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231 e Compliance le ultime

Revenge porn: il Garante della Privacy ingiunge a Facebook, Instagram e YouTube di impedire la diffusione del materiale pornografico

(GPDP, 28 aprile 2022, provv. n. 159) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Precisati i poteri e la composizione di un OdV efficace ex d.lgs. 231/2001

(Cass. Pen., Sez. VI, 15 giugno 2022, n. 23401) Stralcio a cura di Ilaria Romano
nota di Andrea Castaldo    Finalmente, dopo più di quindici anni, si chiude con una nuova sentenza della Corte di Cassazione l’infinito giudizio coinvolgente la società Impregilo SpA. Il 15 giugno 2022 sono state depositate le motivazioni alla sentenza riguardanti l’illecito amministrativo di cui all’art. 25 ter, lett. r), D. Lgs. n. 231/2001, dal quale dipende il delitto di aggiotaggio, compiuto nell’interesse e a vantaggio dell’ente, dal Presidente del consiglio di amministrazione e dall’amministratore delegato della medesima società. Nella specie l’accusa era quella di aver comunicato false notizie ai mercati in merito alla solvibilità e alle previsioni di bilancio di una società controllata. Con la contestazione del reato da parte della Procura di Monza, nel 2006, iniziava questo lunghissimo iter giudiziario che ha visto numerose fasi e accadimenti nonché pronunce giurisprudenziali particolarmente rilevanti in ambito compliance e 231. Con sentenza del 2009, il GIP del Tribunale di Milano assolveva la società, ex art. 6, D. Lgs. 231/2001, ritenendo idoneo il modello organizzativo predisposto. Interponeva appello il PM. Con sentenza del 2012, la Corte d’Appello di Milano respingeva il gravame, confermando la sentenza di primo grado. Il Procuratore generale distrettuale, a sua volta, impugnava tale decisione e la Cassazione, con sentenza n. 4677 del 18/12/2013, accoglieva il ricorso, annullando con rinvio la sentenza e sollecitando la Corte d’Appello di Milano ad un nuovo accertamento di fatto. I Giudici di seconde cure, all’esito del giudizio di rinvio, confermavano la decisione assolutoria mutandone la formula: il fatto non sussiste. La pronuncia della Cassazione oggetto di commento e analisi è stata emessa a seguito di impugnazione da parte della Procura generale distrettuale di tale ultima decisione della Corte d’Appello in quanto il giudice del rinvio non si è presumibilmente uniformato ai principi di diritto affermati con la sentenza rescindente. Il reato per cui si procede è quello di aggiotaggio, ex art. 2637 c.c.[1], illecito con cui la società e/o i suoi vertici comunicano al mercato notizie false sulle previsioni di bilancio e sulla solvibilità, nel caso di specie, di una propria società controllata, posta inoltre in liquidazione. Il Decreto 231, vero e proprio punto di rinnovamento del nostro ordinamento in merito alla responsabilità delle persone giuridiche, prevede all’art. 25 ter, la responsabilità degli enti e relative sanzioni per la commissione di reati societari; nello specifico, alla lett. r) si punisce il reato di aggiotaggio.[2] La Corte ha confermato l’assoluzione di Impregilo dall’illecito amministrativo contestatole in quanto si è ritenuto idoneo ed efficace il Modello di gestione, organizzazione e controllo (MOG) adottato, quindi, conforme alla previsione legislativa ex art. 6 D. Lgs. 231/2001. Ancora, la Corte ha affermato che il Modello era idoneo a tal punto da ridurre adeguatamente il rischio reato – ricordo che il rischio zero non esiste – così che la condotta fraudolenta dei soggetti apicali ha comportato la realizzazione delle false ed errate comunicazioni sociali. La Cassazione ha tenuto in debito conto e valorizzato anche le linee guida di settore (si pensi a Consob e Confindustria), che assumono rilevanza anche per il giudice e i suoi obblighi motivazionali da inserire in sentenza; e in aggiunta, le regole interne e le procedure specifiche della società che siano idonee a minimizzare il rischio reato. È importante ribadire che la Corte ha evidenziato come «la commissione del reato non equivale a dimostrare che il modello non sia idoneo», cioè incapace di attenuare il rischio reato. Tesi questa che purtroppo molte volte è stata affermata dalla giurisprudenza di merito. Una rilevante novità giurisprudenziale sul D. Lgs. 231 ci è offerta in tale sentenza ove si prova a definire quando una lacuna del Modello 231 può davvero inficiare la sua idoneità preventiva, «la lacuna od il punto di debolezza di un modello possano condurre a ravvisare una responsabilità dell’ente soltanto se abbiano avuto un’efficienza causale nella commissione del reato presupposto da parte del soggetto apicale». L’idoneità del modello avviene sulla base della “prognosi postuma”: il giudice si pone idealmente nel momento in cui il reato è stato commesso per verificare in concreto se l’adozione del modello avrebbe evitato la sua commissione e dunque è applicabile l’esimente ex art. 6 cit. Infatti, la disciplina prevede, appunto, che non sussiste la responsabilità degli enti nel momento in cui il fatto previsto come reato è commesso da soggetti apicali se sono stati adottati preventivamente MOG, se questi modelli siano stati elusi fraudolentemente dai soggetti apicali[3], e infine, se l’organismo di vigilanza (OdV) era dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo e non vi è stata una omessa o insufficiente vigilanza da parte sua. Orbene, la responsabilità dell’ente è fondata sulla “colpa di organizzazione”, su un deficit organizzativo che consente la realizzazione dell’illecito. Non rileva alcuna forma di responsabilità oggettiva. Il MOG deve essere personalizzato, cd. taylor made, al fine di meglio esplicare e prevedere le aree di rischio presenti nella realtà aziendale e approntare le più idonee misure di contenimento e prevenzione. È necessaria la predisposizione di un modello ad hoc per ogni singola realtà, nel senso che il Modello 231 resta «pur sempre un abito da cucire su misura», ritagliato su singole specificità aziendali.[4] Per il reato di aggiotaggio, il modello adottato da Impregilo, «prevedeva la partecipazione di due o più soggetti al compimento delle attività a rischio, nonché specifiche procedure autorizzative per comunicati stampa e divulgazioni di analisi e studi aventi ad oggetto strumenti finanziari».[5] Ritiene la Corte che tali misure erano, nel complesso, adeguate alla prevenzione dei reati di comunicazione. Tutte le varie procedure adottate dalla Impregilo si concretizzavano in un effettivo presidio preventivo, la società è stata pienamente diligente e rispettosa delle previsioni legislative. Segnatamente, il Presidente e l’amministratore delegato, in via esclusiva, avevano il compito di comunicare al pubblico le informazioni riservate – cd. price sensitive – concernenti la società e le sue controllate e relative alla gestione degli asset. Corretta anche la previsione di evitare forme di controllo preventivo del testo finale dei comunicati e delle informazioni divulgate dai suddetti organi di vertice poiché è ineliminabile e coessenziale un margine di autonomia di questi nell’esercizio dell’attività da loro rivestita e della responsabilità loro riconosciuta dall’ordinamento giuridico. Si è avuta una scelta libera e personale delle persone fisiche nel realizzare tali errate comunicazioni e non una inefficienza dell’organizzazione. Chi, eventualmente ed ipoteticamente, poteva mai svolgere questo ruolo di controllo e supervisione? Fino a che punto è legittimo esigere che gli atti degli apicali siano sottoposti ad un controllo preventivo da parte dell’OdV? Nel corso di questo lungo iter giurisprudenziale si è pensato che tale compito gravasse sull’OdV, ancorché, come ben delineato dalla Cassazione con la sentenza in oggetto, tale potere esula dai compiti per esso previsti dal legislatore nel Decreto 231. Sicuramente, l’OdV della Impregilo ha delle mancanze, infatti, tale ruolo è rivestito sin dal 2003 dal compliance officer, con composizione monocratica, individuato nella figura del Responsabile dell’internal auditing, non sottoposto alla Direzione amministrazione, finanza e controllo, ma posto alle dirette dipendenze del Presidente del CdA. Questo sicuramento ci può far ben riflettere sul grado di autonomia di tale figura, ed infatti, la Cassazione afferma che «è ragionevole dubitare che un organo monocratico, il quale sia posto “alle dirette dipendenze” del Presidente, offra sufficienti garanzie di autonomia da quest’ultimo e, attraverso di esso, dagli amministratori della società». Ancora, l’OdV «non può avere connotazioni di tipo gestorio», ciò perché sarebbe lesa la sua stessa autonomia, «ad esso spettano, piuttosto, compiti di controllo sistemico continuativo sulle regole cautelari predisposte e sul rispetto di esse nell’ambito del modello organizzativo di cui l’ente si è dotato». Altrimenti, l’OdV diverrebbe un supervisore dell’attività svolta dagli organi d’indirizzo della società contribuendo alla gestione di quest’ultima. Ciò non rientra nelle previsioni dell’art. 6, lett. b), cit., che anzi gli attribuiscono solo compiti inerenti all’individuazione e segnalazione delle criticità e lacune del modello, nonché la sua più effettiva ed efficace attuazione. «L’amministrazione e le scelte operative della società non possono certo essere appannaggio dell’organismo di vigilanza e la verifica dell’operato degli amministratori spetta all’assemblea ed agli altri organi societari, entro limiti e procedure stabiliti dalla legge e dallo statuto». Ma, il risultato a cui arriva il ragionamento e l’analisi minuziosa della Corte ci sorprende positivamente, infatti, non è dimostrato che i soggetti apicali suddetti abbiano potuto diffondere le false informazioni sulle condizioni patrimoniali della società controllata per via della minore e/o assente autonomia dell’OdV. Dunque, se il MOG predisposto dalla società è idoneo, se l’OdV, nonostante abbia un deficit di autonomia ha svolto in modo adeguato e conforme a legge il suo ruolo, ciò significa che il reato di aggiotaggio è stato realizzato sì dagli apicali, ma senza comportare alcuna forma di responsabilità della società e quindi le false comunicazioni sono state «il frutto di un’iniziativa estemporanea di costoro, tra loro concordata in tempi ristrettissimi, rispetto alla quale rimane del tutto indifferente il grado di autonomia più o meno ampio riconosciuto all’organismo di vigilanza, come pure la sua composizione monocratica». Questo perché la lacuna del Modello 231 deve avere una efficienza causale rispetto al reato realizzatosi, tale nesso causale è assente nel caso di specie, infatti, il reato di aggiotaggio altro non è che il frutto di un’iniziativa estemporanea degli apicali, rispetto al quale il grado di autonomia dell’OdV è indifferente. Ancora, viene chiarito come non si ha alcuna inversione dell’onere della prova, ribadendo quanto come autorevolmente sostenuto anche dalle Sezioni Unite[6], grava sempre sull’accusa l’onere di dimostrare gli elementi fondanti la colpa di organizzazione e la responsabilità dell’ente. Alla luce di ciò, la Cassazione riprende quanto affermato nella prima sentenza della Corte d’Appello in merito alla condotta fraudolenta degli apicali, affermando che «il concetto di “elusione” implic(a) necessariamente una condotta munita di connotazione decettiva, consistendo nel sottrarsi con malizia ad un obbligo ovvero nell’aggiramento di un vincolo, nello specifico rappresentato dalle prescrizioni del modello; rafforzato poi dal predicato di “fraudolenza” (…) che (…) vuole evidenziare (…) una “condotta ingannevole, falsificatrice, obliqua, subdola”, tale da frustrare con l’inganno il diligente rispetto delle regole da parte dell’ente». Infine, senza ombra di dubbio, tale sentenza riabilita il D. Lgs. 231 che per troppo tempo è stato sottovalutato, riafferma una maggiore attenzione del principio economicistico e preventivo del sistema sanzionatorio 231 e pone al centro delle valutazioni dell’interprete i MOG adottati dalle varie società e la loro funzione esimente purché siano idonei ed efficaci, effettivamente redatti, aggiornati e attuati. Arrivando dunque al punto focale per cui il reato si può realizzare nonostante l’adeguatezza dell’ente e solo tramite una condotta ingannevole è superabile e aggirabile.         [1] «Chiunque diffonde notizie false, ovvero pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero ad incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari, è punito con la pena della reclusione da uno a cinque anni». [2] «In relazione ai reati in materia societaria previsti dal Codice civile, si applicano all'ente le seguenti sanzioni pecuniarie (…) per il delitto di aggiotaggio, previsto dall’art. 2637 del c.c. (…) la sanzione pecuniaria da duecento a cinquecento quote», cfr. art. 25 ter, lett. r), D. Lgs. 231/2001. [3] «Il rischio reato viene ritenuto accettabile quando il sistema di prevenzione non possa essere aggirato se non fraudolentemente», cfr. Cass. Pen., Sez. VI, n. 23401 del 2022, pag. 9. [4] C. Piergallini, Autonormazione e controllo penale, in Dir. pen. e proc., 2015, p. 261 ss. [5] Tra l’altro, la società aveva previsto una procedura autorizzativa dei comunicati stampa abbastanza articolata, infatti, oltre ad una prima descrizione dell’operazione da effettuare a cura delle funzioni aziendali direttamente a conoscenza dei fatti oggetto di comunicazione; si doveva procedere alla redazione di una bozza di comunicato redatta dall’ufficio relazioni esterne; infine, vi era la revisione e l’approvazione della versione definitiva a cura del presidente del consiglio di amministrazione e dell’amministratore delegato e il relativo inoltro del comunicato a Borsa Italiana, Consob e agenzie di stampa. [6] Cfr. SS. UU., Sent. n. 38343 del 24/4/2014.

