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Diritto Penale pubblicato il 31/12/2023

Sbarco e abbandono di migranti: sì al dolo eventuale

(Cass. pen., Sez. V, Sent., 01 febbraio 2024, n. 4557) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo 

Lo scioglimento del “cumulo temperato”, nel caso di un provvedimento di unificazione di pene concorrenti che abbia richiesto il criterio moderatore di cui all´art. 78 cod. pen. per il superamento della soglia massima di anni trenta di reclusione e che ricomprenda anche una condanna per reato ostativo alla concessione dei benefici penitenziari, deve effettuarsi avendo riguardo alla pena relativa al reato ostativo nella sua entità originaria

(Cass. Pen., SS.UU., 14 luglio 2023, n. 30753) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio
nota di Cristina Monteleone La sentenza in commento trae spunto dal ricorso per Cassazione proposto da un condannato in espiazione di pena definitiva, avverso un provvedimento di un Tribunale di Sorveglianza territoriale con il quale veniva rigettata l’istanza tendente ad ottenere l’affidamento in prova al servizio sociale o, in subordine, della detenzione domiciliare. Destinatario di un provvedimento di cumulo relativo a tre condanne penali (delle quali una è relativa a reati ostativi), al netto dell’indulto concessogli e con l’applicazione del criterio di cui all’art. 78 cod. pen., il ricorrente ha una pena finale di anni trentacinque e due mesi di reclusione; in applicazione del suddetto criterio moderatore, tuttavia, deve ancora espiare la pena residua di anni trenta di reclusione. Ad avviso del Tribunale territoriale, per potere accedere alla misura alternativa richiesta, vi sarebbe la necessità che il condannato abbia già espiato l’intera pena inflittagli per i reati ostativi. In adesione al principio di diritto espresso dalla Suprema Corte[1], il giudice impugnato ha ritenuto che la pena relativa al reato ostativo debba essere considerata nella sua entità originaria, senza considerare il criterio moderatore ex art. 78 cod. pen. e i relativi effetti sulla pena finale. Diversamente opinando, al fine di verificare l’ammissibilità alle misure alternative per i condannati con reati ostativi, si verificherebbe la seguente situazione: per il condannato con un solo titolo di condanna per reati ostativi, sarebbe necessario  accertare la collaborazione con la giustizia ovvero l’impossibilità o l’inesigibilità di detta collaborazione; per il condannato con più titoli esecutivi anche per reati non ostativi e con l’applicazione del criterio di cui all’art. 78 cod. proc. pen., vi sarebbe stato un trattamento di favore. Ritenendo erroneo detto provvedimento, pertanto, il ricorrente articola un unico motivo di ricorso con il quale lamenta la mancata valutazione sia del provvedimento di esecuzione di pene concorrenti (dal quale si evinceva che il condannato stava attualmente espiando un reato non ostativo) sia del provvedimento di scissione del cumulo materiale emesso dal locale Magistrato di sorveglianza. Il condannato, altresì, ritiene che l’ordinanza impugnata non tenga conto del principio espresso con l’indirizzo giurisprudenziale contrapposto[2]: ossia individuare il titolo in esecuzione attraverso la verifica dell’incidenza del criterio ex art. 78 c.p.p.  sulla pena complessiva derivante dal cumulo materiale e di conseguenza, mediante l’applicazione di detto indice percentuale, determinare la frazione di pena espiata per i reati ostativi. Il ricorrente, ancora, ritiene non condivisibile l’indirizzo secondo il quale, in caso di unificazione di pene concorrenti, la pena relativa ad un reato ostativo deve essere considerata nella sua entità originaria: detto principio sarebbe in contrasto con l’ulteriore indirizzo giurisprudenziale[3] secondo il quale le norme inerenti il cumulo non si possono risolvere in danno dell’imputato o del condannato; e qualora detta applicazione possa comportare un danno per il condannato, deve procedersi allo scioglimento del cumulo materiale e ogni pena riacquisterà la sua autonomia[4]. In subordine, preso atto del contrasto giurisprudenziale, il ricorrente ha chiesto la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite. Condividendo pienamente la motivazione resa nel provvedimento impugnato, tuttavia, il Sostituto Procuratore Generale ha chiesto il rigetto del ricorso spiegato. Rilevato il contrasto interpretativo esistente in ordine alla necessità - qualora vi sia un provvedimento di cumulo materiale delle pene e venga applicato il criterio di cui all’art. 78 cod. pen. - di considerare l’entità della pena del reato ostativo nella sua entità originaria o previa riduzione proporzionale, la Prima Sezione Penale ha rimesso la questione alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Ad avviso delle Sezioni Unite, non è condivisibile il principio espresso dalla Cass. 6013/2016: la riduzione proporzionale della pena per reato ostativo condurrebbe a soluzioni paradossali e irragionevoli. Detta riduzione sarebbe minore per i condannati con pena di poco superiore ai trenta anni, mentre diventerebbe più importante per i condannati con pene di molto superiori ai trenta anni. In altri termini, verrebbe favorito il condannato a pena più elevate, a discapito degli altri condannati. Sebbene il principio di diritto espresso dalla sentenza Papalia trovi giustificazione nell’arresto del Giudice delle Leggi[5] ossia l’inesistenza di un dato normativo che stabilisca chiaramente lo status di detenuto pericoloso per i condannati a reati ostativi nonchè la necessità di procedere allo scioglimento del cumulo materiale come predicato dalla Suprema Corte, le sezioni Unite ritengono di aderire al più risalente orientamento giurisprudenziale. I giudici di legittimità, infatti, ritengono di aderire all’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale, ai fini dello scioglimento del cumulo di pene temperato dall’art. 78 c.p., con applicazione della soglia massima di pena di anni trenta di reclusione, le pene da imputare al reato ostativo sono da considerarsi nella sua entità originaria. Detta adesione è avvenuta per due ragioni: per l’esistenza di molteplici precedenti giurisprudenziali tra cui la sentenza Bruzzaniti[6] la quale definisce “orientamento ermeneutico consolidato” detto principio; per valutazioni di tipo letterale e sistematico. Dal punto di vista letterale, infatti, atteso  il mancato richiamo dell’art. 78 c.p. negli artt. 76 e 81 c.p.,  la Cassazione ravvisa che l’anzidetto criterio non sortisca alcun effetto sull’unicità della pena e si ponga quale mero sbarramento, in misura fissa e non proporzionale[7], delle singole pene già determinate. Sul versante sistematico, ancora, ad avviso della Suprema Corte, l’adesione al primo indirizzo costituirebbe un paradosso: maggiore di trenta anni sarebbe la pena riportata dal condannato, più rapido sarebbe l’accesso ai benefici penitenziari. Attesa la bontà di procedere allo scioglimento del cumulo materiale tra reati ostativi e reati non ostativi, così da verificare l’esistenza dei requisiti di cui all’art. 50 co. 2 O.P., la Suprema Corte ritiene che non può trovare applicazione il criterio dello scorporo proporzionale ed espressamente conferma i vari principi favor rei ossia la considerazione che dal cumulo materiale non debbano discendere effetti negativi per il condannato. In caso contrario, è necessario procedere allo scioglimento del cumulo materiale. Analizzando anche i lavori preparatori dell’art. 78 cod. pen. e della giurisprudenza[8] formatasi, la Suprema Corte ritiene infondata la prospettazione difensiva inerente la natura di riduzione proporzionale contenuta nell’art. 78 cod. pen.: sulla base del dato letterale, infatti, l’art. 78 cod. pen. prevede una riduzione fissa e non proporzionale. La ratio di detta norma è di evitare che la mera addizione delle diverse pene del condannato possano superare la reale aspettativa di vita del detenuto e quindi evitare la violazione dell’art. 27 Cost. Rigettate le prospettazioni difensive inerenti l’irragionevole disparità di trattamento tra il condannato con cumulo e il condannato senza cumulo: l’eventuale mancata applicazione dell’art. 78, infatti, consegue a posizioni esecutive diverse e non conduce ad alcuna disparità di trattamento. In applicazione del principio di diritto enunciato  e rilevato che la pena detentiva per il reato ostativo risulta ancora in esecuzione, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso spiegato dal condannato con contestuale condanna alle spese processuali.   [1] Corte di Cassazione, Sez. 1, sentenza n. 18239 del 26/3/2019, Di Mondo [2] Corte di Cassazione, Sez. 1, sentenza n. 6013 del 19 dicembre 2016, Papalia [3] Tra cui, Corte Costituzionale n. 386 del 1989 e n. 361 del 1994 [4] Corte di Cassazione, SS.UU., sentenza n. 14 del 30/06/1999 [5] Corte Costituzionale n. 361 del 1994 [6] Cassazione penale, Sez. 1, n. 35471 dell’8/6/2017 [7] Cassazione Penale, Di Mondo [8] Cassazione Penale, SS.UU. N. 45583 del 25/10/2007

L´Avvocato che abbia azionato un procedimento civile per il recupero del credito professionale non risponde di estorsione, neanche in forma tentata

(Cass. Pen. Sez. II, 19 dicembre 2023, n. 50652) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Il mandato d'arresto europeo (M.A.E.): quale compatibilità col diritto alla salute e alla non discriminazione tra cittadini UE e paesi terzi?

(C. Cost., 28 luglio 2023, n. 177) e (Cost., 28 luglio 2023, sentenza n. 178) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo 
nota di Vittorio Silvestro    Sommario: 1. Fatti di causa. – 2. Inquadramento del mandato d’arresto europeo (M.A.E.): definizione e superamento dell’istituto dell’estradizione. – 3. Le sentenze 177/2023 e 178/2023 ed il dialogo tra la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. – 4. Considerazioni conclusive.   Fatti di causa   In data 28 luglio 2023 sono state depositate due sentenze di assoluto rilievo della Corte Costituzionale – le sentenze nn. 177 e 178 (redattore Francesco Viganò) – che affrontano profili diversi della disciplina del mandato d’arresto europeo (M.A.E.), attinenti alla possibilità di rifiutare la consegna della persona interessata in presenza di un soggetto affetto da patologie croniche incompatibili con la custodia in carcere, la prima, e di un cittadino di uno Stato terzo, extra UE, ma stabilmente radicato nel territorio italiano, la seconda. Con la sentenza 28 luglio 2023, n. 177 la Corte costituzionale ha suggellato l’infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale relative agli art. 18 e 18-bis della L. 22 aprile 2005, n. 69, sollevate dalla Corte d’appello di Milano sezione quinta penale, nel procedimento penale a carico di E. D.L.[1], con ordinanza del 17 settembre 2020 con riferimento agli artt. 2, 3, 32 e 111 della Costituzione[2] nella parte in cui non prevedono quale motivo di rifiuto della consegna, nell’ambito delle procedure di mandato d’arresto europeo, «ragioni di salute croniche e di durata indeterminabile che comportino il rischio di conseguenze di eccezionale gravità per la persona richiesta». D’altra parte, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 178/2023, esprimendosi sulle questioni di legittimità relative all’art. 18-bis, comma 1, lettera c), e comma 2, della L. 22 aprile 2005, n. 69, sollevate dalla Corte d’appello di Bologna, sezione prima penale, nel procedimento penale a carico di O. G.[3], con ordinanza del 27 ottobre 2020 con riferimento agli artt. 11 e 117 della Costituzione, ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale; più nel dettaglio, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del suddetto articolo al comma 1, lettera c) «nella parte in cui non prevede che la corte d’appello possa rifiutare la consegna di una persona ricercata cittadina di uno Stato terzo, che legittimamente ed effettivamente abbia residenza o dimora nel territorio italiano e sia sufficientemente integrata in Italia, nei sensi precisati in motivazione, sempre che la corte d’appello disponga che la pena o la misura di sicurezza sia eseguita in Italia» e – in via consequenziale – del comma 2 «nella parte in cui non prevede che la corte d’appello possa rifiutare la consegna di una persona ricercata cittadina di uno Stato terzo, che legittimamente ed effettivamente abbia residenza o dimora nel territorio italiano da almeno cinque anni e sia sufficientemente integrata in Italia, nei sensi precisati in motivazione, sempre che la corte d’appello disponga che la pena o la misura di sicurezza sia eseguita in Italia.»   Inquadramento del mandato d’arresto europeo (M.A.E.): definizione e superamento dell’istituto dell’estradizione.   L’introduzione del M.A.E., avvenuta con la decisione quadro 2002/584/GAI, adottata dal Consiglio dell’Unione europea il 13 giugno 2002, ha rappresentato una rivoluzione nel campo dell’estradizione nel panorama europeo. L’istituto risulta essere uno dei primi passi, così come individuato negli obiettivi programmatici della Conferenza di Tampere[4], per raggiungere la creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nell'Unione europea che, col Trattato di Lisbona del 2007, è divenuto uno dei principi cardine dell’Unione consolidandosi all’art. 3, par. 2, TUE. Dato che l’obiettivo primo della decisione quadro è quello di avvicinare le disposizioni ordinamentali degli Stati membri per il perseguimento della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale – pur, com’è noto, non avendo efficacia diretta – è stato compito del legislatore italiano positivizzare, all’interno dell’ordinamento italiano, gli obiettivi della decisione quadro 2002/584/GAI: ciò è avvenuto con la Legge del 22/04/2005 n. 69. A chiarire la definizione dello strumento in esame è la stessa decisione quadro che così si apre all’art. 1: “Il mandato d'arresto europeo è una decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro in vista dell'arresto e della consegna da parte di un altro Stato membro di una persona ricercata ai fini dell'esercizio di un'azione penale o dell'esecuzione di una pena o una misura di sicurezza privative della libertà.”[5]  Invero, a costituire la caratteristica più innovativa del M.A.E. vi è sicuramente la “giudiziarizzazione” del processo di consegna che viene sottratto alla discrezionalità degli esecutivi degli Stati membri, che spesso ha rappresentato la realizzazione di rifugi politici e ha creato attriti tra gli stati[6], per essere affidato completamente alle autorità giudiziarie. Quest’ultime non operano in maniera del tutto automatica, difatti, la decisione quadro contiene un’elencazione tassativa di motivi obbligatori e discrezionali per la mancata esecuzione del M.A.E., rispettivamente all’art. 3 e agli artt. 4 e 4 bis (artt. 18 e 18-bis della L. 69/2005) e positivizza le garanzie che lo Stato emittente deve fornire in casi particolari, all’art. 5 (art. 19 della L. 69/2005). A tal proposito, l’assenza del riferimento ai reati politici tra i motivi di non esecuzione rappresenta un progresso rispetto alla Convenzione europea di estradizione del 1957 ed alla Convenzione relativa all'estradizione tra gli Stati membri dell'Unione europea del 1996 in quanto, precedentemente, era rimessa in capo agli Stati l’identificazione delle condotte criminose rientranti nel novero dei reati politici. Ulteriore punto di cesura con gli articolati precedenti è la non inclusione della nazionalità quale motivo di non esecuzione del M.A.E. In precedenza, com’è noto, molti Stati si vedevano preclusa la possibilità di estradare i propri cittadini da parte di disposizioni costituzionali, ma la disciplina introdotta dalla decisione quadro 2002/584/GAI prevede solo la possibilità, all’art. 5, par. 3, che il soggetto incriminato, dopo essere stato ascoltato, venga rimpatriato nello Stato membro di esecuzione del M.A.E. per scontarvi la pena pronunciata dall’autorità dello Stato emittente. Oltre a ciò, non si può non segnalare l’eccezione che la decisione quadro crea al requisito della doppia punibilità. Invero, se in precedenza vi era la possibilità di non procedere all’estradizione lì dove veniva posta in essere una condotta non ritenuta criminosa dalle leggi dello Stato d’esecuzione, questa barriera è stata parzialmente superata dalla presenza di un’elencazione di 32 reati (o meglio categorie di reato), contenuta all’art. 2, par. 2, – a tale disposizione fa espresso riferimento anche l’art. 8 della L. 69/2005[7] – per i quali si applica la consegna «indipendentemente dalla doppia incriminazione per il reato» purché nello Stato emittente siano punibili con una pena non inferiore a tre anni.   Le sentenze 177/2023 e 178/2023 ed il dialogo tra la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea   Precedentemente alla pronuncia delle sentenze nn. 177 e 178 della Corte Costituzionale, si assiste ad un rilevante dialogo tra la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea al fine di giungere ad un’interpretazione conforme delle disposizioni contenute nella decisione quadro 2002/584/GAI, così come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI, e dunque della nostra L. 68/2005, che – soprattutto – a seguito dell’intervento del D. Lgs 2 febbraio 2021, n. 10, risulta essere estremamente coerente al dettato della decisione quadro. Con riferimento alla sentenza 28 luglio 2023, n. 177, la Consulta, con l’ordinanza n. 216 del 2021, ha disposto di sottoporre alla CGUE, tramite rinvio pregiudiziale, la corretta interpretazione dell’art. 1, par. 3, della decisione quadro 2002/584/GAI, lì dove prevede «l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali e i fondamentali principi giuridici sanciti dall'articolo 6 del trattato sull'Unione europea»[8]. A tale quesito la CGUE ha risposto con la Sentenza sulla causa C-699/21 del 18 aprile 2023 nella quale è stabilito che i principii di fiducia reciproca e mutuo riconoscimento costituiscono il fondamento della cooperazione giudiziaria europea in materia penale e che l’autorità giudiziaria dell’esecuzione può sospendere temporaneamente l’esecuzione del M.A.E., solo in via eccezionale, lì dove vi siano elementi oggettivi che facciano temere un rischio per la salute della persona interessata e quindi «sollecitare l’autorità giudiziaria emittente a trasmettere qualsiasi informazione relativa alle condizioni nelle quali si prevede di perseguire o di detenere detta persona, nonché alle possibilità di adeguare tali condizioni allo stato di salute della persona stessa al fine di prevenire il concretizzarsi di tale rischio». Inoltre, la Curia sancisce la possibilità di rifiutare l’esecuzione del mandato d’arresto europeo nel caso in cui, dalle informazioni ottenute dallo Stato emittente, non si possa escludere un serio pregiudizio per il soggetto interessato entro un tempo ragionevole[9]. Per quanto riguarda la sentenza 28 luglio 2023, n. 178 – anche in questo caso – la pronuncia è arrivata successivamente ad un dialogo tra la Corte Costituzionale e la CGUE, alla quale sono state sottoposte due questioni pregiudiziali: «se l’art. 4, punto 6, della direttiva 2002/584/GAI (…), relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra gli Stati membri, interpretato alla luce dell’art. 1, paragrafo 3, della medesima decisione quadro e dell’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), osti a una normativa, come quella italiana, che – nel quadro di una procedura di mandato di arresto europeo finalizzato all’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza – precluda in maniera assoluta e automatica alle autorità giudiziarie di esecuzione di rifiutare la consegna di cittadini di paesi terzi che dimorino o risiedano sul suo territorio, indipendentemente dai legami che essi presentano con quest’ultimo» e – in caso di risposta affermativa – «sulla base di quali criteri e presupposti tali legami debbano essere considerati tanto significativi da imporre all’autorità giudiziaria dell’esecuzione di rifiutare la consegna». A questi interrogativi, la CGUE, con la Sentenza sulla causa C-700/21 del 6 giugno 2023, risponde che l’art. 4, punto 6 della decisione quadro 2002/584/GAI, letto in combinato disposto con l’art. 20 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (che cristallizza il principio di uguaglianza davanti alla legge), va interpretato nel senso che la normativa europea osta con quella di uno Stato membro che escluda in maniera assoluta e automatica la non esecuzione facoltativa del M.A.E. nei confronti di un cittadino di un paese terzo, che dimori o risieda nel territorio di tale stato. Sempre la medesima sentenza, con riferimento alla seconda questione pregiudiziale, chiarisce l’interpretazione dell’art. 4, punto 6, ai fini della valutazione degli elementi caratterizzanti la situazione del cittadino in grado di rappresentare un legame tra esso e lo Stato membro di esecuzione: «Tra tali elementi vanno annoverati i legami familiari, linguistici, culturali, sociali o economici che il cittadino del paese terzo intrattiene con lo Stato membro di esecuzione, nonché la natura, la durata e le condizioni del suo soggiorno in tale Stato membro»[10].   Considerazioni conclusive   In definitiva, a parere di chi scrive, le sentenze in commento svolgono un apprezzabile ruolo nella tutela dei diritti coinvolti nell’esecuzione del mandato d’arresto europeo in Italia. Le finalità della disciplina europea in esame, così come delineate dalle sentenze della CGUE sulle cause C-699/21 e C-700/21, sono il raggiungimento del principio di mutuo riconoscimento e di parità di trattamento e grazie all’attività interlocutoria tra le due Corti si giunge ad un concreto ravvicinamento dell’ordinamento italiano a quello europeo; difatti, nella scenario europeo attuale questi i due principii sono connaturato obbligatorio della creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nell'Unione europea. Invero, se da un lato la sentenza n.177/2023 della Corte Costituzionale assume una natura chiaroscurale dichiarando «non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 18 e 18-bis della legge 22 aprile 2005, n. 69» non si può non considerare che la stessa Corte «ha, anzitutto, condiviso la valutazione del rimettente [la Corte d’appello di Milano sezione quinta penale, n.d.r.] circa l’inidoneità del rimedio di cui all’art. 23, comma 3, della legge n. 69 del 2005, rispetto alla necessità di tutela del diritto alla salute della persona ricercata. Si è in proposito sottolineato che nella disciplina della decisione quadro, alla luce della quale la disposizione italiana deve essere interpretata, il differimento «a titolo eccezionale» della consegna sembra previsto in relazione a situazioni di carattere meramente “temporaneo” e appare un rimedio incongruo in relazione a patologie croniche e di durata indeterminabile» e che «Dare seguito al mandato di arresto in tali circostanze comporterebbe – come la stessa Corte di giustizia sottolinea – una violazione dell’art. 4 CDFUE, esponendo l’interessato al rischio di un trattamento inumano e degradante; e determinerebbe in ogni caso, dal punto di vista del diritto costituzionale, una lesione del diritto inviolabile alla salute della persona ricercata, tutelato dagli artt. 2 e 32 Cost.» Inoltre, si può comprendere come i giudici della Consulta rinvengano all’interno della L. 69/2005 la possibilità di rifiutare la consegna del soggetto interessato in quanto la stessa legge, con gli artt. 1 e 2, ha dato attuazione all’art. 1, par. 3, della decisione quadro 2002/584/GAI che condiziona l’esecuzione del M.A.E. al rispetto dei diritti fondamentali della persona richiesta tra i quali – chiaramente – il diritto alla salute. Da quanto detto e commentato si evince come la dichiarazione di infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale tragga le sue radici nella possibilità di «ovviare alla mancata previsione, nelle disposizioni censurate, di un motivo di rifiuto fondato sul grave rischio per la salute dell’interessato attraverso un’interpretazione sistematica della legge n. 69 del 2005 alla luce della sentenza E. D.L.» nondimeno considerando che, in ossequio ai principii di fiducia reciproca e mutuo riconoscimento che regnano nel diritto europeo, lo Stato italiano debba operare una presunzione di compatibilità di trattamento – processuale ed assistenziale – tra il proprio e quello degli altri Stati membri. Allo stesso modo, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 178 del 28 luglio 2023 dà pieno riconoscimento al principio di uguaglianza davanti alla legge che – com’è noto – pone sullo stesso piano cittadini degli Stati membri e no. Infatti, la Consulta ritiene le questioni di legittimità costituzionale relative all’art. 18-bis, comma 1, lettera c), e comma 2, della L. 22 aprile 2005, n. 69 «fondate in riferimento agli artt. 11 e 117, primo comma, in relazione all’art. 4, punto 6, della decisione quadro 2002/584/GAI, nonché all’art. 27, terzo comma, Cost.». Il contributo della CGUE, con la Sentenza sulla causa C-700/21, è stato determinante nell’individuare il campo di applicazione dell’art. 4, punto 6, della decisione quadro 2002/584/GAI poiché grazie all’interpretazione conforme al diritto dell’unione (in questo caso alla luce dell’art. 20 CDFUE) ne deriva che la tutela del cittadino di uno Stato terzo debba essere quantomeno equiparata a quella del cittadino di uno Stato membro (comportando una lesione del suddetto articolo un trattamento maggiormente favorevole). Nonostante la dichiarazione di illegittimità costituzionale testé riportata va segnalato che il legislatore italiano è intervenuto, precedentemente alla pronuncia della Corte Costituzionale, per sopperire a tale vulnus del principio di uguaglianza davanti alla legge modificando, con il D. Lgs. 13 giugno 2023, n. 69, il disposto dell’art. 18-bis, comma 1, lettera c)[11], e comma 2[12]: adesso il riformato art. 18-bis, comma 2, non limita più il suo campo di applicazione per il rifiuto della consegna alla «persona ricercata che sia cittadino italiano o cittadino di altro Stato membro dell'Unione europea» bensì al «cittadino italiano o [alla, n.d.r.] persona che legittimamente ed effettivamente risieda o dimori in via continuativa da almeno cinque anni sul territorio italiano».   [1] Un cittadino italiano affetto da gravi disturbi psichici la cui consegna era stata richiesta, attraverso lo strumento del M.A.E., dal Tribunale municipale di Zara (Croazia) per poterlo processare.  [2] Nell’ordinanza originariamente emanata dalla Corte d’Appello di Milano si fa riferimento agli artt. 2, 3, 32 e 110 Cost., ma con successiva ordinanza di correzione di errore materiale la Corte ha chiarito che ad essere leso è l’art. 111 in luogo del 110 Cost. [3] Un cittadino moldavo la cui consegna era stata richiesta, attraverso lo strumento del M.A.E., dal Tribunale di primo grado di Brașov (Romania) per poterlo processare. [4] 15 e 16 ottobre 1999, a Tampere (Finlandia), il Consiglio europeo ha tenuto una riunione straordinaria sulla creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nell'Unione europea. [5] L’art. 1, c. 2, della L. 69/2005 statuisce quanto segue: «Il mandato d'arresto europeo è una decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro dell'Unione europea, di seguito denominato “Stato membro di emissione”, in vista dell'arresto e della consegna da parte di un altro Stato membro, di seguito denominato “Stato membro di esecuzione”, di una persona, al fine dell'esercizio di azioni giudiziarie in materia penale o dell'esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza privative della libertà personale». [6] Ne fu un esempio la decisione del governo britannico di rifiutare, nel marzo 2000, l’estradizione dell’ormai Senatore Pinochet in Spagna per motivi avulsi alla Convenzione europea di estradizione del 1957. [7] Non ci si può esimere dal segnalare che l’articolo in questione sia stato profondamente modificato dal D. Lgs. 2 febbraio 2021, n. 10. Difatti, il vecchio disposto trasformava, all’art. 1,  l’elencazione dei 32 reati contenuta all’art. 2, par. 2, della decisione quadro 2002/584/GAI in vere e proprie fattispecie criminose che il giudice italiano era tenuto ad individuare nella condotta posta in essere dal soggetto per il quale il M.A.E. veniva emesso, ex art. 2 (oggi abrogato). [8] Il quesito sottoposto alla CGUE dalla Corte Costituzionale è il seguente: «se l’art. 1, paragrafo 3, della decisione quadro 2002/584/GAI sul mandato di arresto europeo, letto alla luce degli artt. 3, 4 e 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea (CDFUE), debba essere interpretato nel senso che l’autorità giudiziaria di esecuzione, ove ritenga che la consegna di una persona afflitta da gravi patologie di carattere cronico e potenzialmente irreversibili possa esporla al pericolo di subire un grave pregiudizio alla sua salute, debba richiedere all’autorità giudiziaria emittente le informazioni che consentano di escludere la sussistenza di questo rischio, e sia tenuta a rifiutare la consegna allorché non ottenga assicurazioni in tal senso entro un termine ragionevole». [9] Vd. Sentenza del 18 aprile 2023, E. D.L., C-699/21, EU:C:2023:295 [10] Vd. Sentenza del 6 giugno 2023, O. G., C-700/21, EU:C:2023:444 [11] Come introdotto dall’art. 6, comma 5, lettera b), della legge 4 ottobre 2019, n. 117 [12] Nella formulazione introdotta dall’art. 15, comma 1, del decreto legislativo 2 febbraio 2021, n. 10

In tema di MAE, è costituzionalmente illegittimo non prevedere che la corte d´appello possa rifiutare la consegna di una persona ricercata cittadina di uno Stato terzo, che legittimamente ed effettivamente abbia residenza o dimora nel territorio italiano da almeno cinque anni e sia sufficientemente integrata in Italia

(Cost., 28 luglio 2023, sentenza n. 178) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo 

L´aumento di pena per la recidiva qualificata non rileva se la stessa sia stata oggetto di contestazione suppletiva dopo la decorrenza del termine di prescrizione previsto per il reato originariamente contestato

(Cass. Pen., SS.UU., 14 dicembre 2023, n. 49935) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

In tema di falso ideologico va distinta l´innocuità del falso dalla sua presunta inutilità

(Cass. pen., Sez. V, 07 dicembre 2023, n. 48828) stralcio a cura di Annapia Biondi

La riforma Cartabia prevede per il reato di truffa la procedibilità d´ufficio in presenza delle circostanze ad effetto speciale di cui all´art. 649-bis c.p. diverse dalla recidiva che, se contestata, determina la procedibilità a querela del reato

(Cass. Pen., Sez. II, 13 marzo 2023, n. 10542) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Il revisore non rientra tra i soggetti qualificati del reato di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario ma può rispondere solo in veste di estraneo secondo le norme generali sul concorso

(Cass. Pen., Sez. V, 30 novembre 2023, n. 47900) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Il “silenzio” serbato dall´agente può configurare raggiro, rilevante ai sensi dell´art.640 c.p., solo se “eloquente”

(Cass. pen., Sez. II, 16 novembre 2023, n. 46209) stralcio a cura di Annapia Biondi

Trattativa Stato-Mafia: la minaccia rivolta al singolo componente del Governo configura il reato di violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (art. 338 c.p.) e non la fattispecie di attentato contro organi costituzionali e contro le Assemblee regionali (art. 289 c.p.)

(Cass. Pen., Sez. VI, 10 novembre 2023, n. 45506) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

In tema di O.E.I., quanto acquisito all´estero dalla messaggistica criptata sulla piattaforma SKY-ECC non costituisce dato informatico utilizzabile ai sensi dell´art. 234-bis cod. proc. pen.

