribunale di Genova con sentenza del 06.06.2018 accertava la paternità dell’opera in capo all’Attrice e la violazione del diritto d’autore alla stessa spettante da parte della R S.p.A.. Conseguentemente, dunque, condannava quest’ultima al risarcimento del danno liquidato equitativamente in € 40.000,00 (di cui € 20.000,00 per danno emergente e l’altra metà per lucro cessante) e disponeva, altresì, la rimozione del programma dal sito internet e la pubblicazione della sentenza. Secondo il Tribunale la titolarità dell’opera poteva essere ricondotta all’attrice sulla base di alcune stampe dei siti internet da essa prodotte e una rapida ricerca on line, nonché di un libro edito da M che conteneva l’immagine con l’attribuzione alla B. Il ragionamento effettuato dal Tribunale considerava l’opera “creativa” e la manifestazione avente carattere commerciale, elementi che determinavano il riconoscimento del danno patito dall’Attrice e liquidato equitativamente nella somma suddetta. Avverso la sentenza di primo grado proponeva appello la R S.p.A., cui resisteva l’appellata B. La Corte di appello di Genova con sentenza del 11.11.2020 respingeva il gravame con aggravio di spese. Avverso la sentenza di secondo grado, proponeva Ricorso per Cassazione la R S.p.A.; proponeva controricorso l’architetto C B, chiedendo la dichiarazione di inammissibilità o il rigetto dell’avversaria impugnazione. Le parti depositavano memorie illustrative. La ricorrente R S.p.A. svolgeva tre motivi di ricorso che concernevano: la nullità della sentenza per motivazione apparente (violazione dell’art. 132, co.1, n.4, c.p.c., dell’art. 118 disp. Att. C.p.c. e dell’art. 111 Cost.); l’erronea qualificazione come opera dell’ingegno di una immagine generata da un software e non attribuibile a una idea creativa della sua supposta autrice (in relazione agli artt.2575 e 2576 cod.civ. e agli artt.1,2 e 6 della legge 22.4.1941 n.633); la violazione del divieto di scienza privata, del principio di disponibilità delle prove, delle regole del giusto processo per aver attribuito la paternità dell’opera alla B sulla base di documentazione estranea al processo e reperita dal giudicante sulla rete telematica di propria iniziativa (violazione degli artt.115 e 116 c.p.c. dell’art.97 disp.att. c.p.c. e dell’art.111 Cost.). Il ricorso veniva complessivamente rigettato, con il pagamento delle spese che seguivano la soccombenza. Rispetto a tale vicenda, il quadro normativo di riferimento è rappresentato dalla Legge sul diritto d’autore (Legge 22 aprile 1941, n. 633 - Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio). Il primo comma dell’art. 1 della Legge individua l’ambito applicativo oggettivo della tutela del diritto d’autore, estendendola a tutte “le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”. Dunque, la “creatività” dell’opera costituisce un carattere distintivo della sua tutelabilità, con ciò rivelandosi essenziale, ai fini della risoluzione della presente controversia ma anche in generale data la soggettiva interpretabilità dal punto di vista semantico della parola, definire la portata del concetto stesso di creatività, compito cui la Suprema Corte adempie con estrema chiarezza, definendone contorni, possiamo dire, piuttosto ampi. Infatti, in primo luogo, la Corte, statuisce – riprendendo quanto affermato nei precedenti gradi di giudizio del processo – che  “ (...) in tema di diritto d'autore il concetto giuridico di creatività, cui fa riferimento l'art. 1 della legge n. 633 del 1941, non coincide con quello di creazione, originalità e novità assoluta, ma si riferisce, per converso, alla personale e individuale espressione di un'oggettività appartenente alle categorie elencate, in via esemplificativa, nell'art. 1 della legge citata, di modo che un'opera dell'ingegno riceva protezione a condizione che sia riscontrabile in essa un atto creativo, seppur minimo, suscettibile di manifestazione nel mondo esteriore. Di conseguenza la creatività non può essere esclusa soltanto perché l'opera consiste in idee e nozioni semplici, ricomprese nel patrimonio intellettuale di persone aventi esperienza nella materia; inoltre, la creatività non è costituita dall'idea in sé, ma dalla forma