Sulla qualifica di "datore di lavoro" rilevante ai sensi del D.lgs. n. 81/2008

(Cass. Pen., Sez. III, 17 marzo 2022, n. 9028) Stralcio a cura di Lorenzo Litterio

Scarico di acque reflue: è ravvisabile l´interesse della società nell´utilità che deriva dal recapitare i propri reflui senza raccoglierli e smaltirli secondo la disciplina vigente

(Cass. Pen., Sez. III, 30 maggio 2022, n. 21034) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Patteggiamento dell'ente: la confisca obbligatoria non deve necessariamente far parte dell'accordo

(Cass. Pen., Sez. VI, 11 maggio 2022, n. 18652) Stralcio a cura di Ilaria Romano
nota di Maria Chiara Mastrantonio Con la sentenza in esame, la Sesta Sezione della Suprema Corte ha rigettato il ricorso presentato avverso la sentenza di applicazione della sanzione su richiesta delle parti con cui è stata irrogata all’ente, oltre alla sanzione pecuniaria amministrativa, la confisca dei beni ai sensi dell’art. 19 d. lgs. n. 231 del 2001. Con un unico motivo di censura il ricorrente aveva dedotto la questione dell'arbitraria e non prevedibile quantificazione dell'importo confiscabile adducendo che per la determinazione del quantum il Gip si sarebbe avvalso della documentazione prodotta dall'imputato per finalità diverse da quelle per cui è stata usata (diretto a giustificare la mancata contestazione del “profitto di rilevante entità”) e lamentando come, in questo modo, avrebbe fatto indebitamente coincidere il profitto del reato con il suo prodotto, contraddicendo l'insegnamento risalente alla già citata Cass. Sez. U n. 26654 del 27/03/2008, Fisia Impianti. Nel rigettare l’impugnazione proposta, il Giudice di legittimità ha preliminarmente chiarito come, sebbene l’art. 63, comma II, d. lgs. 231/2001 non menzioni espressamente la confisca tra le sanzioni che possono formare oggetto dell’accordo con la Pubblica Accusa, “ciò non significa però che la confisca non possa essere irrogata se non previamente concordata in caso di patteggiamento”. Ed infatti, in virtù del suo carattere obbligatorio – espressamente sancito all’art. 19 d. lgs. 231/2001 («nei confronti dell'ente è sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato») – la Corte di Cassazione ha evidenziato come “essa deve essere disposta anche nel caso in cui non sia preventivamente entrata nell'accordo delle parti, posto che, al momento della richiesta di patteggiamento, l'imputato era comunque nelle condizioni di prevederne l'applicazione (in termini, Sez. 2, n. 20046 del 04/02/2011, Marone, Rv. 249823 - 01. Vd. anche Sez. 6, n. 35802 del 05/05/2008, Pacini, Rv. 241376 - 01)”. Chiarito ciò, viene di seguito affrontato il tema del perimetro del sindacato di legittimità sulla confisca disposta dal giudice del merito. La Sesta Sezione, invero, ribadendo il dictat delle Sezioni Unite Savin (Cass. pen., Sez. Un., 26 settembre 2019, n. 21368) secondo cui “a seguito della introduzione della previsione di cui all'art. 448 c.p.p., comma 2 bis[1], è ammissibile il ricorso per cassazione per vizio di motivazione contro la sentenza di applicazione di pena con riferimento alle misure di sicurezza, personali o patrimoniali, che non abbiano formato oggetto dell'accordo delle parti”, allo scopo di evitare irragionevoli differenziazioni nel trattamento di situazioni assimilabili, ha ritenuto che “l'insegnamento delle Sezioni Unite Savin trovi applicazione in materia di confisca quando essa sia stata qualificata dal legislatore come misura di sicurezza, ma anche - e, sotto alcuni profili, a maggior ragione - quando risulti configurata come pena. Dunque, anche in relazione al D. Lgs. n. 231 del 2001, art. 19”. Viene, pertanto, evidenziato come, a seguito della sentenza delle predette Sezioni Unite si delinei un regime differenziato. Ed infatti, “là dove la confisca sia stata concordata tra le parti, l'unico rimedio esperibile in Cassazione è rappresentato dall'art. 448 c.p.p., comma 2 bis, il quale, nel limitare il ricorso "ai motivi attinenti all'espressione della volontà dell'imputato, al difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, all'erronea qualificazione giuridica del fatto e all'illegalità della pena o della misura di sicurezza", copre l'imputato dal rischio di errori compiuti ex post, in fase di attuazione di un accordo alla definizione dei cui contenuti ha tuttavia partecipato e di cui si è di conseguenza assunto la responsabilità (…) Se, per contro, la confisca non è stata ricompresa nel previo accordo tra le parti, la tutela predisposta dal sistema nei confronti dell'imputato si espande a consentire il controllo di legittimità secondo i più ampi parametri generali dettati dall'art. 606 c.p.p., comma 1, così predisponendo un rimedio rispetto ad eventuali indebite, come tali imprevedibili, compromissioni dei diritti, seppur a contenuto patrimoniale, dell'imputato”. Allo stato dell’arte, dunque, in caso di applicazione della pena (rectius sanzione) su richiesta delle parti, qualora la confisca abbia formato oggetto del previo accordo, il ricorso per Cassazione è ammesso nei limiti di all’art. 448, comma II bis, c.p.p.; laddove, invece, la confisca non abbia formato oggetto dell’accordo, il ricorso per Cassazione potrà essere presentato per tutti i casi di cui all’art. 606, comma I, c.p.p. Nel caso di specie, rileva la Corte, non avendo costituito la confisca parte dell’accordo, il provvedimento che la dispone è sindacabile in Cassazione secondo i principi generali dettati dall’art. 606, comma I, c.p.p. che, tuttavia, impediscono al giudice di legittimità di entrare nel merito della valutazione compiuta dal giudice che ha disposto la confisca, dovendo il giudizio arrestarsi alla mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione. In conclusione, non ritenendo ravvisabili alcuno dei predetti vizi ed anzi avendo il giudice di merito tenuto conto di plurimi documenti prodotti dall’amministratore dell’ente indicativi dei costi affrontati dalla società a seguito dell’aggiudicazione della gara d’appalto, la quantificazione dell’importo è apparsa insindacabile concludendo, dunque, per il rigetto dell’impugnazione elevata.   [1] Sul punto, appare opportuno evidenziare come il legislatore – con l’art. 1 della L. 23 giugno 2017, n. 103 (Riforma Orlando) - abbia inteso, ex pluris, introdurre alcune rilevanti modifiche alla disciplina dell’applicazione della pena su richiesta delle parti, focalizzando l’attenzione sui motivi di ricorso per Cassazione e sulla correzione degli errori materiali, all’evidente – e dichiarato - scopo di garantire una più celere definizione del procedimento penale nonché di scoraggiare iniziative meramente dilatorie. Nello specifico, è stato previsto, inserendo il nuovo comma II bis all’interno dell’art. 448 c.p.p., che «il pubblico ministero e l'imputato possono proporre ricorso per cassazione contro la sentenza solo per motivi attinenti all'espressione della volontà dell'imputato, al difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, all'erronea qualificazione giuridica del fatto e all'illegalità della pena o della misura di sicurezza». Con riferimento all’illegalità della pena, occorre richiamare l’orientamento della Suprema Corte secondo cui tale vizio “sussiste solo quando la sanzione irrogata non sia prevista dall'ordinamento giuridico ovvero quando, per specie e quantità, risulti eccedente il limite legale, ma non quando risulti errato il calcolo attraverso il quale essa è stata determinata, salvo che non sia frutto di errore macroscopico” (Cfr. Cass. pen., Sez. VI, 16 ottobre 2018, n. 52205, Rv. 274292).