(Cass. Pen., Sez. VI, 2 novembre 2023, n. 44154) stralcio a cura di Annapia Biondi

In tema di lesioni stradali, il giudice deve dare conto, in modo puntuale, delle ragioni che lo inducano a scegliere la sanzione accessoria della revoca della patente in luogo di quella più favorevole della sospensione

(Cass. Pen., Sez. 4, 8 novembre 2023, n. 44916) Stralcio a cura di Antonio Picarella

Risponde di truffa consumata e non tentata colui che deposita un assegno sotto falso nome su apposito conto corrente, anche se viene scoperto e identificato prima del relativo incasso

(Cass. pen., Sez. II, 17 ottobre 2023, n. 42335) stralcio a cura di Annapia Biondi

La condotta susseguente al reato che rileva ai fini del mancato riconoscimento della non punibilità ex art. 131-bis c.p. è quella che incide sull'offesa, aggravandola, mentre non rilevano comportamenti successivi che si limitino a manifestare la capacità a delinquere

(Cass. Pen., Sez. VI, 31 ottobre 2023, n. 43941) Stralcio a cura di Antonio Picarella

Risponde di produzione di materiale pedopornografico chi riprende con il cellulare una spiaggia di nudisti, indugiando, senza altro giustificabile motivo, sulle parti intime dei minori ivi presenti

(Cass. Pen., Sez. III, 10 luglio 2023, n. 29817)Stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di Luigi Martini  La Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29817 del 10 luglio 2023, ha avuto l’occasione di pronunciarsi in merito al delitto di pornografia minorile previsto dall’art. 600 ter c.p. In particolare, il ricorrente veniva condannato nei primi due gradi di giudizio per produzione e detenzione di materiale pedopornografico, poiché, con il suo telefono cellulare, aveva filmato diversi momenti di vita che si svolgevano in una spiaggia di nudisti indugiando, in più momenti, su persone minori degli anni diciotto, ritraendo i fanciulli nudi. Con ricorso avverso la sentenza di conferma della condanna emessa dalla Corte di Appello di Firenze, il ricorrente si doleva della violazione dell’art. 600 ter c.p., ultimo comma, poiché nei filmati - secondo la prospettazione difensiva - non si riscontrava particolare indugio sui dettagli corporei dei minorenni, con conseguente difetto del requisito dello scopo sessuale della rappresentazione degli organi genitali. Con tessuto motivazionale lineare e coerente con gli orientamenti giurisprudenziali sul punto, la Cassazione fornisce una lettura della locuzione “scopi sessuali” - contenuta nell’ultimo comma dell’art. 609 ter c.p. - di sicuro interesse. Il comma 7 del delitto in questione, introdotto dal legislatore del 2012, prevede che per “pornografia minorile si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali”. L’individuazione dello scopo - sessuale o meno - delle immagini ha aperto, in passato, un dibattito dottrinale e giurisprudenziale con riferimento ai criteri da utilizzare per attribuire rilevanza penale alla condotta del soggetto agente. Un primo orientamento faceva ricorso al criterio soggettivo per cui ad assumere rilevanza, ai fini dell’esatta individuazione dello scopo, era il sentimento suscitato nello spettatore dalla visione delle immagini o delle rappresentazioni in cui figuri il minore. In base a tale criterio soggettivo, risulterebbe illecita qualsiasi rappresentazione del minore -vale a dire anche le immagini o i video che lo ritraggono in atteggiamenti neutri, non connotati, cioè, da sessualità -  che, però, sia idonea ad eccitare le pulsioni sessuali del destinatario. Secondo un diverso orientamento, invece, l’indagine in ordine alla configurabilità dello scopo sessuale andrebbe condotta alla luce di un criterio di tipo oggettivo, tale per cui integrano il delitto di pornografia minorile le sole rappresentazioni del minore coinvolto in atti di natura sessuale o quelle che siano incentrate su parti intime - o zone “erogene” - del minore. L’orientamento giurisprudenziale e dottrinale maggioritario aderisce al criterio oggettivo della nozione di scopi sessuali, criterio che ha permesso di restringere il campo applicativo della norma alle sole forme di rappresentazione caratterizzate da una finalità sessuale - e, pertanto, lesiva dell’integrità psico-fisica del fanciullo - e non anche alle ipotesi, a lungo sostenute dalla dottrina, dove la rappresentazione del minore risulta penalmente rilevante per l’offesa al sentimento comune del pudore, secondo una interpretazione eccessivamente espansiva della clausola generale di oscenità contenuta nell’art. 529 c.p. Tale definizione di pornografia minorile permette, inoltre, di escludere dal perimetro applicativo dell’art. 600 ter c.p. le rappresentazioni di nudo minorile realizzate per scopi scientifici, artistici o didattici (Cfr. Cass. pen., 2 aprile 2019, n. 41590). Ciò posto, la Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, si sofferma sui criteri utilizzabili per evincere la finalità che sorregge la rappresentazione del minore. Infatti, nelle ipotesi in cui il minore non è ritratto mentre compie atti sessuali espliciti ma la rappresentazione ha ad oggetto, anche non esclusivamente, gli organi sessuali dello stesso, è necessario approfondire la finalità e lo scopo della raffigurazione. Al riguardo, la Suprema Corte osserva che “nella produzione di materiale concernente minori non coinvolti in attività sessuali esplicite, simulate o reali dunque, è la finalità che sorregge la rappresentazione degli organi sessuali a poterne determinare il carattere pedopornografico o meno e, dunque, la rilevanza penale della condotta”. La Corte prosegue affermando che “ciò che oggettivizza e connota il disvalore penale del fatto, escludendo arbitrarie applicazioni della norma a condotte inoffensive ed agganciate a chiavi di lettura meramente soggettive, è che la rappresentazione deve necessariamente riguardare gli organi sessuali dei minori di età (non solo genitali, ma anche altre zone erogene, come il seno e i glutei) e per questo, laddove lo scopo sia illecito nei termini sopra precisati, essa è lesiva della dignità dei soggetti raffigurati e foriera di diffusione nel perverso circuito della pedofilia”. Nella fattispecie esaminata, la Cassazione ritiene esente da censure il ragionamento logico-giuridico fatto proprio dalla Corte di Appello, che ravvisava lo scopo sessuale della rappresentazione dei fanciulli valorizzando alcune circostanze. In particolare, secondo Corte, l’elemento che, nella prospettazione difensiva, escluderebbe lo scopo sessuale del filmato - vale a dire la ripresa di alcuni momenti di vita che si svolgevano in una spiaggia di nudisti e che ha comportato, inevitabilmente, anche la rappresentazione delle parti intime dei minorenni ivi presenti - viene destituito di fondamento da ulteriori circostanze che, complessivamente considerate, permettono di ritenere provato lo scopo sessuale del filmato. Ed invero, appare decisivo il fatto che l’imputato, nell’atto di filmare la spiaggia, indugiava, in diverse occasioni, proprio sui minori presenti “con inquadrature spesso insistite ed isolate del contesto”. La Corte osserva, inoltre, che le ulteriori circostanze emerse nel corso del processo, come l’ingente quantità di materiale pedopornografico rinvenuto in possesso dell’imputato e il contenuto delle chat intercorse con persone aventi la medesima inclinazione - dove il ricorrente rappresentava che “al mare ci sono i bambini nudi” - hanno coerentemente orientato i giudici di merito nel ritenere provato lo scopo sessuale della videoripresa. In tal senso, la Cassazione suggerisce un’indagine approfondita in merito allo scopo della rappresentazione, specie nelle ipotesi in cui vengano ritratti gli organi genitali del minore, conferendo rilievo anche a ulteriori circostanze emerse nel caso concreto: lo scopo sessuale, infatti, può ricavarsi anche aliunde, laddove il contenuto delle immagini non sia altrimenti giustificabile. Con la sentenza in commento, dunque, la Suprema Corte fornisce un ulteriore chiarimento in merito alla definizione di pornografia minorile recependo, per altro, l’orientamento giurisprudenziale che ritiene penalmente rilevante anche la mera rappresentazione statica della nudità del minore -purché finalizzata a scopi sessuali - e non solo la sua partecipazione a scene, spettacoli o esibizioni (Cfr. Cass. pen., Sez. III, 5 luglio 2019, n. 36710). Appare indubitabile, infatti, che il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice - vale a dire la libertà sessuale e la dignità del minore - sia suscettibile di compromissione per effetto della sola produzione del materiale pedopornografico, anche laddove il minore non percepisca direttamente tale produzione (in tal senso, Cass. Pen., Sez. III, 24 settembre 2020, n. 29826). Il decisum della Corte di Cassazione, ponendosi in soluzione di continuità con le pronunce di legittimità che hanno inteso apprestare pregnante tutela alla libertà sessuale del minore, appare -anche alla luce dei principi espressi nella Convenzione sui diritti del fanciullo di New York - senz’altro condivisibile, in considerazione del fatto che il minore, diversamente dal soggetto adulto, è soggetto manipolabile, facilmente influenzabile ed inadeguato ad autodeterminarsi anche - e soprattutto - con riferimento agli atti sessuali, i quali possono avere ricadute negative e dirompenti sul futuro sviluppo psicofisico del fanciullo.

È costituzionalmente illegittimo il divieto di prevalenza delle attenuanti sull´aggravante dei rapporti familiari ex art. 577 co.3 cod. pen.

(C. Cost., 30 ottobre 2023, n. 197) stralcio a cura di Annapia Biondi 

La sanzione accessoria della revoca della patente per guida in stato di ebbrezza con tasso alcolemico superiore a 1,5 g/L non è sproporzionata e va sempre applicata in caso di incidente stradale

(C. Cost., 27 ottobre 2023, n. 194) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Seppure decorso il termine previsto dalla Riforma Cartabia per la presentazione della querela da parte della persona offesa, il P.M., prima della declaratoria di improcedibilità per difetto di querela, ha il potere-dovere di modificare il capo di imputazione contestando una circostanza aggravante che renda di fatto il reato procedibile di ufficio

(Cass. Pen., Sez. Fer., 24 ottobre 2023, n. 43255) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Caso “Regeni”: si procede in assenza dell´imputato nel caso in cui l´assenza sia dovuta alla mancata assistenza giudiziaria o cooperazione dello Stato di appartenenza o di residenza dell´imputato, fatto salvo il suo diritto a un nuovo processo in presenza

(C. Cost., 26 ottobre 2023, n. 192) Stralcio a cura di Fabio Coppola 

L´esecuzione del MAE emesso nei confronti di un cittadino italiano o di persona legittimamente ed effettivamente dimorante in via continuativa da almeno cinque anni sul territorio italiano è subordinata alla condizione che la persona sia rinviata nello Stato italiano per scontarvi la pena o la misura di sicurezza privative della libertà personale eventualmente applicate nei suoi confronti nello Stato membro di emissione

(Cass. Pen., Sez. VI, 24 ottobre 2023, n. 43252) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Ex Millantato credito ‘pretestuoso´ tra continuità normativa con il traffico di influenze illecite e la truffa: i due orientamenti alla base del contrasto rimesso alle Sezioni Unite

(Cass. Pen., Sez. II,  19 luglio 2023, n.31478) Stralcio a cura di Fabio Coppola 

Non sussiste il reato di molestie perpetrato su piattaforme di messaggistica virtuale istantanea quando il destinatario può disattivare la ricezione delle notifiche del mittente

(Cass. Pen., Sez. I, 3 ottobre 2023, n. 40033) stralcio a cura di Annapia Biondi

Turbativa d´asta: nel concetto di “gara” non possono rientrare i concorsi per l'accesso ad impieghi pubblici o le connesse procedure di mobilità del personale tra diverse amministrazioni

(Cass. Pen., Sez. VI, 16 giugno 2023, n. 26225) Stralcio a cura di Fabio Coppola  

Risponde di concussione il privato che, d´accordo con il pubblico ufficiale, rivolga minacce concussive nei confronti della vittima, purché quest´ultima sia consapevole che l´utilità sia richiesta e voluta dal pubblico ufficiale

(Cass. Pen., Sez. VI, 28 aprile 2023, n. 17918) Stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di Giuseppe Rignanese    Nel caso in esame, la Corte d’Appello di Napoli ha confermato la sentenza di condanna emessa in primo grado dal tribunale, che aveva inflitto all’imputato cinque anni e quattro mesi di reclusione, per concussione di cui all’art. 317 c.p.   La difesa propone ricorso per Cassazione, affidando le censure difensive a tre motivi. Violazione di legge e vizio di motivazione, collegati tra loro, sono dedotti con riferimento al travisamento delle prove, poiché secondo il difensore, dalla condotta dell’imputato non si rinvengono gli estremi della minaccia concussiva. Con il terzo motivo si lamenta la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte, prima di esprimersi sulla fondatezza della critica difensiva, rileva in via preliminare come il caso di specie costituisca la c.d. doppia conforme, ovvero la situazione in cui le due sentenze di merito possono essere lette congiuntamente poiché costituiscono un unico corpo decisionale (allo stesso modo, Sez. 2, n. 37295 del 12/06/2019). La sentenza della Corte territoriale, infatti, richiama quella emessa in primo grado e si salda ad essa utilizzando i medesimi criteri di valutazione degli elementi probatori. Prosegue la Corte affermando che, come già sostenuto in una precedente pronuncia (sez. 6, n. 34532 del 22/06/2021), il giudice d’appello non è tenuto a “compiere un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali”. È necessario e sufficiente, invece, che egli spieghi l’iter logico deduttivo che ha formato il suo convincimento, “dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo”; pertanto devono considerarsi ignorate le deduzioni difensive, non espressamente confutate ma incompatibili per logicità con la decisione assunta. La Corte, inoltre, rimarcando la propria veste di giudice di legittimità, precisa come le sia preclusa ogni tipo di rilettura degli elementi di fatto, tantomeno, il poter adottare nuovi criteri di ricostruzione e valutazione dei fatti che vengono indicati dal ricorrente come maggiormente esplicativi, rispetto a quelli utilizzati dal giudice di merito. Per una corretta analisi del caso è opportuno inquadrare sin da subito la fattispecie delittuosa in esame. Trattasi del reato di concussione di cui all’art. 317 c.p., cioè un reato proprio commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, che abusando della qualifica rivestita, ovvero strumentalizzando e utilizzando in maniera distorta le attribuzioni dell’ufficio, costringa la vittima alla dazione o alla promessa indebita di denaro o altra utilità.  Elemento essenziale della fattispecie concussiva è proprio la costrizione, che si manifesta mediante violenza o minaccia tali, comunque, da ingenerare nel soggetto passivo uno stato di soggezione.   Ciò premesso, la Corte prosegue nell’analisi del ricorso, ritenendolo completamente infondato. All’imputato sono contestati due episodi di concussione commessi in concorso con pubblici ufficiali della G.d.F.; trattasi dunque del concorso dell’extraneus nel reato proprio. Gli episodi concussivi sono stati compiuti a danno di due persone, titolari di attività di autolavaggio e autoparco; in particolare il primo soggetto era costretto a promettere dazione di una somma pari a euro 30.000, al fine di evitare “controlli strumentali” o  la più grave sospensione dell’attività, da parte dei militari.  La seconda vittima invece veniva costretta ad acquistare e poi consegnare nelle mani dell’imputato due penne stilografiche del valore di euro 580, destinate al pubblico ufficiale.   Il ruolo dell’imputato appare chiaro, ovvero l’essere intermediario nelle fattispecie concussive, tra gli agenti e le vittime. Come accertato dai giudici di merito, egli aveva il compito di fare pressione sugli imprenditori, facendosi portatore delle minacce dei pubblici ufficiali e inoltre consigliava loro di cedere onde ricadere in ulteriori e peggiori conseguenze.  I giudici di merito con “motivazione congrua e insindacabile” in sede di legittimità hanno accertato il ruolo concorsuale dell’imputato, di comune accordo con i pubblici agenti. Prosegue la Corte, affermando che “l’azione tipica della concussione, può essere posta in essere anche dal concorrente privo della qualifica soggettiva”, dunque l’extraneus, “a condizione che costui, in accordo con il titolare della posizione pubblica, tenga una condotta che contribuisca a creare nel soggetto passivo uno stato di costrizione o di soggezione funzionale ad un atto di disposizione patrimoniale.”  Ribadisce la Suprema Corte quale sia la condizione necessaria, ovvero  “che la vittima sia consapevole che l'utilità sia richiesta e voluta dal pubblico ufficiale”.   In tal senso la vittima deve essere conscia del ruolo dell’extraneus, che agisce come intermediario nella fattispecie delittuosa in concorso con i pubblici agenti, i quali sono i richiedenti del denaro o delle utilità. Il suddetto principio, tra l’altro, è stato affermato anche in una precedente pronuncia di codesta Suprema Corte (Sez. 6, Sent. n.21192 del 25/01/2013). Il Supremo Collegio nell'esaminare il terzo motivo di ricorso afferma che la Corte d’Appello aveva rigettato la richiesta di riconoscimento delle attenuanti generiche poiché, a detta dei giudici della corte territoriale, l’imputato in sede di interrogatorio ex art. 294 c.p.p., si è mostrato tutt’altro che collaborativo “rendendo dichiarazioni incomplete e incoerenti”; l’essere incensurato non costituisce automatica concessione di tali circostanze attenuanti. Prosegue la Corte affermando che un precedente orientamento giurisprudenziale, riteneva che il giudice “potesse valorizzare tra gli elementi a giustificazione del diniego delle attenuanti generiche il negativo comportamento processuale del reo”, ciò per evidenziare “l'assenza di quella che è considerata una ragione di particolare benevolenza nell'esercizio del potere discrezionale di cui all’art. 62 bis c.p.” ( Sez. 4, n. 515 del 19/10/1988).   Ciò nonostante, la Corte ha preso le distanze dal sopracitato orientamento, poiché più recentemente si è affermato che il diniego delle attenuanti generiche non può fondarsi “sull’assenza dell’imputato dal processo o sul diniego di responsabilità”, visto e considerato che egli ha la facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio dell’autorità giudiziaria ex art. 64 c.p.p. La giustificazione della negata concessione delle attenuanti generiche, nel caso di specie, andrebbe invece ricercata nell’affermazione della Corte territoriale che qualifica i fatti avvenuti come di “estrema gravità” e dimostra l’esistenza di un “sistema collaudato” posto in essere dall’imputato e dai pubblici agenti. La Suprema Corte, pertanto, ha rigettato il ricorso e condannato l’imputato al pagamento delle spese processuali.

Le Sezioni Unite in merito al reato di furto: il fine di profitto può consistere anche in un fine di natura non patrimoniale

(Cass. Pen., SS. UU., 12 ottobre 2023, n. 41570) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo
nota di Andrea Tigrino IN DIRITTO:   Con ordinanza del 18 novembre 2022, la Sezione V penale rimetteva il ricorso alle Sezioni Unite, rilevando un persistente contrasto tra orientamenti contrapposti in ordine alla nozione di “profitto” recata dalla fattispecie incriminatrice.  Le Sezioni Unite procedevano così a un confronto tra due orientamenti di legittimità: 1) in accordo col primo, risalente a pronunce redatte più di quarant'anni fa, il concetto di “profitto” risulterebbe svincolato «dalla natura economica del fine dell'agente: il profitto avuto di mira può, quindi, consistere in qualsiasi utilità, anche di natura non patrimoniale, e soddisfare un bisogno di tipo psichico, rispondendo alle più svariate finalità (di dispetto, ritorsione, vendetta, rappresaglia, emulazione)». La particolare ampiezza di una simile lettura consentirebbe così di apprezzare «qualsiasi utilità o vantaggio […] realizzabile con l'impossessamento della cosa mobile altrui, commesso con coscienza e volontà in danno della persona offesa», a nulla rilevando la destinazione successivamente data alla stessa. 2) Al contrario, aderendo a un orientamento più recente e maggiormente restrittivo, occorrerebbe «attribuire rilievo unicamente al perseguimento di una utilità di tipo patrimoniale». 1) Il primo orientamento, ritenuto maggioritario, ammette che il fine possa «ben consistere nell'appropriarsi per un periodo apprezzabile di tempo della cosa mobile altrui, anche se solo a scopo emulativo», giacché «la limitazione della punibilità […] alle sole ipotesi di sottrazione dettata da finalità economiche priverebbe di tutela penale il possesso delle cose mobili in caso di lesioni dettate da motivazioni non economiche». L'eccessivo restringimento della tutela penale conseguente all'adesione ad altre interpretazioni veniva posto in risalto mediante il richiamo a ipotesi esemplificative, reputate egualmente riconducibili al delitto di furto: a) la sottrazione di un bene per poi successivamente distruggerlo (giacché il danneggiamento conseguente all'amotio della res sarebbe altrimenti non punibile); b) il furto nell'interesse della vittima (ritenuto non punibile per carenza di dolo specifico ma da risolvere, invece, verificando l'eventuale operatività di una causa di giustificazione); c) il furto determinato da motivazioni emulative o affettive; d) la sottrazione di beni non commerciabili. Oltre a ciò, lo stesso orientamento troverebbe fondamento nel fatto che «il reato di furto è reato contro il patrimonio, e non a vantaggio del patrimonio dell'agente, onde non possono non soggiacere alla previsione di cui all'art. 624 cod. pen. illegittime aggressioni al patrimonio altrui, sol perché queste, per autonoma decisione del soggetto attivo, non si risolvono in un corrispondente arricchimento del patrimonio dell'agente». 2) Quanto al secondo orientamento, esso ritiene anzitutto che l'interpretazione precedentemente considerata «trascurerebbe il dato letterale e sistematico dell'inserimento del furto nei delitti contro il patrimonio, che costituisce il bene/interesse tutelato dalla norma». Come conseguenza della prima lettura, lo scopo di lucro previsto dalla fattispecie astratta finirebbe per coincidere «con la generica volontà di tenere per sé la cosa», tradendo la funzione selettiva e garantista della tipicità penale fino al punto da cancellare il requisito del dolo specifico (con conseguente ampliamento della sfera del furto a discapito di quella di altre fattispecie o estensione della stessa a fatti non meritevoli di sanzione penale). Solo l'adesione a un paradigma strettamente economico, quindi, garantirebbe al fine di profitto di assolvere «ad una funzione di limite dei fatti punibili a titolo di furto», individuando al contempo «una linea di confine tra il furto ed altre figure di reato, non caratterizzate dallo scopo di profitto da parte dell'agente».   Le Sezioni Unite ritengono di aderire al primo orientamento. In primo luogo, si osserva come «la scelta di circoscrivere la nozione di profitto all'ambito strettamente patrimoniale non può trovare fondamento in un significato univoco della parola “profitto” nel linguaggio comune; quest'ultima ricorre infatti in espressioni prive di qualunque correlazione con la sfera del lucro economico, finendo per identificarsi, come attestato nei dizionari di lingua italiana, in un giovamento o vantaggio, sia fisico che intellettuale o morale o pratico». D'altronde, «l'assenza, nella ricostruzione dei tratti caratteristici dei delitti contro il patrimonio, di profili semantici univocamente riconducibili ad utilità suscettibili di diretto apprezzamento economico, spiega per quale ragione il legislatore, nel costruire le fattispecie incriminatrici, avverta talora l'esigenza di ribadire con formule sovrabbondanti la finalità perseguita per non lasciare, in un cono d'ombra d'incertezza interpretativa, talune condotte che intende sanzionare» (è il caso dell'art. 416-bis, comma 3 c.p., che accomuna nella prospettiva incriminatrice i profitti e i vantaggi ingiusti). Ciò premesso, l'adesione a una nozione onnicomprensiva di “profitto” non si tradurrebbe in un'interpretatio abrogans del dolo specifico esatto dalla fattispecie delittuosa, trovando al contrario una giustificazione ben precisa: «posto che l'interpretazione del significato del dolo specifico deve necessariamente essere condotta, in assenza di indici letterali univoci, nel quadro del sistema dei delitti contro il patrimonio, appare evidente che la nozione di profitto non può che essere calibrata sul vantaggio che l'autore intende trarre dall'impossessamento. In altri termini, il profitto rilevante […] è quello che, indipendentemente dalla sua idoneità ad essere apprezzato in termini monetari, viene tratto immediatamente dalla costituzione dell'autonoma signoria sulla res e non quello che può derivare attraverso ulteriori passaggi dall'illecito». Quale ulteriore precisazione, il profitto si ritiene discendere dall'impossessamento «quando si correli alla conservazione, all'uso [si consideri l'ipotesi definita dall'art. 626, comma 1, n. 1 c.p., n.d.r.], al godimento o al compimento di un qualunque atto dispositivo». Peraltro, posto che il “patrimonio” può per il titolare del bene aggredito comprendere anche rapporti aventi a oggetto cose prive di un valore puramente economico, «non si riesce a intendere per quale ragione – e specularmente – la nozione di patrimonio de[bba] essere circoscritta, quando venga in rilievo l'incremento perseguito dall'autore della condotta, ai soli vantaggi che quest'ultimo pretenda di trarre dallo scambio del bene sottratto per un controvalore economico». Inoltre, «l'utilizzazione autonoma del bene, per qualunque fine, da parte dell'autore dello spossessamento, cui si accompagna l'impossibilità per il “detentore” di farne uso, vale a concretare un tipico atto espressivo di un diritto esclusivo, personale o reale, di godimento, la cui pertinenza al patrimonio dell'autore della condotta è incontestabile». In sintesi, «il profitto rilevante è quello che deriva dal possesso penalisticamente inteso, ossia dalla conservazione e dal godimento del bene». Nonostante la funzione delimitatrice del dolo specifico risulti in tal modo ridotta, la presente lettura si rivela ad avviso dei giudici pienamente coerente con la volontà del legislatore, nonché con un'interpretazione sistematica della giurisprudenza di legittimità in materia di delitti contro il patrimonio: nel caso della rapina, infatti, il profitto può ben concretarsi in «ogni utilità, anche solo morale, nonché in qualsiasi soddisfazione o godimento che l'agente si riprometta di ritrarre, anche non immediatamente, dalla propria azione».   Nell'applicare i principi finora sintetizzati al caso in esame e, così, rigettare il ricorso, la Suprema Corte ritiene che, una volta accertato il fine dell'imputato di ottenere la disponibilità esclusiva del cellulare, con conseguente ampliamento della propria sfera di potenzialità giuridica e menomazione di quella della vittima, «il carattere non direttamente lucrativo dell'obiettivo avuto di mira non vale ad escludere il fine di profitto richiesto dalla fattispecie incriminatrice».     COMMENTO:   Chiamate a esercitare la propria funzione nomofilattica, le Sezioni Unite hanno offerto una risposta perentoria a una vexata quaestio di diritto penale sostanziale, ritenendo che il fine di profitto nel delitto di furto debba essere ravvisato in «qualunque vantaggio anche di natura non patrimoniale perseguito dell'autore». Nell’impossibilità di procedere a una disamina organica del dibattito dottrinale in materia e stanti le critiche egualmente riguardanti entrambi gli orientamenti, opportuno pare anzitutto tenere in considerazione la voluntas legislatoris. Posta la molteplicità di delitti che contemplano il profitto come evento (si pensi alla truffa e all’estorsione) o come contenuto essenziale del dolo specifico (furto, rapina, circonvenzione di persone incapaci, appropriazione indebita, ricettazione, ecc…), il riferimento ai Lavori Preparatori del Codice Rocco non si rivela tuttavia dirimente: il legislatore, nel chiarire i caratteri differenziali tra la sostituzione di persona e la truffa, afferma che «l'ingiusto profitto con altrui danno, nella truffa, delitto contro il patrimonio, ha un contenuto patrimoniale o almeno incide sul patrimonio altrui; nella sostituzione di persona invece, «vantaggio» indica una qualsiasi utilità, anche non economica»[1]; nondimeno, affrontando successivamente la species del furto d’uso, la stessa Relazione segnala che «“trarre profitto”, si insegna, è procurarsi un vantaggio»[2], assimilando de facto i concetti precedentemente distinti o comunque non contribuendo a tracciare una linea di demarcazione fra i due lemmi. In assenza di chiarimenti etimologici e volendo così procedere al riscontro dei maggiori limiti connessi all’adesione all’una o all’altra lettura, la tesi secondo la quale il profitto coinciderebbe esclusivamente con un vantaggio di natura economica dà effettivamente luogo a vuoti di tutela, come d’altronde rilevato già nell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite. Se, infatti, le ipotesi di sottrazione del bene altrui attuate mediante violenza o minaccia potrebbero essere ricondotte alla diversa fattispecie di violenza privata (come sostenuto dalla difesa dell’imputato nel caso oggetto di commento), quelle realizzate attraverso modalità differenti (dall’inganno alla semplice destrezza, approfittando della disattenzione altrui) e non animate da finalità locupletative rischierebbero altrimenti di non assumere rilevanza penale, integrando al più illeciti civili: si pensi al caso di un biglietto aereo sottratto al fine di impedire la partenza di una persona odiata, così come al furto di un bene al solo scopo di ostentarlo, di un manufatto con l’intenzione di studiarlo o di un capo d’intimo femminile per appagare un desiderio sessuale. Pertanto, il diverso paradigma – richiamato anche in relazione ai delitti di rapina e ricettazione – per cui il profitto, lungi dall’essere circoscritto al vantaggio economico, ricomprenderebbe più ampiamente ogni utilità, piacere o soddisfazione che l’agente possa procurarsi mediante il compimento dell’azione criminosa si presenta non tanto come la soluzione “corretta”, bensì come l’unica percorribile per scongiurare aree di impunità in seno alla fattispecie in esame. A sostegno di una simile interpretazione e pur con la consapevolezza di possibili scostamenti fra l’accezione gergale e il diverso significato tecnico-giuridico attribuito a un vocabolo, va infine segnalato come vi sia concordanza fra i dizionari della lingua italiana nel ritenere che il concetto di profitto non possa essere vincolato a un fine puramente economico, ricomprendendo esso al contrario scopi di natura pratica, morale, intellettuale, fisica, ecc…   [1] Ministero della giustizia e degli affari di culto (a cura di), Lavori preparatori del Codice penale e del Codice di Procedura penale, Volume V, Parte IIa, Roma, 1929, p. 271. [2] Ibidem, p. 446.

La condotta di stalking può essere indirizzata a terzi legati alla vittima da un rapporto di vicinanza, ove l´agente agisca nella convinzione che la vittima ne venga informata

(Cass. Pen., V Sez., 9 ottobre 2023, n. 441006)  Stralcio a cura di Fabio Coppola
nota di Federico Maria Schettino La Corte di legittimità, con la sentenza n. 41006/2023, è tornata a pronunciarsi sul reato di stalking.                                                                                                                           Trattasi di una condotta penalmente rilevante in molti ordinamenti, in quello italiano la fattispecie è rubricata “atti persecutori” all’art. 612 bis c.p. Con tale espressione si indicano quei comportamenti molesti e protratti, costituiti da continui appostamenti nei pressi del domicilio o comunque di ambienti frequentemente vissuti dalla vittima e caratterizzati da intrusioni nella sua vita privata alla ricerca di un contatto personale. È stata introdotta dal D.L. n. 11/2009, convertito dalla L. n. 38/2009 che ha introdotto la norma in argomento.                                                                                                                                          Il legislatore ha voluto dare una risposta sanzionatoria a tutti quei comportamenti che venivano inquadrati e disciplinati da altre e meno gravi fattispecie di reato (minaccia, violenza privata...).                                                                                                                        Queste ultime norme, infatti, si erano rivelate inidonee a tutelare adeguatamente le vittime, anche nei confronti di condotte illecite caratterizzate da una maggiore gravità, sia per la reiterazione delle stesse, sia per i loro effetti negativi sulla sfera privata e familiare delle persone offese.                                                                                                                                        Con la sentenza in esame si è dato rilevanza ai comportamenti messi in atto dal soggetto attimo del reato nei confronti di soggetti legati alla vittima (molestie indirette), ma con lo scopo di ingenerare in essa ansia e cambiamento delle proprie abitudini di vita.                                                                                                                                                Nel caso di specie l’imputata veniva condannata per aver tenuto condotte persecutorie nei confronti della persona offesa, in un episodio, nonché nei confronti del padre e degli zii. Nello specifico ai familiari venivano rivolte minacce di morte, e ad uno in particolare veniva danneggiata una vetrina.                                                                                                                                      La Corte d’Appello, conformandosi a un orientamento giurisprudenziale in consolidamento, riteneva che le condotte, seppur rivolte a soggetti differenti, erano indirizzate alla persona offesa. Tali comportamenti ingeneravano nella vittima, a conoscenza del fatto che essi erano rivolti alla propria persona, un perdurante stato di ansia e timore per l’incolumità propria e dei familiari.                                                                                                                                         L’imputata impugnava la sentenza per mancanza di motivazione in ordine all’idoneità dei comportamenti rivolti ai congiunti a realizzare la condotta prevista dall’art. 612 bis c.p., nonché allo stato di ansia e cambiamento della propria quotidianità.                                                                                                                                               Parte ricorrente riteneva errata la contestazione del reato di atti persecutori; l’accusa non era riuscita a provare che l’imputata fosse responsabile delle telefonate anonime e delle condivisioni su Facebook. Deduceva altresì che i messaggi offensivi rivolti ai familiari della vittima fossero da considerare ingiurie e non comportamento rivolti al destinatario direttamente. L’unico comportamento imputabile alla ricorrente erano le lesioni volontarie “che tuttavia, quale unico atto, non integra il reato contestato”.                                                                                                                                     La Corte di Cassazione rigettava il primo motivo di impugnazione (il solo rilevante ai fini del nostro discorso) enunciando il principio di diritto secondo cui: “in tema di atti persecutori, rientrano nella nozione di molestie anche le condotte che, pur non essendo direttamente rivolte alla persona offesa, comportino subdole interferenze nella sua vita privata (Sez. 5, n. 25248 del 12/05/2022, Rv. 283369 - 01), concretizzandosi in atti diretti a plurimi destinatari legati alla vittima da un rapporto qualificato di vicinanza, ove l'agente agisca nella ragionevole convinzione che la vittima ne venga informata e nella consapevolezza, della idoneità del proprio comportamento abituale a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 8919 del 16/02/2021, Rv. 280497 - 01)”.      Con riguardo alla doglianza sulla mancanza di motivazione relativo allo stato di ansia per l’incolumità propria e dei congiunti nonché del cambiamento delle proprie abitudini di vita, la Corte riteneva “...di qui il rilievo del giudice di appello, in linea con i dati probatori richiamati ed esente da vizi logici, che tali condotte, pur dirette ai familiari, erano idonee a colpire la persona offesa, ingenerando nella stessa un perdurante stato di ansia e di paura per l'incolumità propria e dei prossimi congiunti. Conclusione, questa, coerente con il consolidato indirizzo secondo cui, in tema di atti persecutori, la prova dello stato d'ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall'agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante (Sez. 5, n. 24135 del 09/05/2012, Rv. 253764 - 01; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 17795 del 02/03/2017, Rv. 269621 - 01)”.                                                                                                                                               Sul punto si richiama anche la sentenza della Cassazione n. 50746/2014 “In tema di atti persecutori, la prova dell'evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall'agente ed anche da quest'ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l'evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata”.                                                                                                                                 La Corte rigettava il ricorso e condannava parte ricorrente al pagamento delle spese di lite.     Il reato di stalking, quindi, si intende consumato anche nel momento in cui le condotte reiterate nel tempo non sono rivolte direttamente alla vittima designata dal reo, ma anche nei confronti di persone ad essa legate da rapporti di familiarità, affettività, amicizia. Il soggetto passivo, tuttavia, deve essere a conoscenza di tali comportamenti, con la conseguenza che essi provocano uno stato di turbamento psichico che ingenera stato ansioso e/o modificazioni della propria vita quotidiana.                                                                                           Ciò che rileva è l’esistenza di un nesso di causalità certo fra le reiterate condotte di minaccia o molestie e le tre possibili conseguenze alternative, ognuna delle quali è sufficiente a delineare il delitto, ma che, se realizzate contemporaneamente, fanno parte della stessa fattispecie incriminatrice: il perdurante stato di ansia; il timore fondato per l’incolumità propria, di un proprio congiunto o di una persona legata alla vittima da relazione affettiva; il cambiamento delle scelte di vita del soggetto che le subisce.                                                                                                                              

Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare si configura con la formale e definitiva attribuzione dello status di genitore in quanto è da questo momento che sorge l´obbligo di procurare i mezzi di sussistenza al figlio minore

(Cass. Pen., Sez. VI, 5 ottobre 2023, n. 40698) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

L´estorsione commessa con minaccia “silente” da affiliato ad associazione di stampo mafioso integra l´aggravante di cui all´art. 628 co.3 n.3 c.p. in ragione della provenienza qualificata della condotta intimidatoria

(Cass. Pen., Sez. I, 2 ottobre 2023, n. 39836) stralcio a cura di Annapia Biondi

Le Sezioni Unite: Il nuovo art. 573, comma 1-bis c.p.p. si applica alle impugnazioni per i soli interessi civili proposte relativamente ai giudizi nei quali la costituzione di parte civile è intervenuta in epoca successiva al 30 dicembre 2022

(Cass. Pen., SS.UU., 21settembre 2023, n. 38481) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo 

L´interazione virtuale con gruppi online di ispirazione ideologica neonazista, anche attraverso “like” e rilancio di “post”, configura il delitto di cui all´art. 604-bis co.2 c.p.

(Cass. Pen., Sez. I, 20 settembre 2023, n. 38423) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Le gare pubbliche cui fa riferimento il reato di turbata libertà degli incanti e i concorsi per il reclutamento dei professori universitari non sono assimilabili a causa del chiaro dettato normativo e della diversità strutturale delle offerte

Cass. Pen., Sez. VI, 25 luglio 2023, n. 32319 Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Risponde di violenza privata il giornalista di inchiesta che assuma un atteggiamento insistente nei confronti dell´intervistato coartandone la libertà

(Cass. Pen., Sez. V, 31 agosto 2023, n. 36407) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Falso in autocertificazione Covid-19: sussiste il delitto di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico non rilevando ad escluderlo il principio del nemo tenetur se detegere che opera esclusivamente nell´ambito di un procedimento penale già attivato e non nella fase precedente relativa alla commissione di un reato

(Cass. Pen., Sez. V, 21 agosto 2023, n. 35276)   Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

L´uso improprio del c.d. “bonus carta del docente” integra il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche (art. 316-ter cod. pen.)