della sua espressione, ovvero dalla sua soggettività, di modo che la stessa idea può essere alla base di diverse opere, che sono o possono essere diverse per la creatività soggettiva che ciascuno degli autori spende e che, in quanto tale, rileva ai fini della protezione (...) (Sez. 1, n. 25173 del 28.11.2011; Sez. 1, n. 21172 del 13.10.2011; Sez. 1, n. 20925 del 27.10.2005)”. Emerge da tali affermazioni che il concetto giuridico di creatività cui fa riferimento la norma ex art. 1 Legge n. 633/1941, non coincide con quello di creazione, novità e originalità in termini assoluti. Un’opera dell’ingegno riceve protezione a condizione che sia riscontrabile in essa un atto creativo, seppur minimo, suscettibile di manifestazione nel mondo esteriore. Nella fattispecie de qua, la Suprema Corte riporta quanto osservato dalla Corte di appello e cioè che l’opera è creativa allorché esprime una idea originale, proveniente solo dall’ispirazione del suo autore e conferma la valutazione espressa dal giudice di primo grado, sostenendo che l’immagine non fosse una semplice riproduzione di un fiore, ma ne comportava una vera e propria rielaborazione, perciò meritevole di tutela autorale per il suo carattere creativo. La Corte di appello rafforzava, a sua volta, tale valutazione, dando conto dell’ampia valorizzazione impressa all’opera da parte della stessa R S.p.A. in occasione della presentazione della manifestazione alla stampa periodica, e considerava, infine, quale ulteriore indizio il grado di notorietà raggiunto dall’opera sul web, dando conto di visualizzazioni, preferenze e commenti. L’opera, quindi, non era una semplice riproduzione di un fiore ma una sua rielaborazione. Circa l’importanza dell’elaborazione “soggettiva” dell’autore relativamente all’espressione di un’idea, anche semplice o addirittura banale, che sia però in grado di riflettere la personalità dell’autore, non riducendosi ad una mera riproduzione di un’opera altrui, la Corte così si esprime: “(...) V’è ancora da aggiungere che la protezione del diritto d'autore postula il requisito dell'originalità e della creatività, consistente non già nell'idea che è alla base della sua realizzazione, ma nella forma della sua espressione, ovvero dalla sua soggettività, presupponendo che l'opera rifletta la personalità del suo autore, manifestando le sue scelte libere e creative; (...) (Sez. 1, n. 10300 del 29.5.2020; Sez. 1, n. 13524 del 13.6.2014; Sez. 1, n. 20925 del 27.10.2005)”. Importante spunto di riflessione seppur en passant,  viene dato dal secondo motivo di ricorso, ove la ricorrente sosteneva che l’opera dell’arch.B fosse una “immagine digitale”, a soggetto floreale, a figura c.d. «frattale», ossia caratterizzata da autosimilarità, ovvero da ripetizione delle sue forme su scale di grandezza diverse e fosse stata elaborata da un software, che ne aveva elaborato forma, colori e dettagli tramite algoritmi matematici, per cui la pretesa autrice avrebbe solamente scelto un algoritmo da applicare e approvato a posteriori il risultato generato dal computer. Ora, il motivo di ricorso in sé veniva dichiarato inammissibile “(...) perché volto a introdurre per la prima volta in sede di legittimità una questione nuova non trattata nel giudizio di merito (...)” trattandosi di un accertamento di fatto che andava effettuato nei precedenti gradi di giudizio, ma è importante perché – su tale tema - la Corte specifica che, pur non addentrandosi nei temi della cosiddetta arte digitale (detta anche digital art o computer art) quale opera o pratica artistica che utilizza la tecnologia digitale come parte del processo creativo o di presentazione espositiva, il fatto che l’autrice avesse utilizzato un software per generare l’immagine, sia pur sempre compatibile con l’elaborazione di un’opera dell’ingegno con un tasso di creatività che andrebbe solo scrutinato con maggior rigore, non escludendone, dunque, a priori la sua tutelabilità. In conclusione, il carattere creativo viene normalmente interpretato dalla giurisprudenza come un apporto personale, anche se molto modesto, dell’autore sull’opera, la quale in pratica non deve limitarsi ad essere la trasposizione sic et simpliciter di un’opera altrui.