Modello 231: la sua mancanza non comporta automaticamente la responsabilità dell'ente da reato

(Cass. Pen., Sez. IV, 10 maggio 2022, n. 18413) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Caso Liceo di Roma: la pubblicazione delle chat non è utile a far chiarezza sulla vicenda

(GPDP, 1 aprile 2022, n. 114) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Sul vantaggio dell'ente da false fatturazioni: una prima applicazione giurisprudenziale in tema di responsabilità dell'ente per reati tributari

(Cass. Pen., Sez. III, 28 aprile 2022, n. 16302) stralcio a cura di Fabio Coppola

Messa alla prova: è applicabile anche agli enti? Una questione rimessa al vaglio delle Sezioni Unite

(Cass. Pen., Sez. IV, 21 aprile 2022, n. 15493) Stralcio a cura di Ilaria Romano
nota di Maria Chiara Mastrantonio La IV Sezione della Suprema Corte, con l’ordinanza in commento, ha rimesso alle Sezioni Unite la risoluzione del seguente quesito di diritto: "Se il procuratore generale sia legittimato a proporre impugnazione avverso l'ordinanza che ammette l'imputato alla messa alla prova ai sensi dell'art. 464 bis c.p.p. e avverso la sentenza pronunciata ai sensi dell'art. 464 septies c.p.p., e quali siano i vizi deducibili con il ricorso avverso tale sentenza". La risoluzione di tale quesito è stata valutata preliminare all’esame nel merito del ricorso per cassazione presentato dal procuratore generale presso la Corte di appello di Trento avverso alla sentenza di non doversi procedere per estinzione dell’illecito per esito positivo della prova, emessa dal Tribunale trentino, nei confronti di un ente ritenuto responsabile dell’illecito di cui all’art. 25 septies, comma III, D. Lgs. n. 231 del 2001 in relazione al delitto di cui all'art. 590, comma III, c.p. Se, infatti, si dovesse ritenere che il procuratore generale presso la Corte di appello non sia legittimato all'impugnazione - o non lo sia per motivi che riguardano eventuali vizi dell'ordinanza di ammissione alla prova - non si potrebbe procedere all'esame della questione relativa all’inosservanza e all’erronea applicazione della legge penale per essere stato esteso all’ente l’istituto di cui all’art. 168 bis c.p. Il tema dell’eventuale legittimazione all’impugnazione del procuratore generale presso la Corte territoriale, come immaginabile, ha registrato contrapposti orientamenti nella giurisprudenza di legittimità. Il primo di questi riconosce la piena legittimazione di tale organo ad impugnare l'ordinanza ammissiva alla prova, unitamente alla sentenza con la quale il giudice dichiara l'estinzione del reato per esito positivo della medesima, qualora non sia stata effettuata nei suoi confronti la comunicazione dell'avviso di deposito dell'ordinanza di sospensione del procedimento (Sez. I, 27/10/2021, n. 43293, Ongaro, Rv. 282156; Sez. I, 15/04/2019, n. 41629, Lorini, Rv. 277138; Sez. V, 06/11/2020, n. 7231, Hoelzi; Sez. II, 08/01/2021, n. 7477, Sperindeo; Sez. VI, 17/01/2022, n. 1603, Conte). Un altro orientamento, invece, sostiene che il procuratore generale presso la Corte di appello non sia legittimato ad impugnare la predetta ordinanza non essendo individuato tra i soggetti - l'imputato, il pubblico ministero e la persona offesa - che possono proporre ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 464 quater, comma VII, c.p.p. (Sez. VI, 09/04/2021, n. 18317, Stompanato, Rv. 281272). Ed ancora, in altre pronunce, pur senza escludere la legittimazione all’impugnazione del procuratore generale presso la Corte territoriale, nel rigettare il ricorso proposto contro la sentenza dichiarativa dell'estinzione dell’illecito, è stato sostenuto che tale impugnazione non possa essere proposta per vizi afferenti all’ordinanza di cui all'art. 464 quater c.p.p. (Sez. VI, 10/06/2020, n. 21046, Betti, Rv. 279744; Sez. V, 14/01/2020, n. 5093, Cicolini, Rv. 278144; Sez. V, 30/04/2019, n. 1795, Bonifacio). “(…) 9. Il contrasto sorge, dunque, con riguardo alla possibilità per il procuratore generale di impugnare l'ordinanza ammissiva della prova o a seguito della comunicazione del relativo avviso o unitamente alla sentenza. Possibilità, quest'ultima, che viene sostenuta con riferimento alla specifica ipotesi in cui il procuratore generale non sia stato avvisato dell'ordinanza e ne venga a conoscenza solo con la comunicazione della sentenza. 9.1. Si discute, in particolare, se l'espressione "pubblico ministero" contenuta nell'art. 464 quater c.p.p., comma 7, riguardi anche il procuratore generale presso la Corte di appello, come inducono a pensare le pronunce delle Sezioni Unite (Sez. U, n. 22531, 31/05/2005, Campagna, Rv. 231056 e n. 31011 del 28/05/2009, Colangelo, Rv. 244029) secondo le quali l'espressione "pubblico ministero" è utilizzata dal codice di rito indifferentemente per il procuratore della Repubblica presso il tribunale e per il procuratore generale presso la corte di appello; o se invece, in un'ottica di favore per l'istituto della messa alla prova che giustificherebbe una selezione dei soggetti titolari del diritto di impugnazione contro l'ordinanza ammissiva, l'espressione "pubblico ministero" contenuta nell'art. 464 quater c.p.p., comma 7 debba essere interpretata in senso restrittivo con esclusivo riferimento al procuratore della Repubblica presso il tribunale. 9.2. Di conseguenza, ci si chiede se l'ordinanza di ammissione alla prova debba essere portata a conoscenza, mediante lettura in udienza o mediante notifica o comunicazione dell'avviso di deposito, oltre che delle parti che hanno diritto all'avviso della data d'udienza, anche del procuratore generale presso la Corte di appello. Invero, se il procuratore generale è escluso dal novero dei soggetti titolari del diritto di impugnazione, nessun avviso gli è dovuto e l'ordinanza di ammissione alla prova deve essere comunicata alle parti del procedimento che hanno diritto all'avviso della data dell'udienza. Se, invece, in assenza di limitazioni espresse, il procuratore generale è titolare del diritto di impugnazione, allora egli ha diritto ad essere informato dell'ordinanza ai sensi dell'art. 128 c.p.p., che prevede la comunicazione o notificazione dell'avviso di deposito dei provvedimenti impugnabili "a tutti coloro cui la legge attribuisce il diritto di impugnazione" (in quest'ultimo senso si sono espressamente pronunciate: Sez. 1, n. 43293 del 27/10/2021, Ongaro, Rv. 282156, pag. 3; Sez. 1, n. 41629 del 15/04/2019, Lorini, Rv. 277138, pag.4; Sez. 6, n. 1603 del 09/11/2021, dep. 17/01/2022, Conte, non massimata, pag. 5). 9.3. Chi aderisce a questa seconda tesi, sostiene che, se il procuratore generale non ha ricevuto l'avviso di deposito dell'ordinanza e quindi non ha potuto impugnarla, può farlo quando apprende della sua esistenza, vale a dire quando riceve la comunicazione della sentenza di cui all'art. 464 septies c.p.p. In questi casi, l'ordinanza ammissiva della prova può essere impugnata insieme alla sentenza in virtù del fatto che, se l'ordinanza è viziata per violazione di legge, dal suo annullamento "deriva" l'annullamento della sentenza pronunciata ai sensi dell'art. 464 septies c.p.p. (Sez. 1, n. 41629 del 15/04/2019, Lorini, Rv. 277138 pag. 6) (...)”. Merita di essere evidenziato, ad ogni modo, come entrambe le tesi siano supportate da argomentazioni di indubbio spessore. L’orientamento che riconosce il potere di impugnazione anche al procuratore generale presso la Corte di appello adduce a supporto i principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità a Sezioni Unite (Sez. Un., n. 22531, 31/05/2005, Campagna, Rv. 231056 e n. 31011 del 28/05/2009, Colangelo, Rv. 244029) secondo le quali l'espressione "pubblico ministero" è utilizzata dal codice di rito indifferentemente per il procuratore della Repubblica presso il Tribunale e per il procuratore generale presso la Corte di appello. Ed inoltre, si attribuisce particolare rilevanza al potere di surroga del procuratore generale in base al quale detto organo è legittimato, in via ordinaria, ad impugnare tutti i provvedimenti potenzialmente definitivi emessi all’esito di un giudizio di cognizione, anche qualora il pubblico ministero presso il giudice che ha emesso il provvedimento abbia già compiuto la propria valutazione. Anche gli argomenti a sostegno della non legittimazione all’impugnazione del procuratore generale presso la Corte di appello, però, risultano essere particolarmente persuasivi. Viene, in primo luogo, osservato che il sistema dei rimedi esperibili avverso alle ordinanze che decidono sull’ammissibilità di tale rito speciale è improntato, così come affermato anche dal Supremo Collegio (Sez. Un., n. 33216, 31/03/2016, Rigacci, Rv. 267237), al principio di economia processuale, così da ridurre sensibilmente le ipotesi di regressione del procedimento - se non addirittura di eliminarle del tutto – e garantire il massimo favore all'istituto. In quella occasione, oltretutto, il Supremo Consesso ha altresì chiarito che con il ricorso per cassazione avverso la sentenza di cui all’art. 464 septies c.p.p. non possono essere proposti motivi attinenti agli eventuali vizi dell’ordinanza ammissiva della prova perché preclusi dall'avvenuta decorrenza del termine entro il quale doveva essere proposto il mezzo di impugnazione avverso a quel provvedimento. Particolare rilevanza, inoltre, viene affidata alla natura autonoma e incidentale della messa alla prova (sottolineato anche dalle Sez. Un., n. 36272, 31/03/2016, Sorcinelli, Rv. 267238) che, congiuntamente al principio di tassatività delle impugnazioni, dà luogo ad un regime disgiunto di impugnazione che deroga all'art. 586, comma I, c.p.p. Dalla lettura sistematica di tali elementi, invero, non può che discenderne l’esclusione della legittimazione ad impugnare del procuratore generale presso la Corte di appello sulla scorta della mera considerazione che egli sia l’organo costituito presso il giudice di merito di livello superiore. Tale argomentazione, difatti, non sembra cogliere nel segno non essendo tale organo istituito né presso il giudice che ha emanato il provvedimento impugnato (dal quale deriva la competenza in materia di impugnazione) né presso il giudice avente giurisdizione di merito a livello superiore, essendo l'ordinanza in argomento impugnabile solo con il ricorso per cassazione. In conclusione, sebbene con l’ordinanza in commento le Sezioni Unite siano state chiamate alla risoluzione di un quesito solo di natura preliminare, si auspica che l’estendibilità dell’istituto della messa alla prova anche nei confronti dell’ente possa presto trovare il vaglio positivo, dopo quello di molteplici giudici di merito, anche del Giudice di legittimità.