(Cass. Pen., Sez. VI, 14 luglio 2023, n. 30770) stralcio a cura di Annapia Biondi 

In materia di falsità ideologica o materiale, la previsione dell´art. 491-bis c.p. riguarda l´ipotesi in cui il sistema informatico sia supportato da riscontro cartaceo e quella in cui sia del tutto sostitutivo dello stesso

(Cass. Pen., Sez. V, 28 luglio 2023, n. 33285) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Configura il reato di detenzione o accesso a materiale pedopornografico la partecipazione consapevole ad una chat di gruppo dalla denominazione inequivoca e la condivisione con altri utenti dei relativi file di chiara natura pedopornografica indipendentemente da eventuali operazioni di salvataggio (download) di detto materiale su dispositivi informatici

(Cass. Pen., Sez. III, 04 settembre 2023, n. 36572) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio
nota di Giulia Nespolo La questione prospettata dalla sentenza della Corte di Cassazione, Sezione III Penale, 4 settembre 2023, n. 36572, richiede l’analisi del reato di detenzione o accesso a materiale pornografico previsto dall’art. 600- quater, commi 1 e 3, c. p. Ai fini di una corretta analisi della sentenza in commento, appare opportuno procedere ad una breve disamina sulla vicenda in esame. In particolare, l’imputato, mediante l’applicazione di messaggistica Telegram, partecipava ad una chat di gruppo, condividendo i files ivi contenuti, raffiguranti minori in atti sessualmente espliciti, quindi, di natura pedopornografica. Difatti, l’imputato, al pari di ogni componente della chat, non aveva accesso soltanto tramite le proprie credenziali al materiale presente che, una volta immesso da qualunque partecipante, veniva salvato automaticamente sul cloud, rendendolo visualizzabile in ogni momento da tutti i componenti del gruppo. Orbene, chiariti i termini della vicenda, ai fini di un corretto inquadramento giuridico del caso di specie sul quale si fonda la sentenza in esame, appare opportuno eseguire un’attenta disamina in ordine alle possibili fattispecie criminose integrate dall’imputato con la propria condotta. In particolare, occorre analizzare il reato di detenzione o accesso a materiale pornografico ex art. 600- quater, commi 1 e 3, c. p. Il reato di detenzione o accesso a materiale pornografico si sostanzia nella condotta di colui che, al di fuori delle ipotesi più gravi previste dal reato di pornografia minorile, si procura o detiene consapevolmente materiale pornografico, realizzato utilizzando soggetti minori degli anni diciotto. A tal proposito, il bene giuridico tutelato dal reato consiste nell’interesse a prestare tutela alla persona, alla libertà e personalità individuale. Per quanto concerne l’elemento oggettivo del reato, è rappresentato dalla condotta di chi, fuori dalle più gravi ipotesi previste dal reato di cui all’art. 600- ter c. p., si procura o detiene materiale pornografico, raffigurante soggetti minori degli anni diciotto in atti sessualmente espliciti. Peraltro, in relazione all’elemento oggettivo del reato, in esso rientra anche la condotta di chiunque accede a materiale pornografico, realizzato utilizzando soggetti minori degli anni diciotto, mediante l’uso della rete internet, di altre reti o mezzi di comunicazione. Per quanto attiene all’elemento soggettivo del reato, è richiesto il dolo, ossia la coscienza e la volontà di procurarsi o detenere materiale pornografico, raffigurante soggetti minori degli anni diciotto in atti sessualmente espliciti, ovvero la coscienza e la volontà di accedere a materiale pornografico, realizzato utilizzando soggetti minori degli anni diciotto, mediante l’uso della rete internet, di altre reti o mezzi di comunicazione. Occorre valutare se la partecipazione ad una chat di gruppo, contenente soggetti minori degli anni diciotto in atti sessualmente espliciti, materiale di natura pedopornografica, archiviato nel cloud di Telegram, configuri il reato di detenzione o accesso a materiale pornografico. Sul punto, si è ritenuto che la disponibilità di files di contenuto pedopornografico archiviati sul cloud storage di una chat di gruppo nello spazio Telegram, accessibili per il tramite delle proprie credenziali da parte di ogni componente che abbia ad essa consapevolmente preso parte, integra il reato di detenzione o accesso a materiale pornografico, penalmente rilevante, ai sensi dell’art. 600- quater, comma 1, c. p. Sulla base di quanto poc’anzi rammentato, è rilevante la nozione di detenzione. In tal senso, si è ravvisato che “il concetto di detenzione, seppur derivante dall’istituto civilistico nel quale indica il potere di gestione su una res in capo a chi ne abbia il godimento con la consapevolezza che si tratti, a differenza del possesso che si identifica nell’esercizio di un potere di fatto corrispondente al diritto di proprietà o altro diritto reale, di un bene altrui (animus detinendi),, è stato mutuato dal legislatore penale con riferimento al solo elemento materiale ovverosia, prescindendo integralmente dall’animus, nella mera accezione della disponibilità materiale di un bene, e dunque in termini della sua sostanziale fruibilità” (Cons. in dir. 1., Cass. prn., Sez. III., sent. n. 36572/2023). Alla luce di tale fondamentale passaggio della decisione in commento, si è osservato che la detenzione penalmente rilevante assurge alla libera fruibilità della res, quindi, oltrepassi la relazione materialmente tangibile tra la persona fisica e il bene. Pertanto, non sussiste alcuna differenza tra un’operazione download dei files fatta sul proprio cellulare o su altro dispositivo e l’accesso incondizionato ad un archivio condiviso tra i partecipanti ad una chat . Invero, in entrambi i casi l’agente ha piena e incondizionata possibilità di fruire del materiale archiviato indipendentemente dalla circostanza che sia stato egli stesso o altri ad aver effettuato l’operazione di salvataggio. Dunque, alla luce delle enunciazioni giurisprudenziali e delle superiori argomentazioni si deve concludere che l’imputato è ritenuto penalmente responsabile del reato di detenzione di materiale pornografico ex art. 600- quater, comma 1, c. p. e non di quello più lieve di accesso a materiale pornografico ex art. 600- quater, comma 3, c. p., atteso che l’imputato ha fruito liberamente del materiale a contenuto pedopornografico archiviato nella chat di gruppo, non rilevando se sia stato egli stesso o altro partecipante ad effettuare l’operazione di salvataggio.    

L´amministratore della società fallita che preleva dalle casse sociali il suo compenso in assenza di delibera assembleare commette bancarotta preferenziale (e non fraudolenta per distrazione) se la somma riscossa risulti dovuta e congrua rispetto all´attività svolta

(Cass. Pen., Sez. V, 31 agosto 2023, n. 36416) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Caso Renzi: la Procura non poteva acquisire senza l´autorizzazione del Senato «messaggi di posta elettronica e whatsapp del parlamentare, o a lui diretti, conservati in dispositivi elettronici appartenenti a terzi»

(Corte Cost., 27 luglio 2023, n. 170) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo 
nota di Matteo Milanesi  La sentenza in commento[1] – nata dal conflitto di attribuzioni promosso dal Senato della Repubblica nei confronti della Procura presso il Tribunale di Firenze, con riferimento al noto sequestro di corrispondenza riguardante il Sen. Renzi – muove da due interrogativi essenziali, entrambi relativi al campo d’applicazione della guarentigia di cui all’art. 68, co. 3 Cost. In particolare, ci si chiede se la garanzia della segretezza delle comunicazioni si estenda, da un lato, alle conversazioni via e-mail e Whatsapp nelle quali risulti coinvolto il membro di una Camera e, dall’altro, agli estratti di conti correnti bancari riferiti ad un parlamentare. Procedendo con ordine, il provvedimento si concentra dapprima sulla questione della messaggistica elettronica. Subito scartata l’applicabilità – alla fattispecie di che trattasi – della disciplina delle intercettazioni[2], la Corte si preoccupa di delineare ulteriormente il tema. Posto che “lo scambio di messaggi elettronici […] rappresent[a] di per sé una forma di corrispondenza”, è invero necessario – per il Consesso – domandarsi “se mantengano la natura di corrispondenza anche i messaggi […] già ricevuti e letti dal destinatario, ma conservati nella memoria dei dispositivi.” La questione attiene dunque alla potenziale differenziazione tra statica e dinamica della corrispondenza e ricalca il dibattito ancora vivo nella giurisprudenza di legittimità. Dibattito che si assesta su due contrapposte posizioni: da un lato, l’idea secondo cui la tutela “non si esaurirebbe con la ricezione del messaggio”, ma solo allorché “il decorso del tempo o altra causa abbia trasformato il messaggio in un documento ‘storico’”; dall’altro, la tesi in base alla quale “la corrispondenza già ricevuta e letta dal destinatario non sarebbe più un mezzo di comunicazione, ma un semplice documento”. L’adesione all’una o all’altra qualificazione muta radicalmente la disciplina applicabile, in quanto determina l’operatività – o meno – tanto della suesposta prerogativa parlamentare quanto delle garanzie comuni in materia di comunicazione ex art. 15 Cost. Il Giudice delle leggi aderisce alla prima tesi, formulando preliminarmente un cumulo di osservazioni meritevoli di considerazione in ordine all’estensione del concetto di “corrispondenza” alle comunicazioni telematiche[3]. Forte dell’argomento evolutivo, la Corte ritiene anzitutto che sposare la posizione più restrittiva “in un momento storico nel quale la corrispondenza cartacea […] è ormai relegata […] a un ruolo di secondo piano, significherebbe […] deprimere radicalmente la valenza della prerogativa parlamentare in questione.” Ulteriormente, richiama la giurisprudenza EDU, la quale “non ha avuto incertezze nel ricondurre sotto il cono di protezione [della Convenzione …] i messaggi di posta elettronica […], gli SMS […] e la messaggistica istantanea […] tramite internet”. In terzo luogo, con una ricostruzione sistematica, supera il ragionamento della resistente Procura, fondato sulla logica in base alla quale, essendo la giurisprudenza penale orientata nel senso di affermare che “i messaggi […] già ricevuti e memorizzati […] hanno natura di ‘documenti’ ai sensi dell’art. 234 cod. proc. pen.”, allora tale dovrebbe essere la qualificazione dei medesimi anche agli effetti dell’art. 68 Cost.  Il Giudice evidenzia, a tal proposito, la differenza sussistente tra l’evocata disciplina di cui all’art. 254 c.p.p. – attinente al sequestro di corrispondenza – e quella di cui all’art. 616 c.p., riguardante invece la violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza; sottolinea, in questo senso, come la norma incriminatrice tuteli anche la corrispondenza telematica, in forza di un’estensione del concetto stesso di “corrispondenza”[4]. Accertato il rilievo di tale categoria giuridica, la Corte espone quanto segue in punto di estensione della garanzia: “analogamente all’art. 15 Cost. […], l’art. 68, terzo comma, Cost. tutel[a] la corrispondenza dei membri del Parlamento – ivi compresa quella elettronica – anche la ricezione da parte del destinatario, almeno fino a quando, per il decorso del tempo, essa non abbia perso ogni carattere di attualità”. Aggiunge la Corte – non senza le resistenze di parte della dottrina[5] – che l’attualità deve “presumersi, sino a prova contraria, quando si discuta di messaggi scambiati […] a una distanza di tempo non particolarmente significativa rispetto al momento in cui dovrebbero essere acquisiti”, anche in relazione allo svolgimento del mandato parlamentare ed alla loro custodia in “dispositivi protetti da codici di accesso”. Tanto esposto, il Giudice perviene ad una opposta conclusione con riferimento al problema dell’estratto conto bancario, il quale – si legge nel provvedimento – “ha una funzione e una valenza autonoma, indipendente dalla spedizione al correntista.” In tal guisa, “la circostanza che possa o debba essere trasmesso al cliente non lo qualifica in modo automatico e permanente come ‘corrispondenza’ agli effetti dell’art. 68” cit., dovendo peraltro le garanzie parlamentari“essere interpretate alla luce della loro ratio, evitando improprie letture estensive”[6]. La sentenza formula, inoltre, una nota procedurale in materia di sequestro di dispositivi informatici, rilevando come “gli inquirenti debb[a]no ritenersi abilitati a dispor[lo]”, salvo astenersi dall’estrazione della corrispondenza contenuta nei dispositivi medesimi “[n]el momento […] in cui riscontr[i]no la presenza […] di messaggi intercorsi con un parlamentare”. Ciò premesso, la Corte – dichiarato che “non spettava alla Procura […] acquisire […] corrispondenza riguardante il senatore Matteo Renzi” – annulla il sequestro di cui sopra; parallelamente, “dichiara che spettava alla procura […] acquisire […] l’estratto conto corrente bancario personale del senatore Matteo Renzi”. Il provvedimento in esame costituisce un “precedente di indubbio rilievo”[7], ponendo esso alcuni punti fermi in materia sostanziale e procedurale; tanto che, “verosimilmente, questa decisione orienterà le Procure”[8], le quali si atterranno al vademecum delineato dalla Consulta anche solo “al fine di evitare il rischio di vedere vanificata l’attività legislativa posta in essere”[9]. Peraltro, come è stato correttamente osservato, “i chiarimenti forniti dalla Corte […] rappresentano degli approdi che si estendono ben al di là della vicenda da cui originano”[10]; sarà dunque opportuno osservare quali saranno i futuri effetti di questa statuizione non solo in relazione ai successivi giudizi fondati sulla lex specialis di cui all’art. 68 Cost., ma altresì con riguardo ai processi comuni, ove la libertà di comunicazione integra non già una prerogativa, ma un diritto soggettivo.   [1] Già vagliata da plurimi contributi dottrinali: G. Guzzetta, La nozione di comunicazione e altre importanti precisazioni della Corte costituzionale sull’art. 15 della Costituzione nella sentenza n. 170 del 2023, in Federalismi.it, n. 21/23, pp. 81-88; E. Furno, Libertà di comunicazione e diritto alla riservatezza del parlamentare nelle sentenze nn. 157 e 170 del 2023 della Corte costituzionale in tema di intercettazioni, in Federalismi.it, n. 25/23, pp. 37-57; L. Longhi, La libertà e la segretezza delle comunicazioni dei parlamentari in due recentissime pronunce della Corte costituzionale, ivi, pp. 58-67; P. Villaschi, La sentenza n. 170 del 2023: la Corte costituzionale chiarisce il perimetro della nozione di corrispondenza e torna sull’interpretazione della legge n. 140 del 2003, in MediaLaws, n. 2/23, pp. 361-381; N. D’Anza, La corte costituzionale estende ai soggetti non parlamentari l’immunità di cui all’art. 68, comma 3, Cost. con riguardo alla corrispondenza scambiata con i membri del Parlamento, in Forum di Quaderni costituzionali, n. 3/22, pp. 105-126. [2] Non sussistendo i requisiti di simultaneità ed occultezza nella captazione del messaggio. [3] Per l’esame “tripartito” che segue, cfr. anche P. Villaschi, op. cit., p. 368 ss. [4] In questo senso, il Giudice cita le sentt. Cass. pen., n. 39529/2022; Cass. pen., n. 22417/2022; Cass. pen., n. 17552/2021. [5] Si legga N. D’anza, op. cit., p. 111, che solleva dubbi in ordine ai parametri da utilizzare ai fini della quantificazione temporale. [6] Vengono citate, ad adiuvandum, le sentenze C. cost. nn. 38/19 e 74/13. [7] P. Villaschi, op. cit., p. 361. [8] N. D’Anza, op. cit., p. 115. [9] Ibid. [10] G. Guzzetta, op. cit., p. 87.

Integra il delitto di frode nell´esercizio del commercio l´apposizione di un Bollo CE di un altro produttore in quanto la fattispecie in questione non tutela soltanto il compratore ma, salvaguardando i principi di onestà e lealtà che devono presiedere allo scambio dei beni, anche il produttore

(Cass. Pen., Sez. III., 31 luglio 2023, n. 33418) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Il riconoscimento della recidiva reiterata non implica (necessariamente) la previa dichiarazione di recidiva semplice in una precedente sentenza di condanna

(Cass. Pen., SS. UU., 25 luglio 2023, n. 32318) stralcio a cura di Giulio Baffa
nota di Valeria Ferro Quella affrontata dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza in commento rappresenta una delle questioni di più evidente complessità interpretativa concernenti l’istituto della recidiva, vale a dire il rapporto tra la recidiva reiterata e il pregresso accertamento di altra ipotesi di recidiva. La vicenda concreta da cui trae origine la questione concerneva due soggetti condannati in primo e in secondo grado per il reato di furto aggravato dall’aver usato violenza sulle cose, dall’aver commesso il fatto in più persone e dalla recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale. Nel proporre impugnazione avverso la sentenza di appello la difesa di uno dei due ricorrenti deduceva la violazione dell’art. 99, quarto comma, cod. pen., sostenendo che la Corte territoriale avesse erroneamente applicato l’aggravante anzidetta nonostante l’assenza di una pregressa e formale dichiarazione giudiziale di recidiva semplice. La Quinta Sezione della Cassazione, investita del ricorso, rimetteva la questione alle Sezioni Unite, riscontrando sul punto una potenziale incompatibilità tra l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario (cui si era conformata la sentenza impugnata) e i più recenti principi affermati dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità in materia di recidiva. Alle argomentazioni formulate dalla Sezione rimettente aderiva, con una memoria presentata in udienza, il Procuratore Generale. Prima di pronunciarsi sul presunto contrasto prospettato nell’ordinanza di rimessione, le Sezioni Unite procedono a una lunga e articolata disamina dell’evoluzione registratasi, nel corso degli ultimi anni, in relazione all’art. 99 cod. pen. La profonda rivisitazione dell’istituto ha interessato principalmente i tre momenti nevralgici della sua applicazione: la contestazione della circostanza, la verifica dei suoi presupposti e la produzione degli effetti giuridici. Per comprendere i principi formulati con riguardo al primo e al terzo dei suindicati momenti occorre soffermarsi, seppur brevemente, sulla natura giuridica della recidiva. Quest’ultima costituisce – per univoca indicazione legislativa (art. 70 cod. pen.) – una circostanza aggravante soggettiva e, nello specifico, una circostanza «inerente alla persona del colpevole». Dall’identificazione della natura circostanziale della recidiva deriva l’assoggettamento della stessa alle regole previste per tale specifica categoria di elementi. Alla stregua di qualsiasi altra circostanza la recidiva deve, anzitutto, essere contestata dal pubblico ministero all’imputato, garantendo in tal modo la formazione del contraddittorio sul punto. Per poter poi produrre tutte le conseguenze pregiudizievoli ad essa connesse, la recidiva, oltre che ritualmente contestata, deve essere riconosciuta e applicata, tanto ove risulti l’unica circostanza nel caso di specie quanto nell’ipotesi in cui confluisca in un giudizio di comparazione con circostanze eterogenee. A tal proposito, la giurisprudenza è oramai orientata nel ritenere riconosciuta e applicata la recidiva, con logica produzione di tutti gli effetti diretti e indiretti tipici, anche quando il giudizio di bilanciamento si concluda con una dichiarazione di equivalenza della aggravante rispetto alle altre circostanze contestate. Di converso, e salvo eccezioni, la produzione degli effetti della recidiva, siano essi principali o secondari, deve ritenersi esclusa allorquando la stessa venga considerata dal giudice subvalente rispetto alle contestate attenuanti. Un’importanza centrale riveste, nel proseguo, l’analisi dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale che ha interessato la verifica dei presupposti applicativi della recidiva. Nella originaria versione del Codice Rocco del 1930 l’aggravamento di pena tipico della circostanza in questione conseguiva automaticamente al rilevamento del requisito formale di cui all’art. 99, primo comma, cod. pen., ovverosia la sussistenza, al momento della commissione del nuovo reato, di una precedente sentenza di condanna definitiva per altro delitto non colposo. Sotto il profilo strutturale e processuale la recidiva era, in buona sostanza, espressione di uno status soggettivo del reo determinato dai suoi precedenti penali e che il giudice si limitava a «dichiarare». A seguito e per effetto di varie riforme legislative (quali quelle dell’anno 1974 e dell’anno 2005) e di pronunce giurisprudenziali (ex aliis, Corte Cost., 23 luglio 2015, n. 185), la circostanza aggravante ha perduto l’originario connotato di «obbligatorietà» e il suo accertamento è divenuto «facoltativo», nel senso che è consentito al giudice escluderla laddove non la ritenga in concreto espressione di una maggior colpevolezza o pericolosità sociale dell’agente. Il novero dei presupposti di configurabilità della fattispecie è stato, allora, progressivamente arricchito di elementi di carattere sostanziale, ulteriori rispetto a quelli sanciti dal dettato normativo, talché ad oggi per ritenere un soggetto «recidivo» non è più sufficiente accertare l’esistenza di una precedente condanna, ma occorre valutare se il nuovo reato sia effettivamente sintomatico di una maggiore rimproverabilità, di un atteggiamento di indifferenza verso la legge, dell’assenza di un ripensamento critico del soggetto agente. In definitiva, da un punto di vista sistematico, la recidiva opera oggigiorno quale circostanza pertinente al reato (e non quale status soggettivo), fungendo, coerentemente con la sua natura giuridica, da criterio di adeguamento della risposta sanzionatoria alla gravità del nuovo delitto. Venendo adesso al caso di specie, proprio la crescente valorizzazione del carattere «facoltativo» della circostanza ha stimolato nella Sezione rimettente l’opportunità di un ripensamento dei rapporti tra le varie tipologie di recidiva indicate dall’art. 99 cod. pen., le quali – è bene ribadirlo – «non costituiscono autonome tipologie svincolate dagli elementi normativi e costitutivi della recidiva semplice, bensì mere specificazioni di essa, dalla quale si diversificano, espressamente richiamandola, per le differenti conseguenze sanzionatorie che comportano» (Cass., Sez. Un., 27.5.2010, n. 35738, ric. Calibè). Stando all’orientamento giurisprudenziale maggioritario, pressoché costante e risalente, il riconoscimento della recidiva reiterata non presuppone una precedente dichiarazione di recidiva semplice, essendo a tal fine sufficiente che, al momento della commissione dell’ultimo delitto, il reo risulti gravato da più condanne definitive per reati che, valutati unitamente a quest’ultimo, manifestino la sua maggiore attitudine criminosa. Il fondamento interpretativo della suesposta tesi è costituito da un argomento di tenore letterale e cioè dall’assenza, nella formulazione dell’art. 99, quarto comma, cod. pen., di alcun riferimento a una pregressa condanna per fatti aggravati dalla recidiva. Secondo una tesi opposta, la necessità di un preventivo riconoscimento, anche se non espressa, è comunque deducibile dall’espressione «recidivo», intendendo come tale il soggetto nei cui confronti è stata già pronunciata una sentenza di condanna attestante un atteggiamento criminoso recidivante. Le Sezioni Unite intervengono in soluzione di continuità rispetto alla posizione interpretativa dominante, ribadendo, invece, che la formula lessicale è stata usata dal legislatore per ragioni di mera semplificazione semantica, per non riproporre per esteso e testualmente i presupposti formali (e sostanziali) che ad oggi fondano l’applicazione di qualsiasi tipologia di recidiva. La ragionevolezza di tale ricostruzione viene confermata da diverse altre ipotesi in cui, in modo analogo, l’applicazione dell’istituto prescinde da un’apposita dichiarazione giudiziale. Vengono citati in tal senso la formulazione letterale dell’art. 105 cod. pen., in tema di dichiarazione di delinquenza professionale, nonché le costanti interpretazioni giurisprudenziali in materia di ammissione del recidivo reiterato all’oblazione speciale (art. 162-bis, terzo comma, cod. pen.) e al c.d. patteggiamento allargato (art. 444, comma 1-bis, cod. proc. pen.). A fronte dei profondi cambiamenti che hanno interessato la fisionomia e il giudizio di applicazione della recidiva, la sentenza in commento si sofferma, in conclusione, a valutare la sostenibilità di un mutamento interpretativo (così come auspicato dalla Sezione rimettente e dal Procuratore Generale). La proposta ermeneutica alternativa, quella di un preventivo e necessario riconoscimento giudiziale, seppur condivisibile in un approccio sistematico, non risulta, secondo le Sezioni Unite, egualmente persuasiva con riguardo ai rapporti tra la recidiva semplice e quella reiterata. Sul piano dei rapporti tra i due «livelli» di recidiva, la proposta finirebbe, difatti, per risolversi in una diversa e non meno rigida limitazione della discrezionalità dell’accertamento, soprattutto ove si considerino le molteplici e occasionali ragioni per cui tale valutazione potrebbe non avere luogo. Nondimeno, un precedente accertamento dei presupposti applicativi non sarebbe in ogni caso esaustivo ai fini dell’applicabilità, essendo comunque necessario – come più volte ribadito dalle stesse Sezioni Unite – che il giudizio sulla recidiva abbia ad oggetto la totalità dei reati compresi nella sequenza recidivante. La notevole evoluzione dell’istituto, pur se non tale da creare il potenziale contrasto denunciato, non viene minimizzata ma piuttosto valorizzata in altra sede processuale: quella della motivazione. La facoltatività del riconoscimento della recidiva impone, difatti, al giudice un onere motivazionale particolarmente pregnante. Sulla scorta di ciò, spetterà all’organo giudicante, segnatamente nelle ipotesi in cui non sussista una precedente dichiarazione di recidiva, indicare e argomentare in modo preciso e rigoroso gli elementi fattuali e i criteri valutativi utilizzati per affermare ovvero escludere l’applicazione della circostanza.

Non si configura il reato di dichiarazione fraudolenta mediante l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti nei confronti degli amministratori della società qualora ciascuno di essi sia titolare di poteri di amministrazione disgiunta

(Cass. Pen., Sez. III, 18 luglio 2023, n. 31017) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio
nota di Matteo Santamaria La sentenza in commento affronta lo spinoso tema della responsabilità penale dei componenti del Consiglio di Amministrazione di una società di capitali senza specifiche deleghe in merito alla presentazione delle dichiarazioni dei redditi. Più nello specifico, la questione giuridica sottoposta alla Suprema Corte era quella di individuare se ed eventualmente in che termini i componenti senza deleghe di un Consiglio di Amministrazione possano rispondere del reato di dichiarazione fraudolenta mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, ex art. 2 D. Lgs. 74/2000. Gli Ermellini nella sentenza in commento hanno sancito il principio secondo il quale “... in tema di reati tributari, nel caso di delitto deliberato e direttamente realizzato da singoli componenti del consiglio di amministrazione di una società di capitali nel cui ambito non sia stata conferita alcuna specifica delega, ciascuno degli altri amministratori risponde a titolo di concorso per omesso impedimento dell'evento, ove sia ravvisabile una violazione dolosa dello specifico obbligo di vigilanza e di controllo sull'andamento della gestione societaria derivante dalla posizione di garanzia di cui all'art. 2392 cod. Civ" Il Giudice nomofilattico, pertanto, sotto il profilo strettamente oggettivo intende sovvertire gli ordinari canoni del concorso di persone (artt. 110 e ss. c.p.) per affidare la responsabilità dei membri del Consiglio di Amministrazione sprovvisti di deleghe all’istituto previsto dall’art. 40 capoverso c.p. Tale interpretazione, presa in prestito dai reati fallimentari, non convince e, a chi scrive, appare frutto di un errore prospettico. L’art. 40 capoverso c.p. fa espresso riferimento ad un obbligo di impedire l’evento del reato contestato. Aderendo ad una rigorosa interpretazione di tale istituto ed alla ratio ad esso sottesa, non sembrerebbe possibile stravolgere il senso dell’art. 40 cpv c.p. ricavando un evento – non previsto dalla fattispecie incriminatrice – da una disciplina generale prevista dal codice civile. Così facendo, viene completamente frustrata e aggirata la ratio sottesa alla posizione di garanzia penalmente rilevante. Per applicare l’istituto contenuto nell’art. 40 cpv. c.p. al consigliere senza deleghe, sembrerebbe necessario verificare se costui avesse i poteri e l’obbligo giuridico di impedire l’evento previsto dal delitto contestato, piuttosto che uno degli eventi di carattere generale indicati nella disciplina civilistica (art. 2392 c.c.), in alcun modo dichiarati – neanche indirettamente - dalla fattispecie criminosa. Occorrerebbe allora verificare quale sia l’evento del reato previsto dall’art. 2 D. Lgs. 74/2000 e quale sia l’obbligo giuridico di impedirlo in capo al consigliere privo di deleghe. Come noto, il delitto previsto e punito dall’art. 2 D. Lgs. 74/2000 è un reato di mera condotta (Cfr. Cass. III Pen., 20.01.2020, sent. n. 1998). Il primo quesito che occorre porsi è, allora, se è possibile applicare l’art. 40 capoverso c.p. – che richiede di impedire l’evento – ad un reato in cui l’evento non è normativamente previsto. Sul tema, giurisprudenza e dottrina hanno un orientamento schizofrenico. Deve essere evidenziato, tuttavia, come la maggior parte dei provvedimenti ritengano impossibile applicare l’art. 40 cpv. a reati in cui manchi un evento in senso naturalistico e, pertanto, l’utilizzo di tale istituto nell’ambito dell’art. 2 D. Lgs. 74/2000 sembrerebbe una forzatura. L’orientamento contrario, viceversa, fa riferimento ad un evento da intendersi in senso giuridico. Se si volesse aderire a questo secondo filone interpretativo, per contestare al consigliere senza deleghe il delitto di cui all’art. 2 D. Lgs. 74/2000, sarebbe opportuno verificare quale sia l’evento giuridico del reato in esame. Ad avviso di chi scrive, in questo caso l’evento giuridico dovrebbe coincidere con il bene tutelato dalla fattispecie penale, che è rappresentato dall’interesse dell’Erario a non vedere ostacolata l’attività di accertamento fiscale e la conseguente corretta percezione del tributo. Dunque, appare più coerente rispetto ai principi dell’ordinamento affermare che quello appena citato debba essere l’evento rispetto al quale il consigliere senza deleghe dovrebbe avere l’obbligo giuridico di impedire l’evento (e non l’art. 2392 c.c.). Di conseguenza, in capo al consigliere sprovvisto di deleghe non grava alcun obbligo giuridico di impedire quell’evento del reato. L’errore prospettico, quindi, consiste nella circostanza che l’evento a cui fa riferimento la Suprema Corte di Cassazione - impedire che si verifichino danni alla società - non corrisponde all’evento della fattispecie criminosa e pertanto non appare corretto individuarlo come evento da impedire ex art. 40 cpv. c.p. Ad avviso di chi scrive, un’interpretazione più aderente al dettato normativo imporrerebbe una valutazione in termini di concorso puro, verificando pertanto in concreto il contributo che veniva fornito dal consigliere senza deleghe a chi aveva il compito di presentare la dichiarazione, anche eventualmente solo in termini di agevolazione o rafforzamento del proposito criminoso. La sentenza in argomento prosegue, poi, nell’analisi del coefficiente psicologico. A tale proposito, il Giudice di Legittimità, ripercorrendo i principi dettati in tema di bancarotta, ha affermato che è possibile affermare la penale responsabilità dell’amministratore non operativo solo laddove “... emerga la prova, da un lato, dell'effettiva conoscenza di fatti pregiudizievoli per la società o, quanto meno, di "segnali di allarme" inequivocabili dai quali desumere, secondo i criteri propri del dolo eventuale, l'accettazione del rischio del verificarsi dell'evento illecito e, dall'altro, della volontà, nella forma del dolo indiretto, di non attivarsi per scongiurare detto evento”. Traslando tale ermeneusi sul reato quivi analizzato, la Suprema Corte ha stabilito che “... sembra ragionevole ritenere che gli amministratori di una società i quali non abbiano sottoscritto una dichiarazione fiscale fraudolenta mediante l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, perché a ciò abbia provveduto un altro di essi nell'esercizio di funzioni a lui attribuite anche «in concreto», rispondono in concorso del reato di cui all'art. 2 d.lgs. n. 74 del 2000 solo se abbiano avuto conoscenza dell'inserimento di tali documenti mendaci in contabilità e, ciononostante, non si siano attivati per impedirne l'indicazione nella dichiarazione o per impedire la presentazione di questa” La Corte di Cassazione, in altre parole, per evitare di incorrere nel rischio di sanzionare il consigliere senza deleghe per una sorta di responsabilità da posizione, richiede che il componente del Consiglio di Amministrazione sia quantomeno a conoscenza che nella dichiarazione siano stati inseriti elementi fittizi e che di tale circostanza ne sia fornita una prova rigorosa. Applicando tali principi, la Suprema Corte, nel caso in esame, ha annullato la sentenza della Corte di Appello con cui erano stati condannati i due consiglieri senza deleghe per il reato di cui all’art. 2 D. Lgs. 74/2000 poiché il giudice distrettuale aveva fornito una spiegazione meramente presuntiva della conoscenza in capo a costoro dell’utilizzo di fatture emesse per prestazioni inesistenti. Il Giudice nomofilattico, infatti, ha chiarito che “... la partecipazione dei due ricorrenti alle scelte gestionali della società, sebbene ragionevolmente implicata dal loro ruolo di amministratori, non significa necessariamente coinvolgimento nelle specifiche operazioni economiche alle quali si riferiscono le fatture per operazioni soggettivamente inesistenti, a maggior ragione perché all'impresa erano preposti tre amministratori, titolari, ciascuno, di poteri di amministrazione disgiunta”. Apprezzabile è, dunque, il tentativo degli Ermellini di rendere conforme al dettato costituzionale una lettura complessiva della fattispecie criminosa, che, come si è visto, appare trascendere rispetto ai canonici criteri interpretativi. Resta da capire se la conoscenza delle operazioni economiche alle quali si riferiscono le fatture per prestazioni inesistenti possa essere dedotta, come nella bancarotta, a titolo di dolo eventuale nella misura in cui vi erano stati dei “segnali di allarme” ovvero se sia necessaria una prova rigorosa della effettiva conoscenza. Dalla lettura della motivazione in commento, sembrerebbe che la Suprema Corte si sia orientata per questo secondo canone interpretativo, ciononostante, il richiamo alla bancarotta fraudolenta ed ai segnali di allarme rischia di essere fuorviante.