Utilizzabilità della CTU espletata in altro procedimento ai fini del disconoscimento di paternità

(Cass. Civ., Sez. I, 8 marzo 2023, n. 6929) stralcio a cura di Ida Faiella

Responsabilità del fornitore in caso di mancata apposizione dei propri segni distintivi in tutto o in parte coincidenti con quello del produttore

(Cass. Civ., Sez. III, 6 marzo 2023, n. 6568) stralcio a cura di Giorgio Potenza

Sui gravi motivi che giustificano il recesso del conduttore/imprenditore

(Cass. Civ., Sez. III, 7 marzo 2023, n. 6731) stralcio a cura di Ida Faiella

Responsabilità della struttura sanitaria: elementi costitutivi ed onere probatorio

(Cass. Civ., Sez. III, 3 marzo 2023, n. 6386) stralcio a cura di Giovanni Pagano

Tutor autostradale: non basta l'omologazione, è necessaria la taratura

(Cass. Civ., Sez. II, 6 marzo 2023, n. 6579) stralcio a cura di Ida Faiella

Il limite dell'interesse pubblico: diritto all'oblio

(Cass. Civ., Sez. III, 1 marzo 2023, n. 6116) stralcio a cura di Ida Faiella
nota di Roberto Landi Con la pronuncia in esame, la Suprema Corte è chiamata ad esprimersi sulla fondatezza della pretesa risarcitoria di un soggetto basata sulla permanenza nel sito web di una testata giornalistica di una notizia vera, ancorché anacronistica. Il soggetto de quo veniva implicato in un procedimento penale ed assolto; nondimeno, un quotidiano online riportava la notizia del coinvolgimento dell’uomo, senza aggiornarla con l’esito del processo. L’uomo, dunque, richiedeva la rimozione della notizia e il risarcimento del danno patito per l’impropria esposizione mediatica, protrattasi per oltre una decade. I giudici di prime cure respingevano l’istanza, dichiarando cessata la materia del contendere, giacché la testata giornalistica si era prontamente attivata, eliminando l’articolo a fronte delle rimostranze dell’interessato. Quest’ultimo ricorreva in appello, lamentando il mancato risarcimento per il pregiudizio reputazionale cagionato dalla persistenza telematica di una notizia non aggiornata. Il gravame, a sua volta, veniva rigettato, sulla scorta della prevalenza del diritto di cronaca, esercitato secondo i limiti tradizionalmente riconosciuti: verità, continenza espositiva, interesse pubblico ed attualità della notizia. A fronte di una “doppia conforme” di merito sfavorevole, il soggetto ricorreva in Cassazione, deducendo, tra gli altri motivi, il venire meno dell’interesse pubblico alla conoscenza della notizia dopo un lasso di tempo così considerevole, che susseguente applicabilità del diritto all’oblio. Gli Ermellini hanno cassato con rinvio, ritenendo fondata la pretesa risarcitoria del ricorrente: il giornale è tenuto a rispondere per la protratta diffusione della vicenda giudiziaria, quantunque veritiera e priva di carattere discriminatorio, laddove non aggiorni la notizia con l’esito assolutorio del processo; l’omessa revisione, difatti, è sufficiente ad integrare un danno alla reputazione dell’imputato, poi assolto. L’interessato, pertanto, ha diritto, in primis, ad un aggiornamento dei dati che lo riguardano, nonché alla cancellazione dei medesimi dal web; in secondo luogo, al risarcimento del danno, ove provato, avuto riguardo al cessato interesse pubblico alla diffusione della vicenda e alla mancata adesione del titolare del sito alla diffida dell’interessato per la