Punibilità dell'ente: irrilevante l'esiguità del risparmio di spesa se il datore di lavoro ha consapevolmente disatteso le misure per prevenire l'evento

(Cass. Pen., Sez. IV, 7 aprile 2022, n. 13218) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Risparmio di spesa: può consistere anche nell´assegnare al lavoratore mansioni diverse da quelle contrattuali

(Cass. Pen., Sez. IV, 21 febbraio 2022, n. 5869) Stralcio a cura di Ilaria Romano
nota di Simone Rizzuto    La quarta Sezione penale della suprema Corte di cassazione, con la sentenza n. 5869, datata 1° febbraio 2022 e depositata in Cancelleria il 21 febbraio 2022, ha avuto modo di tracciare un interessante percorso esegetico in materia di responsabilità “amministrativa” dell’ente, partitamente regolamentata dal D. Lgs. n. 231/2001. In particolare, la società denominata New Recicling s. r. l., in persona del legale rappresentante pro tempore, veniva condannata dalla Corte di appello di Napoli alla sanzione pecuniaria di euro 90,00 - accompagnata da quella interdittiva, pari a mesi sei, ex art. 9, comma II, D. Lgs. n. 231/2001 - per il reato di cui all’art. 590, commi I e III, c.p., in relazione all’art. 25-septies del citato D. Lgs. La richiamata compagine societaria, nella qualità di committente dei lavori di tinteggiatura degli uffici della società denominata Italmetalli s. p. a., cagionava a un proprio dipendente lesioni gravissime (epilessia post-traumatica e paraparesi), derivanti dalla caduta del citato soggetto da un ponteggio; la persona offesa, infatti, assunta nella qualità di custode, ma adibita, senza l’ausilio di alcuna precauzione, allo svolgimento di lavori edili in quota, rovinava sul suolo mentre era impegnata a pitturare la parete esterna dello stabile. La sentenza di secondo grado veniva impugnata dal legale rappresentante della persona giuridica, con l’articolazione di tre motivi di doglianza. In primo luogo, veniva contestata - sub specie di violazione ed erronea applicazione dell’art. 25-septies D. Lgs. 231/2001, in ordine agli artt. 590, commi I e III e 583, comma II, c.p., nonché agli artt. 36, 37 e 122 D. Lgs. n. 81/2008 - la ricostruzione fenomenica degli accadimenti, così come operata nei gradi di merito, nonché la coerenza del relativo iter motivazionale, posto che, ad avviso del ricorrente, la persona offesa avrebbe subìto gli eventi lesivi a seguito della caduta da una rampa di scale e non da un ponteggio. Se anche il lavoratore si fosse trovato sul ponteggio, peraltro, la relativa pedana di metallo giammai si sarebbe potuta spezzare per il peso di un solo uomo e ciò in base alle leggi fisiche e alle massime di esperienza. Il ricorrente, inoltre, enfatizzando la carenza di qualsivoglia vantaggio o interesse in capo alla compagine societaria evocata in giudizio, censurava la manifesta illogicità dell’apparato motivazionale, oltre alla violazione ed erronea applicazione dell’art. 25-septies D. Lgs. 231/2001, nella parte relativa all’asserita configurabilità della responsabilità “amministrativa” (recte: penale) della società, discendente dalla consumazione del reato presupposto. Sul punto de quo, nello specifico, il ragionamento divisato dalla Corte territoriale veniva tacciato di «carenza logico-motivazionale», essendo stato, erroneamente, enucleato «un vantaggio in favore della persona giuridica conseguente all’impiego dell’A., assunto con altre mansioni, come lavoratori in quota […]». In ultimo, il ricorrente deduceva la violazione e l’erronea applicazione del combinato disposto degli artt. 22 e 59 D. Lgs. 231/2001, oltre alla carenza e alla manifesta illogicità della parte motiva dell’avversata sentenza. Con la proposizione di quest’ultimo motivo, segnatamente, veniva eccepito il decorso del termine prescrizionale, pari a cinque anni, relativo alle sanzioni amministrative comminate all’ente. Secondo l’impostazione difensiva della società, infatti, l’interruzione della prescrizione sarebbe dovuta discendere non già dall’emissione della richiesta di rinvio a giudizio nei riguardi del legale rappresentante pro tempore della New Recicling s. r. l., spiccata nell’àmbito del procedimento penale celebrato a carico di quest’ultimo e giammai notificata alla compagine societaria, bensì dalla citazione a giudizio proprio della predetta persona giuridica, notificata alla stessa soltanto nell’anno 2015, ben oltre il termine di cinque anni decorrente dalla consumazione del reato (anno 2008). Secondo il ricorrente, quindi, a differenza di quanto accade per l’interruzione della prescrizione dei fatti di reato - per la quale sarebbe sufficiente la mera emissione dell’atto dotato di efficacia interruttiva - in relazione agli illeciti perpetrati nell’interesse o a vantaggio dell’ente sarebbe indispensabile l’effettiva contestazione elevata nei riguardi della società interessata. Ebbene, proprio tale ultima censura veniva ritenuta fondata dal supremo Consesso di legittimità, «con conseguente pronuncia di annullamento senza rinvio dell’impugnata sentenza per essere l’illecito amministrativo estinto per intervenuta prescrizione».   Le ulteriori e diverse doglianze defensionali, invece, subivano la reiezione giudiziale perché ritenute manifestamente infondate. Nello specifico, con riguardo alle censure compendiate nel primo motivo di ricorso, veniva ribadito, in primo luogo, il consolidato principio in forza del quale, in sede di legittimità, risulta essere preclusa qualsivoglia (ri)valutazione del materiale istruttorio raccolto, posto che la Cassazione «non può essere chiamata ad esercitare alcun tipo di sindacato, esulando dai suoi poteri la rilettura della ricostruzione storica dei fatti posti a fondamento della decisione di merito […] laddove la motivazione assunta, come nel caso di specie, sia coerente e logica, oltre che priva di qualsiasi vizio giuridico» (ex multis: Cass. pen., SS. UU., 31 maggio 2000, n. 12, Jakani, Rv. 216260-01). La pronuncia di condanna della compagine societaria con «doppia decisione conforme», dunque, veniva considerata dal Collegio immune da vizi logico-giuridici con riguardo alla individuazione delle «ragioni per cui è stata correttamente considerata la responsabilità della New Recicling s. r. l. per l’infortunio subito dall’A.». Nel tessuto motivazionale, la Corte sottolineava come la responsabilità facente capo alla persona giuridica e, segnatamente, la ricostruzione delle caratteristiche modali dell’incidente occorso al lavoratore, fossero suffragate da una pluralità di emergenze probatorie, fra le quali le dichiarazioni rese dal soggetto passivo del reato di lesioni, corroborate da quelle degli altri testimoni; le risultanze del referto di pronto soccorso ospedaliero; le valutazioni espresse nell’àmbito della consulenza tecnica disposta dal P. M. In una cornice ricostruttiva di tal fatta, inoltre, veniva enfatizzata l’importanza della circostanza fattuale relativa alla eziologia dell’infortunio patito dal lavoratore, discendente non già dalla rottura della pedana in metallo posta sul ponteggio, bensì dallo spostamento della stessa. Anche il secondo motivo di ricorso - afferente all’asserita insussistenza di qualsivoglia interesse o vantaggio della società in relazione all’adibizione del lavoratore a mansioni professionali diverse rispetto al proprio inquadramento professionale - veniva dichiarato manifestamente infondato, a cagione della logicità, linearità e coerenza espositiva dell’apparato motivazionale rassegnato nel grado di appello. Ivi, in particolare, veniva chiarito come «vi fosse un chiaro interesse da parte dell’ente in relazione alla condotta colposa dell’agente, costituito dal risparmio di spesa derivante dall’aver utilizzato un proprio dipendente per lo svolgimento di mansioni (lavori edili in quota) esulanti da quelle previste dal suo contratto di lavoro (custode)». Le argomentazioni contemplate nel terzo motivo di ricorso, contrariamente alle precedenti, venivano ritenute fondate dai giudici di legittimità, i quali procedevano all’annullamento senza rinvio della gravata pronuncia, in ragione della tardiva contestazione dell’illecito e della conseguente estinzione dello stesso per decorso del relativo termine prescrizionale quinquennale. Le ragioni sottese alla declaratoria d’intervenuta prescrizione poggiano, a ben vedere, su una lettura congiunta dei commi I e II dell’art. 22 D. Lgs. 231/2001, dai quali può essere enucleata la regola secondo la quale le sanzioni amministrative comminabili all’ente si prescrivono a seguito dello sforamento del termine di cinque anni dalla consumazione del fatto-reato, con la possibile interruzione del predetto termine laddove vi sia una rituale e tempestiva contestazione dell’illecito amministrativo all’ente mediante la notificazione di uno degli atti di cui all’art. 405, comma I, c.p.p. Sul piano contenutistico, la contestazione deve sempre esplicitare l’identificazione della persona giuridica coinvolta e l’indicazione, dotata di chiarezza e precisione, della possibile applicazione delle sanzioni amministrative irrogabili, nonché il reato presupposto, le disposizioni di legge asseritamente violate e le fonti di prova raccolte. Ebbene, la Cassazione, trasponendo i summenzionati principi al caso sottoposto al proprio vaglio giudiziale, osservava come la Corte territoriale napoletana, improvvidamente, avesse considerato quale atto interruttivo del termine prescrizionale quello relativo alla notificazione della richiesta di rinvio a giudizio al legale rappresentante pro tempore della persona giuridica, mai, però, notificata a quest’ultima, mentre avrebbe dovuto considerare quello della contestazione dell’illecito alla società, avvenuta con l’emissione del decreto di citazione a giudizio dell’ente. Il predetto provvedimento decretale, tuttavia, veniva spiccato soltanto nell’anno 2015, ben oltre il termine quinquennale, decorrente dal momento di consumazione del reato presupposto, collocato, sul piano temporale, nell’anno 2008. Sulla scorta delle ragioni in precedenza declinate, il Giudice di legittimità procedeva alla declaratoria d’intervenuta prescrizione dell’illecito contestato alla compagine societaria, con la conseguente caducazione, senza rinvio, della gravata sentenza.