È costituzionalmente illegittimo l´art. 69 co.4 cod. pen. nella parte in cui preclude di riconoscere in capo al recidivo reiterato la prevalenza dell´attenuante del danno di lieve entità

(Corte Cost., 12 luglio 2023, n. 141) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Commette riciclaggio colui che rende disponibile il proprio conto corrente agli autori del reato presupposto di frode informatica per farvi convergere il denaro da questi ricavato

(Cass. Pen., Sez. II, 6 luglio 2023, n. 29346) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Nel caso di estradizione passiva verso la Repubblica Popolare Cinese sussiste il rischio concreto di tortura

(Cass. Pen., Sez. VI, 17 maggio 2023, n. 21125) stralcio a cura di Giulio Baffa 

Non è abnorme il provvedimento del GUP con cui viene dichiarata la nullità del decreto che dispone il giudizio per genericità o indeterminatezza del fatto descritto nel capo di imputazione senza alcuna previa sollecitazione - rivolta al PM - ad integrare o precisare la contestazione

(Cass. Pen., Sez. III, 28 giugno 2023, n. 28037) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

La responsabilità penale in tema di circolazione stradale non si esaurisce nella verifica del nesso eziologico ma presuppone l´accertamento della c.d. causalità della colpa

(Cass. Pen., Sez. IV, 19 giugno 2023, n. 26290) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Maltrattamenti: se il reato abituale si perfeziona sotto la vigenza di una legge più favorevole e si reitera “un segmento insignificante di abitualità” dopo l´entrata in vigore della modifica peggiorativa della fattispecie, si applica la pregressa norma più favorevole

(Cass. Pen., Sez. VI, 28 giugno 2023, n. 28218) stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di Giulio Baffa  Con la sentenza che qui si annota, la Corte di Cassazione è tornata a confrontarsi con questioni relative alla successione di leggi penali nel tempo e ai reati cc.dd. di durata e, in particolare, questa volta, ai reati cc.dd. abituali. Più nel dettaglio, nel caso di specie, il ricorrente invocava la violazione di legge penale in quanto i giudici di merito applicavano il regime sanzionatorio (più sfavorevole) dell’art. 572 c.p. così come modificato dalla legge 1° ottobre 2012, n. 172 in ragione circostanza per cui l’arco temporale di commissione del fatto veniva stabilito nel periodo dal 2009 fino al mese di luglio 2013. La novella legislativa richiamata, in effetti, ha inciso, inter alia, sulla cornice edittale dell’art. 572 c.p., ampliando la pena-base originaria (reclusione da uno a cinque anni) alla pena della reclusione da due a sei anni[1]. Il tema attiene dell’individuazione del tempus commissi delicti nei reati abituali (o reati cc.dd. a condotta reiterata), come appunto quello di Maltrattamenti in famiglia, reato (necessariamente) abituale proprio[2], in cui la reiterazione delle condotte (insita nello stesso concetto di “maltrattamenti” [3]) rappresenta un requisito oggettivo essenziale del delitto ex art. 572 c.p. Proprio la natura di illecito di durata suggerisce infatti che il momento di “realizzazione” del fatto di reato non coincide con il momento della “consumazione”: il requisito della reiterazione sarà integrato sul piano oggettivo se (e nel momento in cui), verificatisi tutti gli altri elementi di fattispecie, si realizzi l’offesa all’interesse tutelato dalla norma; all’opposto, il carattere abituale verrà meno quando non sia più possibile ricondurre un eventuale ed ulteriore episodio all’interno del medesimo contesto criminoso. Ed ancora, nulla esclude che, nonostante la realizzazione dell’offesa tipica, nuove azioni od omissioni vengano successivamente commesse, con la conseguenza per cui la consumazione del reato si verifichi in un momento successivo, allorquando cioè siano terminati gli atti integrativi della condotta. Muovendo da queste premesse di carattere teorico, la Corte affronta il problema del tempus commissi delictinelle ipotesi nelle quali, pur perfezionatosi il reato nei requisiti oggettivi e soggettivi, la sua consumazione si protragga sotto la vigenza della legge successiva, ossia dopo l’entrata in vigore delle legge n. 172 del 2012, che, come già anticipato, ha modificato in senso peggiorativo la fattispecie incriminatrice de qua, verificando, di conseguenza, se la stessa possa o meno “regolare” l’intero fatto criminoso. Secondo un primo orientamento, occorrerebbe fare riferimento al momento in cui la condotta si esaurisce, cioè all’ultimo atto che protrae la situazione antigiuridica. Ne deriva l’applicabilità della disposizione vigente alla data della consumazione del reato (nel caso di specie, luglio 2013), in ragione dell’unitarietà e inscindibilità della struttura del reato abituale, sicché non vi sarebbe ragione di evocare l’art. 2 c.p., comma 4, c.p., dovendosi rifare al tempo in cui è stato commesso il reato. Oltretutto, si aggiunge, nei reati di durata, il soggetto agente ben potrebbe determinarsi nel senso di interrompere la condotta a fronte dell’intervento di una legge penale più sfavorevole[4]. Secondo un diverso orientamento, invece, il tempus commissi delicti è quello in cui la condotta assume i caratteri di tipicità, ossia appena inizia la permanenza o l’abitualità del reato, con la conseguenza per cui la legge sopravvenuta più sfavorevole regolerebbe soltanto il nuovo “segmento di condotta” commesso successivamente all’entrata in vigore della modifica legislativa, sempre che sotto la vigenza della legge più sfavorevole si siano nuovamente realizzati tutti gli elementi del fatto tipico. Diversamente, si dovrebbe ritenere applicabile la legge sopravvenuta anche nel caso in cui sotto la vigenza della nuova norma si sia compiuto un solo fatto maltrattante. Il tema è stato affrontato ex professo dalla Sezioni Unite penali con la sentenza 19 luglio 2018, n. 40986 – pure largamente richiamata dalla pronuncia che qui si commenta –, la quale si è soffermata sulla questione di diritto concerne l’individuazione della legge penale applicabile a fronte di una condotta interamente posta in essere sotto il vigore di una legge penale più favorevole e di un evento intervenuto nella vigenza di una legge penale più sfavorevole (reato c.d. ad evento differito), relativamente alle modifiche legislative che hanno interessato la fattispecie di omicidio stradale, ritenendo di fare riferimento al momento di commissione della condotta (c.d. teoria della condotta) al fine di non veicolare fenomeni di retroattività occulta della norma sfavorevole. In quell’occasione, i Giudici di legittimità, muovendo dall’assunto per cui nei reati di durata la determinazione del tempus commissi delict non sia questione esterna al fenomeno successorio ex art. 2, quarto comma, c.p., hanno precisato, da una parte, che la ratio di garanzia del principio di irretroattività della norma più sfavorevole ai sensi degli artt. 25 Cost. e 7 Cedu è da intendere come valutabilità da parte dell’agente dell’opportunità della propria condotta illecita, ossia come “calcolabilità” delle conseguenze giuridico-penali del proprio agire; dall’altra parte, che l’individuazione del tempus commissi delicti deve necessariamente essere ancorata alle funzioni costituzionali della pena di cui all’art. 27, primo e terzo comma, Cost., segnatamente quella general-preventiva e quella rieducativa, che possono esplicarsi soltanto al momento in cui il soggetto agisce o omette di compiere l’azione doverosa. Tornando alla questione qui affrontata dalla Corte di Cassazione, nei reati cc.dd. abituali in cui sotto la nuova legge si sia realizzato un segmento insignificante di “abitualità”, penalmente neutro, gli artt. 25, secondo comma, e 27, primo e terzo comma, Cost. impongono di far prevalere il “diritto” dei soggetti agenti all’applicazione del trattamento giuridico più favorevole già conseguito al momento di realizzazione dell’offesa tipica, il quale non può essere soppiantato da una legge posteriore. Si tratta, detto altrimenti, di ipotesi in cui la condotta risulta pienamente sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 572 c.p., e dunque alla norma penale più favorevole, ma che, tuttavia, rischia di essere sanzionata dalla norma penale sfavorevole sopravvenuta, in ragione del fatto che un solo atto maltrattante, anche se penalmente irrilevante, sia stato commesso sotto la vigenza della nuova legge sfavorevole, che in tal modo finisce di fatto per operare retroattivamente In definitiva, secondo la Corte, se l’effetto per il reo è già sorto, la rivalutazione in peius è da considerarsi vietata. Alcun rilievo, invece, assume il caso in cui il soggetto compia segmenti di condotta abituale autosufficienti prima e dopo la norma modificativa sfavorevole sopravvenuta, atteso che in tale situazione proprio l’unitarietà del reato condurrà all’applicazione solo della norma sotto la cui vigenza il reato si sia consumato, i.e. quella più sfavorevole sopravvenuta.   [1] Per completezza espositiva, si segnala come il delitto di Maltrattamenti in famiglia sia stato oggetto di numerosi interventi legislativi, fattispecie che ha visto progressivamente ampliare la propria sfera di operatività. Oltre alla l. n. 172 del 2012 che ha provveduto ad una sostanziale riscrittura della disposizione dell’art. 572 c.p. – già a partire dal concetto stesso di “famiglia” e, quindi, dell’oggetto giuridico del reato, gli interventi legislativi in materia di violenza domestica e/o di genere, approdati di recente nel c.d. codice rosso (l. n. 69 del 2019) hanno modificato ulteriormente l’ambito applicativo della fattispecie. [2] Sulla distinzione tra reato necessariamente abituale ed eventualmente abituale v. T. Padovani, Diritto penale, ed. IX, Giuffrè, 2008, 111. Sulla distinzione e tra reato abituale proprio ed improprio v. G. Fornasari, voce Reato abituale, in Enc. giur. Treccani, vol. XXVI, 1991, 1 ss. [3] Sul punto v. A. Sereni, Maltrattamenti ed atti persecutori nel diritto penale del XXI secolo, in Studi in onore di Franco Coppi, Giappichelli, 2011, 606. [4] Ex multis, v. Cass. Pen., Sez. VI, 6 aprile 2022, n. 19832.

Anche l´espressione di uso comune per il contesto nel quale è proferita può risultare intrinsecamente offensiva e integrare il delitto di oltraggio a pubblico ufficiale

(Cass. Pen., Sez. V, 26 giugno 2023, n. 27548) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Violazione dell'obbligo di astensione nei concorsi pubblici: sussiste l'abuso d'ufficio (almeno per ora) ma non la turbata libertà degli incanti

(Cass. Pen., Sez. VI, 16 giugno 2023, n. 26225) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo 
nota di   Letizia Barbero Nell’ordinanza in commento la Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato da un Segretario Comunale, per il tramite del proprio difensore, avverso la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Milano che, in parziale riforma della pronuncia del Giudice di prime cure ha confermato la condanna dell’imputato per il reato di cui all’articolo 353 c.p. in relazione a due capi di imputazione, nonché la condanna ex art. 323 c.p. per ulteriori due capi - di cui uno qualificato come tentativo -, dichiarando di non doversi procedere in relazione ad altre due imputazioni ex art. 353 c.p. ed all’ ulteriore per falso ideologico. Parte ricorrente ha affidato il  ricorso a due motivi. Con il primo motivo di doglianza, relativo alla condanna per le fattispecie di cui all’articolo 353 c.p., il difensore dell’imputato deduceva la non configurabilità del reato di turbata libertà degli incanti, stante l’erronea qualificazione del fatto di reato da parte dei Giudici di merito, che avrebbero adottato un’interpretazione estensiva del termine “gara” di cui all’anzidetta fattispecie incriminatrice. Gli Ermellini, discostandosi dal solco tracciato fin d’ora dalla giurisprudenza di legittimità, hanno ritenuto fondate le deduzioni circa la non configurabilità del reato ex art. 353 c.p. nel caso di specie; in particolare, l’orientamento giurisprudenziale consolidatosi in materia sanzionava come turbata libertà degli incanti qualsiasi intervento illecito posto in essere su ogni procedura utilizzata per la scelta del contraente, anche informale ed indipendente dal nomen iuris adottato, a condizione che la stessa fosse su base comparativa, dunque anche i concorsi per l’accesso ai pubblici impieghi o le connesse procedure di mobilità del personale tra diverse amministrazione. Nel caso in esame, infatti, l’imputato è stato condannato dai Giudici di merito proprio per aver turbato con mezzi fraudolenti le procedure di mobilità attivate dall’Ente presso il quale prestava servizio al fine di assumere una persona con la quale lo stesso aveva una relazione di carattere sentimentale. La procedura di assunzione della donna è stata preceduta dalla pubblicazione di un bando che presentava diversi criteri di selezione nonché requisiti, tale per cui la Corte d’appello ha valutato che, trattandosi di procedura selettiva su base comparativa, la stessa rientrasse nell’alveolo del reato di turbata libertà degli incanti. Contrariamente, la Suprema Corte, rammentando e confermando l’indirizzo dalla stessa adottato in materia, ha precisato di aver sempre riferito l’operatività della norma alle sole procedure indette per l’affidamento di commesse pubbliche o per la cessione di beni pubblici. Tale interpretazione è conforme alla lettura del dispositivo della fattispecie in questione, che è riferito ai pubblici incanti, o alle licitazione private per conto di Pubbliche Amministrazioni; è necessario, infatti, evidenziare che il pubblico incanto è, per definizione, una procedura amministrativa che si contraddistingue per la caratteristica di consentire la massima partecipazione e competitività tra gli operatori economici interessati alla stipulazione contrattuale con la P.A., i quali ultimi sono tenuti a presentare le proprie offerte nel rispetto delle modalità e dei termini fissati nel bando di gara. La finalità dell’asta pubblica è, dunque, quella di acquisire da parte della pubblica amministrazione indicente beni e servizi e, pertanto, sostanzialmente e strutturalmente diversa dalle procedure relative all’assunzione di personale. Sul punto, a conferma della ratio interpretativa adottata dalla Corte, la stessa richiama la diversa fattispecie di cui all’art. 353 bis c.p., la quale è riferibile alla medesime procedure di cui all’art. 353 c.p., differenziandosi le due fattispecie esclusivamente in merito  all’esigenza della prima di anticipare la tutela penale al momento antecedente l’inizio della gara, nonché della seconda di intervenire nel momento immediatamente successivo, ovvero la pubblicazione del bando. Diversamente, un’interpretazione estensiva dell’ambito applicativo del reato di turbata libertà degli incanti configgerebbe, secondo la Suprema Corte, con i principi che regolano l’ordinamento giuridico tra cui quelli della certezza del diritto, nonché di tassatività e determinazione della fattispecie penale. Del resto, anche una recente pronuncia della Corte Costituzionale, n. 98 del 2021, richiamata dagli Ermellini nella pronuncia in commento, ha ribadito che la fattispecie incriminatrice non può colpire il suo trasgressore per fatti che il linguaggio comune non consente di ricondurre al significato proprio letterale delle espressione utilizzate dal legislatore. Ciò sulla scorta del divieto di analogia in malam parte in materia penale, il cui significato viene ricostruito nella pronuncia di cui sopra quale divieto di “riferire la norma incriminatrice a situazioni non ascrivibili ad alcuno dei suoi possibili significati letterali”, costituendo lo stesso “un limite insuperabile rispetto alle opzioni interpretative a disposizione del giudice”. In virtù di tali principi, la Corte conclude ritenendo le condotte illecite poste in essere dall’imputato quali non configuranti il reato di turbata libertà degli incanti per i motivi sopra enunciati, precisando che nelle stesse, è tuttalpiù ravvisabile un’ipotesi di abuso d’ufficio; ciò, tenuto conto sia della sua natura sussidiaria sia della sua più recente riformulazione ai sensi della L. 16 luglio 2020, n. 176. É proprio sull’abuso d’ufficio e sulla sua riformulazione che la Suprema Corte si pronuncia sul secondo motivo di doglianza, ritenuto infondato; secondo i Giudici di merito parte ricorrente, nell’ambito della procedura di mobilità del personale da destinare all’Ente ove prestava servizio, avrebbe omesso di astenersi a fronte di un comprovato conflitto di interessi e segnatamente, avrebbe attivato la procedura anzidetta con l’obiettivo di consentire alla persona con quale lo stesso era legato da un rapporto sentimentale di lavorare presso l’Ente in qualità di Istruttore Direttivo Tecnico. In merito, il ricorrente adduce l’ equivocità delle prove nonché la non configurabilità del reato ex art. 323 c.p. nei casi di violazione del dovere di astensione, tenuto conto della modifica normativa intervenuta, nonché del fondamento giuridico dell’anzidetto divieto, che poggia su una fonte su primaria ed è, comunque, basato su norme caratterizzate da un ambito di discrezionalità. Tali argomentazioni non sono state condivise dalla Corte, che preliminarmente evidenzia come i giudici di merito hanno “con motivazione certamente non illogica” ritenuto provato che fra l’imputato e la donna sussistesse una stabile relazione sentimentale, proprio alla luce dei convergenti elementi acquisiti agli atti. Inoltre, gli Ermellini precisano che il dovere di astensione, violato dall’imputato, trova fondamento nella legge sul procedimento amministrativo e nel Regolamento attuativo dell’articolo 54 del Testo Unico del pubblico impiego. In particolare, la Legge n. 241 del 1990, all’articolo 6-bis - introdotto dalla legge anticorruzione - dispone l’obbligo di astensione in caso di conflitto di interessi anche solo potenziale, mentre il D.P.R. 62 del 2013, all’articolo 7, stabilisce anch’esso l’anzidetto divieto sanzionando le ipotesi in cui il conflitto derivi da un coinvolgimento di interessi proprio o di conviventi, oppure di persone con le quali vi siano rapporti di frequentazione abituale, nonché in ogni altro caso in cui esistano gravi ragioni di convenienza per astenersi. Orbene, i giudici della Suprema Corte, fatte le premesse di cui sopra, ravvisano che la fonte dell’anzidetto obbligo tipizza in modo sufficientemente specifico le situazioni nella quali scatta il divieto e richiama al principio già affermato dalla medesima Sezione a mente del quale “la novella di cui al D.L. 16 luglio 2020 n. 16…li dove ha ristretto l’ambito applicativi del reato, richiedendo l’inosservanza di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità non riguarda la condotta di abuso d’ufficio che si realizza mediante la violazione dell’obbligo di astensione”. In conclusione, la pronuncia in commento si pone in contrasto con l’orientamento giurisprudenziale finora vigente escludendo dall’ambito di applicabilità del reato di turbativa d’asta le condotte illecite  commesse nell’ambito di una procedura volta al reclutamento del personale, precisando che per tali condotte non si realizza alcun vuoto di tutela in quanto trovano repressione nel reato di abuso d’ufficio, che ricomprende “…le condotte  poste in essere dal pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che, nella predisposizione e nello svolgimento di dette procedure, abbia intenzionalmente procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrecato ad altri un danno ingiusto.    

Per la configurabilità del delitto di peculato occorre un concreto atto di dominio uti dominus sul bene, e non il mero omesso versamento di quanto dovuto

(Cass. Pen., Sez. VI, 15 giugno 2023, n. 25844) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Guida senza patente: l´ipotesi aggravata dalla recidiva nel biennio costituisce un´autonoma fattispecie di reato e si configura con l´accertamento in via definitiva della precedente violazione amministrativa

(Cass. Pen., Sez. IV, 15 giugno 2023, n. 25824) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio
nota di Rocco Neri La vicenda riguarda la sentenza in data 23.9.2022 della Corte d'appello che ha confermato la sentenza con cui il Tribunale in data 20.4.2021, all'esito di dibattimento instaurato a seguito di opposizione a decreto penale di condanna, aveva ritenuto l’imputato responsabile del reato di cui al D.Lgs. n. 30 aprile 1992 n. 285, art. 116, commi 15 e 17, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo aveva condannato alla pena di mesi due di arresto ed Euro 2.000 di ammenda oltre alla sospensione della patente di guida per mesi tre. L'imputato era stato rintracciato alla guida di un autoveicolo benché la patente di guida gli fosse stata revocata sin dal 2.1.2012 con decreto del Prefetto reputando che la condotta a lui addebitata non rientrasse tra quelle oggetto di depenalizzazione essendo già stata contestata nel 2017 eguale violazione sanzionata in via amministrativa. Avverso detta pronuncia l'imputato, a mezzo del difensore, ha proposto ricorso per cassazione articolato in tre motivi relativi alla violazione di legge: -il primo relativo alla mancanza della prova della definitività dell'accertamento relativo alla asserita precedente violazione della medesima norma; - il secondo in relazione al fatto che la sentenza impugnata non ha fornito le ragioni per cui non possono essere valorizzate le spiegazioni rese dal prevenuto (art 131-bis c.p. e vizio di motivazione); -infine con il terzo si evidenzia che, a fronte della richiesta di sostituzione della pena detentiva con quella pecuniaria, la Corte d'appello ha apoditticamente concluso che l'imputato non offre sufficienti garanzie di solvibilità mentre tale tipo di valutazione non dovrebbe trovare ingresso. (art 53 L.689/1981 e vizio di motivazione). Nonostante la richiesta d'inammissibilità del ricorso da parte del Procuratore Generale, la Corte di Cassazione ha ritenuto che si può ritenere pacificamente provato il carattere definitivo dell'accertamento dell'illecito amministrativo senza che tuttavia ne sia stata fornita la prova. In conclusione la Corte ha annullato la sentenza senza rinvio perché il fatto non è previsto dalla legge come reato. Il nucleo centrale delle motivazioni del Supremo Consesso riguarda l’interpretazione della recidiva nel biennio. La recidiva nel biennio è menzionata sia nell’art.186 c.2 CdS (guida in stato di ebbrezza) sia nell’art. 116 c.15 CdS (guida senza patente). Per comprendere al meglio l’istituto della recidiva e le motivazioni della Corte occorre esaminare i due tipi di reati. Il concetto di "recidiva nel biennio" è formulata per l'identica locuzione rinvenibile nella disciplina del reato di guida in stato di ebbrezza, in relazione al quale non si è mai dubitato che essa implichi l'avvenuto definitivo accertamento giudiziale di un precedente reato della medesima specie, con la sola precisazione che ai fini della recidiva occorre guardare alla data del passaggio in giudicato della sentenza relativa al fatto-reato precedente rispetto a quello per il quale si procede e non la data di commissione dello stesso[1] . Si confronti un passaggio delle motivazioni della sentenza in commento:”Tale orientamento, che va qui ribadito, si richiama alla definizione del concetto di "recidiva nel biennio" che è stata formulata per l'identica locuzione rinvenibile nella disciplina del reato di guida in stato di ebbrezza, in relazione al quale non si è mai dubitato che essa implichi l'avvenuto definitivo accertamento giudiziale di un precedente reato della medesima specie, con la sola precisazione che ai fini della recidiva occorre guardare alla data del passaggio in giudicato della sentenza relativa al fatto-reato precedente rispetto a quello per il quale si procede e non la data di commissione dello stesso (…)” La recidiva nel biennio di cui all’art. 186 c.2 lett c) CdS nonché quella del triennio di cui al co. 5 dell’art. 186-bis CdS, ai fini della revoca della patente di guida costituisce una disciplina non sovrapponibile all’istituto espressamente regolato dall’art.99 c.p. in quanto quest’ultimo, proprio perché suscettibile di incidere negativamente sul trattamento sanzionatorio penale dell’imputato, è necessariamente destinato alla preventiva contestazione a carico dell’accusato. Per quanto riguarda la disciplina della recidiva nel biennio e nel triennio, scaturisce un mero effetto legale rilevante sul piano amministrativo connesso al rilievo storico della ripetizione entro un arco di tempo predeterminato di un illecito penale riconducibile alla fattispecie della guida in stato di ebbrezza ex art 186 c.2 CdS[2]. Con il termine recidiva il legislatore del CdS intende riferirsi alla situazione di chi, già condannato per la commissione di una condotta illecita penalmente rilevante sussumibile nella generale figura dell’ art. 186 c.2 CdS (guida in stato di ebbrezza), venga nuovamente condannato nel biennio per lo stesso reato comportando rispetto al non recidivo, un trattamento più severo esclusivamente sul piano amministrativo, derivandone non la sospensione ma la revoca della patente del soggetto condannato. Costituisce ius receptum il principio secondo cui, in tema di revoca patente in stato di ebbrezza per la realizzazione della condizione della recidiva nel biennio prevista ex art 186 c.2 lett c), è necessario che la stessa abbia luogo con riferimento al medesimo reato di guida in stato di ebbrezza[3]. E’ stato anche precisato che ai fini dell'operatività del meccanismo sanzionatorio in esame e ai fini dell’obbligo della revoca della patente di guida dell’imputato è irrilevante l’entità o il grado di tasso alcolemico giuridicamente rilevante riscontrato sulla persona dell’imputato assumendo un decisivo rilievo ai fini della revoca dell’abilitazione alla guida dell’imputato la sola circostanza costituita dalla commissione nell’arco di un biennio di due illeciti di natura penale riconducibili alla fattispecie della guida in stato di ebbrezza, avuto riguardo al richiamo seppure improprio della nozione di recidiva di cui all’art.186 esprimente l’esigenza di una reiterata commissione di almeno due reati nell’arco di un biennio[4]. Per medesimo reato va inteso quello ex art. 186 CdS con riferimento alle lett. b) e c) tenendo conto che le SS.UU. hanno evidenziato la sostanziale unitarietà delle figure criminose della guida in stato di ebbrezza attesa la loro eadem ratio, stabilendo che lo sfondo di tutela del reato non è quello della regolarità della circolazione, bensì quello correlato con i beni della vita e dell’integrità personale[5]. Tale impostazione merita di essere confermata anche per la recidiva di illeciti amministrativi in caso di guida senza patente, avuto riguardo alla previsione del D.Lgs. n. 8 del 2016, art. 5, secondo cui: "Quando i reati trasformati in illeciti amministrativi ai sensi del presente decreto prevedono ipotesi aggravate fondate sulla recidiva ed escluse dalla depenalizzazione, per recidiva è da intendersi la reiterazione dell'illecito depenalizzato. (...) In tal senso il "nuovo" reato di guida senza patente contempla una nozione di recidiva che attribuisce rilevanza agli episodi di guida senza patente non più aventi rilievo penale, i quali tuttavia devono essere stati accertati in via definitiva dall'autorità amministrativa, essendo evidente che fino a quando la (precedente) violazione amministrativa sia suscettibile di annullamento, di essa non si potrà tenere conto ai fini della sussistenza del reato in questione[6].” La reiterazione della condotta da ipotesi circostanziale è elemento costitutivo delle ipotesi di reato vigenti. L’art.5 D.lgs 8/2016 recita: “quando i reati trasformati in illeciti amministrativi ai sensi del presente decreto prevedono ipotesi aggravate fondate sulla recidiva ed escluse dalla depenalizzazione per recidiva è da intendersi la reiterazione dell’illecito depenalizzato, che non si tratta dell’istituto recidiva di cui 99 c.p.” Non essendo più l’ipotesi base di cui al c.15 dell’art.116 CdS  soggetta a vaglio giurisdizionale, la Corte di Cassazione ha chiarito che l’art 5 D.lgs 8/2016 ha integrato la fattispecie contravvenzionale di guida senza patente di cui all’art 116 c.15 (penalmente rilevante nell’ipotesi di recidiva nel biennio) avendo modificato la nozione di recidiva che oggi ricorre non più solo in caso di accertamento giudiziale irrevocabile di un reato della stessa specie, ma anche quando risulti una precedente violazione amministrativa definitivamente accertata; tuttavia tale disposizione non si applica ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore del citato decreto per i quali la recidiva ricorre solo in caso di accertamento definitivo giudiziale di un precedente reato della medesima specie[7]. Si è chiarito che per l’integrazione della recidiva del biennio idonea ad escludere il reato dall’area della depenalizzazione non è sufficiente che sia intervenuta la mera contestazione dell’illecito depenalizzato ma è necessario che questo sia stato definitivamente accertato[8]. In tal senso il nuovo reato di guida senza patente contempla una nozione di recidiva che attribuisce rilevanza agli episodi di guida senza patente non più aventi rilievo penale, i quali tuttavia devono essere stati accertati in via definitiva dall’autorità amministrativa, essendo evidente che fino a quando la precedente violazione amministrativa sia suscettibile di annullamento, di essa non si potrà tenere conto ai fini della sussistenza del reato in questione. Ciò trova conferma nell’art. 8-bis l.689/1981 che disciplina la reiterazione che non opera nel caso di pagamento in misura ridotta e prescrive che gli effetti conseguenti alla reiterazione possono essere sospesi fino a quando il provvedimento che accerta la violazione precedentemente commessa sia divenuto definitivo  ed inoltre che gli effetti della reiterazione cessano di diritto in ogni caso se il provvedimento che accerta la precedente violazione è annullato. Tutto ciò a conferma che la reiterazione dell’illecito depenalizzato su cui si basa la recidiva nel biennio che integra il reato di cui all’art. 116 c.15 si fonda su un precedente illecito amministrativo definitivamente accertato in quanto basato su provvedimento non più annullabile secondo gli ordinari mezzi di impugnazione previsti dalla legge[9].  Sul punto il Supremo Consesso nella sentenza in commento scrive “Ai fini dell'integrazione della recidiva nel biennio idonea, ai sensi del D.Lgs. n. 5 gennaio 2016, n. 8, art. 5, ad escludere il reato dall'area della depenalizzazione, non è sufficiente che sia intervenuta la mera contestazione dell'illecito depenalizzato ma è necessario che questo sia stato definitivamente accertato (…).” La Corte di legittimità ha affermato che è conforme alla regola di certezza del diritto e costituisce imprescindibile garanzia per l’imputato ancorare il presupposto per la configurabilità della recidiva alla data del passaggio in giudicato nel biennio precedentemente commesso, piuttosto che a quella della sua commissione, poiché solo dalla detta data può aversi per conclamata l’affermazione della responsabilità penale del soggetto che prima può solo, più o meno fondatamente, presumersi col rischio di dar luogo a decisioni che ex post potrebbero rivelarsi ingiuste[10]. [1] Cass.pen. Sez. 4, n. 40617 del 30/04/2014, P.M. e M., Rv. 26030401 [2] Cass pen. Sez. 4, 28296/20; Cass. pen. sez. 4 32209/20; Cass.pen. sez. 4 3467/15 [3] Cass.pen.sez.4, 36456/14 [4] Cass.pen.sez.4 ,3467/15 [5] SS.UU, 13681/16 [6] Cass. pen. 4, 25824/23 [7] Cass. pen. 4, 48779/16 [8] Cass. pen. 4, 27398/18 [9] Cass. pen. 4, 27398/18 [10] Cass. pen. 4, 25988/2013

È costituzionalmente illegittimo l´art. 629 c.p., per difetto di ragionevolezza e proporzionalità della pena, nella parte in cui non prevede un trattamento sanzionatorio più mite quando il fatto risulti di lieve entità

(C. Cost., 15 giugno 2023, n. 120) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Il Giudice non è obbligato ad attivare i programmi di giustizia riparativa previsti dalla Riforma Cartabia né ad avvisare l´imputato della possibilità di accedervi potendo esercitare in tal senso un potere essenzialmente discrezionale in relazione alla tipologia del reato, ai rapporti tra l´autore e la persona offesa e all´idoneità del percorso riparativo rispetto al fatto

(Cass. Pen., Sez. VI, 13 giugno 2023, n. 25367) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

L´oscurità della norma è censurabile per irragionevolezza non solo in caso di materia penale, ma in tutte le disposizioni che regolano la generalità dei rapporti tra pubblica amministrazione e cittadini

(C. Cost., 5 giugno 2023, n. 110)   Stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di La Corte Costituzionale con sentenza n.110 del 5 giugno 2023 ha stabilito che ogni norma “radicalmente oscura” violi per ciò stesso il canone di ragionevolezza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, quale principio generale dell’ordinamento. Il giudice delle leggi ha accolto il ricorso con cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri censurava l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni della legge di stabilità 2022 della Regione Molise. In primo luogo, la Corte ha ritenuto fondata la censura inerente l’articolo 4 della legge regionale, il quale prevedeva da parte della Regione un sostanziale accollo dei debiti di una società partecipata in liquidazione - della quale essa era socio unico - ponendosi così in aperto contrasto con l’articolo 81 della Costituzione e con il divieto di soccorso finanziario, in relazione all’articolo 14 TUSP (Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica). La Corte ha specificato che tale divieto ha la funzione, da un lato, di tutelare la libera concorrenza tra le imprese, e dall’altro di evitare che gli enti pubblici realizzino interventi finanziari “a fondo perduto” in favore di società a partecipazione pubblica in condizioni di dissesto. L’unica eccezione sussiste nel caso in cui l’ente pubblico sia in grado di dimostrare l’esistenza di un interesse pubblico tale da giustificare l’operazione finanziaria e, a dire della Corte, ciò non è avvenuto nel caso di specie, non avendo la Regione addotto alcuna idonea ragione giustificatrice, e, dunque, la norma in parola deve ritenersi illegittima. Parimenti illegittimi sono stati dichiarati i commi da 5 a 14 dell’art.7 della medesima legge per contrasto con l’esigenza di chiarezza e solidità del bilancio imposta dall’articolo 81 Cost. Con tali disposizioni la Regione, istituendo la Scuola Regionale di Protezione civile, introduceva nuovi e maggiori oneri finanziari non quantificati, senza indicarne le relative coperture nel bilancio regionale. La Corte ha richiamato la propria giurisprudenza in materia per cui “(le) leggi istitutive di nuove spese devono contenere una esplicita indicazione del relativo mezzo di copertura e che a tale regola non sfuggono le leggi regionali”. Di particolare rilievo è poi l’accoglimento della censura di illegittimità relativa al comma 18 dell’articolo 7 della l. reg. Molise n.8/2022, con il quale la Regione pareva consentire nuovi interventi edilizi in deroga a piani esistenti, così disponendo: “[n]elle fasce di rispetto di tutte le zone e di tutte le aree di piano, in presenza di opere già realizzate e ubicate tra l’elemento da tutelare e l’intervento da realizzare, quest’ultimo è ammissibile previa V. A. per il tematismo che ha prodotto la fascia di rispetto, purché lo stesso intervento non ecceda, in proiezione ortogonale, le dimensioni delle opere preesistenti o sia compreso in un’area circoscritta nel raggio di mt. 50 dal baricentro di insediamenti consolidati preesistenti». La Corte ha rilevato la radicale inintellegibilità delle espressioni utilizzate, che risultavano vaghe e suscettibili di molteplici interpretazioni, mancando altresì di ogni riferimento al contesto normativo in cui intendevano inserirsi, e l’oscurità della disposizione non era superata neppure a seguito dei chiarimenti intervenuti da parte della Regione. La Consulta, ribadendo il carattere fondamentale del controllo di chiarezza e precisione delle norme incriminatrici in materia penale, alla luce dei propri precedenti, ha stabilito che disposizioni irrimediabilmente oscure “foriere di incertezza nella loro applicazione concreta si pongono in contrasto con l’articolo 3 Cost”. Non solo in materia penale, ma in tutti i rami dell’ordinamento, sussiste da parte dei consociati una legittima e ovvia aspettativa a che la legge sia intellegibile e consenta di prevederne l’ambito di applicazione, così da potersi liberamente autodeterminare. Secondo la Corte: “Una norma radicalmente oscura, d’altra parte, vincola in maniera soltanto apparente il potere amministrativo e giudiziario, in violazione del principio di legalità e della stessa separazione dei poteri, e crea inevitabilmente le condizioni per una applicazione diseguale della legge, inviolazione del principio di parità di trattamento tra i consociati, che costituisce il cuore della garanzia consacrata nell’articolo 3 Cost”. Ciò, precisa la Corte, non toglie che si possa e debba ricorrere a clausole generali o programmatiche, o utilizzare concetti tecnici di difficile comprensione. La sentenza fa poi espresso richiamo sul punto alla giurisprudenza costituzionale francese, per cui l’accessibilità e intellegibilità della legge costituiscono principi di rango costituzionale, e tedesca, che prevede un mandato costituzionale di precisione e chiarezza normativa.  In definitiva per i giudici costituzionali: “Una disposizione siffatta, in ragione dell’indeterminatezza dei suoi presupposti applicativi, non rimediabile tramite gli strumenti dell’interpretazione, non fornisce alcun affidabile criterio guida alla pubblica amministrazione nella valutazione se assentire o meno un dato intervento richiesto dal privato, in contrasto con il principio di legalità dell’azione amministrativa e con esigenze minime di eguaglianza di trattamento tra i consociati; e rende arduo al privato lo stesso esercizio del proprio diritto di difesa in giudizio contro l’eventuale provvedimento negativo della pubblica amministrazione, proprio in ragione dell’indeterminatezza dei presupposti della legge che dovrebbe assicurargli tutela contro l’uso arbitrario della discrezionalità amministrativa. La disposizione impugnata deve, pertanto, essere dichiarata costituzionalmente illegittima per contrasto con l’art. 3 Cost”. La Corte con tale passaggio motivazionale ha espressamente esteso l’ambito di operatività del principio di ragionevolezza all’intero ordinamento.  Da ultimo, è stato ritenuto costituzionalmente illegittimo l’articolo 11 della legge della Regione Molise per violazione articolo 97, in particolare, dell’ordinaria e normale modalità di assunzione del personale pubblico costituita dal pubblico concorso, cui è possibile derogarsi solo in presenza di particolari situazioni giustificatrici, assenti nel caso di specie. La norma prevedeva, difatti, la stabilizzazione di personale, derogando alla regola del pubblico concorso e senza disciplinarla in modo rigoroso. Così – secondo quanto ritenuto dalla Corte - altresì introducendo nuovi oneri finanziari non quantificati a carico della Regione e, dunque, illegittimamente contravvenendo al disposto dell’articolo 81 della Costituzione.