rimozione del contenuto. Segnatamente, “la persistenza nel sito web di una testata giornalistica della risalente notizia del coinvolgimento di un soggetto in un procedimento penale – pubblicata nell’esercizio del diritto di cronaca, ma non aggiornata con i dati relativi all’esito di tale procedimento – non integra, di per sé, un illecito idoneo a generare una pretesa risarcitoria; tuttavia, il soggetto cui la notizia si riferisce ha diritto ad attivarsi per chiederne l’aggiornamento o la rimozione, con la conseguenza che l’ingiustificato rifiuto o ritardo da parte del titolare del sito è idoneo a comportare il risarcimento del danno patito successivamente alla richiesta (fermo l’onere di allegazione e prova del pregiudizio da parte dell’interessato)”. Ciò premesso, la Suprema Corte non ha statuito obbligo generale per le testate giornalistiche di aggiornamento costante delle notizie e di rimozione delle medesime decorso un certo lasso temporale – invero oltremodo oneroso in concreto per le testate giornalistiche –, ma ha comunque rimarcato che l’interessato ha diritto di tutelare il proprio onore e la propria reputazione, nonché di richiedere l’aggiornamento degli articoli con gli sviluppi più recenti o con la rimozione della notizia stessa dagli archivi online. Un mancato o ingiustamente tardivo intervento in tal senso integra una condotta illecita fondante il risarcimento del danno, da allegarsi e provarsi a cura di parte. Di tal guisa, secondo la Cassazione, si realizza il ragionevole bilanciamento degli interessi contrapposti di editore e interessato, tra diritto di cronaca e diritto alla cancellazione. In senso analogo si esprime, altresì, l’art. 17 del Regolamento UE 679/2016 (GDPR) sul diritto all’oblio[1], che stabilisce il diritto dell’interessato ad ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano e lo speculare obbligo del titolare di provvedervi “senza ingiustificato ritardo”, ove ricorrano i motivi tassativamente previsti. Peraltro, in occasione del cd. “caso Venditti”[2], gli Ermellini avevano già affermato che il diritto all’oblio può subire una compressione a favore del diritto di cronaca solo in presenza di presupposti specifici, quali: Il contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia a un dibattito di interesse pubblico; L’interesse effettivo e attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, polizia, tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali); L’elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese; Le modalità impiegate per ottenere e nel dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell’interesse pubblico e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione; La preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all’interessato il diritto di replica prima della divulgazione al pubblico[3].   [1] Cass. Civ., sez. I, 19 maggio 2020, n. 9147 definisce il diritto all’oblio quale diritto a non rimanere esposti, senza limiti di tempo, ad una rappresentazione non più attuale della propria persona, qualificandolo, nella sua “versione dinamica”, come il potere, attribuito al titolare del diritto, di controllare il trattamento dei dati personali ad opera di terzi responsabili.   [2] Cass. Civ., sez. I, 20 marzo 2018, n. 6919. [3] R. Giovagnoli, Manuale di diritto civile, Milano, 2023, pp. 41-42.