Quale responsabilità per i membri del Consiglio di Amministrazione privi di deleghe?

(Cass. Pen., Sez. III, 28 marzo 2022, n. 11087)   Stralcio a cura di Ilaria Romano

Incidente sul lavoro: al preposto spetta il compito di controllo immediato e diretto sulle anomalie di funzionamento dei macchinari

(Cass. Pen., Sez. IV, 1 febbraio 2022, n. 3538)   Stralcio a cura di Ilaria Romano
nota di nota di Stefano Solidoro   Nella pronuncia in commento, la Corte di Cassazione offre alcune utili precisazioni sui profili di responsabilità penale del preposto a seguito dell’infortunio di un dipendente, con particolare riferimento al contenuto concreto dell’obbligo di vigilanza sui fattori di rischio presenti sul luogo di lavoro, posto in capo alla predetta figura aziendale.La vicenda giungeva al vaglio della Suprema Corte a seguito del ricorso presentato contro una decisione della Corte di Appello di Milano, che aveva confermato la condanna ai sensi degli artt. 113 e 590 co. 2 c.p. a carico di G.T., preposto di una società farmaceutica, per avere egli cagionato, in cooperazione colposa con il dirigente responsabile della sicurezza A.P., lesioni personali gravi alla dipendente M.R., consistenti nello schiacciamento del primo dito della mano destra.Più nel dettaglio, nei giudizi di merito si accertava come l’infortunio della lavoratrice fosse derivato dal difettoso funzionamento di un macchinario deputato alla raccolta di compresse medicinali, al cui interno il non preciso allineamento meccanico di due recipienti provocava frequenti sversamenti del prodotto: per ovviare al problema, la dipendente M.R. usava “correggere” il meccanismo automatico accompagnando impropriamente il dispositivo con una mano, fino a quando, il giorno dell’incidente, una errata esecuzione della manovra le causava l’intrappolamento delle dita tra i meccanismi della macchina.Ne scaturiva quindi la contestazione di lesioni colpose gravi a carico di G.T., colpevole di non aver opportunamente vigilato sul corretto funzionamento del macchinario in dotazione all’azienda e sulla presenza di comportamenti imprudenti da parte del personale, attività a lui demandate e che, se diligentemente svolte, avrebbero impedito l’incidente verificatosi.Nei primi due motivi del suo ricorso, per quanto qui di interesse, l’imputato si doleva di una “violazione della legge penale in relazione agli artt. 43 e 590 c.p. ed il vizio di motivazione” in punto di dimostrazione dell’elemento soggettivo della colpa, sostituita dal mero accertamento di una posizione di garanzia in capo al preposto, con conseguente imputazione del reato a titolo di responsabilità oggettiva; ancora, lamentava un “vizio di motivazione sotto il profilo della carenza e della pretermissione di prove decisive”, avendo la Corte territoriale omesso di valutare elementi istruttori che militavano nel senso della assoluta imprevedibilità dell’evento da parte dell’imputato, ulteriore riprova dell’assenza di profili di colpa nel suo operato.Ritenendo manifestamente infondati i due motivi di ricorso, la Quarta Sezione ne individua la comune matrice nella critica, avanzata dalla difesa, alla esatta delimitazione dell’“area di rischio rispetto alla quale egli riveste la posizione di garante”, che influisce su natura ed entità dei poteri/doveri impeditivi dell’evento.Al fine di comprendere il contenuto dell’obbligo di garanzia del preposto, dunque, la Corte ne riproduce la nozione accolta all’art. articolo 2, lettera e) D. Lgs 81/08 (T.U. sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro), quale soggetto che "in ragione delle competenze professionali e nei limiti di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell'incarico conferitogli, sovrintende alla attività lavorativa e garantisce l'attuazione delle direttive ricevute, controllandone la corretta esecuzione da parte dei lavoratori ed esercitando un funzionale potere di iniziativa".È proprio la “situazione di prossimità alle lavorazioni ed all'opera svolta dai dipendenti” a giustificare la posizione di garanzia del preposto ed il suo dovere di vigilanza, che sempre il T.U.S.L. si preoccupa di specificare al successivo art. 19, elencando nel dettaglio le prerogative di tale figura aziendale: nel caso di specie, la Corte richiama la lettera f) del predetto articolo, che impone al preposto di "segnalare tempestivamente al datore di lavoro o al dirigente sia le deficienze dei mezzi e delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale, sia ogni altra condizione di pericolo che si verifichi durante il lavoro, delle quali venga a conoscenza sulla base della formazione ricevuta".Ciò premesso, il Giudice nomofilattico rileva che, secondo quanto emerso in maniera pacifica dalle concordi dichiarazioni dei testi escussi, il malfunzionamento dell’apparecchio causa dell’incidente era da tempo noto a tutti i lavoratori, che praticavano abitualmente l’incauta manovra correttiva di “accompagnamento” manuale, sebbene nulla di ciò fosse mai stato oggetto di formale segnalazione ai dirigenti ed ai responsabili della sicurezza.Tuttavia, tale ultima circostanza non esonera da responsabilità il preposto, il cui dovere di vigilanza legalmente imposto “non può risolversi nell'attesa di segnalazioni da parte di terzi -e nella specie degli lavoratori- di anomalie di funzionamento dei macchinari utilizzati o della modifica operativa da parte degli addetti di schemi lavorativi”, pena lo “svuotamento del dovere di vigilanza e di sovraintendenza delle lavorazioni, che costituisce l'essenza stessa delle sue attribuzioni”.Corretta, quindi, l’imputazione a titolo di colpa effettuata dai Giudici di merito sul presupposto dell’omessa vigilanza da parte di G.T., costituendo il guasto e la condotta dei dipendenti fatti da tempo noti in azienda e, come tali, doverosamente accertabili da parte del preposto all’unità aziendale, che avrebbe poi dovuto subito segnalarli al datore di lavoro.Non coglie invece nel segno la difesa dell’imputato quando evoca la imprevedibilità dell’evento, al contrario da questi evitabile assolvendo ai propri obblighi professionali; né assume valore scusante l’addotta documentazione di manutenzione del macchinario, attestante la mancanza di anomalie, già “implicitamente” ritenuta dalla Corte di Appello non sufficiente a “comprovare l'assolvimento concreto dell'onere di controllo e vigilanza delle lavorazioni”.Ed invero, sottolinea la Corte, la non prevedibilità dell’incidente avrebbe potuto affermarsi soltanto laddove “il problema verificatosi sul macchinario, e l'incauta modalità di lavoro posta in essere per ovviarvi, fossero così recenti rispetto al momento in cui l'infortunio si è verificato da potersi immaginare che entrambi avessero potuto sfuggire al controllo continuativo”: viceversa, nella vicenda in esame il guasto risultava presente da molto tempo ed era stato ignorato dai soggetti responsabili, che non avevano posto in essere sufficienti attività di vigilanza.Dunque, la condanna del preposto G.T. non configura affatto una ipotesi di responsabilità oggettiva, ma discende da una corretta applicazione della normativa antinfortunistica, che postula “un obbligo diretto e continuativo di sorveglianza sui mezzi e sulle lavorazioni”, il cui mancato adempimento è idoneo a configurare l’addebito colposo.La decisione in esame offre una soluzione in linea con gli approdi giurisprudenziali in tema di responsabilità penale del preposto, nel quadro vigente prima della recente modifica al D. Lgs 81/08 con D.L. 21 ottobre 2021 n. 146, che ne ha ulteriormente irrobustito gli obblighi di vigilanza in ambito lavorativo.A suscitare dubbi è semmai la qualificazione ai sensi del secondo comma dell’art. 590 c.p. piuttosto che del terzo, che punisce con pena maggiore le lesioni colpose gravi e gravissime cagionate “con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”, tra le quali rientra sicuramente quella evocata dalla Corte.Si tratta di rilievo non da poco, posto che solo nel caso di cui all’art. 590 co. 3 c.p. trova applicazione la disciplina in tema di responsabilità amministrativa degli enti dipendente da reato, ex art. 25 septies D. Lgs. 231/01: senza dimenticare che, ai sensi dell’art. 56 del T.U.L.S., il preposto è di per sé punibile “con l'arresto fino a due mesi o con l'ammenda da 400 a 1.200 euro per la violazione dell'articolo 19, comma 1, lettere a), c), e) ed f)”, e tale contravvenzione è spesso ritenuta dalla giurisprudenza concorrente con il delitto di lesioni.In merito poi al cuore del giudizio di reità, ossia il colpevole mancato controllo del guasto al macchinario e sulla scorretta prassi lavorativa approntata dalla dipendente per farvi fronte, risulta innegabile che la vicinanza del preposto alle dinamiche lavorative quotidiane ne impone un ruolo di attiva vigilanza, specie a fronte di episodi conclamati e ripetuti, la cui ricognizione non può essere lasciata all’iniziativa altrui.Solleva però perplessità che la Corte abbia ritenuto sufficiente una motivazione “implicita” di irrilevanza della documentazione tecnica prodotta dall’imputato, privilegiando certo la tutela sostanziale del lavoratore al dato formale, a scapito però di una maggiore garanzia nel cruciale momento della ricostruzione del coefficiente soggettivo colposo.Condivisibile è invece il riferimento al grado di prossimità tra l’evento e l’insorgenza della situazione di pericolo, che a seconda dei casi potrebbe non consentire l’esercizio di alcun potere impeditivo da parte del preposto o degli altri titolari del dovere di vigilanza. Si tratta di un criterio, quello temporale, sufficientemente oggettivo e di certo utile ad orientare l’interprete, a patto di misurarlo assieme agli altri elementi che compongo il quadro istruttorio, non dimenticando come in materia di sicurezza sul lavoro sia sempre in agguato il rischio di cedere a scorciatoie argomentative, preludio a inammissibili ipotesi di responsabilità oggettive da posizione.