La causa di estinzione del reato per condotte riparatorie ha natura soggettiva e, di conseguenza, non si estende ai correi

(Cass. Pen., Sez. II, 31 marzo 2023, n. 20210) Stralcio a cura di Giulio Baffa

Non può beneficiare della “particolare tenuità del fatto” il correo che abbia concorso in una lesione di entità non minimale al bene tutelato, pur avendo apportato un contributo minimo alla realizzazione del reato

(Cass. Pen., Sez. III, 18 maggio 2023, n. 21183) stralcio a cura di Annapia Biondi 

Il diritto al silenzio dell´indagato o dell´imputato, costituzionalmente garantito dall´art. 24 Cost., si estende anche alle circostanze di cui all´art. 21 disp. att. c.p.p.

(C. Cost., 5 giugno 2023, n. 111) Stralcio a cura di Giulio Baffa

Il PG è legittimato a impugnare le sentenze di primo grado a seguito dell´acquiescenza del PM, purché acquisisca tempestivamente notizie dal PM in merito all'impugnazione della sentenza ai sensi dell´art. 166-bis disp.att. c.p.p.

(Cass. Pen., SS.UU., 22 maggio 2023, n. 21716) Stralcio a cura di Ilaria Romano

La volontà di punizione da parte della persona offesa, necessaria - per effetto della Riforma Cartabia - nel reato di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, può essere riconosciuta dal Giudice anche in atti che non contengono la sua esplicita manifestazione, tra cui la costituzione di parte civile

(Cass. Pen., Sez. III, 11 maggio 2023, n. 19971) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Violenza sessuale: per l´integrazione del reato è sufficiente il mancato consenso, non occorrendo anche la manifestazione di dissenso

(Cass. Pen., Sez. III, 10 maggio 2023, n. 19599) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Il peculato mediante indebito utilizzo dei fondi per il funzionamento dei gruppi consiliari non sussiste nel caso in cui il singolo consigliere regionale sia privo della disponibilità diretta del denaro, configurandosi diversamente quale indebita percezione di erogazioni pubbliche (art. 316-ter c.p.) il conseguimento del rimborso delle spese di rappresentanza sostenute sulla base di specifiche istanze corredate da documentazione inadeguata ed approfittando di controlli blandi

(Cass. Pen., Sez. VI, 16 marzo 2023, n. 11341)   Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

È proponibile il ricorso per cassazione a seguito di concordato in appello per l´omessa dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione

(Cass. Pen., SS.UU., 8 maggio 2023, n. 19415) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo
nota di Marco Misiti Con la sentenza in esame le Sezioni Unite hanno affermato un importante e innovativo principio di diritto, secondo cui è consentito proporre ricorso per cassazione avverso la pronuncia di appello che ha accolto il concordato ex art. 599-bisc.p.p. qualora si voglia far valere la prescrizione maturata in primo grado. Il giudice di legittimità ha colto l’occasione, inoltre, per fare il punto sui rapporti tra il citato istituto e il patteggiamento. Come noto, il concordato sui motivi in appello è stato caratterizzato da un passato travagliato, tanto da essere ritenuto da alcuni commentatori un istituto «incompreso[1]». Introdotto per la prima volta nel 1988 all’interno dell’art. 599 c.p.p., dopo una prima dichiarazione di parziale contrarietà a Costituzione della norma per eccesso di delega e successivo ripristino per via legislativa della sua portata originaria, l’istituto, comunemente noto come “patteggiamento in appello”, fu abrogato nel 2008. Ciononostante, nelle aule di giustizia perseverava la prassi di addivenire all’accoglimento di alcuni motivi di impugnazione a seguito della rinuncia di quelli, per così dire, pretestuosi. La resistenza mostrata dalla realtà pratica spinse il legislatore, con legge n. 103 del 2017, a reintrodurre nuovamente l’istituto[2], dedicandogli un’autonoma collocazione all’interno dell’impianto codicistico all’art. 599-bis c.p.p., avente rubrica “concordato anche con rinuncia ai motivi di appello”. In considerazione, altresì, della modificazione nella denominazione operata con la novella normativa, è opportuno premettere alcune precisazioni circa le analogie e le differenze tra il concordato e il patteggiamento. Entrambi gli istituti sono accomunati da una struttura negoziale, in quanto le parti determinano quello che è l’oggetto dell’accordo e del successivo vaglio del giudice, il cui sindacato viene così limitato a un’alternativa secca: accogliere il negozio processuale, oppure rigettarlo e procedere con il dibattimento. Non è invece consentito al giudicante un accoglimento parziale, riformulando per il resto l’accordo. Ulteriore analogia tra gli istituti attiene alla condivisa natura deflattiva, ponendosi entrambi come obiettivo quello di assicurare la definizione anticipata del processo, il patteggiamento fin dal primo grado, il concordato in secondo grado. Ciononostante, come ben esemplificato dalla loro diversa denominazione, patteggiamento e concordato sono caratterizzati da una differente essenza: il primo è un rito speciale di tipo premiale, che consente all’imputato di beneficiare di una diminuzione di pena; al secondo, invece, non è riconosciuto alcun beneficio, se non quello derivante dall’accoglimento dei motivi non rinunciati. Inoltre, il legislatore si è premurato, solo in relazione al patteggiamento, di stabilire quali rimedi possano essere esperiti nel caso di ingiustificato dissenso o rigetto da parte, rispettivamente, del Pubblico ministero o del giudice al consenso o applicazione della pena richiesta dall’imputato. Al contrario, nulla si prevede sul punto per l’ipotesi di concordato[3]. Con la sentenza in commento, le Sezioni unite hanno puntualizzato una ulteriore differenza[4], non sempre in realtà evidenziata dalla giurisprudenza precedente[5], in tema di rilevabilità della intervenuta prescrizione. Gli argomenti addotti sul punto possono così essere sintetizzati. Innanzitutto, come previsto dall’art. 157, settimo comma, c.p., la prescrizione è sì rinunciabile, ma solo espressamente[6], con la conseguenza che a tali effetti non può essere equiparata la scelta dell’impugnante di insistere per l’accoglimento solo di alcuni motivi. A suffragare la tesi appena esposta, inoltre, verrebbe in rilievo l’art. 129 c.p.p., disposizione che impone la dichiarazione immediata di una causa di non punibilità e, perciò, il proscioglimento dell’imputato sulla base di una verifica che deve essere condotta a prescindere dalle scelte processuali effettuate. La Suprema Corte compie però un passo ulteriore e, in particolare, approfondisce la questione concernente i limiti alla ricorribilità della sentenza che accoglie il concordato. In particolare, viene affermato il principio per cui, in assenza di una espressa previsione legislativa, avente contenuto similare a quello previsto per il patteggiamento all’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., la ricorribilità della sentenza che accoglie il concordato non è sottoposta a limitazione, salvo quanto soggetto a preclusione o coperto dal giudicato. La suddetta norma, infatti, non sarebbe applicabile in via analogica all’istituto di cui all’art. 599-bis c.p.p. stante le profonde differenze esistenti. Né potrebbe rilevare in senso contrario, secondo la Corte di cassazione, l’art. 610, comma 5-bis, c.p.p., che non stabilisce la regola della generale inammissibilità del ricorso avverso la sentenza che accoglie il concordato, quanto piuttosto disciplina la procedura semplificata da seguire nel caso in cui ricorra la suddetta ipotesi di invalidità. Così sintetizzato il percorso argomentativo seguito dalle Sezioni unite, è ora possibile svolgere qualche osservazione sul punto. Innanzitutto, stante il primo argomento addotto dal giudice di legittimità, è da chiedersi se possa ritenersi integrato l’art. 157, settimo comma, c.p., qualora l’impugnante, dopo aver dedotto nei motivi di appello la maturazione del termine prescrizionale in primo grado, rinunci ad insistere all’accoglimento di tale doglianza ai sensi dell’art. 599-bis c.p.p. Se così fosse, sarebbe comunque necessario il rilascio di una duplice procura speciale, una per la rinuncia alla prescrizione, l’altra per la rinuncia ai motivi ai fini del concordato. In secondo luogo, allargando la visione oltre i confini della prescrizione, ci si deve chiedere quali conseguenze possano derivare dall’ampliamento dei profili di ricorribilità della sentenza che accolga il concordato, avendo il giudice di legittimità richiamato genericamente il principio di preclusione e di giudicato come argine a possibili derive impugnatorie. La decisione della Suprema Corte nel caso ora in esame sembra, del resto, basarsi sulla possibilità per il giudice di rilevare d’ufficio l’intervenuta prescrizione, stante il richiamo all’art. 129 c.p.p. Ciò potrebbe pertanto valere, pro futuro, per tutte le questioni caratterizzate da tale regime di rilevabilità, problematica già affrontata in passato[7] con orientamenti alterni, anche con riferimento alla qualificazione giuridica del fatto[8]. Anche in tale ipotesi si pone il conseguente problema relativo alla possibilità di dolersi di tali questioni se siano già state oggetto di rinuncia espressa[9]. A seconda della soluzione che si adotta si genera il rischio di un uso improprio di tale istituto: si potrebbe infatti optare per non censurare in appello la qualificazione giuridica del fatto, ma la sola responsabilità penale e il trattamento sanzionatorio; poi, sostanzialmente assicurarsi mediante il concordato la concessione di circostanze attenuanti e la rideterminazione della pena; infine, censurare in sede di legittimità la qualificazione giuridica del fatto. Sembra inoltre che la ratio deflattiva dell’istituto subisca una profonda menomazione: infatti, aderire alla tesi che riconosce ampi margini di ricorribilità avverso la sentenza che accoglie il concordato condurrebbe ad anticipare sì il termine del secondo grado, ma non dell’intero processo. Al tempo stesso, la portata dell’art. 610, comma 5-bis, c.p.p. resterebbe di fatto svuotata, almeno per quanto concerne il concordato, con conseguente congestionamento dei lavori del giudice di legittimità. In conclusione, la sentenza si distingue senza alcun dubbio per aver puntualmente ricostruito le differenze tra patteggiamento e concordato. Tuttavia, numerose permangono le perplessità circa le future conseguenze di un’applicazione incontrollata del principio ora in esame.   [1] Così si esprime G. Lattanzi, Il patteggiamento in appello: un incompreso, in Cass. pen., 12/2008, 4494 ss. [2] Sul punto si veda N. Pascucci, Il ritorno del concordato sui motivi di appello, tra esigenze processuali e timori di malfunzionamento, in Dir. pen. cont., 11/2017, 31 ss. [3] Si rimanda sul punto a Cass. pen., sentt. Sez. II, 3 marzo 2021 n. 8605, Sez. II, 20 maggio 2021, n. 20085, 4 maggio 2022 n. 17875. Tuttavia, per la ricorribilità della sentenza conclusiva del secondo grado nel caso di rigetto del giudice dell’accoglimento del concordato, si veda Cass. pen., sentt. Sez. VI, 16 giugno 2022 n. 23614 e 23 agosto 2022 n. 31556. [4] A quelle finora citate deve aggiungersi quella conseguente alla riforma Cartabia: con il d.lgs. 150 del 2022 è stato abrogato il comma 2 dell’art. 599-bis c.p.p., disposizione che prevedeva dei limiti oggettivi di accesso al concordato dal contenuto analogo ai limiti previsti per il patteggiamento all’art. 444, comma 1-bis, c.p.p., così da evidenziare la natura meramente deflattiva e non premiale del primo istituto. [5] In senso critico in merito ai precedenti orientamenti giurisprudenziali si rinvia a J. Della Torre, Disorientamenti giurisprudenziali in tema di ricorribilità (ordinaria) delle sentenze di concordato in appello, in Dir. pen. e proc., 9/2019, 1271 ss. [6] Sul punto si rinvia a E. Mezzetti, Diritto penale. Dottrina, casi e materiali, 2023, Zanichelli, 698 ss. [7] Sul punto si rinvia a P. Grillo, In tema di questioni rilevabili d’ufficio a seguito di «patteggiamento» in appello, in Arch. nuova proc. pen., 1/2008, 3 ss. Si veda altresì G. Leo, Osservatorio dei contrasti giurisprudenziali – Il patteggiamento in appello preclude l’esame delle questioni rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento?, in Dir. pen. e proc., 8/2003, 966 s. [8] Per un commento a Cass. pen., Sez. VI, sent. 8 ottobre 2019 n. 41254, che ha negato tale possibilità sulla base del principio del devolutum nonché sulla impossibilità di estendere analogicamente la normativa sul patteggiamento al concordato, si rinvia a N. G. Orsi, L’erronea qualificazione giuridica del fatto quale causa di ricorribilità per cassazione del concordato sui motivi d’appello ex art. 599-bis c.p.p., in Cass. pen., 9/2021, 2830 ss. Si noti, tra l’altro, che la giurisprudenza di legittimità ha adottato un approccio rigorista alla possibilità di muovere censure su tale tema nei confronti della sentenza che accolga la richiesta di patteggiamento, richiedendo che il vizio circa la qualificazione giuridica del fatto sia manifesto e palesemente eccentrica rispetto al capo di imputazione, per cui si rinvia a Cass. pen. Sez. VI, 23 gennaio 2018 n. 3108 e Sez. I, 6 aprile 2018 n. 15553. Ci si chiede perciò se tale approccio stringente verrà o meno adottato anche in relazione al concordato in appello, o se potrà sempre essere censurata la erronea qualificazione giuridica del fatto. [9] In senso negativo Cass. pen., Sez. V, sent. 25 giugno 2018, n. 29243, e Sez. V, 12 dicembre 2022, n. 46850.

Qualunque forma di violenza fisica o psicologica a scopi educativi esula dal perimetro applicativo dell´abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (art. 571 c.p.) e può integrare il più grave reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi (art. 572 c.p.)

(Cass. Pen., Sez. VI, 27 aprile 2023, n. 17558) Stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di Angela Micheletti  Con la pronuncia in commento, la Corte di cassazione ha annullato per violazione di legge la sentenza del Tribunale di Ravenna, rinviando alla Corte di appello di Bologna per un nuovo giudizio. Nello specifico, la Corte ha ritenuto che il Tribunale avesse erroneamente riqualificato l’originaria imputazione di “Maltrattamenti contro familiari e conviventi”, di cui all’art. 572 c.p., nel delitto di “Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina”, di cui all’art. 571 c.p., condannando l’imputato alla pena di venti giorni di reclusione. Giova preliminarmente esaminare gli elementi costituivi delle due disposizioni che vengono in rilievo, ossia gli artt. 571 e 572 c.p., ponendo le stesse in correlazione tra loro. In primo luogo, entrambe le fattispecie, malgrado la collocazione nel Capo dedicato ai delitti contro l’assistenza familiare, tutelano, secondo la dottrina prevalente, non l’assistenza familiare, ma l’integrità e l’incolumità psico-fisica della persona sottoposta al potere disciplinare altrui. L’art. 571 c.p. a dispetto dell’utilizzo nel testo della norma del termine “chiunque”, è un reato proprio, potendo essere commesso solo da coloro che rivestono una posizione che gli consenta di esercitare un potere correttivo o disciplinare nei confronti dei soggetti sottoposti alla loro autorità o loro affidati per le ragioni indicate dalla norma. Affinché il delitto possa configurarsi è, dunque, necessaria la sussistenza del rapporto disciplinare tra il soggetto attivo e quello passivo, che può trarre la sua fonte sia dal diritto pubblico, sia dal diritto privato. La condotta tipica consiste nell’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina. Come la Suprema Corte precisa nella sentenza in commento, l’abuso “… presuppone l’eccesso nell’uso di mezzi di correzione o di disciplina in sé giuridicamente leciti. Tali non possono, tuttavia considerarsi gli atti che, pur ispirati da un “animus corrigendi” sono connotati dall’impiego di violenza fisica o psichica.” D’altronde, il concetto stesso di abuso evoca l’esistenza di un uso legittimo del potere correzionale o di disciplina, non potendo essere la finalità presa di mira dal soggetto agente ad attribuire l’etichetta di strumento educativo al mezzo adoperato, occorrendo, piuttosto, che esso sia tale per natura e per normale destinazione.[1] Pertanto, integra il delitto di cui all’art. 571 c.p. l’uso in funzione educativa del mezzo astrattamente lecito, che, tuttavia, trasmoda in abuso sia in ragione dell’arbitrarietà o intempestività della sua applicazione, sia in ragione dell’eccesso della misura, dovendosi invece escludere che l’intento educativo dell’agente costituisca elemento dirimente per far rientrare il sistematico ricorso ad atti di violenza nella suddetta fattispecie. La norma prevede una condizione obiettiva di punibilità, in quanto l’abuso è penalmente rilevante solo se dal fatto derivi il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente. Non basta la mera possibilità, ma occorre la probabilità del verificarsi della malattia, la cui nozione, secondo alcuni sarebbe la medesima di quella di cui ai delitti di percosse e lesioni personali, mentre secondo altri sarebbe più ampia, estendendosi fino a ricomprendere ogni conseguenza rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo.[2] L’elemento soggettivo è rappresentato dal dolo, che, secondo un orientamento tradizionale, sarebbe specifico, in virtù della centralità del fine dell’agente di esercitare la legittima potestà disciplinare, mentre secondo un altro orientamento, ormai prevalente e condiviso dalla giurisprudenza, sarebbe generico, mancando quel fine ulteriore rispetto al fatto di reato che connota il dolo specifico, data la coessenzialità del fine correttivo-disciplinare rispetto al fatto dell’abuso. Anche l’art. 572 c.p., così come l’art. 571 c.p., a dispetto dell’utilizzo del termine “chiunque”, è un reato proprio, dovendo l’agente essere legato al soggetto passivo da un rapporto familiare, oppure investito di autorità nei suoi confronti o comunque averne l’affidamento per le ragioni indicate dalla norma. La condotta incriminata consiste nel maltrattare, ossia nel provocare nel soggetto passivo una continua situazione di sofferenza fisica o morale con effetti di prostrazione o avvilimento. La quasi totalità della dottrina e della giurisprudenza ritiene che si tratti di un reato necessariamente abituale, occorrendo per la sua integrazione, la reiterazione nel tempo di una serie di comportamenti, anche omissivi. In particolare, si tratta di un reato abituale proprio, in quanto la condotta tipica può realizzarsi sia attraverso atti ex se qualificabili come reato (percosse, lesioni, minacce ecc.), sia attraverso atti che, se considerati isolatamente non costituiscono reato (umiliazioni, privazioni, atti di disprezzo ecc.), mentre, se considerati unitamente, nel loro ripetersi nel tempo, integrano la fattispecie di maltrattamenti. L’elemento soggettivo è rappresentato dal dolo generico, che abbraccia tutti gli elementi del reato, compresa l’abitualità. Non è, tuttavia, richiesta la rappresentazione mentale anticipata di tutti i singoli episodi di maltrattamento, essendo sufficiente la coscienza e volontà di infliggere alla vittima una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale, mediante una serie di comportamenti avvinti da un nesso psicologico comune, pur senza unicità di disegno criminoso. Occorre, dunque, la consapevolezza di attuare l’atto di prevaricazione in un contesto di reiterazione della condotta vietata, ma non la programmazione fin dall’inizio dei singoli episodi. Il dolo, pertanto, è unitario e graduale, costituendo il dato unificatore delle condotte. Venendo al caso in esame, la riqualificazione dell’imputazione da parte del Tribunale di Ravenna, censurata dalla Corte di cassazione, era avvenuta in considerazione di alcuni elementi, quali: l’orizzonte temporale dell’imputazione, il carattere episodico delle condotte e la loro correlazione al cattivo rendimento scolastico del figlio minore dell’imputato. In particolare, le condotte, poste in essere da gennaio ad aprile 2019, erano consistite nel calciare quest’ultimo sul sedere, nell’esternagli dubbi sulla paternità, nel chiuderlo fuori sul terrazzo di casa in orario notturno per circa un’ora, nel colpirlo con una cinta alla schiena. Ebbene, con riguardo al profilo dell’orizzonte temporale delle condotte, occorre rilevare che l’elemento oggettivo del delitto di maltrattamenti in famiglia è costituito da una pluralità di atti vessatori, che provocano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, anche se in un limitato contesto temporale.[3]  Peraltro, il reato di maltrattamenti in famiglia si ritiene integrato anche quando le sistematiche condotte violente e sopraffattrici non costituiscano l’unico registro comunicativo con il familiare, ma siano intervallate da condotte prive di tali connotazioni o dallo svolgimento di normali attività familiari, in quanto le ripetute manifestazioni di mancanza di rispetto e di aggressività conservano comunque il loro connotato di disvalore.[4] Relativamente al carattere episodico delle condotte, è necessario sottolineare che nei reati abituali, come quello di cui all’art. 572 c.p., la condotta seriale è caratterizzata proprio dalla discontinuità, stante la reiterazione di più fatti omogenei, legati da un nesso di abitualità, ossia da un nesso oggettivo di persistenza, che consente di ravvisare l’unicità di offesa. Per il concretarsi del delitto di maltrattamenti in famiglia non è, quindi, richiesto un comportamento vessatorio continuo ed ininterrotto, bensì una condotta abituale estrinsecantesi con più atti, delittuosi o meno, determinanti sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, ma collegati da un nesso di abitualità e dall’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o il patrimonio morale del soggetto passivo, ossia di infliggere abitualmente sofferenze.[5] Con riferimento al profilo della correlazione delle condotte dell’imputato al cattivo rendimento scolastico del figlio, occorre evidenziare che nell’ordinamento italiano, incentrato sulla Costituzione della Repubblica e qualificato dalle norme di diritto di famiglia e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino del 1989, il termine “correzione”, utilizzato dall’art. 571 c.p., deve essere assunto quale sinonimo di educazione. Infatti, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo, esso deve essere teso a promuovere la persona ad un grado di maturità tale da renderla capace di un’integrale e libera espressione delle proprie attitudini, inclinazioni e aspirazioni. A tal proposito, giova precisare che i moderni indirizzi pedagogici e gli attuali standard di civiltà che governano le relazioni interpersonali rifiutano il ricorso ai metodi violenti e ritengono che lo sviluppo della personalità e l’adesione ai valori vigenti in un dato momento storico debbano essere perseguiti con la cultura, il confronto e il dialogo.[6] Dunque, alla luce dell’evoluzione culturale in tema di metodi educativi da adottare nei confronti dei minori e del nuovo assetto normativo che regola i rapporti familiari, deve ritenersi bandita ogni forma di violenza, quale legittimo strumento a cui fare ricorso per scopi educativi. La stessa Corte nella sentenza in commento chiarisce, infatti, che “… l'uso di qualunque forma di violenza fisica o psicologica a scopi educativi esula dal perimetro applicativo dell'art. 571 c.p.; ciò sia per il primato che l'ordinamento attribuisce alla dignità della persona, anche del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, di tolleranza, di connivenza utilizzando un mezzo violento che tali fini contraddice.” In sintesi, il potere educativo esercitato dal genitore nei confronti del figlio, non deve mai superare i limiti previsti dall’ordinamento, né sfociare in maltrattamenti mortificanti la sua personalità[7], non potendosi ritenere lecito l’uso sistematico da parte del genitore di violenza fisica e morale, come ordinario trattamento del figlio minore, anche se sorretto da animus corrigendi, venendo in rilievo in tal caso il più grave reato di maltrattamenti in famiglia e non quello di abuso dei mezzi di correzione.[8]   [1] Capitolo 7 I delitti contro i valori familiari, Sezione IV, I delitti contro l’assistenza familiare, p. 382, Fiandaca-Musco, Diritto penale Parte speciale - Volume II, tomo primo, I delitti contro la persona, Quarta edizione. [2] Tra le altre. Cass. Pen., 22 gennaio 2020, n. 7969. [3] Tra le altre, Cass. Pen., 19 marzo 2019, n. 12196. [4] Tra le altre, Cass. Pen., 11 febbraio 2016, n. 14742. [5] Tra le altre, Cass. Pen., 5 aprile 2018, n. 29255. [6] Capitolo 7 I delitti contro i valori familiari, Sezione IV, I delitti contro l’assistenza familiare, p. 379, Fiandaca-Musco, Diritto penale Parte speciale, Volume II, tomo primo, I delitti contro la persona, Quarta edizione. [7] Tra le altre, Cass. Pen., 6 novembre 2018, n. 17810. [8] Tra le altre, Cass. Pen., 2 luglio 2019, n. 36832; Cass. Pen., 5 novembre 2019, n. 44893.

In tema di lesioni gravissime, lo sfregio permanente è costituito dal nocumento, corroborato dalle valutazioni del perito, comportante un'apprezzabile alterazione delle linee del volto che incide sulla funzione estetico-fisiognomica dello stesso

(Cass. Pen., Sez. V, 05 maggio 2023, n. 18894) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio
nota di Giuseppe Rignanese Nel caso in esame, i Giudici della Corte di Appello di Cagliari hanno confermato la pronuncia emessa in primo grado contro l’imputato, che era stato dichiarato colpevole del reato previsto agli artt. 582-583 c.p. Viene proposto ricorso per Cassazione, fondando la critica difensiva sul motivo della violazione di legge e vizio di motivazione. La difesa lamentava che la Corte di Appello avesse confermato la sentenza di primo grado, in ordine alla fattispecie delle lesioni aggravate dallo sfregio permanente, seppur il perito, nominato in appello su sollecitazione del Procuratore Generale, avesse accertato che le alterazioni del viso riportate dalla persona offesa fossero visibili dal comune osservatore, ma non tali da modificare l’armonia dei lineamenti facciali in modo significativo, né da ingenerare un senso di ripugnanza o di sgradevolezza nell’osservatore. Ai fini di una corretta analisi della sentenza in commento, è opportuno inquadrare sin da subito la fattispecie delittuosa in esame. Trattasi delle lesioni personali di cui all’art. 582 c.p. e dell’aggravante prevista dall’art. 583, comma 2, n.4 c.p., ovvero lo sfregio permanente del viso.  L’aggravante in questione oggi figura come nuova ed autonoma fattispecie delittuosa inserita all’art. 583-quinques, introdotta dall’art. 12, primo comma, della L. 69/2019, c.d. Codice rosso, con l’obiettivo di massimizzare la repressione penale della violenza domestica e di genere, in risposta al preoccupante fenomeno delittuoso, dilagante nella società. Si noti come la nuova fattispecie delittuosa sia punita con la reclusione da otto a quattordici anni, pena ben più afflittiva rispetto alla sua precedente collocazione come aggravante ovvero come lesione gravissima. La vicenda in questione ha portato la Suprema Corte a chiarire, in materia di lesioni personali, quando sussista lo sfregio permanente e come vadano valutate le alterazioni facciali al fine di integrare la condotta criminosa in esame. In particolare i giudici di legittimità, oltre a ritenere fondato il ricorso, hanno affermato in prima analisi che la valutazione circa la sussistenza dell’aggravante dello sfregio permanente “inteso come turbamento irreversibile dell’armonia e dell’euritmia delle linee del viso”, compete di fatto al giudice di merito, il quale effettuerà un giudizio privo di “speciali competenze tecniche”, poiché non richieste per accertare la fattispecie in esame, in quanto il turbamento è ricollegato al punto di vista “dell’osservatore comune, di gusto normale e di media sensibilità”.  Parrebbe dunque chiaro che il giudizio in questione non risulti sindacabile in sede di legittimità, se non per la presenza di una particolarità. Nel caso di specie, infatti, è stato reso un accertamento tecnico circa la tipologia e le conseguenze delle lesioni riportate dalla persona offesa. Come sostenuto dalla Corte, tale accertamento non può essere trascurato nella “dinamica valutativa” dove il puntuale riscontro tecnico costituisce “una sorta di fotografia descrittiva” raffigurante l’impatto visivo a seguito delle lesioni ed evidenziandone “i risvolti funzionali sull’estetica del volto”.   Pertanto, se da una parte la valutazione del perito non sembrerebbe essenziale nel giudizio in questione, considerato che esso non è strettamente tecnico ma si basa sulla sensibilità e il gusto dell’osservatore comune, dovrà comunque essere tenuta in considerazione dal giudice nella formazione del giudizio, cosa che non è avvenuta. Prosegue la Corte affermando che nel caso concreto i Giudici d’Appello non solo hann ignorato la valutazione peritale, che constatava l’insussistenza dello sfregio permanente, ma hanno indicato nella motivazione che le lesioni riportate dalla persona offesa hanno determinato, tra le altre conseguenze, un “indebolimento dell’organo della masticazione e della respirazione” che seppur gravi nulla hanno a che vedere con l’aspetto esteriore. La Corte territoriale, ritenendo integrata la fattispecie di cui all’art. 583, comma 2, n.4 c.p., ha basato il proprio convincimento, più che sui dati peritali inadeguatamente valutati, su una precedente pronuncia di codesta Suprema Corte (Sez. 5, Sent. n. 27564 del 21/09/2020) la quale sul tema delle lesioni personali ha statuito che “integra lo sfregio permanente qualsiasi nocumento che, senza determinare la più grave conseguenza della deformazione, importi un’apprezzabile alterazione delle linee del volto che incida, sia pure in misura minima sulla funzione estetico-fisiognomica dello stesso”.  Il giudizio in esame pertanto è stato definito basandosi su detto richiamo giurisprudenziale, senza però tener conto di risultanze processuali come la perizia.  Dunque, i Supremi Giudici, proseguendo nell’analisi ribadiscono che il giudizio d’appello è stato del tutto agganciato alla massima giurisprudenziale indicata poc’anzi al fine di qualificare la fattispecie in esame come sfregio permanente, senza però che venissero approfonditi tutti gli aspetti specifici e rilevanti per tale qualificazione, che nel caso di specie risultano “del tutto pretermessi”. Sulla base di quanto detto, la Corte precisa che il caso in esame andava valutato tenendo conto di un consolidato orientamento giurisprudenziale, di Codesta Corte (Sez. 5, n.32984 del 16/06/2014), che così recita: “integra lo sfregio permanente qualsiasi nocumento che, senza determinare la più grave conseguenza della deformazione, importi un turbamento irreversibile dell’armonia e dell’euritmia delle linee del viso, con effetto sgradevole o di ilarità, anche se non di ripugnanza, secondo un osservatore comune, di gusto normale e di media sensibilità”. Da tanto si evince che può essere qualificato come sfregio permanente un qualsiasi segno sul volto, anche se di dimensioni contenute, purché esso sia sufficientemente capace di alterare la fisionomia della persona, compromettendo l’immagine e attribuendo un effetto “sgradevole o di ilarità” non necessariamente ripugnante, ma apprezzabile dal comune osservatore. Ai fini di tale qualificazione, precisa la Corte richiamando una propria giurisprudenza ( Sez. 5, n. 26155 del 21/04/2010), non rileva né la possibilità di rimozione del danno, né tantomeno l’attenuazione dello stesso mediante affidamento alla chirurgia facciale. Conclude il Supremo Collegio affermando il principio secondo cui per la sussistenza dello sfregio permanente non occorre un ripugnante sfiguramento, “ma è sufficiente, ma pur sempre necessario, che ricorra un’alterazione apprezzabile dei lineamenti del viso con effetto sgradevole o di ilarità”, che nel caso in esame risulta mancante. In conclusione, la Suprema Corte ha statuito, facendo riferimento ai già citati precedenti giurisprudenziali che per esservi sfregio permanente non è condizione essenziale il senso di ripugnanza ingenerato nell’osservatore medio dallo sfiguramento del volto, ma è necessario e sufficiente che vi sia “un’apprezzabile” alterazione dei lineamenti facciali con conseguente effetto di sgradevolezza o di ilarità; inoltre, premesso che il giudizio sul senso di sgradevolezza o ripugnanza ha come metro di riferimento l’osservatore comune e di gusto normale, non può comunque il giudice non tener conto delle emergenze processuali come gli accertamenti peritali, pertanto sulla scorta delle ragioni sin qui esaminate, la Corte ha annullato la sentenza dei giudici d’appello con rinvio per nuovo giudizio.                                                                                                            

Bancarotta impropria: il dolo deve avere ad oggetto non solo il “fatto” societario, ma anche la volontà del dissesto

(Cass. Pen., Sez. V, 3 maggio 2023, n. 18473) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Ai fini dell´applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto come novellata dalla Riforma Cartabia, assume rilevanza anche la condotta post-delictum inserendosi nel complessivo giudizio sulla misura dell´offesa