Vacanza rovinata: oltre ai danni patrimoniali, il turista ha diritto anche al risarcimento dei danni morali

(Cass. Civ., Sez III, 20 febbraio 2023, n. 5271) stralcio a cura di Francesco Taurisano

Al mediatore spetta la provvigione nel caso in cui la conclusione dell´affare sia effetto causato adeguatamente dal suo intervento

(Cass. Civ., Sez. II, 2 febbraio 2023, n. 3165) stralcio a cura di Giorgio Potenza
nota di Ilaria Celia I Giudici di piazza Cavour tornano a pronunciarsi su una tematica assai dibattuta e controversa quale il diritto del mediatore a ricevere la provvigione quando il nesso causale, tra il suo operato e la conclusione dell’affare, risulti incerto. Con riferimento alla sentenza n. 3165, del 02 febbraio 2023, la seconda sezione della Suprema corte ha analizzato una questione giuridica avente ad oggetto il rapporto di mediazione intercorrente tra un’agenzia immobiliare e un soggetto interessato a vendere un bene di sua proprietà. In particolare, quest’ultimo aveva affidato l’incarico al mediatore che lo aveva messo in contatto con un possibile acquirente, con il quale, però, non era stato raggiunto alcun accordo. Soltanto in un secondo momento, successivo alla cessazione del rapporto sopra citato, il venditore conferiva l’incarico ad un secondo mediatore, grazie al quale si è pervenuti alla stipula del contratto di compravendita, siglato davanti al notaio e con un acquirente diverso rispetto a quello che, inizialmente e durante la vigenza del primo contratto di mediazione, aveva visionato l’immobile. Il primo mediatore, valutando il suo operato rilevante e decisivo ai fini dell’accordo finale, si costituiva dinnanzi al Tribunale di Bologna per chiedere il riconoscimento del suo diritto alla provvigione, in forza dell’apporto causale fornito rispetto all’esito della trattativa; valutati i fatti di causa, i giudici di primo grado respingevano la richiesta attorea, addebitando la conclusione dell’affare esclusivamente al secondo mediatore. Per tale ragione, l’attore impugnava la decisione, sottoponendola al vaglio dei giudici della Corte di appello bolognese, i quali, però, confermavano la sentenza contestata, ribadendo come la semplice messa in relazione tra le parti non comporti un automatico riconoscimento, in capo al mediatore, del diritto a percepire la provvigione. L’appellante, in considerazione dei motivi posti a fondamento della decisione, ricorreva ai giudici di legittimità, lamentando la violazione o falsa applicazione degli artt. 1754 e 1755 c.c. La Corte di cassazione, pertanto, è chiamata a valutare se la conclusione dell’affare sia effetto dell’intervento del primo mediatore, ponendo l’accento sulla sufficienza della sola messa in relazione delle parti, quale antecedente indispensabile per il buon esito della trattativa, così come dedotto da parte ricorrente. Sul punto, è possibile richiamare numerose pronunce della Suprema corte, con le quali è stato precisato che non sussiste il diritto alla provvigione quando ad una prima fase delle trattative, avviate con l’intervento di un mediatore, non segua un risultato positivo, seppur questo venga successivamente raggiunto, ma non a causa dell’intervento del mediatore che le aveva poste originariamente in contatto (Cass. civ., Sez. VI-2, 16.10.2020, n. 22426). In una pronuncia più risalente, infatti, la Corte, richiamando l’art. 1755 c.c., ha precisato come il diritto alla provvigione sia dovuto quando la stipula del contratto definitivo sia causalmente riconducibile all’intervento del mediatore (Cass. civ., Sez. III, 06.07.2010, n. 15880). Ne consegue, dunque, come la messa in contatto di due o più parti, di per sé, non sia sufficiente a far ritenere che l’affare si sia concluso per effetto dell’intervento del professionista. In continuità con questo orientamento giurisprudenziale, la Cassazione, con la sentenza n. 3165, ha rigettato le doglianze esposte dal mediatore/ricorrente, imperniando il suo percorso argomentativo sul principio della causalità adeguata. Più specificamente, è stato precisato come il contributo causale, fornito dal mediatore nei riguardi dell’affare, debba