Prescrizione nel D.Lgs. 231/2001: il regime dell´interruzione segue quello previsto per l´imputato

(Cass. Pen., Sez. IV, 31 gennaio 2022, n. 3287) Stralcio a cura di Ilaria Romano

Responsabilità degli enti: ribadito il rispetto del doppio principio di legalità con riferimento al reato ambientale di cui all´art. 256 c. 1 lett. b) del D.lgs. 152/2006

(Cass. Pen., Sez. III, 20 gennaio 2022, n. 2234) Stralcio a cura di Ilaria Romano
nota di Andrea Castaldo   La pronuncia oggetto di analisi è di particolare rilevanza ed interesse in quanto, non solo tratta del D. Lgs. n. 231 del 2001 – atto dispositivo che ha radicalmente cambiato, almeno concettualmente, l’approccio alla responsabilità giuridica degli enti nel sistema ordinamentale italiano – ma definisce e chiarisce anche nello specifico il concetto di “rifiuti” così come previsto a livello sovranazionale, così che gli idrocarburi sversati accidentalmente e inquinanti terreno e acque sono rifiuti ai sensi del D. Lgs. n. 152/2006 e il loro abbandono incontrollato costituisce reato. L’analisi si concentrerà sul primo profilo, tenendo conto della ripartizione delle responsabilità e chiarendo taluni concetti della disciplina penale ambientale. Infatti, nel caso di specie, la società Raffineria di Gela S.P.A. è stata condannata in primo e in secondo grado per il reato ambientale sancito dall’art. 256, co. 1, del D. Lgs. 152/2006 (cd. Testo Unico Ambientale) per cui «chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione» è condannato alla pena dell’arresto e dell’ammenda, con diversi limiti edittali a seconda che si tratti o meno di rifiuti pericolosi nonché art. 6, lett. a) e lett. d) n. 2 del D. L. 172/2008 (Disciplina sanzionatoria - Misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, nonché misure urgenti di tutela ambientale). Ricordo che nel nostro ordinamento tradizionalmente ha avuto ampio spazio il principio, di origine romanistica, societas delinquere non potest, superato solo con il D. Lgs. 231/2001, che ha introdotto e disciplinato la responsabilità da reato della persona giuridica. Non è questa la sede per discorrere sulla natura di tale responsabilità: amministrativa, penale o anche un tertium genus. Giova solo rammentare che la responsabilità introdotta con il D.lgs. 231/2001, prevede che un ente, incluse le società di persone e di capitali, è responsabile per i reati-presupposto elencati nel decreto, negli artt. 24 e seguenti, «commessi nel suo interesse o vantaggio, da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, amministrazione, direzione o controllo, anche di fatto, dell’ente, o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, oppure da soggetti loro dipendenti». La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2234/2022, ha sapientemente esplicato e chiarito uno dei principi su cui si fonda il D. Lgs. 231/2001, cioè: il principio di legalità in materia penale, cardine fondamentale negli ordinamenti giuridici democratici. Si prevede, infatti, nell’art. 2 del decreto come «l’ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto costituente reato se la sua responsabilità amministrativa in relazione a quel reato e le relative sanzioni non sono espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto». Viene dunque ripreso il principio costituzionale dell’art. 25, co. 2, Cost. in forza del quale «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». Quindi, l’accertamento della responsabilità delle persone giuridiche prevede un doppio livello di legalità. Nello specifico, l’ente è responsabile solo se il fatto commesso dalla persona fisica è stato inserito nel catalogo tassonomico dei reati-presupposto prima della commissione del fatto medesimo. Così si è espressa la Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 2234, in riferimento alla vicenda che vedeva una società accusata di aver commesso un reato ambientale non previsto tra le fattispecie penali indicate nel Decreto 231. La società, nonché i soci e amministratori, erano stati accusati e condannati, per inquinamento del suolo e sottosuolo cagionato da reiterate perdite di idrocarburi provenienti dall’attività di lavorazione industriale del petrolio. Alla raffineria veniva contestato, nel capo n. 4 connesso al capo n. 3 della sentenza impugnata, l’illecito di cui all’art. 25 undecies (Reati ambientali), co. 2 lett. b) n. 2 e lett. c) n. 2 del D. Lgs. n. 231/2001, in relazione ai fatti contestati alle persone fisiche in materia di smaltimento e abbandono di rifiuti pericolosi, richiamando il contenuto del reato di smaltimento e abbandono abusivo di rifiuti pericolosi di cui all’art. 256 T.U.A.; ma quest’ultimo articolo, a sua volta, è richiamato da una disciplina emergenziale ex art. 6, lett. a) e lett. d) n. 2, D. L. n. 172 del 2008 (convertito in L. n. 210 del 2008) nel più ampio contesto delle misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e per una più efficace tutela ambientale. La Corte d’Appello ha infatti condannato al capo n. 4 l’ente in riferimento al capo n. 3 così formulato “reato di cui agli artt. 110 c.p. e art. 256, co. 1, lett. b) e co. 2 del d.lvo n. 152 del 2006, quest’ultimo in relazione alla lett. a) ed alla lett. d) n. 2 dell'art. 6 della legge del 30.12.2008, n. 210”. Così facendo ha previsto tale disposizione come il principale capo d’imputazione della responsabilità della raffineria, errando, poiché nel 2011, quando si è introdotto l’art. 25 undecies il legislatore non ha ricompreso i reati ambientali dell’art. 6 L. n. 210 del 2008 nel novero dei reati-presupposto per cui è possibile affermare la responsabilità delle persone giuridiche. Qui si crea il corto circuito e da qui discende l’assoluzione per l’ente. Infatti, non si può assolutamente condannare l’ente raffineria, perché manca uno degli elementi fondamentali della responsabilità giuridica sancita nel 2001, il reato contestato all’ente non è incluso tra i reati presupposto del D. Lgs. 231/2001. L’art. 25 undecies, infatti, richiama solo il reato di cui all’art. 256 T.U.A non anche l’art. 6 della L. n. 210/2008: la raffineria deve andare esente da responsabilità, per una corretta applicazione dei principi di legalità e di tassatività. I giudici di legittimità, annullando il provvedimento di condanna della Corte d’Appello perché il fatto non costituiva illecito ex 231, hanno chiarito che la responsabilità amministrativa dell’ente può conseguire solo alla commissione dei reati-presupposto tassativamente catalogati nel decreto stesso, nel rispetto del principio di legalità. È un cd. sistema chiuso a rinvio fisso, così facendo il legislatore, nel tempo, decide se o meno ampliare suddetto catalogo degli illeciti sulla base di una continua analisi e ponderazione di diritti ed interessi. Tant’è che la Cassazione afferma in sentenza come «il sistema italiano, a differenza di altri ordinamenti giuridici, non prevede una estensione della responsabilità da reato alle persone giuridiche di carattere generale, coincidente cioè con l’intero ambito delle incriminazioni vigenti per le persone fisiche ma limita detta responsabilità soltanto alle fattispecie penali tassativamente indicate nel decreto stesso». Il legislatore ha peccato nella corretta coordinazione e connessione tra le discipline previste nell’art. 25 undecies D. Lgs. 231 del 2001, art. 256 T.U.A., art. 6 D. L. n. 172 del 2008 nonché la Corte d’Appello incautamente ha considerato la raffineria responsabile per il reato dell’art. 6 suddetto frutto di disciplina emergenziale e non soltanto per quanto previsto nella disciplina del T.U.A. Questo il principio di diritto ricavabile dalla pronuncia: «La responsabilità amministrativa dell’ente derivante da reati ambientali non è configurabile in relazione al delitto di gestione dei rifiuti nei territori nazionali dichiarati in stato di emergenza, di cui all'art. 6, lett. a) e d), n. 2, d.l. 6 novembre 2008, n. 172, convertivo con modificazioni nella legge 30 dicembre 2008, n. 210, non essendo tale disposizione inclusa nell'elenco dei reati-presupposto della responsabilità amministrativa di cui all'art. 25-undecies, comma 2, d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231». In conclusione, «non potendo il reato previsto dalla disciplina emergenziale legittimare l’affermazione della responsabilità della raffineria di Gela, la sentenza impugnata, sul punto, va annullata senza rinvio perché il fatto non costituisce illecito amministrativo».