(Cass. Pen., Sez. III, 02 maggio 2023, n. 18029)   Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Integra il delitto di cui all'art. 483 c.p. la falsa dichiarazione di trasferimento della propria dimora abituale resa ai fini della iscrizione anagrafica per mutamento della residenza

(Cass. Pen., Sez. III,  27 aprile 2023, n. 17419) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo 

La riformulazione del reato di abusiva attività finanziaria, per effetto dell´abrogazione tacita della normativa che inaspriva la risposta sanzionatoria rispetto all´originaria fattispecie, non prevede il raddoppio delle pene previste

(Cass. Pen., SS.UU., 27 aprile 2023, n. 17615) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Non può desumersi dalla nomina del difensore di fiducia la conoscenza della lingua italiana dell´imputato che abbia richiesto più volte la nomina di un interprete per l´esercizio effettivo delle garanzie del “giusto processo”

(Cass. Pen., Sez. II, 26 aprile 2023, n. 17327)   Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

L´irretroattività della riduzione di un sesto della pena per la mancata impugnazione

(Cass. Pen., Sez. I, 14 aprile 2023, n. 16054) Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo
nota di Riccardo Di Stefano   Con la pronuncia in commento, la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha chiarito il regime intertemporale del nuovo comma 2-bis dell’art. 442 c.p.p., introdotto per effetto dell’art. 24, lett. c), d.lgs. n. 150 del 2022, escludendo la sua applicabilità retroattiva sia nell’ambito dei procedimenti pendenti in fase di impugnazione, sia nell’ambito dei procedimenti già definiti con condanna passata in giudicato. La questione è stata affrontata in relazione ad un ricorso avverso una pronuncia della Corte di Appello di Milano, che ha confermato la sentenza del Tribunale di Pavia – resa in data 23 dicembre 2020 all’esito del giudizio abbreviato – con la quale l’imputato è stato dichiarato responsabile dei reati di tentato omicidio aggravato dai futili motivi e di porto ingiustificato del coltello utilizzato per commetterlo, aggravato dal nesso teleologico. In sede di conclusioni scritte il difensore, oltre ad insistere per l’accoglimento dei motivi di impugnazione, «ha chiesto la restituzione nel termine «per eventualmente rinunciare alla presente impugnazione e/o, in ogni caso, voglia rinviare gli atti avanti alla Corte di Appello di Milano per eventualmente rinunciare all'atto di appello a suo tempo proposto», in vista della ulteriore riduzione della pena ex art. 442, comma 2-bis, cod. proc. pen., introdotto, dopo la proposizione del ricorso per cassazione, dal d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150; il difensore contesta, in particolare, l'applicabilità del principio stabilito da Sez. U, n. 27614 del 29/03/2007, Lista, Rv. 236537, poiché la norma in questione ha natura sostanziale là dove incide sul trattamento sanzionatorio, sicché si invoca l'applicazione dell'art. 2 cod. pen.». Il difensore ha dunque posto le questioni della natura e della funzione della diminuente, del conseguente regime di diritto intertemporale applicabile e dell’operatività o meno dell’istituto della restituzione nel termine. Preliminarmente, i giudici di legittimità si sono focalizzati sul contenuto del comma 2-bis dell’art. 442 c.p.p., ai sensi del quale “quando né l'imputato, né il suo difensore hanno proposto impugnazione contro la sentenza di condanna, la pena inflitta è ulteriormente ridotta di un sesto dal giudice dell'esecuzione” con provvedimento emanato de plano (artt. 676, comma 1, e 667, comma 4, c.p.p.). La ratio della nuova disposizione, introdotta dalla c.d. riforma Cartabia, è quella di accorciare le tempistiche processuali, «favorendo la definizione della causa dopo la decisione di primo grado, così da non dare luogo alla fase delle impugnazioni […] quando esse, alla luce della valutazione rimessa all’imputato e al difensore, non siano giustificate da un concreto interesse». La funzione prettamente “processuale” della diminuente, insieme alle innegabili ripercussioni sotto il profilo sanzionatorio, orientano la Corte verso l’affermazione di una sua natura “mista”, sia sostanziale che processuale. Ciò comporta anzitutto la piena applicazione del principio tempus regit actum, così come configurato dalle Sezioni Unite Lista, in base al quale il punto di riferimento per l’applicazione della novella sono «le sentenze di primo grado che siano divenute irrevocabili dopo l'entrata in vigore della legge di riforma, anche se pronunciate in data anteriore». Una simile conclusione è giustificata dalle condizioni processuali poste dalla legge per la riduzione di pena, consistenti nella combinazione tra un elemento negativo (mancata presentazione dell’impugnazione) e un elemento positivo (irrevocabilità della sentenza). Tali condizioni, infatti, non sono sussistenti nel caso di specie perché il ricorrente ha proposto impugnazione, impedendo così il passaggio in giudicato della condanna. Esclusa la retroattività della novella legislativa, a causa dell’esaurimento della fase processuale rilevante per la sua applicazione, occorre chiedersi se la preclusione sia compatibile con il principio – di natura sia “domestica” che convenzionale – di retroattività della legge penale favorevole, e se cioè risponda ad un canone di ragionevolezza, stante la connotazione anche sostanziale della diminuente. Il collegio giudicante risponde in modo affermativo, precisando, anzitutto, che la ragionevolezza della deroga non deve essere valutata alla stregua del parametro convenzionale, rappresentato dall’art. 7 CEDU, perché la sua «ristretta portata» «concerne le sole disposizioni che definiscono i reati e le pene che li reprimono». Rimangono così estranee al campo di applicazione della legalità convenzionale «le ipotesi in cui non si verifica un mutamento, favorevole al reo, nella valutazione sociale del fatto, che porti a ritenerlo penalmente lecito o comunque di minore gravità». Qui i giudici di legittimità sembrano tuttavia dimenticare che il “leading case” in materia, rappresentato dalla sentenza Scoppola c. Italia della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha ricompreso nell’ambito dell’art. 7 CEDU una norma processuale avente ripercussioni sostanziali, proprio come quella in esame[1]. In ogni caso, un’incompatibilità costituzionale della disciplina in esame, derivante dai suoi mancanti effetti retroattivi, non va ravvisata nemmeno «con riguardo agli artt. 3, 25 e 27 Cost.», i quali definiscono le coordinate del principio interno di retroattività della lex mitior. Da un lato, il limite del giudicato sancito in via generale e astratta dall’art. 2, comma 4, c.p. impedisce l’applicazione del comma 2-bis dell’art. 442 c.p.p. ai procedimenti già definiti con sentenza irrevocabile. Dall’altro, per i procedimenti pendenti in fase di impugnazione, «la compatibilità costituzionale dell'applicazione non retroattiva della disposizione […] è assicurata proprio dai principi di eguaglianza e di responsabilità penale». Sotto il profilo dell’eguaglianza, la situazione dell’appellante è diversa da quella del condannato in via definitiva non appellante, per cui può ben giustificarsi – in ottica deflativa – una riduzione di pena prevista solo per il primo. Sotto il profilo della responsabilità penale, «il condannato non può percepire come "ingiusto" il trattamento sanzionatorio irrogato proprio perché, a differenza di colui che non ha proposto impugnazione, ha perseguito il medesimo obiettivo (e fors'anche quello di ottenere una pronuncia più favorevole in senso assoluto) secondo un diverso percorso, sicché non può attendersi l'ulteriore riduzione prevista per colui che l'impugnazione non abbia proposto». Coerentemente con tali argomentazioni, i giudici di legittimità escludono altresì la possibilità di accogliere la richiesta di restituzione nel termine per rinunciare all’impugnazione presentata dal difensore, perché esorbitante rispetto alla ratio dell’istituto. La restituzione nel termine è infatti finalizzata al compimento di un atto che non è stato posto in essere per caso fortuito o per forza maggiore, piuttosto che all’eliminazione ex tunc di un atto processuale tempestivo «solo perché la parte pretende di revocare, ora per allora, l'atto di impugnazione che ha validamente proposto e che a detta fase ha dato corso». Ne derivano, in conclusione, la manifesta infondatezza della questione concernente l’applicazione retroattiva della nuova diminuente introdotta dall'art. 24, lett. c), d.lgs. n. 150 del 2022, nonché l’inammissibilità della richiesta di restituzione nel termine. Questa pronuncia si iscrive nel solco di quella consolidata giurisprudenza costituzionale e di legittimità che attribuisce al principio di retroattività della legge penale favorevole una “consistenza” meno robusta, suscettibile di deroghe e bilanciamenti con interessi contrapposti[2], rispetto al principio di irretroattività della legge penale sfavorevole, tutelato in via assoluta ed espressa dall’art. 25 della Costituzione. Al netto della discutibile menomazione del “test” di ragionevolezza – svolto senza confrontarsi con l’ingombrante interlocutore convenzionale – la Corte perviene ad un risultato equilibrato, in linea con lo spirito della riforma e non discriminatorio nei confronti del ricorrente, il quale ha comunque avuto la possibilità di contestare la condanna inflitta nel primo grado di giudizio e confermata in appello. In altri termini, l’irretroattività della riduzione di un sesto della pena per la mancata impugnazione risulta giustificata dalla diversità delle situazioni che il ricorrente mirava a parificare, evitando al contempo irragionevoli regressioni procedimentali.   [1] Cfr. C. EDU, Grande Camera, 17 settembre 2009, Scoppola c. Italia, ric. n. 10249/03, in Cass. Pen., 2010, p. 841 e ss.. Adottando un’impostazione tipicamente “antiformalistica” della nozione di “materia penale”, i giudici di Strasburgo hanno affermato l’applicabilità del principio convenzionale di legalità all’art. 442 comma 2 c.p.p., nella vigenza dell’art. 30 l. n. 479 del 1999 (c.d. legge Carotti), che ammetteva l’accesso al rito abbreviato per i condannati all’ergastolo, disponendo la sostituzione della pena dell’ergastolo con quella di trent’anni di  reclusione senza differenziazioni tra ergastolo semplice ed ergastolo con isolamento diurno. [2] Su tutte, cfr. Corte cost., 23 novembre 2006, n. 393, in Cass. Pen., 2007, p. 424 e ss.

In tema di bancarotta fraudolenta documentale c.d. “generica”, il dolo dell´amministratore formale sussiste nella rappresentazione della significativa possibilità dell´alterazione fraudolenta della contabilità da parte dei terzi delegati in assenza dei poteri-doveri di vigilanza e controllo che gli competono

(Cass. Pen., Sez. V, 21 aprile 2023, n. 17165)   Stralcio a cura di Lorenzo Litterio
nota di Maria Chiara Mastrantonio Con la sentenza che qui si annota, la Suprema Corte di Cassazione è tornata a confrontarsi sull’elemento soggettivo richiesto per l’integrazione della fattispecie di bancarotta fraudolenta documentale c.d. generica in capo all’amministratore di diritto. Come noto, l’art. 216, comma I, n. 2, R.D. 267/1942, a fronte di un’apparente unitarietà della formulazione, cela due distinte ipotesi di bancarotta documentale: una c.d. specifica e l’altra c.d. generica. Accumunate dal medesimo oggetto del reato - per entrambe consistente nei libri o nelle altre scritture contabili – esse differiscono sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo. Nella prima ipotesi, invero, si richiede la realizzazione di una serie di condotte alternative (sottrazione, distruzione o falsificazione, totale o parziale, delle scritture contabili) con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto ovvero di recare un pregiudizio ai creditori. La seconda - quella c.d. generica -, invece, postula la (mera) tenuta dei libri contabili in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento di affari, senza prescrivere alcuna connotazione ulteriore né delle concrete modalità di condotta – che, quindi, rimangono generiche e indefinite – né dell’elemento soggettivo. Appare altresì opportuno rappresentare che, con specifico riferimento alla fattispecie de qua, la giurisprudenza di legittimità ha assunto, oramai da tempo, un atteggiamento ben più rigoroso rispetto al passato. In una prima fase, difatti, gli Ermellini avevano ritenuto che, una volta provata l’assenza o l’irregolare tenuta delle scritture contabili, “può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell'amministrazione dell'impresa fallita (cosiddetta "testa di legno"), atteso il diretto e personale obbligo dell'amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture” (Cfr., ex pluris, Cass. pen., Sez. V, 22 giugno 2004, n. 2800, Squillante; Cass. pen., Sez. V, 19 maggio 2010, n. 19049, Succi; Cass. pen., Sez. V, 18 ottobre 2013, n. 628; Cass. pen., Sez. V, 21 gennaio 2016, n. 15802). L’affermazione di reità sulla scorta della mera qualifica ricoperta e dell’integrazione dell’elemento materiale del reato, tuttavia, veniva caldamente criticata da altro orientamento della Suprema Corte – divenuto poi prevalente – secondo cui “è necessaria la dimostrazione, non solo astratta e presunta, ma effettiva e concreta della consapevolezza dello stato delle scritture, tale da impedire la ricostruzione del movimento degli affari o, per le ipotesi con dolo specifico, di procurare un ingiusto profitto a taluno, attentandosi altrimenti al principio costituzionale della personalità della responsabilità penale” (Cfr., ex multis, Cass. pen., Sez. V, 17 novembre 2005, n. 44293, Liberati; Cass. pen., Sez. V, 30 ottobre 2013, n. 642, Demajo; Cass. pen., Sez. V, 2 luglio 2018, n. 40176, Mastroeni; Cass. pen., Sez. V, 28 maggio 2018, n. 40487, Bruccoleri; Cass. pen., Sez. V, 1 marzo 2019, n. 34112, Alessio; Cass. pen., Sez. V, 2 dicembre 2021, n. 44666). Ed è proprio nel mancato confronto con tale parametro valutativo che si rinviene il fulcro delle doglianze avanzate dai ricorrenti avverso la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Brescia che li riteneva colpevoli – in concorso con la sorella giudicata separatamente – dei reati di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale in relazione a due distinte società familiari dichiarate fallite. In particolare, nel terzo motivo di ricorso, si lamentava l’errore di diritto in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale nell’affermare la loro responsabilità penale per il solo fatto che sedessero nel consiglio di amministrazione delle società, senza considerare che costoro si occupassero esclusivamente della linea produttiva. Ritenendo infondate le doglianze avanzate dagli imputati, la Quinta Sezione ha confermato la valenza della giurisprudenza - oramai consolidata in tema - secondo cui per la sussistenza del dolo (generico) dell'amministratore formale “non occorre che questi si sia rappresentato ed abbia voluto gli specifici interventi da altri realizzati nella contabilità volti ad impedire o a rendere più difficoltosa la ricostruzione degli affari della fallita, ma è sufficiente che l'abdicazione agli obblighi da cui è gravato sia accompagnata dalla rappresentazione della significativa possibilità dell'alterazione fraudolenta della contabilità e dal mancato esercizio dei poteri-doveri di vigilanza e controllo che gli competono (Sez. 5, n. 44666 del 04/11/2021 Ud. (dep. 02/12/2021) Rv. 282280 - 01)”. Non può non essere evidenziato come proprio il citato principio di diritto, statuito per la prima volta nella pronuncia n. 44666 del 4 novembre 2021, abbia rappresentato il più recente approdo dell’iter giurisprudenziale supra ricordato, spintosi ad indagare – finalmente non solo in via incidentale – il contenuto del dolo generico della bancarotta documentale ascritta all'amministratore di diritto. In quella stessa pronuncia, inoltre, la Corte di legittimità evidenziava come, sebbene l'assunzione solo formale della carica costituisca un importante indizio della sussistenza del dolo richiesto dalla fattispecie incriminatrice, solo l'analisi delle circostanze concrete del fatto può restituire la prova della componente rappresentativa del dolo e, quindi, della consapevolezza di concorrere nella realizzazione del reato. Ebbene, nel caso di specie, sono stati numerosi gli elementi fattuali che hanno - a parere, prima, del Giudice del merito e, poi, di quello di legittimità - corroborato la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato. I ricorrenti, invero, non solo operavano quotidianamente all’interno delle società come responsabili della linea produttiva ma erano i soci di entrambe le fallite; i fratelli di colei che si assume aver assunto di fatto la gestione societaria; e, infine, i figli della destinataria di una ingente somma di denaro confluita sul suo conto corrente senza alcuna ragione giustificatrice riconducibile all’impresa che se ne era spogliata. Con specifico riferimento alla bancarotta documentale contestata, nella sentenza impugnata si evidenziava come  “gli imputati, pur a voler ritenere che avessero delegato la gestione più propriamente amministrativa e finanziaria alla familiare […] avevano comunque il potere-dovere di verificare e controllare le scritture contabili che firmavano, la cui macroscopiche falsità - non contestate nella loro materialità - attenevano a voci di importo rilevante che non potevano sfuggire per semplice colpa al normale e doveroso controllo che incombe a carico di ciascun amministratore di società”. Il Giudice di legittimità, dunque, ritenendo l’impostazione dalla Corte d’Appello lombarda pienamente in linea con la più recente giurisprudenza, ha affermato che “essi non erano del tutto avulsi rispetto al contesto societario né estranei agli interessi in gioco, essendo anche soci, con la conseguenza che, di là dell'assunto del rilascio di deleghe ad un soggetto che nella società a responsabilità limitata non rivestiva alcuna carica formale, non vi è spazio per una ricostruzione - avallata in buona sostanza dalla difesa - in termini di una effettiva totale abdicazione, da parte dei predetti, all'obbligo di vigilanza e controllo gravante sull'amministratore”. In altri termini, quindi, la Suprema Corte ha ritenuto irricevibili le doglianze difensive in virtù del ruolo effettivamente rivestito dai ricorrenti nelle fallite. Soggetti che - tutt’altro che mere “teste di legno prezzolate per fare gli amministratori solo sulla carta” - erano stabilmente inseriti all’interno delle società e che, dinanzi alle evidenti falsità che connotavano le scritture contabili, hanno consapevolmente deciso di non attivare i poteri-doveri di vigilanza ascritti alla loro carica sociale. Ed ancora, per i medesimi motivi, i Giudici di Piazza Cavour hanno ritenuto parimenti non condivisibile la tesi dell'affidamento, che il ricorso pone a base delle omissioni in cui sono incorsi gli imputati, che in piena buona fede avrebbero riposto nell'operato della sorella. La Suprema Corte, in conclusione, avallando l’operato della Corte territoriale, totalmente conforme alla giurisprudenza in tema, ha reputato il quantum di prova richiesto per l’integrazione dell’elemento soggettivo della bancarotta documentale c.d. generica pienamente raggiunto e, dunque, ha rigettato il ricorso.

Ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza: definiti i rapporti tra le fattispecie di cui ai commi 1 e 2 dell´art. 2638 c.c.

(Cass. Pen., Sez. V, 7 marzo 2023, n. 9623) Stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di Matteo Santamaria  Con la sentenza in commento la V sezione penale della Suprema Corte di Cassazione ha analizzato il reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza ex art. 2638 c.c., delineando i requisiti e le differenze intercorrenti tra la fattispecie prevista dal comma 1 e quella prevista dal comma 2. L’art. 2638 c.c. contiene due differenti ipotesi delittuose con elementi caratterizzanti autonomi benché, precisa il Giudice nomofilattico, il bene giuridico tutelato da entrambe le fattispecie criminose sia lo stesso. Sia il delitto di cui al comma 1 che quello previsto dal comma 2 dell’art. 2638 c.c., infatti, condividono il medesimo bene giuridico oggetto di tutela, “... da individuare nella funzione di mediazione tra stabilità ed efficienza economica degli operatori vigilati”. Ciononostante, ricorda il Giudice di Legittimità, “... dal punto di vista strutturale, la norma incriminatrice costituisce una disposizione a più fattispecie, introducendo i due commi reati a sé stanti, sottoposti ad una pena autonoma ancorché di pari entità, ed appartiene al genus, individuato dalla dottrina, delle "norme miste cumulative". L’art. 2638 co. 1 c.c., infatti, sanziona “... gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società o enti  e gli altri soggetti sottoposti per legge alle autorità pubbliche di vigilanza , o tenuti ad obblighi nei loro confronti, i quali nelle comunicazioni alle predette autorità previste in base alla legge, al fine di ostacolare l'esercizio delle funzioni di vigilanza, espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazione , sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dei sottoposti alla vigilanza ovvero, allo stesso fine, occultano con altri mezzi fraudolenti, in tutto o in parte fatti che avrebbero dovuto comunicare, concernenti la situazione medesima, sono puniti con la reclusione da uno a quattro anni. La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi”. Utilizzando le parole della Suprema Corte, ci si trova di fronte ad “... un reato che si manifesta, con sicura evidenza, come fattispecie di mera condotta (Sez. 5, n. 3555 del 07/09/2021, dep. 2022, Coen, Rv. 282981; Sez. 5, n. 29377 del 29/05/2019, Mussari, Rv. 276524; Sez. 5, n. 26596 del 21/05/2014, New Srl , Rv. 262637; n. 51897 del 2013, Rv 258033) e la relativa norma è integrata dalla previsione del dolo specifico d'offesa che, anticipando la soglia della punibilità, impone di considerare detta fattispecie alla stregua di un reato di pericolo concreto”. Per quel che quivi interessa maggiormente, oltre alla significativa circostanza che l’ostacolo non deve verificarsi necessariamente ma è sufficiente che la condotta sia teleologicamente orientata ad indurre in errore il vigilante, è interessante analizzare la condotta contestata, la quale, in sostanza, consiste nell’esporre “...  fatti materiali non conformi al vero nelle comunicazioni che [gli esponenti aziendali] hanno l'obbligo di fornire ex lege, ovvero occultino, con l'impiego di mezzi fraudolenti, fatti che avrebbero dovuto rendere noti”. La fattispecie di cui al comma 1, pertanto, si manifesta come un reato di pericolo concreto a condotta vincolata, con il dolo specifico di ostacolare l’attività di vigilanza. Il delitto previsto dal comma 2, invece, come affermato dalla Corte di Cassazione, punisce gli stessi soggetti indicati nel comma 1 “... ove in qualsiasi forma, anche omettendo le comunicazioni dovute, ostacolino consapevolmente l'esercizio delle funzioni de quibus. Nell'ambito della disposizione in esame, viene, dunque, contemplato un reato d'evento c.d. causalmente orientato, in cui l'ostacolo deve essere consapevolmente cagionato da qualsiasi condotta attiva o anche da uno specifico contegno omissivo, integrandosi in tale ultimo caso un'ipotesi di reato omissivo improprio espressamente positivizzato”. Si tratta, quindi, di un reato a forma libera, la cui condotta deve essere posta in collegamento mediante nesso eziologico con l’evento della fattispecie, che coincide con l’ostacolo delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. La Suprema Corte ha correttamente precisato che nell’ambito del secondo comma “... l'evento di ostacolo all'esercizio delle funzioni di vigilanza, dunque, si realizza con l'impedimento in toto di detto esercizio ovvero con il frapporre al suo dispiegarsi difficoltà di considerevole spessore o con il determinarne un significativo rallentamento: difficoltà o rallentamento che devono dar corpo ad un effettivo e rilevante ostacolo alla funzione di vigilanza. Fuori da questi casi, il mero ritardo che non rechi effettivo e rilevante pregiudizio all'esercizio dell'attività di vigilanza non può essere sussunto nel paradigma punitivo delineato dal comma 2”. Così ricostruite le due differenti ipotesi criminose, il Giudice nomofilattico ha analizzato un possibile concorso tra esse nel caso in cui le condotte fossero sovrapponibili. Il caso è quello di una dichiarazione falsa e/o dell’occultamento nelle comunicazioni a cui sia conseguito un effettivo ostacolo all’attività di controllo. In una situazione di tal fatta, ci si troverebbe innanzi alla condotta espressamente richiesta dal comma 1 che, al contempo, potrebbe ben coincidere con una delle condotte richiesta dalla forma aperta del comma 2 dell’art. 2638 c.c. E, allo stesso tempo, potrebbe essere integrato sia l’evento richiesto dalla seconda fattispecie criminosa che la verificazione di un pericolo concreto richiesto dalla prima. La Suprema Corte, benché non lo abbia espressamente trattato, nella sentenza in commento sembrerebbe escludere la possibilità di un concorso formale, verosimilmente in quanto il bene giuridico è il medesimo per entrambi i reati. Gli Ermellini – ad avviso di chi scrive, con una interpretazione coerente con il dettato normativo e con i principi generali del diritto penale – hanno concluso che “... il concorso di norme che ne deriva si risolve in base al criterio di specialità disegnato dall'art. 15 c.p. ed a prevalere sarebbe la fattispecie contemplata dal comma 1, contenendo la stessa, rispetto al secondo, elementi specializzanti, che si traducono nel dolo specifico (c.d. specialità per aggiunta) e nella natura vincolata della condotta alternativa di falso (c.d. specialità per specificazione). In realtà, anche il comma 2 presenta un carattere di specialità per aggiunta rispetto al primo, richiedendo la verificazione dell'evento di ostacolo. Trattasi, in ultima analisi, di fattispecie avvinte da un rapporto di specialità bilaterale, figurativamente descrivibili come due cerchi che si intersecano, e che pongono decisive difficoltà in sede processuale sin dalla fase attinente alla corretta descrizione dei capi d'imputazione, ma soprattutto ex post all'atto del relativo accertamento giudiziale”. Si rileva che probabilmente vi è un terzo elemento specializzante non ravvisato dalla Suprema Corte che coincide con l’oggetto della condotta: a ben vedere, infatti, nel comma 1 l’esposizione falsa o l’occultamento deve avere ad oggetto la "situazione economica, patrimoniale o finanziaria dei sottoposti alla vigilanza”, mentre nel reato previsto dal secondo comma la condotta potrebbe avere ad oggetto qualsiasi tipo di informazione, non necessariamente riguardante la situazione economica, patrimoniale e finanziaria, purché da essa derivi l’effettivo ostacolo alla vigilanza.

Desidera un figlio maschio per rispettare la tradizione: per la Suprema Corte nessuna motivazione culturale può giustificare violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia

(Cass. Pen., Sez. III, 3 aprile 2023, n. 13786) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Corruzione di minorenne: il reato si configura anche se l´agente compie atti sessuali condivisi in tempo reale mediante mezzi telematici in quanto non è richiesta necessariamente la presenza fisica del minore

(Cass. Pen., Sez. III, 12 aprile 2023, n. 15261)   Stralcio a cura di Lorenzo Litterio
nota di Angela Micheletti Con la pronuncia in commento, la Corte di cassazione ha rigettato il ricorso presentato avverso l’ordinanza del Tribunale di Bari con la quale era stato respinto l’appello cautelare proposto contro l’ordinanza di diniego della richiesta di revoca della misura cautelare degli arresti domiciliari, applicata con ordinanza del giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale, in relazione ai delitti di produzione di materiale pedopornografico, ex artt. 600 ter e 602 ter c.p. e di corruzione di minorenne ex art. 609 quinquies c.p. Nello specifico, le condotte poste in essere dalla ricorrente erano consistite in atti di autoerotismo realizzati in diretta streaming e condivisi tramite il social network Instagram con alcuni utenti, tra i quali anche un minore dell’età di dodici anni ed erano perciò state ricondotte alla fattispecie di cui al primo comma dell’art. 609 quinquies c.p., che punisce chi compie atti sessuali in presenza di una persona minore di quattordici anni al fine di farla assistere agli stessi. Nel ricorso la difesa ha eccepito la nullità dell’ordinanza impugnata, in virtù dell’errata applicazione dell’art. 609 quinquies c.p., in quanto la fattispecie di cui al primo comma richiederebbe la presenza fisica della vittima, assente nel caso di specie, avendo la giurisprudenza di legittimità escluso la necessità di quest’ultima solo con riguardo all’ipotesi di cui al secondo comma del medesimo articolo, che punisce chi fa assistere al compimento di atti sessuali o mostra materiale pornografico ad un minore di quattordici anni, al fine di indurlo a compiere o subire atti sessuali. Giova innanzitutto precisare che il legislatore del 1996 (l. n. 66/1996) ha abrogato la preesistente ipotesi di reato di corruzione di minorenne di cui all’art. 530 c.p., ed ha introdotto l’art. 609 quinquies c.p., eliminando dalla fattispecie gli atti di libidine commessi sui minori di anni sedici e tutti quegli aspetti che maggiormente riflettevano una concezione eticizzante del delitto, facendo altresì venire meno l’obsoleta causa di non punibilità del fatto commesso ai danni di un minore moralmente corrotto. È stato poi il legislatore del 2012 (l. n. 172/2012) ad estendere il novero delle condotte punibili, introducendo i commi secondo e terzo, al fine di colmare alcune lacune di tutela, e a rendere più rigoroso il trattamento sanzionatorio, inasprendo le pene previste. Appare inoltre necessario analizzare gli elementi costitutivi della fattispecie in esame. Nel merito, i commi primo e secondo dell’art. 609 quinquies c.p. configurano reati comuni, potendo essere commessi da chiunque, mentre il soggetto passivo è sempre il minore di quattordici anni, in quanto il bene giuridico tutelato dalla disposizione è proprio il sano e armonioso sviluppo della personalità e della sessualità del minore, che non deve essere turbato dal trauma derivante dall’assistere ad atti sessuali compiuti con ostentazione di altri. Come sopraccitato, la condotta descritta dal primo comma dell’art. 609 quinquies c.p. consiste nel compiere atti sessuali, la cui nozione è identica a quella delineata dal delitto di violenza sessuale di cui all’art. 609 bis c.p., in presenza del minore infraquattordicenne, al fine di farlo assistere al compimento dei medesimi. Affinché il delitto si configuri, è pertanto necessario che l’agente realizzi condotte dotate di significato sessuale. Nel merito, come specificato dalla Suprema Corte nella sentenza in commento, “l’elemento oggettivo del delitto di corruzione di minorenne di cui all’art. 609 quinquies cod. pen. è dunque costituito dal compimento di qualsiasi atto sessuale in presenza di un minore di quattordici anni, che non investa la corporeità del minore …, con la consapevolezza dell’autore di agire al fine di far assistere il minore agli atti sessuali commessi in sua presenza …” Qualora infatti il minore di quattordici anni sia destinatario degli atti sessuali e non invece spettatore rispetto agli atti sessuali commessi da altri, sarebbe integrato il più grave delitto di atti sessuali con minorenne di cui all’art. 609 quater c.p. Un elemento caratterizzante della fattispecie di corruzione di minorenne è la presenza del minore allo svolgimento degli atti sessuali realizzati personalmente dall’autore. A tal proposito, la dottrina ritiene che sia necessaria una presenza cosciente dell’infraquattordicenne, tale da consentirgli la percezione degli atti sessuali, non essendo invece necessaria alcuna forma di partecipazione o di coinvolgimento fisico del minore nelle attività sessuali materialmente realizzate dal soggetto attivo. Non avrebbe senso, infatti, punire un fatto non recepito o non recepibile dal soggetto passivo, essendo la fattispecie diretta proprio ad evitargli ogni forma di turbamento psichico. Tale interpretazione, peraltro, maggiormente si confà al tipo di dolo che deve sussistere in capo al soggetto attivo, ossia il dolo specifico, in quanto oltre alla coscienza e volontà di realizzare gli elementi costitutivi del delitto, è richiesto che l’agente persegua uno scopo ulteriore, rappresentato, nell’ipotesi del primo comma, dal fine di far assistere il minore al compimento di atti sessuali. In questo caso, dunque, il dolo oltre ad assumere rilievo sul piano della colpevolezza, condiziona inevitabilmente anche la ricostruzione dell’intero fatto tipico.[1] Il secondo comma dell’art. 609 quinquies c.p. disciplina due ulteriori forme di condotta, entrambe sorrette dal dolo specifico rappresentato dal fine di indurre il minore ad attività sessuali; la prima consiste nel fare assistere il minore ad attività sessuali, senza che però sia necessario, a differenza del caso di cui al primo comma, che il soggetto agente la realizzi direttamente o vi sia in qualche modo fisicamente coinvolto, mentre la seconda consiste nel mostrargli materiale pornografico.   Il trattamento sanzionatorio previsto per le condotte di cui al secondo comma è il medesimo di quello previsto per la condotta di cui al primo comma (reclusione da uno a cinque anni), nonostante il minor disvalore delle prime. Nel caso in esame, la Corte di cassazione ha giudicato infondato il ricorso presentato dalla difesa, stabilendo che l'uso di mezzi telematici possa rilevare in entrambe le ipotesi disciplinate dai primi due commi dell'art. 609 quinquies c.p. Nel merito, la Suprema Corte ha ritenuto che la condotta realizzata a distanza, ma condivisa in tempo reale con mezzi telematici, sia idonea a pregiudicare il bene giuridico tutelato dalla norma, ossia il sereno sviluppo della sfera sessuale dell’infraquattordicenne, conseguendo il medesimo risultato di far assistere il minore al compimento di atti sessuali nel corso della loro realizzazione, non sussistendo pertanto ragione di limitare la sua rilevanza penale alla sola ipotesi di cui al secondo comma dell’art. 609 quinquies c.p. In particolare, la Terza Sezione penale, nella sentenza in esame, ha evidenziato che “l’attuale esistenza di mezzi di comunicazione che consentono di condividere e mostrare fedelmente e in tempo reale il compimento di atti sessuali consente, dunque, di ritenere punibili ai sensi del primo comma della disposizione anche gli atti sessuali che, come nel caso in esame, siano stati realizzati a distanza ma siano stati condivisi immediatamente, nel corso del loro compimento, con un minore di quattordici anni, con la volontà di farlo assistere alla realizzazione degli atti nel corso del loro compimento, posto che il mezzo di comunicazione telematica … consente di ritenere commessi gli atti in presenza del minore …” La Corte di cassazione ha precisato che per giungere alle sopraindicate conclusioni non occorre fare ricorso all’analogia, quanto piuttosto ad un’attività di interpretazione della norma incriminatrice alla luce delle possibilità attuali che la società e il progresso mettono a disposizione degli individui, dunque in una chiave estensiva ed evolutiva. D’altronde, lo stesso primo comma dell’art. 609 quinquies c.p. non utilizza il termine “presenza fisica”, ma ricorre al concetto di “presenza”, ben potendo quest’ultima essere integrata anche attraverso mezzi di comunicazione telematica che consentano di assistere, come nel caso in esame, in tempo reale e senza difficoltà, al compimento di specifiche condotte. Peraltro, mentre l’operazione analogica, volta a colmare una lacuna legislativa non corrispondente ad una precisa scelta del legislatore, tramite l’applicazione di una data disposizione ad un caso diverso da quello contemplato, ma simile ad esso (analogia legis) è vietata in materia penale ove in malam partem (art. 14 preleggi e art. 25, comma 2, Cost.), l’interpretazione estensiva, finalizzata ad attribuire a una data disposizione un significato più ampio da quello prima facie desumibile dal testo della norma, seppur riconducibile ad uno dei possibili significati letterali della disposizione medesima, è sempre ammessa nel nostro ordinamento. A sostegno di tale interpretazione estensiva del concetto di “presenza”, la Corte ha richiamato quanto già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità con riferimento alla condotta di chi rivolga, tramite una video chat, espressioni offensive ad una persona, alla presenza della stessa e di altri, essendo tale condotta stata qualificata quale integrante il delitto di ingiuria aggravata dalla presenza di più persone e non quello di diffamazione, proprio in virtù della possibilità per i terzi di interloquire con l’offensore attraverso lo strumento telematico. Con la sentenza in commento, dunque, la Terza Sezione penale della Corte di cassazione ha ritenuto che il delitto di corruzione di minorenne, di cui al primo comma dell’art. 609 quinquies c.p., possa configurarsi anche qualora gli atti sessuali vengano compiuti tramite mezzi telematici.   [1] Capitolo 5, I delitti contro la libertà sessuale, p. 263, Fiandaca-Musco, Diritto penale Parte speciale, Volume II, tomo primo, I delitti contro la persona, Quarta edizione.  