risultare causalmente adeguato rispetto al fine ultimo, voluto dalle parti e causa del contratto stesso di mediazione. I giudici di legittimità, con riguardo al caso concreto, riferiscono l’impossibilità di accogliere le richieste del primo mediatore, dal momento che la trattativa si è conclusa grazie al contributo, causale, adeguato e autonomo, del secondo mediatore; è opportuno precisare, a tale riguardo, come la sola presenza di un secondo mediatore, comunque, non sia idonea a interrompere il nesso di causalità tra l’opera del primo mediatore e la conclusione dell’affare. Pertanto, è elemento rilevante l’adeguatezza dell’intervento del professionista rispetto all’esito dell’affare. Tale ricostruzione trova il suo fondamento normativo nella lettura, in combinato disposto, degli artt. 1754 e 1755 c.c., grazie ai quali si rintraccia il profilo della necessarietà della messa “in relazione di due o più parti per la conclusione di un affare”, ma, al contempo, emerge la non sufficienza di tale requisito ai fini dell’insorgenza del diritto alla provvigione; ed infatti, il primo presupposto deve essere accompagnato da un ulteriore elemento, ossia la riconducibilità, in capo al mediatore, dell’affare che deve risultare “concluso per effetto del suo intervento”. Solo l’analisi congiunta delle due disposizioni permette di comprenderne l’effettiva portata normativa, diretta a negare che la semplice messa in relazione delle parti possa assurgere ad unico elemento – di per sé idoneo, ma non sufficiente – utile ai fini della valutazione circa la dovutezza della provvigione. A riguardo, la Corte ha inteso richiamare la teoria, presa “in prestito” dal Diritto penale, della causalità adeguata, ricordando come questa nasca dall’intenzione di porre dei correttivi alla rigorosa imputazione dell’evento basata sulla teoria condizionalistica, secondo la quale è causa ogni antecedente idoneo a produrre un determinato evento; in forza del procedimento di eliminazione mentale, dunque, è causa ogni fatto che, se eliminato, fa venire meno l’evento. Una lettura condotta sulla base della teoria sopra esposta comporterebbe una riformulazione dell’art. 1755 c.c., il quale riconoscerebbe il diritto alla provvigione ogni qualvolta vi fosse una semplice messa in relazione delle parti. In realtà, nel quadro dei rapporti tra l’art. 1754 e 1755 c.c., il riferimento giurisprudenziale alla causalità adeguata assolve proprio alla funzione di scongiurare una simile riformulazione e applicazione della prescrizione, dal momento che risulta indispensabile una lettura “elastica” del termine effetto, il quale deve necessariamente essere abbinato al concetto di adeguatezza. Più nel dettaglio, la teoria della causalità adeguata specifica che è causa solo quella condizione adeguata a produrre l’evento, secondo il criterio della probabilità, contrapponendo, così, alla teoria della condicio sine qua non quella dell’id quod plerumque accidit. In ragione di siffatte valutazioni, la Suprema corte, in conclusione, ha ritenuto non fondata l’asserita violazione lamentata dal primo mediatore, valorizzando, in uno alla constatazione di non coincidenza dell’acquirente effettivo con quello che, inizialmente, aveva visionato l’immobile (durante la vigenza del primo contratto di mediazione, infatti, il presunto interessamento, rispetto al bene, era riferibile alla madre dell’acquirente che, successivamente, ha concretamente sottoscritto il contratto di compravendita), il significativo lasso temporale intercorso tra la scadenza del primo incarico conferito e la stipula del secondo incarico, precisando che solo quest’ultimo ha avuto un ruolo di efficienza causale adeguata rispetto alla conclusione dell’affare.                                                                            

Usucapione del bene espropriato: necessario un atto di interversio possessionis

(Cass. Civ., SS.UU., 12 gennaio 2023, n.651) stralcio a cura di Francesco Taurisano

Il matrimonio contratto dall'incapace non è sanato dalla prolungata convivenza more uxorio

(Cass. Civ., Sez. I, 4 gennaio 2023, n. 149) stralcio a cura di Francesco Taurisano