Responsabilità dell´ente: l´interesse può consistere anche nel risparmio di tempo

(Cass. Pen., sez. IV, 31 gennaio 2022, n. 3299) Stralcio a cura di Ilaria Romano
nota di Gabriele Monforte   Con una recentissima pronuncia, che si innesta all’interno di un filone giurisprudenziale ormai consolidato, la Corte di Cassazione ha inteso nuovamente ribadire il perimetro applicativo del concetto di interesse nell’ambito della responsabilità degli enti in materia di infortuni sul lavoro, statuendo che quest’ultimo possa estrinsecarsi anche in un risparmio di tempo. Prima di analizzare più nel dettaglio la sentenza in esame, mette conto tratteggiare brevemente gli aspetti salienti della disciplina recata dal d. lgs. n. 231 del 2001 ed inquadrare, a livello generale, il problema della compatibilità strutturale tra i cardini del reato colposo ed i requisiti dell’interesse e vantaggio. Sul piano storico, l’evolvere dello sviluppo tecnico e delle gestioni d’impresa caratterizzate dallo svolgimento di attività rischiose, ancorché funzionalmente necessarie per il progresso sociale, ha comportato, nel tempo, un incremento dei reati colposi. In questa prospettiva, in una chiave di analisi economica del diritto, il legislatore bilancia l’esigenza di autorizzare dette attività pericolose attraverso la responsabilizzazione delle imprese che le esercitano.   Ne costituisce un esempio paradigmatico, in quest’ottica, la previsione in ordine alla responsabilità degli enti sancita con il d. lgs. n. 231 del 2001. Infatti, ai sensi dell’art. 1 del decreto in parola, il legislatore assoggetta a tutta una serie di sanzioni amministrative gli enti che non si siano dotati di adeguati modelli di organizzazione, gestione e controllo idonei a prevenire la commissione dei reati tassativamente indicati (secondo lo schema normativo del catalogo rigido) dal summenzionato decreto (artt. 24 - 25 sexdecies d. lgs. n. 231/2001).   Trattasi di una responsabilità di tipo colposo la cui operatività è subordinata alla realizzazione dei reati de quibus da parte dei soggetti che rivestono funzioni apicali ai sensi dell’art. 5, co. 1 lett. a) del decreto in esame – o comunque da parte di persone sottoposte alla loro vigilanza – nell’interesse o a vantaggio dell’ente.   Se ne desume, dunque, argomentando “a contrario”, che l’ente va esente da responsabilità quando i predetti soggetti abbiano agito soddisfacendo esclusivamente un interesse o un vantaggio proprio o di terzi ovvero quando lo stesso abbia adottato efficacemente un modello idoneo ad impedire i reati posti in essere, quantunque questi ultimi siano stati commessi dai propri rappresentanti.   In questa prospettiva, in ossequio al dettato di cui all’art. 27 Cost. in forza del quale non può ammettersi nel nostro ordinamento alcuna forma di responsabilità penale “oggettiva”, il legislatore disegna la responsabilità degli enti secondo il modello della responsabilità “per colpa di organizzazione”. Pertanto, essendo la colpa organizzativa il limite della responsabilità delle persone giuridiche, il legislatore non pretende, dalle stesse, il rispetto di condotte straordinarie o eccezionali, essendo sufficiente, ai fini dell’applicabilità dell’esimente, che queste ultime adottino i modelli cautelari in concreto richiesti (in quanto suscettivi ex ante di essere adeguati a prevenire i reati commessi, al lume delle più attuali conoscenze tecniche).   Ne discende che l’accertamento giurisdizionale in ordine all’efficace attuazione dei modelli di prevenzione richiesti ed all’effettiva sussistenza dei requisiti dell’interesse o vantaggio collegati ai reati commessi dai rappresentanti della persona giuridica, costituisce il faro intorno al quale ruota tutta la disciplina in commento.   Acclarato ciò, l’inclusione di alcuni delitti colposi nel rigido catalogo dei reati presupposto abilitanti la responsabilità dell’ente, ha posto il problema della loro compatibilità con i requisiti dell’interesse e vantaggio. Più nello specifico, problemi particolari si annidano nei criteri di attribuzione della responsabilità dell’ente (interesse o vantaggio) quando si tratti di reati colposi di evento, come, ad esempio, omicidio colposo o lesioni colpose commesse con violazione della normativa posta a tutela della sicurezza dei lavoratori (puniti ai sensi dell’art. 25 septies del decreto in esame).   In proposito, si ritiene che vi sia un’incompatibilità logica e strutturale tra il criterio di imputazione della responsabilità dell’ente incentrato sull’interesse e sul vantaggio ed il reato presupposto colposo. In particolare, si evidenzia l’impossibilità di conciliare il finalismo della condotta, richiesto dalla nozione di interesse e vantaggio, con la non volontarietà dell’evento propria del paradigma del reato colposo. Infatti, il reato colposo, presupponendo per definizione che l’evento non sia voluto dall’agente, implica, conseguentemente, che esso debba considerarsi estraneo alla sfera di interesse del soggetto agente e, quindi, dell’ente che la persona fisica rappresenta e nel cui interesse agisce. Pertanto, l’interesse ed il vantaggio dell’ente non può risiedere nell’evento, bensì nella condotta violativa di regole cautelari: solo la violazione delle regole cautelari può essere commessa nell’interesse o a vantaggio dell’ente, mentre l’evento lesivo in sé considerato è controproducente per l’ente e foriero anche di ingenti danni patrimoniali. Si pensi ad esempio alla morte di un operaio in conseguenza di un incidente sul lavoro causato dall’omissione di misure antinfortunistiche o dall’omessa manutenzione di un macchinario. In un’ipotesi del genere, l’interesse ed il vantaggio dell’ente non può risiedere a valle (nell’evento morte) bensì necessariamente a monte, cioè nel momento in cui la persona fisica, nell’interesse e a vantaggio dell’ente, ha realizzato la condotta violativa della regola cautelare, al precipuo scopo di ottenere un illecito risparmio di spesa (ad es. nei costi di gestione e manutenzione dei macchinari o un abbattimento dei costi inerenti all’omessa attuazione di misure antinfortunistiche).   Tale tesi, che con riferimento ai reati colposi riconduce i criteri dell’interesse e del vantaggio alla condotta e non all’evento, è stata avallata dalle Sezioni Unite nella nota sentenza ThyssenKrupp.   Acclarato che la predetta compatibilità si appunta, in generale, nella condotta del soggetto agente volta a conseguire un illecito risparmio di spesa, ci si è chiesti in giurisprudenza se il requisito dell’interesse possa reputarsi compatibile anche con le condotte volte a conseguire un risparmio di tempo.   Sul punto, si è pronunciata di recente la Cassazione in commento, con la sentenza n. 3299 del 31 gennaio 2022. Quest’ultima, recependo il costante indirizzo esegetico espresso dalla giurisprudenza di legittimità, ha confermato la condanna per illecito amministrativo dell’ente, anche in relazione ad un delitto di lesioni colpose, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, volto a conseguire un illecito risparmio di tempo.   Il caso di specie origina da un infortunio occorso ad un dipendente di una S.r.l., incaricato di effettuare con un escavatore la ripulitura nei pressi di un muro fatiscente, per l’effetto crollatogli addosso. In relazione a tale evento delittuoso, è emerso in particolare che il rappresentante della società coinvolta avesse omesso la redazione di un adeguato piano operativo di sicurezza e la connessa valutazione del rischio nella specie concretizzatosi.   Al riguardo, la Corte ha evidenziato che l’interesse perseguito da un amministratore di società con la sua condotta omissiva, ben possa sostanziarsi anche nel risparmio di tempo e di energie lavorative consistenti nell’evitare l’impiego del tempo e delle risorse necessarie alla corretta valutazione dei rischi da tradurre nell’apposito piano operativo di sicurezza.   Infatti, a ben guardare, anche tale risparmio di tempo si traduce in un illecito risparmio di un costo. Un costo (organizzativo, economico) che il datore di lavoro avrebbe dovuto sostenere se avesse impiegato il tempo necessario per la predisposizione del piano operativo di sicurezza idoneo a prevenire o ridurre i rischi della verificazione dell’evento nella specie verificatosi. In questa logica, su di un piano sistematico, il risparmio di tempo si atteggerebbe ad una vera e propria sub specie del risparmio di spesa.   Per tali ragioni, in conclusione, il requisito dell’interesse, da riferire alla condotta del soggetto agente e non all’evento, può ricorrere anche quando l’autore del reato abbia violato la normativa cautelare con il consapevole intento di conseguire un risparmio di tempo, consistente nella riduzione dei tempi di lavorazione, in quanto finalizzato ad ottenere un risparmio di spesa (indipendentemente dal suo effettivo raggiungimento).