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Se l´autoriciclaggio coincide con la sola condotta distrattiva della bancarotta fraudolenta sarà punibile solo il reato fallimentare presupposto

(Cass. Pen., Sez. II, 30 marzo 2023, n. 13352) Stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di Rocco Neri La vicenda riguarda la detrazione di fondi di una società inizialmente in fase di liquidazione che in seguito viene dichiarata fallita. Il GIP di Roma emette ordinanza di rigetto del sequestro per equivalente, (a seguito della relativa richiesta dal PM), di somme costituenti il profitto per l’autoriciclaggio. Il PM ricorre al Tribunale del Riesame che conferma l’ordinanza del GIP. Il Procuratore di Roma ricorre successivamente in Corte di Cassazione denunciando la violazione di legge in relazione all’individuazione del profitto di reato di autoriciclaggio identificabile dalle somme ripulite attraverso investimenti effettuati nelle società diverse da quella fallita[1]. Secondo il ricorso del Procuratore il profitto di reato di autoriciclaggio andrebbe individuato nel denaro ripulito attraverso le condotte tipiche previste dalla norma e dalle utilità derivatene[2]. La Corte di Cassazione annulla con rinvio al Tribunale del Riesame perché nel caso di specie il capo di imputazione relativo al delitto di autoriciclaggio fa riferimento non solo allo svuotamento delle casse sociali della società fallita, ma anche al compimento di azioni successive e diverse. Dalla lettura delle motivazioni della sentenza del Supremo Consesso sono rilevanti le seguenti questioni:   1) il rapporto tra bancarotta distrattiva e l’art. 648-ter co.1 c.p. secondo cui il reato di autoriciclaggio è autonomo e successivo rispetto alla realizzazione del delitto presupposto, sicché solo la consumazione di quest’ultimo (condotta distrattiva di bancarotta), non integra di per sé anche l’illecito di cui all’art 648-ter co.1 c.p. che richiede il perfezionamento di condotte successive all’atto di trasferimento[3]. Nella motivazione infatti la Corte specifica che “la capacità dissimulatoria debba essere individuata in condotte non ricollegabili al puro e  semplice trasferimento di somme ed altresì come il fatto di autoriciclaggio abbia natura autonoma e successiva rispetto alla consumazione del delitto presupposto così che le due  fattispecie non possano essere ravvisate a fronte di un'unica contestuale azione. (...)” 2) il reato presupposto dell’autoriciclaggio implica oltre alla preventiva realizzazione del reato, anche la condotta di chi avendo commesso o concorso a commettere il reato, poi impieghi, sostituisca o trasferisca denaro, beni o altre utilità che sono stati ricavati in attività economiche, finanziarie e speculative e che siano in grado di ostacolare concretamente l’individuazione dell’origine criminosa degli stessi. Ne consegue che il profitto di reato comprende anche altre utilità suscettibili di essere riciclate tra cui il risparmio di spesa che l’agente attiene evitando il pagamento delle imposte dovute[4]. Da queste considerazioni emerge che i reati fallimentari costituiscono presupposto di condotte di riciclaggio e autoriciclaggio nel quale si genera il reimpiego di utilità reimpiegabili[5]. Infatti: “(...) secondo l'orientamento di questa Corte di cassazione in tema di autoriciclaggio, è configurabile una condotta dissimulatoria allorché, successivamente alla consumazione del delitto presupposto, il reinvestimento del profitto illecito in attività economiche, finanziarie o speculative sia attuato attraverso la sua intestazione ad un terzo, persona fisica ovvero società di persone o capitali, poiché, mutando la titolarità giuridica del profittoillecito, la sua apprensione non è più immediata e richiede la ricerca ed individuazione del successivo trasferimento. (...)”. Ebbene il reato presupposto deve precedere il momento consumativo dell’autoriciclaggio e anche che l’oggetto materiale sia un qualsiasi cespite mobiliare o immobiliare di consistenza economica-patrimoniale[6]. La dichiarazione di insolvenza è mera condizione di punibilità sicché il fatto che essa intervenga alle successive condotte di cui all’art 648-ter co.1 c.p. non incide sulla consumazione del reato[7]. Secondo le motivazioni del Supremo Consesso: ” La sola consumazione del delitto presupposto non integra ex se anche la diversa ipotesi dell'autoriciclaggio e quindi l'atto distrattivo non può integrare allo stesso tempo bancarotta per distrazione e autoriciclaggio". Deve pertanto essere escluso che possano configurarsi ipotesi di concorso formale tra autoriciclaggio e reato presupposto e ciò perché al proposito la dizione normativa è assolutamente chiara nel voler impedire categoricamente la violazione del principio del divieto di ne bis in idem sostanziale (...)” ma sottolinea che “(...) ove l'agente, con la distrazione di somme, abbia aggredito e leso solo la par condicio creditorum la condotta sarà punibile soltanto in forza delle norme dettate dalla legge fallimentare, ove invece alla condotta distrattiva sia seguita una successiva ed autonoma attività di reimpiego dei capitali in altre società comunque operanti nel settore economico e commerciale, l'aggressione e lesione del bene giuridico protetto dalla norma di cui all'art. 648ter1 c.p. costituito dall'ordine economico, determinerà il concorso punibile tra bancarotta per distrazione ed autoriciclaggio.” Tali motivazioni possano dar luogo ad un contrasto giurisprudenziale sancito da Cass. pen. Sez II sent. n. 23052/15 secondo cui: “(...) la bancarotta pre-fallimentare si consuma proprio nel momento in cui interviene la pronuncia con cui si apre la procedura concorsuale” (coincidente con il momento consumativo del reato). Tale contrasto però non inficia sull’esclusione della configurazione delle condotte rilevanti di cui all’art. 648-ter c.1 c.p. qualora il fatto storico di per sé sia rilevante. Infatti la Corte nella sentenza in commento chiarifica come segue: “(...) Il carattere distintivo del concorso tra bancarotta ed autoriciclaggio va pertanto risolto anche alla luce dell'analisi dei beni giuridici tutelati e dell'effetto della condotta posta in essere sugli stessi. E ciò perché, evidentemente, la condotta distrattiva non si è limitata alla sottrazione delle somme dalla società fallita, allo svuotamento del suo patrimonio costituente la garanzia dei creditori, bensì ha determinato, successivamente ed autonomamente, l'operatività di attività economiche societarie. attraverso il reimpiego dei profitti illeciti e quindi proprio quell'inquinamento delle attività legali che l'autoriciclaggio mira a colpire (...). Sulla base di tali postulati deve procedersi alla soluzione del caso in esame affermando che ove l'autoriciclaggio sia stato contestato in relazione alla sola condotta di distrazione delle somme dalla (Omissis) ad altre società vi è effettiva coincidenza delle due condotte con violazione del principio di doppia incriminazione; e cioè la omessa identificazione di condotte dissimulatorie successive la distrazione fornirebbe sostegno alla tesi sostenuta dai  giudici di merito circa l'impossibilità di configurare l'ipotesi di cui all' art. 648 ter co. 1 c.p.  Ove però tale coincidenza non sussista poiché oggetto della contestazione ex art. 648 ter co. 1 c.p. non è la sola attività distrattiva di somme dalla società fallita bensì, anche, le attività successivamente poste in essere con il denaro distratto dalle società beneficiarie dei pagamenti per cassa, il presupposto della coincidenza delle condotte affermato dai giudici di merito non appare sussistere sussistendo proprio un'ipotesi punibile di autoriciclaggio.”; 3) la sussistenza tra il reato di autoriciclaggio e il sequestro di somme si sintetizza nell’ampiezza da riconoscere all’idoneità del fatto tipico a occultare concretamente l’origine delittuosa delle utilità impiegate, sostituite o trasferite. Con l’avverbio concretamente si rende possibile l’efficace linea di demarcazione del comportamento prevalentemente rilevante, espungendo le condotte prive di capacità di intralcio[8]. Secondo la sentenza in commento il trasferimento di somme di denaro, beni, o altra utilità al quale consegua un mutamento soggettivo della titolarità, è idoneo a ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del bene, anche in presenza di operazioni perfettamente tracciabili. Dunque secondo il Supremo Consesso la reimmissione nel circuito legale dei beni di provenienza delittuosa (ostacolando la tracciabilità) è la ratio dell’incriminazione del reato presupposto. Tale orientamento però desta perplessità perché la Corte sembra affermare che ogni qualvolta vi sia un passaggio di titolarità di un bene sarebbe integrata una presunzione iuris et de iure di idoneità ad occultare la provenienza criminosa del bene. In tal caso risulta preferibile l’orientamento secondo cui il prodotto, il profitto o il prezzo dell’autoriciclaggio non coincide con denaro beni o altre utilità provenienti dal reato presupposto, ma va limitato ai proventi conseguiti dall’impiego di questi ultimi in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali e speculative[9].   [1] cfr Cass. pen Sez.2 sent. n. 29853/16; sulla tematica più in generale del profitto da reato, cfr M. Bianchi Sei distinzioni sul profitto nel furto in Sistema Penale, 28.2.2023; [2] cfr Cass. pen. Sez II sent. n. 7503/21; Cass. pen. Sez fer. sent. n. 37120/19; Cass. pen. Sez. II sent. n. 34218/20; [3] cfr Cass. pen. Sez 2 sent. n. 16059/2019; [4] cfr Cass. pen. Sez.1 sent. n. 52179/14 ; Cass. pen. Sez. 2 sent. n. 1061/12; [5] cfr Cass. pen. Sez. 2 sent. n.331/20 e Cass. pen. Sez. 2 sent. n. 23052/15; [6] cfr R. Bricchetti, Riciclaggio e autoriciclaggio, in Rivista italiana di diritto e procedura penale, 2014, 2; [7] cfr Cass. pen. Sez. V sent. n. 22143/22; cfr M. Bianchi Oltre la perfezione: saggio sulla consumazione finale del reato, Dike Giuridica, Roma, 2023; [8] cfr Cass. Sez. II sent. n. 10364/20; [9] cfr Cass. pen. Sez V, sent. n. 38919/15  

La fattispecie di trattamento illecito di dati (art. 167 Codice della privacy) si rivolge non soltanto ai soggetti qualificati al trattamento dei dati, ma a chiunque diffonda indebitamente il dato personale, ancorchè acquisito in maniera casuale

(Cass. Pen., Sez. III, 29 marzo 2023, n. 13102) Stralcio a cura di Fabio Coppola 

Mancata esecuzione di un provvedimento del giudice: non si configura quando vi sia un solo rifiuto di far vedere la figlia al padre

(Cass. Pen., Sez. VI, 14 marzo 2023, n. 10905) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Italia condannata per condizioni inumane e degradanti, illecita detenzione ed espulsione collettiva degli immigrati trattenuti nell´hotspot di Lampedusa (ENG)

(Corte EDU, 30 marzo 2023, J.A. and Others v. Italy: comunicato stampa) Stralcio a cura di Fabio Coppola
nota di Noel Libera   “Molti italiani vorrebbero dare ai profughi in arrivo un calcio dritto nel sedere: un centro di prima accoglienza”. È con questa celebre frase di un noto scrittore italiano, ormai nota ai più, che si manifesta il forte disprezzo e la parziale ritrosia italiana verso il migrante. Ed invero troppo spesso ci si dimentica della storia, quella nella quale i veri migranti eravamo proprio noi, gli italiani. Talvolta però Giambattista Vico ci ricorda che la storia torna indietro, in un circolo infinito di suoi corsi e ricorsi, che prende a schiaffi la realtà ricordando a tutti quanto il disprezzo e la ritrosia non debbano mai tradursi in disumanità. Ed è quanto altresì ricordato dalla nota sentenza del 30 marzo 2023 con la quale la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha condannato all’unanimità l’Italia per i trattamenti disumani e degradanti dell’hotspot di Lampedusa, per la violazione della libertà personale e per la illegittimità del respingimento collettivo verso la Tunisia a cui erano stati sottoposti i ricorrenti nell’ottobre del 2017. Ed invero la causa J.a. c/ Italia ha origine dal ricorso N. 21329/18 presentato da quattro cittadini tunisini i quali giunsero nell’hotspot di Lampedusa il 16 ottobre 2017 ed ivi restarono per circa 10 giorni durante i quali fu loro impedito, ex multis, di lasciare legalmente il centro perché privati della libertà personale; a ciò seguì la loro espulsione dal territorio per opera di decreti di respingimento che, al contrario, secondo il Governo italiano, furono correttamente notificati ai ricorrenti. Il ricorso, pertanto, aveva ad oggetto la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo ai sensi del quale “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” nonché la violazione dell’art. 5§§1,2 e 4 della Convenzione e da ultimo dell’4 del prot. n. 4 alla Convenzione secondo cui “Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”. I trattamenti disumani e degradanti denunciati apparivano, a detta dei ricorrenti, evidenti; ed invero, richiamando la relazione del Garante del 2020, questi affermarono che nell’hotspot di Lampedusa vi erano bagni condivisi da circa 40 persone e che le stanze loro dedicate fossero o troppo fredde o troppo calde; inoltre non era stato loro concesso l’allontanamento da quelli stessi luoghi né avevano avuto alcuna possibilità di presentare ricorso ad un’autorità giudiziaria. Dal proprio canto, il Governo richiamò il Rapporto relativo alle visite nei Centri di identificazione ed espulsione e neglihotspots in Italia con il quale il Garante nazionale dei diritti e delle persone detenute o private della libertà personale asseriva che i pasti fossero caldi e che i locali erano puliti ed ordinati; tuttavia, in quella stessa relazione si citava l’assenza, in realtà, di appositi locali da adibire a mensa e di tavoli o sedie da poter utilizzare. Inoltre v’era la conclamata assenza di locali di socializzazione che rendevano assolutamente inadeguate le condizioni di vita nell’hotspot così come preoccupanti e inaccettabili erano le modalità di identificazione cui erano stati sottoposti i ricorrenti al momento di arrivo all’hotspot. Ed invero, i migranti dovevano recarsi, uno alla volta, dinanzi a funzionari della Polizia di Stato i quali, con l’ausilio del mediatore, assumevano le informazioni necessarie all’identificazione; il mediatore sottoponeva poi allo straniero un foglio-notizie in bianco che doveva essere sottoscritto dal migrante e sul quale solo successivamente venivano apposte le informazioni precedentemente raccolte dai funzionari di Polizia, senza però fornire alcuna garanzia che quanto dichiarato fosse stato effettivamente compreso e riportato agli atti come era intendimento dei migranti esprimere. Da ultimo, i ricorrenti lamentarono di esser stati sottoposti ad un respingimento differito equivalente ad un’espulsione collettiva, senza alcuna possibilità di impugnare il provvedimento di espulsione o di ottenerne copia. Ed invero i provvedimenti di respingimento sarebbero stati loro mostrati molto rapidamente al solo fine di ottenere le rispettive firme ed in assenza di un preventivo colloquio con le autorità competenti; peraltro, il breve lasso di tempo corrente tra la firma ed il loro allontanamento avrebbe impedito ai ricorrenti di impugnare le misure, essendo stati peraltro privati di appositi telefoni cellulari – restituiti solo una volta giunti in Tunisia - che consentissero, ex multis, di potersi avvalere di una difesa. Alla luce delle predette considerazioni, gli autorevoli Giudici della Corte di Strasburgo scandagliarono le posizioni dei ricorrenti, del Governo italiano ed anche dei terzi intervenienti e, per mezzo di un’attenta disamina del sistema internazionale, europeo e nazionale delle fonti in materia di immigrazione, hanno condannato l’Italia per esser stata “disumana”. Ed infatti, l’European Court of human rights “è convinta del fatto che, all’epoca in cui i ricorrenti sono stati collocati in tale luogo, l'hotspot di Lampedusa presentasse condizioni materiali inadeguate”. I ricorrenti infatti hanno fornito differenti prove a sostegno delle loro accuse, le quali son da subito apparse confermate dal CPT nel suo rapporto al Governo italiano relativo alla sua visita in Italia effettuata nel 2017 secondo il quale, nel periodo di 120 giorni compresi tra il 1° febbraio e il 1° giugno 2017, il centro ha operato al di sopra della sua capienza di 250 persone, calcolata in base al numero di posti letto disponibili, per oltre il 75% del tempo; per quasi la metà del tempo (vale a dire 56 giorni), l'occupazione è stata addirittura superiore al doppio della capacità dei posti letto, con un picco in aprile e all'inizio di giugno, quando oltre 1.000 nuovi arrivati ​​hanno soggiornato per diversi giorni nell'hotspot. Del pari, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, nel suo rapporto del 2017 sull’Italia ha manifestato forti preoccupazioni per le “asserite scadenti condizioni di vita in diversi centri di accoglienza per richiedenti asilo e migranti irregolari, compreso nei ‘centri di crisi’ e nei centri per minori non accompagnati”. Ciò posto, considerando inoltre la mancata produzione, da parte del Governo, di elementi che sconfessassero tali accuse, la Corte ha ritenuto che, all'epoca dei fatti, l'hotspot di Lampedusa così adibito avesse riservato ai migranti un trattamento inaccettabile. Non solo. Un’accurata disamina della Corte ha poi investito la violazione dell’art. 5§ §1,2 e 4 della Convenzione per aver il Governo impedito ai migranti di lasciare gli hotspots. La Corte ha osservato che, mentre la regola generale enunciata nell'articolo 5§1 è che ogni persona ha diritto alla libertà, l'articolo 5§1, lett. f), prevede un'eccezione a tale regola generale, permettendo agli Stati di controllare la libertà degli stranieri nel contesto dell’immigrazione. Ad ogni buon conto, ogni privazione della libertà personale di un soggetto doveva comunque essere prevista dalla legge. Tuttavia, la Corte ritiene di non aver trovato alcun riferimento nel diritto interno citato dal Governo agli aspetti sostanziali e procedurali della detenzione o ad altre misure comportanti la privazione della libertà che avrebbero potuto essere attuate negli hotspots nei confronti dei migranti interessati. La mancata regolamentazione normativa degli hotspots era peraltro stata testimoniata dall’intervento di numerosi osservatori indipendenti i quali descrivevano “all'unanimità l'hotspot di Lampedusa come un'area chiusa con sbarre, cancelli e recinzioni metalliche che i migranti non sono autorizzati a lasciare, anche dopo essere stati identificati, essendo quindi sottoposti a una privazione della libertà non regolamentata dalla legge né soggetta a un controllo giurisdizionale”. La Corte tuttavia non negava la temporanea privazione della libertà personale allorquando essa fosse stata atta, ad esempio, all’identificazione, alla registrazione ovvero ad un colloquio in vista del successivo loro trasferimento; tuttavia, il problema in Italia era la mancanza di una norma che legiferasse sul punto ed indicasse, in concreto, le modalità e le tempistiche attraverso cui la limitazione di tale libertà dovesse avvenire. Ciò posto, come osservato da attenta dottrina, affinché la detenzione di un richiedente asilo o di un immigrato prima che lo Stato concedesse l'autorizzazione all'ingresso fosse consentita, erano necessarie le seguenti condizioni: a) che il trattenimento fosse connesso allo scopo di impedire l'ingresso non autorizzato della persona nel Paese; b) che il luogo e le condizioni di trattenimento fossero adeguati; c) che la durata del trattenimento non eccedesse quella necessaria per lo scopo perseguito; d) che i trattenuti fossero in grado di contestare il motivi della loro detenzione de facto davanti a un tribunale. Da ultimo, altrettanto illegittimi e standardizzati apparivano i provvedimenti di espulsione redatti in violazione dell’art. 4 del Protocollo n. 4 della Convenzione giacché, come riferito dagli stessi ricorrenti, alcun colloquio sarebbe stato condotto preventivamente all’espulsione e tale circostanza non sarebbe stata, peraltro, neppure confutata dallo stesso Governo. Dunque, la situazione dei migranti non era stata valutata individualmente prima che fossero emessi i provvedimenti di respingimento, che, avvenuti congiuntamente, di fatto equivalevano a un'espulsione collettiva. Alla luce delle considerazioni sin qui svolte, come osservato da alcuni, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per l’effettiva violazione dei diritti umani e aprì le porte ad un’interpretazione evolutiva della Convenzione come “strumento vivente”, in base alla quale i giudici di Strasburgo apparvero auspicare un giusto equilibrio fra gli interessi nazionali legati al controllo dei confini e gli eccessi di tali pratiche, nel rispetto, costante, dell’umanità.

Integra il reato di esercizio abusivo di una professione il compimento di condotte attuate con modalità tali che per continuità, onerosità ed organizzazione creano le oggettive apparenze di un´attività professionale svolta da un soggetto regolarmente abilitato

(Cass. Pen., Sez. VI, 01 marzo 2023, n. 8956) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Non è sproporzionata la pena minima di 1 anno di reclusione per il delitto di istigazione a delinquere stante l´astratta applicabilità dell´art. 131-bis c.p.

(C. Cost., 30 marzo 2023, ord. n. 56) Stralcio a cura di Fabio Coppola 

Commette il reato di maltrattamenti in famiglia il marito che imponga alla moglie uno stile di vita particolarmente avaro causandole uno stato di ansia e frustrazione

(Cass. Pen., Sez. VI, 17 febbraio 2023, n. 6937)   Stralcio a cura di Lorenzo Litterio
nota di Simone Rizzuto La Sesta Sezione penale della suprema Corte di cassazione, con la sentenza n. 6937, datata 20 ottobre 2022 e depositata in Cancelleria il 19 febbraio 2023, ha avuto modo di tracciare un interessante percorso motivazionale con riguardo a una peculiare ipotesi di maltrattamenti in famiglia. Nel corso del giudizio di merito, la Corte di appello di Bologna condannava l’imputato alla pena di anni uno e mesi cinque di reclusione per una pluralità di episodi criminosi, ricondotti sotto l’egida normativa degli artt. 572, 582, 585, in relazione all’art. 576, n. 1 e 61, n. 2, c.p. In particolare, la declaratoria di penale responsabilità dell’imputato, sulla scorta delle risultanze probatorie, traeva scaturigine da una sequela di aggressioni a detrimento della propria moglie convivente, perpetrate anche durante il periodo di separazione di fatto fra i coniugi. Avverso la pronuncia di condanna, la difesa dell’imputato interponeva ricorso per cassazione, mediante il quale veniva censurata, in primo luogo, la violazione dell’art. 192 c.p.p., con riguardo alla ritenuta configurabilità del delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi. Ad avviso del ricorrente, infatti, l’avversata motivazione «[…] che si adagia su quella di primo grado, non compie un vaglio di attendibilità, alla luce dei criteri di maggior rigore previsti dalla giurisprudenza, della persona offesa dal reato e non esamina adeguatamente i rilievi difensivi che si fondano sulle risultanze della consulenza tecnica di ufficio eseguita nella causa civile per l'affidamento della figlia minore della coppia e "dirompenti" in punto di attendibilità intrinseca della […]). sottolineandone l'atteggiamento difensivo (nel corso dell'esame) ai limiti della simulazione nonché sul giudizio espresso dai consulenti "sull'impossibilità di escludere psicopatologie di personalità" e sulla sussistenza di indici che generalmente ravvisabili in soggetti che "possono manifestare risposte aggressive esagerate senza provocazione esplicita" e, infine, dubbi sull'attendibilità che possono riguardare un soggetto nei confronti del quale si è ravvisata "una struttura personologica di tipo isterico o bipolare" […]». Con il secondo motivo, veniva stigmatizzata l’erronea applicazione della legge penale e il vizio motivazionale, per illogicità o manifesta contraddittorietà, in relazione a due episodi criminosi ripercorsi, nel corso dell’istruzione dibattimentale, dal padre della persona offesa dal reato, mentre con il terzo motivo veniva lamentata la violazione di legge, con vizio di motivazione, in ordine a tre episodi di lesioni asseritamente occorsi alla donna. L’interposta impugnazione, tuttavia, subiva la reiezione giudiziale in sede di legittimità – con condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute dalla parte civile, a cagione della ritenuta infondatezza delle doglianze prospettate dal ricorrente nei tre motivi di ricorso. Più nel dettaglio, i giudici di legittimità, nel corposo e articolato referto motivazionale, tacciano di genericità e manifesta infondatezza i rilievi defensionali relativi ai denunciati vizi di motivazione, con precipuo riguardo all’attendibilità delle propalazioni della persona offesa, alla contradditorietà e alla illogicità della pronuncia resa nel grado di merito. Quest’ultima, infatti, ad avviso degli Ermellini, «risulta completa e articolata», essendosi confrontata, in maniera critica, con tutte le censure difensive, reiterate anche nel grado di legittimità. Le specifiche modalità di manifestazione del fatto-reato, segnatamente, vengono ritenute del tutto "peculiari", soprattutto in relazione alla imposizione di un regime di «risparmio domestico» capace di vilipendere la dignità, la libertà di autodeterminazione e l’integrità psicofisica della vittima del crimine. Sul punto de quo, i giudici di legittimità pongono l’accento sulla circostanza secondo la quale «La sentenza di primo grado e quella di appello contengono un campionario di comportamenti davvero singolare sulle modalità di risparmio domestico alle quali, peraltro in mancanza di necessità impellenti poiché entrambi i coniugi avevano un lavoro e uno stipendio, l'imputato intendeva sottomettere la persona offesa, come la scelta dei negozi in cui fare la spesa (che potevano essere solo quelli notoriamente a costo contenuto); le caratteristiche dei prodotti (che non potevano essere di marca e dovevano essere prodotti in offerta) sia per la casa che per l'abbigliamento, comportamenti accompagnati da modalità di controllo particolarmente occhiute e afflittive, tanto che la C. era costretta a buttare via gli scontrini; a nascondere gli acquisti; a lasciare la spesa a casa dei genitori; a chiedere alle amiche di dire che le avevano regalato qualcosa che aveva acquistato». Sempre a parere del collegio giudicante, «Analoghe modalità impositive e costrittive connotavano anche la vita domestica della […]). e le più intime e personali cure per la sua persona e la gestione del rapporto con la figlia (la persona offesa ha riferito che era costretta ad utilizzare solo due strappi di carta igienica; a recuperare, per il successivo reimpiego, in una bacinella l'acqua utilizzata per lavarsi il viso o per fare la doccia, che poteva fare solo una volta a settimana; ad utilizzare solo una posata e un piatto per pasto)». Tale regime di vita, dotato di rilievo penale ex art. 572 c.p., veniva a essere accompagnato da frasi del tipo «…tu sei nessuna…tu sei un’insicura…il tuo lavoro lo sanno fare tutti» ed epiteti ingiuriosi («sprecona») dell’imputato all’indirizzo della propria consorte, oltre che da vere e proprie aggressioni fisiche, come spintoni e strattonamenti; in alcune circostanze, inoltre, a titolo meramente esemplificativo, l’uomo pizzicava, in maniera violenta, le guance della moglie, urlandole contro. Rebus sic stantibus, la motivazione rassegnata dalla Corte di appello di Bologna viene ritenuta, da parte del Consesso di legittimità, «lineare e logica», in ragione di un «quadro probatorio asseverante l'abitualità delle condotte maltrattanti dell'imputato che si è risolta in comportamenti impositivi e inutilmente vessatori e mortificanti, protrattisi per anni e funzionali alla costruzione di un sistema di vita domestico, inizialmente tollerato dalla persona offesa - che ha precisato di avere già scoperto tali atteggiamenti durante la convivenza ma che aveva ritenuto potessero attenuarsi nel tempo - e che, invece, con il matrimonio e la nascita della bambina si erano aggravati tanto che avevano finito, e questo le aveva dato la spinta per la separazione, con il riguardare anche il rapporto della […]) con la figlia che, secondo il ricorrente, non doveva mostrare verso la bambina comportamenti e parole troppo dolci e affettuosi (non poteva, ad es. chiamarla amore) che l'avrebbero resa insicura chiamandola invece, cozza o vongola». I comportamenti posti in essere dall’imputato, dunque, sotto il profilo sia oggettivo che soggettivo, integrano gli estermi del delitto previsto e punito dall’art. 572 della codificazione di diritto penale sostanziale, in ragione della serialità della condotta vessatoria e della marcata carica offensiva della stessa, in grado di pregiudicare tanto la libertà di autodeterminazione della persona offesa, quanto la dignità e l’integrità psicosifica della stessa. Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi, alla luce della ermeneusi giudiziale connotante il caso di specie, può essere integrato anche da condotte abituali del tutto peculiari ed eterogenee, incapaci di lasciare segni visibili sul corpo della vittima, ma in grado di arrecare un vulnus ai beni-interessi normativamente preservati.  L’avarizia, in conclusione, oltre a rappresentare il più classico dei vizi capitali, può assumere rilevanza e significato penale, ex art. 572 c.p., allorché si traduca in un regime di vita vessatorio e avvilente per il membro della famiglia, intesa in senso lato e atipico. Dal punto di vista fenomenico, infatti, un contegno criminoso di tal fatta può essere realizzato nell’ambito di qualsiasi consorzio di persone (famiglia legittima o di fatto), contrassegnato dall’affectio coniugalis e da un legame stabile e duraturo nel tempo fra i partners.

Confisca per equivalente: la natura sostanziale ne impedisce l´applicazione retroattiva

(Cass. Pen., SS.UU., 31 gennaio 2023, n. 4145) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Sospensione della pena subordinata al risarcimento del danno: non può mai avere contenuto generico o indeterminato

(Cass. Pen., Sez. IV, 13 marzo 2023, n. 10398) Stralcio a cura di Ilaria Romano

La contraffazione non grossolana della patente di guida rilasciata da uno Stato extracomunitario costituisce falso anche se il documento non è valido per la circolazione in Italia

(Cass. Pen., SS.UU., 22 marzo 2023, n. 12064) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

In materia edilizia la sospensione del procedimento con messa alla prova è subordinata all´eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato

(Cass. Pen., Sez. III, 01 marzo 2023, n. 8750) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Non solo la proprietà: nel delitto di furto, come nella truffa, il bene giuridico tutelato è anche il possesso

Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo  (Cass. Pen., Sez. V, 17 marzo 2023, n. 11478/23)
nota di Federico Maria Schettino  La pronuncia n. 11478 del 2023 della Corte di Cassazione esamina il bene giuridico tutelato dalle norme che puniscono il furto (art. 624 c.p.) e la truffa (art. 640 c.p.). Sono entrambi reati contro il patrimonio: il primo consiste nella sottrazione a chi detiene “ … qualsiasi entità di cui sia possibile la fisica detenzione, sottrazione, impossessamento od appropriazione e che sia in grado di spostarsi autonomamente ovvero di essere trasportata da un luogo ad un altro, compresa quella che, pur non mobile originariamente, sia resa tale mediante l’avulsione o l’enuclazione dal complesso immobiliare di cui faceva parte ” (Cass. pen., Sez.II, 11/05/2010, n. 20647); il secondo, invece, nell’inganno (attraverso raggiri o artifizi) col quale una persona viene indotta a compiere un atto, positivo o negativo, che importa una diminuzione del suo patrimonio con profitto ingiusto dell’ agente o di altri.                                                                                                   In particolare, la Corte di legittimit à ha enunciato il principio di diritto secondo cui ciò che il legislatore ha voluto tutelare con la norma non è soltanto il titolare del diritto di proprietà o di diritti reali e personali di godimento, ma anche il possessore.                                                          Ciò su cui si focalizza la pronuncia è il concetto di possesso, inteso in senso più ampio rispetto a quanto stabilito dall’art. 1140 c.c., primo comma: “ Il possesso è il potere sulla cosa che si manifesta in un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale ”. La norma tutela anche il detentore qualificato, ossia il soggetto che ha disponibilità del bene (diritto di uso e di disposizione) a qualunque titolo (la Corte Suprema ritiene che sia tutelato anche il detentore che abbia disponibilità di un bene su di un titolo illecito o clandestino. Diretta conseguenza di quanto enunciato dalla Suprema Corte è che il detentore qualificato, fatte queste premesse, è da considerarsi persona offesa in caso di furto e di truffa. Egli ha, per effetto, legittimazione a proporre querela.                                                                                                                                                 Il soggetto passivo, quindi, pu ò coincidere con il titolare del diritto o essere rappresentato dal semplice “ detentore della cosa che dalla sua sfera di possesso viene fatta passare nell’altrui signoria ” (Cass. n. 7598/1990).                                                                                                       Nel caso in esame l ’imputata veniva condannata dalla Corte d’Appello di Perugia per furto, insolvenza fraudolenta, fabbricazione di documento di identità falso e truffa tentata.                      La stessa si sarebbe recata presso un ristorante con l’obiettivo di commettere furti in danno dei clienti; non pagare quanto ordinato e consumato; avrebbe sottratto un libretto di deposito sottraendolo dalla borsa della persona offesa insieme alla sua Carta d’ identit à poi contraffatta (attraverso l’apposizione della propria fotografia) e si sarebbe recata presso un centro commerciale per richiedere il prelievo della somma di denaro ivi depositata.                              Parte ricorrente proponeva ricorso per Cassazione con due motivi d’impugnazione.                           Ai fini della presente trattazione, ci si focalizzerà sul secondo con il quale la parte si doleva dell’errata interpretazione degli artt. 640 c.p. e 336 c.p.p. In particolare, riteneva che la parte offesa non avesse legittimazione a ricoprire tale ruolo in quanto priva di poteri di rappresentanza della società proprietaria del libretto di deposito sottratto essendo una “ mera impiegata ” .                                                                                                                                                               La Corte di Cassazione, ritenendo infondato il motivo d ’impugnazione, argomentava, in primis , che la parte offesa rivestiva tale ruolo in quanto “ la consumazione del reato avrebbe determinato immediatamente la diminuzione del suo patrimonio ”. Con la presentazione della querela, congiunta a quella presentata dalla caporeparto, vi erano le condizioni di procedibilità di cui all’ art. 336 c.p.p.                                                                                                       La Suprema Corte, poi, enunciava: “ ...Si tratta di un'affermazione in linea con la giurisprudenza di questa Corte in materia di furto, secondo la quale, ai fini della procedibilità dei furti commessi all'interno degli esercizi commerciali, ciò che rileva è che il querelante «sia titolare di una posizione di detenzione qualificata del bene, che ne comporti l’autonomo potere di custodia, gestione ed alienazione» (…). Giurisprudenza che si pone in termini di continuità con i principi affermati in materia dalle Sezioni Unite, che hanno evidenziato che, con l'incriminazione del reato di furto, si tutela il possesso di cose mobili e che il possesso, a tali fini, non va inteso negli stretti termini di cui all'art. 1140 cod. civ., ma in senso più ampio, comprensivo della detenzione a qualsiasi titolo, quale mera relazione di fatto qualunque sia la sua origine. Il bene giuridico protetto dal reato di furto, pertanto, è costituito non solo dal diritto di proprietà e dai diritti reali e personali di godimento, ma anche del possesso, come sopra delineato, inteso nel senso di detenzione qualificata con la cosa, con il conseguente potere di utilizzarla e di disporne, discendendone ulteriormente che persona offesa del reato è il detentore qualificato. Non è necessario, quindi, che il detentore abbia anche poteri di rappresentanza del proprietario della cosa, quasi che il diritto di querela debba in ogni caso spettare solo al proprietario o al soggetto che di questo abbia poteri di rappresentanza. In questa prospettiva, le Sezioni Unite hanno espressamente affermato che «il bene giuridico protetto dal delitto di furto è individuabile non solo nella proprietà o nei diritti reali personali o di godimento, ma anche nel possesso - inteso come relazione di fatto che non richiede la diretta fisica disponibilità - che si configura anche in assenza di un titolo giuridico e persino quando esso si costituisce in modo clandestino o illecito, con la conseguenza che anche al titolare di tale posizione di fatto spetta la qualifica di persona offesa e, di conseguenza, la legittimazione a proporre querela ”.                                         La Cassazione proseguiva ritenendo che tali argomentazioni potevano tranquillamente essere applicate al reato di truffa. Infatti, la Corte: “ il diritto di querela per il delitto di truffa spetta, indipendentemente dalla formale attribuzione del potere di rappresentanza, anche all’addetto di un esercizio commerciale che si sia personalmente occupato, trovandosi al bancone di vendita, della transazione commerciale con cui si è consumato il reato, assumendo, egli, in quel frangente la responsabilità in prima persona dell’attività del negozio e rivestendo pertanto la titolarità di fatto dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice ” .                                                                                                                                       La Corte dichiarava inammissibile il ricorso e condannava parte ricorrente al pagamento delle spese di lite.

Omicidio stradale: attenuazione della pena se le vittime erano senza cintura

Stralcio a cura di Giovanni de Bernardo  (Cass. pen., Sez. IV, Sent., 07 marzo 2023, n. 9464)
nota di Giorgia Fucito    Con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione, nell’annullare con rinvio la sentenza impugnata in relazione all’omessa concessione della circostanza attenuante di cui all’art. 589bis, co. 7, c.p., coglie l’occasione per puntualizzarne ulteriormente il relativo ambito applicativo. Più nel dettaglio, l’imputato era stato condannato in primo grado in ordine al reato di omicidio stradale, di cui all’art. 589bis c.p., per aver cagionato la morte dei tre passeggeri dal medesimo trasportati, a seguito di un incidente stradale riferibile alla condotta imprudente, negligente ed imperita del prevenuto, al quale veniva contestata la violazione di una pluralità di prescrizioni previste dal Codice della strada (artt. 140, 141, co. 1, 2, 3 e 142, d.lgs. 285/1992). In particolare, nell’immettersi nel tratto stradale che lo avrebbe condotto ad una rotatoria, a causa della presenza di un dosso e dell’elevata velocità – di molto superiore a quella prescritta –, l’imputato aveva perso il controllo dell’autovettura, che si era schiantata contro il guardrail, ribaltandosi numerose volte. A causa dell’impatto, i passeggeri avevano riportato ferite molto gravi, e successivamente avevano perso la vita. A seguito di conferma della sentenza di condanna da parte del giudice di seconde cure, la difesa proponeva ricorso per Cassazione, dolendosi, inter alia, del mancato riconoscimento dell’attenuante di cui al co. 7 dell’art. 589bis c.p. In particolare, nel motivo di gravame, l’attenzione veniva concentrata sulla condotta imprudente dei passeggeri, i quali, non avendo indossato le cinture di sicurezza, avevano così contribuito alla verificazione dell’evento mortale in loro danno. Conseguentemente, secondo la prospettazione difensiva, doveva ritenersi senza dubbio integrata la citata attenuante ad effetto speciale, considerato che il co. 7 dell’art. 589bis c.p. stabilisce che “Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà”. Preliminarmente, pare opportuno segnalare come l’attenuante in esame si inserisca nel più ampio intervento di riforma realizzato con L. 23 marzo 2016, n. 41, con il quale il legislatore ha introdotto nel tessuto codicistico, quali autonome ipotesi di reato, le fattispecie di omicidio stradale, di cui all’art. 589bis c.p., e di lesioni personali stradali di cui all’art. 590bis c.p. La citata novella normativa ha tentato di fornire una risposta più incisiva contro l’allarme sociale destato dal numero sempre più elevato di vittime della strada. Infatti, il quadro legislativo previgente – il quale configurava l’omicidio stradale come ipotesi circostanziata di omicidio colposo ex art. 589, co. 2, c.p. – veniva da più parti ritenuto inadatto alle esigenze di tutela penale. Questo condusse ad una serie di interventi normativi tutti orientati all’inasprimento complessivo della risposta sanzionatoria[1], culminati con l’introduzione di un’autonoma fattispecie di reato – in quanto tale sottratta al gioco del bilanciamento –, peraltro corredata da una serie significativa di circostanze aggravanti privilegiate, rispetto alle quali, per espressa previsione normativa (art. 590quater c.p.), eventuali circostanze attenuanti concorrenti non possono mai essere ritenute equivalenti ovvero prevalenti, ad eccezione di quelle di cui agli artt. 98 e 114 c.p. La severità dell’analizzato regime sanzionatorio permette di comprendere più chiaramente la previsione di un’attenuante come quella di cui al co. 7 dell’art. 589bis c.p., con la quale l’ordinamento accorda al colpevole una generosa riduzione di pena (sino alla metà), per le ipotesi in cui l’evento non sia esclusiva conseguenza della sua condotta. Mostrando un’attenzione tutt’altro che scontata alle specificità del caso concreto, il legislatore ha inteso riconoscere il minor disvalore oggettivo di cui si connota il fatto tutte le volte in cui l’evento infausto non risulti essere esclusiva conseguenza dell’azione ovvero dell’omissione del reo, prevedendo una significativa riduzione della pena irrogabile. Come chiarito anche dalla Consulta, nella sentenza 19 febbraio 2019, n. 88, con il co. 7 dell’art. 589bis, c.p., è stata introdotta una circostanza attenuante ad effetto speciale del tutto peculiare, in quanto attinente al rapporto eziologico, la quale – eccezionalmente – opera come deroga al principio dell’equivalenza delle concause, di cui all’art. 41, co. 1, c.p. La norma da ultimo citata, come noto, prevede che il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità tra azione od omissione e l’evento. In deroga a tale previsione, l’art. 589bis, co. 7, c.p. assume come elementi mitigatori del trattamento sanzionatorio quei fattori eziologici che si inseriscono nel medesimo decorso causale in cui si colloca la condotta del reo, e che con essa concorrono alla realizzazione dell’evento. Per effetto della norma in esame, le condizioni preesistenti, concomitanti ovvero sopravvenute, purchè non siano tali da interrompere, escludendolo, il nesso di causalità ex art. 41, co. 2, c.p., comportano una diminuzione della pena. Così tracciate le linee essenziali della attenuante in esame, occorre ora soffermarsi sul relativo ambito applicativo, sul quale si concentra l’attenzione della sentenza dei giudici di legittimità oggetto del presente commento. Pare opportuno premettere che, come ricordato anche dalla pronuncia in esame, l’ampia formulazione lessicale della norma consente di ricomprendere nell’alveo del co. 7 dell’art. 589bis, c.p. tutte quelle situazioni in cui la condotta colposa dell’autore del reato si ritiene minore per essere stato determinato l’evento morte anche da concomitanti fattori, quali comportamenti colposi della vittima o di terzi, o anche concorrenti cause esterne.   Tra questi, dunque, secondo la prospettazione difensiva, dovrebbe considerarsi ricompreso anche il contegno imprudente delle vittime che, non avendo indossato i dispositivi di sicurezza, contribuirono alla verificazione dell’evento del reato. A sostegno, viene evidenziato come sia stato lo stesso consulente tecnico del P.M. ad aver concluso ritenendo che una contraria condotta prudente dei passeggeri avrebbe scongiurato l’evento mortale. Il mancato riconoscimento dell’attenuante ad effetto speciale era stato motivato dai giudici di secondo grado sulla base di una inedita lettura della disposizione in base alla quale “l’evento” menzionato dall’art. 589bis, co. 7, c.p. deve intendersi riferito all’incidente stradale, e non già all’evento mortale. Secondo la Corte di appello, tale soluzione risulterebbe l’unica coerente con la ratio sottesa alla riduzione di pena prevista dalla norma; in altri termini, solo il concorso di altri fattori, umani o naturali, nella determinazione del sinistro è suscettibile di attenuare il disvalore della condotta, e conseguentemente di giustificare una mitigazione del trattamento sanzionatorio. Argomentando diversamente, secondo la Corte, l’applicazione dell’attenuante in esame diventerebbe una sorta di automatismo, considerato che la morte è sempre la conseguenza di una pluralità di cause contingentemente necessarie. Il ricorrente, tuttavia, lamenta l’inesattezza di una simile ricostruzione, essendo per converso pacifico che “l’evento” menzionato nell’art. 589bis, co. 7, c.p. debba intendersi riferito all’evento del reato di omicidio stradale, e cioè alla morte della persona offesa. Sul punto, la Suprema Corte ritiene fondato il motivo di ricorso, censurando l’incoerenza dell’interpretazione fornita dai giudici di appello alla luce sia del dato letterale, sia della ratio sottesa a tale previsione. Puntualizzano i giudici di legittimità che, nella fattispecie di omicidio stradale, l’evento del reato corrisponde alla morte causata per colpa con violazione delle norme sulla circolazione stradale. Evento, quest’ultimo, che merita una risposta sanzionatoria attenuata tutte le volte in cui risulti essere conseguenza, oltre che della condotta dell’agente, di ulteriori fattori causali concorrenti.  La Cassazione, inoltre, ricorda come, prima della introduzione dell’art. 589bis c.p., il mancato utilizzo da parte della persona offesa dei dispositivi di sicurezza, pur non assurgendo a fattore interruttivo del nesso di causalità ex art. 41, co. 2, c.p., veniva pacificamente valorizzato, quale condotta colposa concorrente, ai fini della determinazione della pena ai sensi dell’art. 133 c.p. La Corte, dunque, conclude ritenendo che non vi è ragione di non ricomprendere fra i concomitanti fattori dell’evento anche la condotta colposa della persona offesa consistita nel non aver ottemperato all’obbligo, pure previsto dal Codice della Strada, di indossare le cinture di sicurezza nelle ipotesi in cui tale condotta abbia avuto un ruolo concorsuale nella determinazione della morte. A sostegno di tale assunto, i giudici di legittimità citano una serie di precedenti giurisprudenziali in materia. Tra questi, a titolo meramente esemplificativo, quali possibili concause dell’evento rilevanti ex art. 589bis, co. 7, c.p., la Corte richiama le condizioni metereologiche avverse, la condotta colposa dei sanitari, nonché l’attraversamento della carreggiata da parte di animali selvatici. Sulla base di tali premesse, la Cassazione annulla con rinvio la sentenza impugnata limitatamente al mancato riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 589bis, co.7, c.p., affinché venga rivalutato il contegno delle vittime quale possibile concausa dell’evento morte, secondo i principi affermati nella sentenza rescindente.   [1] Si fa riferimento, tra le altre, alla riforma del 2008 con cui il legislatore ha modificato l’art. 589, co.2, c.p., innalzando il massimo edittale previsto ed introducendo la circostanza aggravante ad effetto speciale, ormai abrogata, di cui al co. 3 dell’art. 589, c.p., peraltro sottratta al giudizio di bilanciamento per effetto di quanto previsto dall’art. 590bis c.p. nella sua formulazione originaria, antecedente alla riforma del 2016.

Falsa testimonianza: non può sussistere esclusivamente sulla base del contrasto tra le dichiarazioni rese in dibattimento e quelle rese nel corso delle indagini preliminari

(Cass. Pen., Sez. VI, 2 marzo 2023, n. 9059) Stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di Aurora Di Mattea  Con tale recente arresto, la Cassazione ritorna sul reato di falsa testimonianza e sulla rilevanza delle contestazioni ex art. 500 c.p.p. ai fini di accertare la falsa deposizione.   La contestazione  prendeva le mosse da una testimonianza resa in dibattimento ed in particolare consistita nell’avere il teste, nel corso dell’esame, affermato il falso, negando le precedenti dichiarazioni ed in particolare perché a domanda del giudice se l’imputato, accusato di atti osceni in luogo pubblico, si fosse spogliato o meno, rispondeva di non averlo visto, mentre ai Carabinieri aveva precedentemente dichiarato il contrario ed in particolare di avere visto l’imputato con i pantaloni e le mutande abbassate.  A seguito di condanna confermata in appello, per il reato di cui all’art. 372 c.p.  il difensore interponeva ricorso per cassazione deducendo il vizio di violazione della legge penale in reazione agli artt. 192 c.p.p. e 372 c.p. nonché per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 132, 133, e 62 bis c.p. Con il primo motivo di ricorso il difensore rappresentava che il giudice di secondo grado si fosse limitato a constatare la mera difformità tra le due dichiarazioni , senza tuttavia verificare quale delle due versioni rese fosse rispondente a verità, se quella riferita ai Carabinieri o  quella resa dinanzi al Giudice in dibattimento; sottolineando che la lettura ex art. 500 c.p.p. ai fini della contestazione serve in particolar modo per saggiare la credibilità del teste. E comunque ai fini dell’accertamento della falsa testimonianza, occorre prestare attenzione alle ulteriori risultanze processuali nella ricostruzione della dinamica e nel caso in esame vi erano ulteriori testimonianze che confermavano la versione resa dall’imputato in dibattimento. La Suprema Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste accogliendo il primo motivo di ricorso. Invero  la Suprema Corte si è concentrata sulla valenza delle dichiarazioni precedentemente rese dal teste ai Carabinieri e sulla funzione attribuita  a queste dal Giudice di secondo grado, quale parametro di riferimento nell’accertare la falsità della deposizione resa in dibattimento. In particolare riprendendo i motivi di ricorso, ha censurato la sentenza di appello nella parte in cui  ha riconosciuto alle dichiarazioni rese ai Carabinieri il parametro esclusivo di genuinità o falsità della successiva deposizione. E a conferma di tale argomento, ha richiamato un orientamento pacifico che    ritiene integrato il reato di falsa testimonianza se dal confronto con le altre risultanze processuali la dichiarazione resa in dibattimento viene smentita. Ne discende che la mera difformità tra le due dichiarazioni è presupposto per rendere operativo l’istituto dell’art. 500 c.p.p., e nel passaggio al processo per falsa testimonianza la contestazione fatta in udienza rimane tale, non assumendo valenza e funzionalità diversa. Anche perché così ragionando, dice la Suprema Corte, si finirebbe per abrogare di fatto il principio posto alla base delle contestazioni, così come previsto al comma 2 dell’art. 500 c.p.p. Ne consegue che il contrasto tra le due dichiarazioni non prova la falsa testimonianza, semmai può assumere rilevanza, laddove dagli altri elementi probatori raccolti, si addiviene alla conferma che le precedenti dichiarazioni fossero vere mentre le successive si sono rivelate false. La Suprema Corte con questo nuovo arresto rimarca ancora una volta l’importanza delle contestazione e la loro valenza endoprocessuale. Infatti capita spesso, che il teste, dimentichi, quanto a suo tempo dichiarato, o abbia un ricordo diverso, da come precedentemente ricostruito in sede di indagini e verbalizzato dinanzi agli Ufficiali di P.G. La contestazione diventa momento dinamico dell’esame testimoniale, strumentale alla ricerca della veridicità di quanto dichiarato e alla ricerca della verità processuale. La difformità è un aspetto quasi- fisiologico dell’esame. Diventa patologico se la discrepanza cela una volontà del teste di celare quello che egli effettivamente sa. La lettura del verbale o meglio della parte del verbale, in cui si riscontra la difformità delle due dichiarazioni, consente al Giudice di valutare la deposizione del teste e come collocarlo all’interno  del piano probatorio.  La singola deposizione diventa quindi una tessera di un mosaico, e non può  essere portatrice in sè di vizi di utilizzabilità se non nel confronto con le altre risultanze processuali. La Cassazione rimarca questo distinguo: non si può trarre dalla lettura ai fini della contestazione il reato di falsa testimonianza né si può attribuire il marchio di veridicità alle dichiarazioni rese durante le indagini. Ma aggiunge un ulteriore profilo, precedentemente oggetto di contrasto. Non esclude l’utilizzo delle contestazioni per accertare la falsità della deposizione, così come precedentemente sostenuto  in un risalente indirizzo (Cass. Pen. Sez VI, 04 giugno 2009 n. 38107), ma esclude che solo dal contrasto possa emergere la falsa testimonianza. Quindi, l’utilizzabilità della parte della testimonianza in cui vi è stata la lettura del verbale per la contestazione è riconosciuta ma non è prova della falsa testimonianza. Peraltro occorre precisare che la parte del verbale letta non è prova ma strumento per fare operare la contestazione della difformità. È il verbale della testimonianza nella sua integrità a divenire corpo di reato nel processo per falsa testimonianza.  Ma la mera divergenza tra le due deposizioni non è sinonimo di responsabilità penale. Anzi la Cassazione si spinge oltre,  e pretende che il piano di valutazione per accertare il reato de quo sia la divergenza tra quanto il teste dichiara e quanto egli conosce. Sul punto si possono sollevare delle problematiche sul tenore delle verità omesse e se la tenuità di quanto taciuto nuoccia alla formazione del convincimento da parte del giudice.  Ma il reato di falsa testimonianza è un reato di pericolo, di seguito non occorre che il giudice sia ingannato, in quanto è già la stessa dichiarazione falsa nel momento in cui è resa in dibattimento a ledere la tutela dell’amministrazione della giustizia.  

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Reddito di Cittadinanza: non è innocua la falsa dichiarazione relativa alla composizione familiare pur in presenza delle condizioni personali per ottenere il sussidio

(Cass. Pen., Sez. III, 08 febbraio 2023, n. 5440)  Stralcio a cura di Fabio Coppola

Autoriciclaggio sempre punibile se le condotte di “godimento personale” compromettono l´economia legale

(Cass. Pen., Sez. II, 3 febbraio 2023, n. 4855) Stralcio a cura di Fabio Coppola
nota di Maria Chiara Mastrantonio Con la sentenza in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha inteso nuovamente precisare il perimetro applicativo della clausola di non punibilità prevista al comma quinto dell’art. 648 ter 1 c.p. Il caso portato all’attenzione degli Ermellini riguardava una sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Milano a carico di tre soggetti condannati in ordine a più fattispecie di reato, tra cui quella di autoriciclaggio. Nelle impugnazioni proposte, con specifico riferimento a quest’ultima imputazione, si censurava l’erronea applicazione della legge penale nonché l’illogicità e la manifesta contraddittorietà della sentenza nella parte in cui non si riconosceva l’operatività della predetta clausola. L’esimente in esame, che a seguito della modifica legislativa operata del D. Lgs. n. 195 del 2021 è stata spostata dal quarto al quinto comma, esclude – come noto - l’assoggettamento a pena per coloro che, fuori dai casi di cui ai commi precedenti dell’art. 648 ter 1, destinino il denaro, i beni o le altre utilità derivanti dal reato presupposto alla mera utilizzazione o al godimento personale. La Seconda Sezione, dopo aver ripercorso il dibattito politico precedente all’introduzione della fattispecie di autoriciclaggio - attenzionando particolarmente il ruolo in esso svolto dal c.d. beneficio dell’autoriciclatore -, ha evidenziato come, per evitare la violazione del principio del ne bis in idem sostanziale, il legislatore “pur incriminando la condotta di sostituzione o trasformazione attuata dall'autore del delitto presupposto l'ha limitata escludendo la punizione della stessa sia sotto il profilo oggettivo e cioè per difetto di offensività rispetto al bene giuridico protetto (ordine pubblico economico) prevedendo che la condotta deve essere tale da "ostacolare concretamente l' identificazione della provenienza delittuosa" sia sotto il profilo soggettivo con l' introduzione della clausola di non punibilità del comma 4 [rectius comma V] secondo la quale non è punibile la condotta mirata alla mera utilizzazione o al godimento personale”. Proprio sulla scorta di quanto appena rammentato, il Giudice di legittimità ha rappresentato come la direttrice da seguire al fine di comprendere l’effettivo ambito operativo dell’esimente de qua debba essere proprio quella della possibile aggressione del bene giuridico protetto dalla fattispecie autoriciclativa, ovverosia l’ordine pubblico economico. Di fondamentale importanza, allora, appare il dibattito esegetico sorto con riferimento al significato da attribuire alla locuzione “fuori dai casi di cui ai commi precedenti”, incipit della clausola di non punibilità in esame. Secondo una prima tesi, infatti, la norma va interpretata secondo il senso fatto palese dal significato proprio delle parole e, cioè, che la suddetta clausola non si applica alle condotte descritte nei commi precedenti. Sostenendo, dunque, che la norma abbia una sua autonomia e si ponga all'esterno dei commi che la precedono, viene ad essa assegnata una mera funzione interpretativa o di semplice puntualizzazione del comma primo. Una seconda tesi, invece, evidenziando come se si accedesse all'esegesi appena richiamata il comma in questione diverrebbe superfluo, ha invocato una rilettura del medesimo quale limite alla condotta descritta e sanzionata nel primo comma. Ed invero, secondo tale orientamento, sarebbe più corretto escludere la punibilità delle condotte che, pur rientranti in quelle indicate nei commi precedenti – e, dunque, di per sé punibili - siano finalizzate all’utilizzazione o al godimento personale dei proventi del delitto presupposto. L’adesione all’una o all’altra interpretazione, come ovvio, determina opposti risvolti applicati. Integrati tutti gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatoria, infatti: se si accogliesse la tesi restrittiva, il comportamento dell’agente risulterebbe penalmente sanzionabile indipendentemente dal mero utilizzo o godimento personalmente dei proventi del reato presupposto; se si desse credito alla testi estensiva, al contrario, a parità di condizioni, l’agente andrebbe esente da responsabilità penale. Ed allora, avallando la validità delle argomentazioni già di recente spese nella pronuncia n. 30399 del 2018 a sostegno del primo orientamento, il Giudice di legittimità ha richiamato il principio di diritto statuito in quella occasione, secondo cui “fuori dei casi di cui ai commi precedenti (...)" va intesa ed interpretata nel senso fatto palese dal significato proprio delle suddette parole e cioè che la fattispecie ivi prevista non si applica alle condotte descritte nei commi precedenti. Di conseguenza, l'agente può andare esente da responsabilità penale solo e soltanto se utilizzi o goda dei beni proventi del delitto presupposto in modo diretto e senza che compia su di essi alcuna operazione atta ad ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa”. “Così ragionando”, continua la Suprema Corte, “si circoscrive l'operatività dell'esimente alle sole situazioni in cui il denaro o gli altri beni che derivano da un delitto non colposo presupposto non siano dallo stesso autore in qualche modo impiegati "in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative", ma vengano da questo direttamente utilizzati, senza il compimento di un'attività concretamente di ostacolo dell’identificazione della loro provenienza delittuosa. Di talché, ogni attività dotata di capacità decettiva, finalizzata a rendere non tracciabili i proventi del delitto presupposto, esclude in radice la possibilità di invocare la non punibilità ai sensi del comma 4 [rectius comma V], anche laddove consista in un utilizzo o godimento personale degli stessi”. La locuzione “mera utilizzazione o al godimento personale”, allora, come già evidenziato in più occasioni (tra tutte la già citata Cass. pen., Sez. II, 7 giugno 2018, n. 30399), sottende due presupposti imprescindibili: l’uso diretto dei beni provento del delitto presupposto da parte del solo agente. Elemento, questo, facilmente deducibile dall'aggettivazione ("mera": rectius: semplice; "personale") dei due sostantivi ("utilizzazione"; "godimento") che non lascia spazio ad alternative; l'assenza di qualsiasi attività concretamente ostacolante l’identificazione della provenienza delittuosa del bene e, dunque, di comportamenti decettivi diretti a rendere non tracciabili i proventi del reato. Al fine di corroborare la predetta tesi viene altresì rilevato come tale conclusione si ponga in piena continuità anche con un’altra statuizione (meno recente) della medesima Sezione nella quale si affermava l’irrilevanza penale del mero versamento del profitto delittuoso sul conto corrente intestato all’autore del reato presupposto, fin quando egli non ne facesse uso, proprio in virtù della mancata capacità decettiva dell’azione posta in essere (Cfr. Cass. pen., Sez. II, 14 luglio 2016, n. 33074). Evidenzia, tuttavia, il Giudice di legittimità come la vicenda portata alla sua attenzione sembra essere ben diversa da quella appena richiamata. Nel caso in esame, invero, gli imputati non solo avevano spostato parte delle somme provento del traffico di stupefacenti in plurimi conti correnti accesi presso paesi esteri bensì avevano utilizzato quel denaro per estinguere finanziamenti o acquistare di immobili, compagini societarie, autovetture e motoveicoli di ingente valore economico. Ed è proprio quest’ultimo profilo che appare essere dirimente. “Lo spostamento ovvero l'impiego in qualunque forma di rilevanti somme di denaro di provenienza illecita”, avverte la Suprema Corte, “non può beneficiare della non punibilità di cui al comma 4 [rectius comma V] dell'art. 648 ter l c.p., anche laddove tali condotte fossero finalizzate a meglio godere del denaro stesso o a far fronte a spese personali dell'autore del reato presupposto, perchè si tratta di situazioni che naturalmente incidono in maniera decisiva sull'economia legale, compromettendola, sì da risolversi in una delle condotte sanzionate dal comma 1. La non punibilità per godimento personale va pertanto limitata all'utilizzo del profitto illecito per ragioni strettamente contingenti ed esclusa quando per la pluralità degli acquisti effettuati e dei trasferimenti verso altri conti correnti si manifesti una evidente attività di trasformazione del denaro in altri impieghi e beni con chiaro intento speculativo ed effetto decettivo”. Sebbene il mero godimento personale possa facilmente individuarsi in situazioni che coinvolgono beni primari (si pensi al soggetto che dopo aver commesso il furto di un genere alimentare lo consumi), lo stesso, a parere del Giudice di legittimità, non può dirsi per il denaro, res di per sé capace di inquinare le attività economico-finanziarie in cui è riadoperato e, dunque, di aggredire l’ordine pubblico economico protetto dalla fattispecie autoriciclativa. La Seconda Sezione, dunque, ha rappresentato come “la molteplicità delle operazioni effettuate […] costituiscono tutti elementi per ritenere sia che l'attività svolta abbia assunto natura finanziaria e speculativa sia che la stessa essendo priva della finalità dell'utilizzo contingente del profitto illecito, risulti punibile quale complessa attività di autoriciclaggio alla quale non può applicarsi la clausola di non punibilità prevista dal comma 4 [rectius comma V] dell'art. 648 ter l c.p.”. Ritenendo infondate le doglianze avanzate dai ricorrenti, quindi, la Suprema Corte ha validato l’operato del Giudice di Merito in relazione al mancato riconoscimento della clausola di punibilità prevista all’art. 648 ter 1, comma V, c.p., affermando, in conclusione, il principio di diritto in base al quale “la clausola di non punibilità di cui al comma 4 [rectius comma V] dell'art. 648 ter l c.p. non opera a favore dell'autore di varie fattispecie di delitto presupposto che percepiti profitti illeciti in denaro effettui sia operazioni di movimentazione bancaria sia plurimi acquisti di beni mobili ed immobili anche allo stesso intestati”.

Il carattere diffamatorio di una pubblicazione va parametrato rispetto al lettore medio e non a quello “frettoloso”

(Cass. Pen., Sez. V, 10 gennaio 2023, n. 503) Stralcio a cura di Fabio Coppola
nota di Roberto Landi    La pronuncia de qua si innesta sulla vexata questio della diffamazione a mezzo stampa: segnatamente, la Suprema Corte ribadisce l’arresto in forza del quale “deve escludersi il carattere diffamatorio di una pubblicazione quando essa sia incapace di ledere o mettere in pericolo l’altrui reputazione per la percezione che ne possa avere il lettore medio, ossia colui che non si fermi alla mera lettura del titolo e ad uno sguardo alle foto (lettore c.d. «frettoloso»), ma esamini, senza particolare sforzo o arguzia, il testo dell’articolo e tutti gli altri elementi che concorrono a delineare il contesto della pubblicazione, quali l’immagine, l’occhiello, il sottotitolo e la didascalia”[1]. La vicenda origina dalla pubblicazione su una testata online di un articolo rubricato: “M.M., il politico imputato per tangenti, scopre il business turistico. Ma debutta con una multa per abusivismo”. L’inchiesta si soffermava sulle attività imprenditoriali svolte dal politico, nonché sulle vicende giudiziarie coinvolgenti, altresì, la famiglia dello stesso, inclusa – per quanto rileva in questa sede – una multa inflitta dalla polizia locale ad una società gestita dai suoi familiari. Per effetto della querela proposta dal politico e imprenditore, il giudice di prime cure condannava, anche agli effetti civili, l’autore dell’articolo per il reato di diffamazione aggravato dall’utilizzo del mezzo della stampa ex art. 595, comma 3, c.p.; si imputava, inoltre, al direttore della testata l’omesso controllo necessario ad evitare l’offesa all’altrui reputazione ex art. 57 c.p. In sede di gravame, venivano confermati i predetti addebiti di responsabilità, con condanna dei rei alla sanzione pecuniaria ritenuta di giustizia, nonché al risarcimento del danno non patrimoniale patito dall’offeso. Segnatamente, la Corte d’Appello ravvisava la lesione alla reputazione nella locuzione “multa per abusivismo” presente nel titolo della pubblicazione, rilevando che il registro linguistico adoperato fosse idoneo ad ingenerare nel lettore l’erronea convinzione in ordine ad una responsabilità penale del soggetto de quo nel settore dell’edilizia. A contrario, veniva in rilievo una mera sanzione amministrativa – peraltro comminata non al presunto reo, bensì ad una compagine sociale facente capo ai suoi familiari – per aver destinato un’area di sosta a parcheggio senza aver previamente conseguito il rilascio delle necessarie autorizzazioni amministrative. Ciò premesso, l’autore dell’articolo e il direttore del periodico online ricorrevano in Cassazione, lamentando l’erronea applicazione dell’art. 595 c.p. in ordine al carattere diffamatorio dell’inciso contestato. Ritenuto il motivo fondato e ravvisatone il carattere assorbente rispetto agli ulteriori rilievi, la Suprema Corte cassava senza rinvio la pronuncia di secondo grado, assolvendo gli imputati per insussistenza del fatto. Il Supremo Collegio, invero, si discosta dal vaglio della Corte di Appello, che attribuisce al lettore medio l’assimilazione del lemma “multa” a una sanzione penale, rilevando come nell’esperienza comune il predetto vocabolo evochi, piuttosto, una contravvenzione al codice della strada. Parimenti appare ingiustificata l’assimilazione della parola “abusivismo” agli illeciti edilizi, giacché, avuto ancora riguardo al lettore medio, l’abusivo è comunemente chi svolge senza autorizzazione un’attività ovvero accede sine titulo in un determinato luogo. Come rilevato dagli Ermellini, “i giudici di merito hanno offerto un’interpretazione che è frutto di una non consentita forzatura in malam partem, proponendo una lettura surrettizia del testo, del tutto estranea al contesto comunicativo, al significato letterale e al senso palese delle frasi incriminate”[2]. La sentenza impugnata si traduce, dunque, in un errato inquadramento della fattispecie concreta in quella legale, derivando il presunto contenuto offensivo da una lettura mistificante dello scritto. Nella motivazione offerta dalla Suprema Corte, il criterio ermeneutico del “lettore medio” si presta ad impiego bifronte: da un lato, come parametro per determinare l’effettiva offensività delle espressioni utilizzate; dall’altro, quale indice per stabilire il livello di attenzione ed approfondimento mediamente prestato nella fruizione dell’articolo in esame, dovendosi determinare se il lettore medio si limiti a guardare le parti in risalto (come, per l’appunto, il titolo) ovvero ad esaminare l’elaborato nel suo complesso[3]. Nel caso di specie, assunto l’angolo prospettico del lettore medio, l’inciso viene ritenuto privo di carattere diffamatorio sulla scorta di due rilievi: anzitutto, il fruitore medio del quotidiano non ha le competenze giuridiche per accostare i lemmi “multa” ed “abusivismo” all’area del penalmente rilevante, bensì, per comune sentire, tende a ricollegarli ad un illecito amministrativo; in secondo luogo, il lettore medio, in quanto “non frettoloso” per definizione, non si limiterebbe ad una lettura approssimativa del titolo, ma leggerebbe perlomeno il sommario, che tratteggia expressis verbis i caratteri essenziali dalla vicenda, legittimando l’operatività della scriminante del diritto di cronaca.   [1] Cass. pen., sez. V, 14 novembre 2019, n. 10967. [2] Cass. pen., sez. V, 24 settembre 1998, n. 11928. [3] E. Turetta, Diffamazione a mezzo stampa, autonoma portata diffamatoria del titolo e riflessioni sull’attualità del criterio della percezione del “lettore medio” nell’era del giornalismo online, in Sistema Penale, 2023, V, pp. 102-103.