Cancellazione dell´ente dal registro delle imprese e responsabilità ex d.lgs. 231/2001: le ragioni del revirement della Cassazione.

(Cass. Pen., sez. IV, 17 marzo 2022, n. 9006) Stralcio a cura di Fabio Coppola 
nota di Aldo Cimmino Con la sentenza n. 9006/2022 (c.d. sentenza “Metroquadro”), la Quarta Sezione della Corte di Cassazione ribalta l’orientamento giurisprudenziale che, nell’ambito della responsabilità amministrativa da reato dell’ente, aveva equiparato il fenomeno della estinzione fisiologica dell’azienda sottoposta al procedimento penale a quello della morte del reo, connettendo ad esse le conseguenze previste dall’ordinamento giuridico: l’estinzione del reato. L’indirizzo pretorio avallato fino alla sentenza in commento appariva, peraltro, coerente con la professata natura giuridica di diritto penale della responsabilità amministrativa da reato degli enti, sebbene responsabilità c.d. “sui generis”. Laddove, però vi siano fatti riconducibili al magistero del diritto penale è giocoforza ritenere che operino tutte le garanzie che l’Ordinamento riconduce ai soggetti indagati o imputati, a meno di non voler ritenere la presenza di zone franche che sfuggano alla legalità penale latamente intesa. Eppure, con la sentenza in commento, tale assioma, almeno quanto alla responsabilità degli enti, non pare ora essere più così solido, e ciò, probabilmente, si deve proprio al carattere ibrido della natura della responsabilità degli enti quale responsabilità, come accennato, “sui generis”. Del resto, la posizione della Suprema Corte non potrà che riverberarsi sia sul piano della sistematica penale, sia su quello concreto del coinvolgimento effettivo di un vasto numero di persone fisiche che verranno chiamate a rispondere “al posto” della dell’ente incriminato. Quanto al primo profilo, la giurisprudenza di legittimità – con la pronuncia in esame – ha evidenziato come il silenzio serbato dal legislatore quanto alle vicende estintive dell’ente “non può indurre ad accontentarsi di un accostamento che appare essere solo suggestivo con l’estinzione della persona fisica”. Sulla scorta di tale premessa, la Corte articola un ragionamento che, sostanzialmente, gravita attorno a quattro principali cardini. Il primo: le cause di estinzione del reato sono, in linea generale, un “numerus clausus” non estensibile; in secondo luogo, quando il legislatore della responsabilità delle persone giuridiche ha inteso fare riferimento a cause estintive degli illeciti, lo ha fatto espressamente, come all’art. 8, comma 2, D.Lgs. n. 231/2001, allorché ha disposto l’amnistia, peraltro modellando la rinunziabilità alla stessa sulla falsariga della disciplina vigente per le persone fisiche; in terzo luogo, non si comprenderebbe per quali motivi il fenomeno dell’estinzione dell’ente dovrebbe essere ritenuto diversamente da quello del fallimento per il quale la Cassazione riunita ha ormai sancito il principio giurisprudenziale secondo il quale “in tema di responsabilità da reato degli enti, il fallimento della persona giuridica non determina l’estinzione dell’illecito amministrativo previsto dal d.lgs. n. 231/2001” (cfr., Cass. pen., Sez. Un., 25 settembre 2014, n. 11170); infine, il rinvio operato dall’art. 35, d.lgs. n. 231/2001 alle disposizioni del codice di procedura penale non è indiscriminato ma solo “in quanto compatibili”. Dalle superiore considerazioni, la Corte deduce che non vi è alcuna norma che autorizzi a ritenere che “l’estinzione della società comporti anche l’estinzione dell’illecito amministrativo da reato commesso precedentemente nell’interesse o a vantaggio della società”, per cui si giunge alla conclusione che “la cancellazione dal registro delle imprese della società alla quale si contesti (nel processo penale che si celebra anche nei confronti di persone fisiche imputate di lesioni colpose con violazione della disciplina antifortunistica) la violazione dell’art. 25-septies, comma 3, del d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, in relazione al reato di cui all’art. 590 cod. pen., che si assume commesso nell’interesse ed a vantaggio dell’ente, non determina l’estinzione dell’illecito alla stessa addebitato”. Alla luce delle citate precisazioni, la Corte, dunque, prospetta la trasferibilità della responsabilità amministrativa da reato dell’ente in capo ai soggetti persone fisiche, purché nel processo a carico dell’ente si proceda anche nei confronti delle stesse per i medesimi fatti. Ciò, se da un lato potrebbe apparire coerente con il principio della personalità della responsabilità penale, compiendo, però, un’indebita estensione del principio di immedesimazione organica, non sembra coerente con il principio di proporzionalità, considerato che la trasferibilità della responsabilità dovrebbe comportare, inoltre, la trasmigrazione delle relative sanzioni. In tal caso, la persona fisica imputata unitamente all’ente cancellato dal registro delle imprese, si troverebbe a dover affrontare il peso di una duplice sanzione comminata per i medesimi fatti: la sanzione penale prevista per il reato per il quale è appunto imputata e le sanzioni amministrative previste dal D.Lgs. n. 231/2001 per il medesimo reato presupposto. Stando così le cose, la Corte avrebbe dovuto almeno individuare i meccanismi attraverso i quali i soci persone fisiche rispondano degli illeciti da reato, o quale tipo di sanzioni avrebbero dovuto sopportare, considerato che i criteri di determinazione delle sanzioni in quota – siccome destinati a colpire una persona giuridica organizzata in forma societaria – non sono certo equiparati o equiparabili a quelli con i quali il legislatore indica gli importi delle pene pecuniarie delle multe o delle contravvenzioni, destinate a punire le persone fisiche ritenute personalmente responsabili per determinate fattispecie di reato. Ed a questo punto che il Supremo Collegio richiama espressamente i principi civilistici che governano la successione dei diritti dei danneggiati/creditori. Nessun dubbio sussiste in ordine alla circostanza che in caso di morte dell’imputato persona fisica, i successori a titolo universale rispondono, iure hereditatis, delle obbligazioni nascenti da reato, salvo, ovviamente, il caso di rinuncia all’eredità o di accettazione con beneficio di inventario. Nel caso di società, la materia è regolata dall’art. 2495 c.c.. Secondo l’orientamento giurisprudenziale consolidato, la liquidazione deve ritenersi compiuta e la società estinta con la cancellazione dal registro delle imprese, anche qualora rimangano creditori insoddisfatti; qualora, all’estinzione della società, conseguente alla sua cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno successorio. Sicché, con riferimento alle obbligazioni, queste si trasferiscono ai soci che ne rispondono nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione, ovvero illimitatamente, a seconda che essi fossero limitatamente o illimitatamente responsabili per i debiti sociali (cfr., Cass. Civ. Sez. Un., 12 marzo 2013, n. 6070). Analogamente, il debito sorto prima della cancellazione, corrispondente alla sanzione irrogata dal giudice di merito per l’illecito derivante da reato – secondo l’impostazione data dalla sentenza “Metroquadro” – permane e dovrà essere onorato dai soci in base ai principi su richiamati. Il meccanismo individuato dalla Nomofilachia è, dunque, mutuato dall’esperienza applicativa tipica del diritto civile e societario e desta qualche perplessità, quantomeno quanto alla sua compatibilità con i principi propri del diritto penale, anche alla luce delle definizioni sovranazionali di ne bis in idem sostanziale e di materia penale. In ogni caso, anche a non voler considerare tutto quanto appena evidenziato, non convince comunque il passaggio relativo alle vicende modificative dell’ente, quali fusione scissione e trasformazione, giacché in tali casi vi è pur sempre un ente che origina dalle vicende modificative intervenute, al quale può, evidentemente, trasferirsi la relativa responsabilità. Nel caso sottoposto all’esame della Suprema Corte, invece, non si ha un evento trasformativo della persona giuridica ma si tratta di estinzione fisiologica della società e la responsabilità passa direttamente in capo ai soci persone fisiche. In conclusione, la soluzione proposta dal recente orientamento pretorio non solo non risolve alcuno dei dubbi gravitano attorno alla natura giuridica della responsabilità amministrativa da reato degli enti ma aggiunge ulteriori spunti di riflessione che sempre più sembrano traghettarla verso altre dimensioni punitive e logiche sanzionatorie, diverse da quelle del diritto penale.